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Le storie custodite dai roseti, che fanno eco nel presente

11 June 2026 at 03:45

Davanti alla cattedra c’era il professor Romani. Non lo vedevo dalle ore passate nell’anticamera del suo studio in attesa di parlare della tesi e stentai a riconoscerlo: il tempo gli aveva asciugato le spalle. Mi aveva fatto sgobbare per mesi. Diceva che ero la laureanda più brillante e che un amico editore avrebbe di sicuro accettato di pubblicare la ricerca una volta completa. Dopo la laurea, in effetti, una pubblicazione c’era stata. Su una rivista di settore era uscito un articolo firmato da Romani – che non si era degnato neanche di citarmi. Per questo non avevo proseguito la carriera accademica. Il mondo universitario non faceva per me. Troppo arrivismo, troppi rapporti da tenere per non affondare, troppe cerimonie e ostentazioni, troppe attese. 

Due file dietro Romani, Gloria. Si sistemò i capelli dietro l’orecchio, prese appunti e annuì col mento come una brava scolaretta. Lei ce l’aveva fatta a coronare il suo sogno. Avevo saputo scorrendo il profilo Facebook che dirigeva una casa-famiglia in un quartiere periferico di Roma. Accanto a lei Gaetana Girelli, figlia del temutissimo professore di Psicologia dello Sviluppo 1, ora assistente di Romani. A due banchi da me, sulla sinistra, c’era Alessandro, uno dei pochi ragazzi che avevano frequentato la facoltà. Non aveva più i rasta fino alla schiena, ma sembrava ancora lo studente tre anni fuori corso che aveva seguito le lezioni tra una manifestazione e un concerto. Lo avevo incontrato mesi prima e mi aveva raccontato che lavorava in libreria. Si era sposato con una ragazza norvegese e aveva avuto un figlio che si chiamava Syd – come il cantante dei Pink Floyd, aveva precisato. «E tu?» mi aveva chiesto accorgendosi che gli fissavo la fede al dito. «Io niente», avevo risposto. Quella mattina Alessandro alzava di continuo la testa al soffitto, poi tornava a Giulivi. Le sue distrazioni mi sollevarono solo in parte dalla sensazione di essere l’unica in sala le cui  ambizioni del passato si erano arenate. Avevano tutti una strada di cui essere fieri o lamentarsi. Una vita, magari non perfetta, non completa, ma in movimento. 

Eppure, forse, in quel gruppo ero l’unica consapevole del limite del nostro tempo, pensai. Il senso dell’immortalità l’avevo perso quando avevo iniziato a lavorare di nascosto sui discorsi funebri. Per anni offrire sostegno ai parenti colpiti dal lutto mi era sembrata una sorta di vergogna, qualcosa che avrebbe dovuto ispirare repulsione. Tanto da non aver mai confessato ai miei genitori quel secondo lavoro. Nemmeno a Michele. Avevo accampato scuse, accatastato bugie, fatto sparire appunti, fogli, tracce. Avevo pensato che i miei avrebbero scatenato un finimondo, non solo perché avrei dovuto cercami qualcosa di serio anziché le pompe funebri e le cooperative sociali dove lavoravo, è che sarebbe stato inaccettabile sapermi sul libro paga dei Morenzi (in nero e a percentuale). E poi Michele, spezzato dalla morte della madre, come avrei potuto parlargliene? Nel tempo il silenzio si era sedimentato, giorno su giorno s’era indurito fino a diventare un segreto che vivevo con un senso di colpa e godimento insieme.

La guardiana, Cover

Tratto da “La Guardiana”, di Caterina Battilocchio, Garzanti Editore, 2026, 18€, 336 pagine 

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Lasciare la quiete di Le Pertuis per un destino inatteso

5 June 2026 at 03:45

La porta del palazzo si aprì sull’atrio risonante. Dalle stanze alte e ombrose spirava una frescura ammuffita che sapeva di oscurità, di bassotto bagnato e di naftalina, una frescura proveniente dai muri di calce impregnati dall’umidità monsonica e dai secchi d’acqua delle domestiche che lavavano le lastre di marmo dei pavimenti lasciando le impronte dei piedi nudi con le dita distanziate. Al piano terra, la vecchia Ms Bill era distesa a letto. Attraverso uno spiraglio della porta avevo intravisto baluginare le lenti dei suoi occhiali e scorto il cuscino bianco su cui poggiava la testa mentre, in balia del sentore umido, seguivo mia zia al piano superiore. 

Qui Mr Bill, il figlio di Ms Bill, avviluppato in una vestaglia di seta grigio elefante, il mento fasciato da una benda rosso ciliegia e in testa un cappellino da baseball con scritte gialle su fondo blu, se ne stava sul divano nel suo boudoir televisivo, un’intima stanza piena di poltrone, sedie e sgabelli in palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo. Dalle alte finestre di quella piccola sala penetravano il brusio del traffico, gli squilli dei clacson di auto e camion, il clangore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti. Nel rondeau del giardino fiorivano le bocche di leone. Mr Bill indossava pantofole a forma di gondola, e i suoi occhi scuri e lucenti fissavano lo schermo di un Hitachi 1080 che, dopo la morte della moglie, aveva sostituito l’altare domestico. 

Così com’era, Bhupinder Singh Bill dava a chiunque entrasse l’impressione che quei nuovi riti mattutini gli piacessero più dei precedenti, che per lui lo starsene sdraiato sul divano fosse cosa sacra. Nonostante l’educazione britannica, Mr Bill non si alzò dai cuscini per ricevere mia zia, la vedova di un Lord. Quando Lord Leslie, il quale, per una forma di modestia del tutto incomprensibile a Bhupinder, non aveva mai rivendicato quel titolo magnifico era ancora in vita, Bhupinder non si era mai permesso un simile comportamento, ma ora il Lord era morto, e Mr Bill considerava la zia come qualcosa di completamente inutile, una vedova, per l’appunto. 

In passato gli era servita perché poteva presentarla come Lady Leslie. Ma presentare una vedova! Non voleva forse dire presentare una morta? Con Lord e Lady Leslie Mr Bill era solito mettersi in mostra alle feste di nozze sikh, nei golf club, nei bar degli alberghi e ai garden party. Piccolo e disinvolto, faceva la sua comparsa tra gli amici con la coppia elegante, un bicchiere di Johnny Walker nella mano destra, la sinistra nella tasca dei pantaloni. «Nel XII secolo» raccontava poi in inglese, «un nobile fiammingo, Bartholomew, ottenne la baronia di Lesly. Sir Andrew Leslie fu tra i firmatari della lettera al papa del 1320, in cui si dichiarava l’indipendenza della Scozia.» Quella frase, che aveva imparato a memoria, fuoriusciva morbida e sommessa dalle sue piccole labbra carnose e gli donava quanto il turbante color prugna o lampone, il bicchiere di whisky, o il ventre gonfio e tondo come la sua fiabesca ricchezza. 

Come suonava mondana quella frase nell’aria afosa di un giardino indiano, tra i vapori di gamberetti fritti e di riso al limone! Alle cose che riguardavano la vita in società, i titoli, le antiche storie di famiglia, e a tutto ciò che avesse a che fare col denaro, Mr Singh Bill era indiscutibilmente sensibile. «He comes from a very good family»: un’affermazione di cui usava cingere di volta in volta il capo della persona premiata come di una corona di alloro, poiché per Bhupinder non c’era nella vita laurea più prestigiosa della provenienza da una buona famiglia. A parte questo, era l’emblema di un sikh privo di poesia, e se mio zio non fosse stato Lord, Mr Bill si sarebbe indignato per quell’uomo e per il suo modo di trascorrere la vita: leggendo, collezionando rarità e scrivendo. 

Ma ancor più si sarebbe indignato per mia zia, che a nessun party, matrimonio o aperitivo perdeva mai l’occasione di accusare l’intera famiglia di irresponsabilità sociale. Poi, con un’ampia gonna, una camicetta verde serpente, cerchi d’oro alle orecchie e bracciali tribali afghani, sedeva su una delle poltrone verde muschio del salotto di Mr Naranjan Singh e porgeva il suo bicchiere vuoto al servitore, affinché le versasse ancora un po’ di whisky, il cui effetto inebriante, in tarda serata, l’aiutava ad attaccare quella banda di fannulloni viziati: la signora Bina Singh Bill, che aveva sacrificato ogni possibilità di far qualcosa della sua vita alle strane concezioni della morale sikh, o suo fratello, talmente rimbambito dai propri privilegi che riusciva a valutare con sicurezza solo le condizioni meteorologiche. In quei frangenti, nessuno dei Bill rispondeva. Si scambiavano sorrisi con lo sguardo avvelenato. L’educazione ricevuta vietava loro di zittire una signora alterata. «Tu non capisci l’India.»

«Non la capisco, ma ho occhi per vedere i prati da golf ben curati davanti alle vostre fabbriche. Li avete allestiti per i vostri operai? E perché non sostituite le ruote dei carri trainati dai buoi con pneumatici di gomma?» «Troppo costoso» esclamava il vecchio Naranjan Singh, lisciandosi la barba con le dita sottilissime, lunghe e inanellate, «è compito del governo», al che le donne facevano tintinnare rumorosamente i loro braccialetti portando la conversazione su una partita di tennis, un modello di occhiali da sole, la ricetta di una torta di datteri o l’olio d’oliva italiano. «Olive oil is the best!» strepitava la vecchia signora Naranjan Singh, mentre Bhupinder raccontava di una caccia alla tigre nel 1971 e “uncle Zutshi”, il fabbricante di tovaglie, ricordava un’indimenticabile partita di polo a Kolkata. Ma poi ché all’epoca mia zia era ancora la moglie di Lord Leslie, le sue accuse venivano accettate con la stessa educazione con cui veniva tollerata l’irritante gentilezza che riservava alla servitù dei Bill. Solo una volta il vecchio Singh l’aveva guardata severamente e le aveva detto: «All is karma!».

Sullo sgabello davanti al divano, nello stesso stile indiano delle altre poltrone e sedie, quello stile unico del mobilio britannico-orientale che dopo il 1947 nelle grandi case non aveva più subito cambiamenti drastici, c’era un bicchiere di tè masala, un piatto con uova strapazzate schiumose e una fetta di pane un po’ troppo tostata per essere considerata un perfetto toast inglese.

Io e la zia eravamo entrate nella stanza proprio nel momento in cui Mr Singh Bill era in procinto di spalmare le uova sul toast con l’aiuto di un piccolo coltello d’argento. Un momento indubbiamente delicato, tanto che alla nostra vista gli sfuggì di bocca un sommesso «Ah».

La tigre nel giardino, Cover

Tratto da “La tigre nel giardino”, di Anna Katharina Fröhlich, 2026, 19€, 168 pagine

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