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Quale ruolo cerca l’Italia nell’Oms. Parla l’amb. Vignali

10 June 2026 at 14:15

Lo scorso mese, a margine della 79ª Assemblea mondiale della Sanità a Ginevra, l’Italia ha annunciato la propria candidatura all’Executive Board dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per il mandato 2027-2030. Una scelta che si inserisce in una fase di profonda trasformazione della governance sanitaria internazionale, segnata da nuove sfide globali, crescenti tensioni geopolitiche e interrogativi sul futuro del multilateralismo. Ne abbiamo parlato con l’ambasciatore Luigi Maria Vignali, rappresentante permanente d’Italia presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, per approfondire il significato della candidatura italiana, il ruolo che il nostro Paese intende svolgere all’interno dell’Oms e le principali priorità che oggi attraversano la salute globale.

Qual è il significato politico e strategico di questa candidatura nel contesto internazionale attuale?

L’Italia è da sempre molto attiva nell’Organizzazione mondiale della sanità: abbiamo già fatto parte del Consiglio esecutivo per sei volte, mentre nostri esperti collaborano regolarmente con l’Oms a livello globale e regionale. Soprattutto, tanti centri italiani mettono costantemente a disposizione dell’Organizzazione competenze, attività di ricerca, formazione, servizi di laboratorio e consulenza tecnica. Siamo insomma un attore di primo piano che agisce per la sicurezza sanitaria globale e che promuove la mobilitazione di risorse finanziarie a sostegno di importanti partenariati e meccanismi multilaterali, tra cui l’Alleanza per i vaccini – Gavi, il Fondo globale per la lotta contro Aifs tubercolosi e malaria, o ancora il Fondo per le Pandemie.

Nel suo intervento ha richiamato la necessità di “colmare lacune, evitare duplicazioni e rafforzare il coordinamento”. Dove individua oggi le principali criticità della governance sanitaria globale e quale ruolo può svolgere l’Oms in questa fase?

Mi riferivo in particolare al processo di riforma della cosiddetta “architettura” della salute globale: la posizione italiana sostiene un processo decisionale più efficiente e vincolato a precise scadenze temporali, anche con l’obiettivo di migliorare la responsabilità dell’Organizzazione – quella che inglese chiamiamo “accountability” – e ridurre il rischio di frammentazione nella programmazione sul terreno. Anche il raccordo con altri enti e donatori deve produrre un salto di qualità, in modo da ottenere risultati chiari e dimostrare il valore aggiunto del sistema sanitario multilaterale.

Negli ultimi anni la salute è diventata sempre più intrecciata con temi di sicurezza, resilienza industriale, approvvigionamenti strategici e competizione geopolitica. Quanto sta cambiando il peso della salute nelle relazioni internazionali e quale ruolo possono svolgere le organizzazioni multilaterali in un’epoca in cui il loro ruolo è talvolta messo in discussione?

Effettivamente la salute si declina ormai anche quale interesse strategico, del resto la pandemia del Covid ha reso evidente come la capacità di prevenire e gestire le crisi sanitarie incida su sicurezza nazionale, tenuta delle economie, continuità delle catene di approvvigionamento e persino sulla stabilità politica.

Oggi vaccini, farmaci essenziali, tecnologie biomediche, dati sanitari e capacità produttive sono diventati asset strategici – come dimostrano i dibattiti sulla sovranità sanitaria, sul cosiddetto “reshoring” delle produzioni critiche e sulla diversificazione delle filiere. La salute è quindi elemento di resilienza nazionale e, al tempo stesso, strumento di influenza internazionale. Ma nessun Paese può affrontare da solo grandi epidemie e resistenza antimicrobica, oppure le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti.

Occorre quindi mantenere una salda dimensione multilaterale, volta a conciliare le legittime esigenze di autonomia strategica con una solida collaborazione internazionale, perché le grandi minacce sanitarie continuano a essere, inevitabilmente, sfide condivise.

Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo lei le grandi priorità della salute globale sulle quali la comunità internazionale dovrà concentrare maggiormente i propri sforzi?

A livello globale come Italia ci concentriamo attualmente su tre temi principali: l’approccio cosiddetto One health, con focus sulla resistenza antimicrobica; la promozione dell’invecchiamento in salute per intero arco di vita, con enfasi su prevenzione, integrazione sociale e sanitaria nella continuità delle cure; il potenziamento della salute mentale, con particolare attenzione a bambini e adolescenti.

E quale contributo specifico può offrire l’Italia all’interno dell’Executive board dell’Oms? Ci sono priorità o approcci che il nostro Paese intende portare all’attenzione?

Crediamo che l’Italia possa sostenere l’Oms nella capacità di fornire agli Stati membri opzioni politiche sempre più coerenti con il suo mandato, da tradurre in schemi operativi nazionali in base a rispettive esigenze, priorità, capacità e contesti.

Ébola: OMS reduz o risco da epidemia para a maior parte do continente africano

A Organização Mundial da Saúde (OMS) reduziu esta segunda-feira o risco para a saúde decorrente da epidemia de Ébola no continente africano de “alto” para “baixo”, com exceção da República Democrática do Congo (RDCongo) e países vizinhos.

A OMS reavaliou os riscos e considerou baixo o perigo de a epidemia se alastrar para a maior parte de África, assim como para o resto do mundo, embora o risco na RDCongo, que faz fronteira com Angola, permaneça “muito alto”.

No Uganda, onde também foram registadas infeções e a organização considerou o risco como “alto”.

Segundo o novo relatório da OMS, até ao momento foram confirmados 534 casos, 515 na RDCongo e 19 no Uganda, e 93 pessoas morreram da doença provocada pelo vírus do Ébola.

A taxa de letalidade é atualmente de 17,4%, inferior à dos dois surtos anteriores desta variante do vírus, chamada Bundibugyo, que ocorreram em 2007 no Uganda, onde 30% dos infetados morreram, e em 2012 na RDCongo, onde a taxa de mortalidade foi de 50%.

O diretor-geral da OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, viajou para o Uganda esta semana para apoiar a resposta à epidemia, poucos dias depois de visitar a RDCongo com o mesmo propósito.

O Ébola, que se transmite por contacto próximo e por fluidos corporais, matou mais de 15 mil pessoas em África ao longo dos últimos 50 anos.

A OMS e a agência de saúde da União Africana lançaram na sexta-feira um plano de 518 milhões de dólares (446 milhões de euros) para combater a epidemia nos próximos seis meses, com especial foco no reforço da vigilância, nos testes de laboratório e na prevenção de infeções.

O epicentro da epidemia na RDCongo encontra-se na província oriental do Ituri, de difícil acesso devido ao mau estado das estradas e à insegurança mantida por grupos armados.

A comissária da gestão de crises da UE, Hadja Lahbib, em visita a Bunia, capital do Ituri, apelou no domingo a um cessar-fogo no leste da RDCongo, onde uma série de grupos armados estão ativos e onde o grupo antigovernamental Movimento 23 de Março (M23), apoiado pelo Ruanda, está a controlar vastas áreas de território.

A year on, Australia’s biggest harmful algal bloom continues to wreak havoc

8 June 2026 at 19:42
PORT HUGHES, Australia — Situated midway along the Great Southern Reef that spans Australia’s southern coastline, the waters off Port Hughes typically teem with life. The coastal hamlet northwest of Adelaide plays host to a multitude of coral, bivalve and fish species. But in late March, the largest and longest harmful algal bloom (HAB) in Australian history arrived to Port Hughes, depleting its waters’ rich biodiversity. The bloom had first appeared elsewhere off the state of South Australia’s coast a year earlier, causing eye and skin irritation and respiratory symptoms among beachgoers. Then, along with waves of acrid-smelling sea foam, scores of dead marine animals began washing ashore. In Port Hughes, the HAB’s impacts were most visible below the surface. The town’s wooden jetty had previously been one of the most consistent locations in South Australia to observe temperate species, said Stefan Andrews, co-founder of the Great Southern Reef Foundation, a conservation advocacy group. But by mid-April, when Mongabay joined Andrews on a dive, the site was drab compared with vibrant photographs taken in February and March. Under the jetty, sponges and corals that had previously adorned its pylons in a brilliantly hued mosaic appeared colorless. Apart from a short-headed seahorse (Hippocampus breviceps) — a “sign of hope,” Andrews called it — little life was visible in the murky waters. The reef, he said, had become quieter, lacking the sounds of snapping shrimp and other creatures that once played in the underwater soundtrack. “There’s a sense of loss when you…This article was originally published on Mongabay

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