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Il Csm approva l'”autobavaglio”: obbligo di “rettifica” delle comunicazioni dei pm. Ma i vertici della Cassazione si sfilano

10 June 2026 at 18:50

L'”autobavaglio” alla fine passa, ma a fatica e con defezioni importanti. Dopo un dibattito di tre ore, il Consiglio superiore della magistratura ha approvato le nuove Linee guida sulla comunicazione giudiziaria, la discussa circolare che regola le informazioni fornite dalle procure ai media. Il testo aggiorna le attuali Linee guida – datate 2018 – alla luce delle “leggi bavaglio” approvate dalla politica negli ultimi anni: niente interviste sui singoli procedimenti, ma solo comunicati o “in via eccezionale” conferenze stampa; vietate “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni” e “ogni espressione che presenti l’indagato o l’imputato come colpevole”; proibito citare tra virgolette le ordinanze di arresto. La novità più importante, però, è un inedito dovere direttifica” imposto ai procuratori in nome della “protezione reputazionale”: se danno notizia di un’indagine o di un’arresto con un comunicato, dovranno fare lo stesso – pena potenziali sanzioni disciplinari – se una decisione successiva contraddicesignificativamentel’ipotesi d’accusa, anche a moltissimi anni di distanza. Insomma, servirà un nuovo comunicato o una nuova conferenza stampa, che dovrà osservare “criteri di tempestività, visibilità e proporzionalità informativa rispetto alla comunicazione iniziale”. Una previsione assai criticata dai vertici delle Procure, che hanno protestato con i loro rappresentanti al Csm riuscendo a far slittare l’approvazione già due volte.

La proposta di delibera è stata approvata con quattro voti contrari, tra cui quello – assai signficativo – del primo presidente della Cassazione Pasquale d’Ascola. L’altro membro di diritto del Csm, il procuratore generale Pietro Gaeta, si è invece astenuto. Intervenendo nel dibattuto, D’Ascola aveva chiesto un ritorno della pratica in commissione, parlando di un “approfondimento ancora insufficiente in relazione alla delicatezza e all’importanza” del tema: l'”obbligo di inseguire i comunicati”, ha avvertito, rischia di creare un “effetto distorsivo”, scoraggiando i procuratori a fornire qualsiasi tipo di informazione. “Per certi uffici significa costituire un ufficio parallelo alla cancelleria che deve occuparsi solo di questo. Vogliamo trasformare gli uffici giudiziari in compilatori?”, ha chiesto. Il ritorno in commissione però è stato respinto, così come un emendamento del pg Gaeta che chiedeva, dopo la fase delle indagini, di spostare l’obbligo di aggiornamento a carico del giudice che emette la sentenza di assoluzione o proscioglimento, cancellando inoltre la “rettifica” d’ufficio e mantenendola solo nei casi in cui a chiederla sia l’accusato (in alcuni casi, ha sottolineato Gaeta, potrebbe essere lo stesso imputato assolto a non voler dare visibilità alla vicenda).

Su questo tema invece è passata un’altra proposta di modifica, firmata dai quattro togati di Unità per la Costituzione (UniCost) e dal progressista indipendente Roberto Fontana. Prevede che l’obbligo scatti solo se la Procura cita il nome dell’indagato (di solito assente) e che l’aggiornamento avvenga d’ufficio solo durante le indagini, mentre nelle fasi successive servirà una richiesta della persona interessata. Per rispondere ai timori di eccessive incombenze sui magistrati, Fontana ha citato i numeri di alcuni grandi uffici del Nord: in tutto il 2025, per dire, la Procura di Milano e quella di Venezia hanno emesso 29 comunicati, quella di Torino sei, quella di Genova cinque. Un altro emendamento approvato, degli stessi firmatari, cancella la norma che vieta ai magistrati di trasmettere le ordinanze di arresto ai cronisti: la nuova versione si limita a ribadire il divieto per i media di pubblicare estratti dell’atto tra virgolette, come già previsto dall’ultimo “bavaglio” approvato dal governo. A votare contro la delibera, oltre a D’Ascola, tre consiglieri togati della corrente progressista di Area (Marcello Basilico, Maurizio Carbone e Tullio Morello) che avevano proposto un testo integralmente sostitutivo, recependo l’emendamento di Gaeta e modificando vari passaggi della delibera per sottolineare il valore della comunicazione giudiziaria.

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“Accuse false nel libro con Sallusti”: Palamara condannato a risarcire 23mila euro all’ex pg della Cassazione Salvi

6 June 2026 at 15:30

Luca Palamara è stato condannato a risarcire con 23mila euro Giovanni Salvi, ex procuratore generale della Corte di Cassazione, che lo aveva citato in giudizio per alcune affermazioni contenute nel best-seller Il Sistema, scritto con l’attuale direttore di Libero Alessandro Sallusti. Il Tribunale civile di Roma ha giudicato diffamatorio il racconto dell’ex pm – radiato dall’ordine giudiziario in seguito allo scandalo nomine – in merito a un pranzo tra i due avvenuto il 23 giugno 2017, nel periodo in cui Salvi, allora procuratore generale di Roma, aveva presentato per la prima volta la sua candidatura per il vertice dell’ufficio requirente della Suprema Corte, poi ottenuto due anni dopo. In quel momento Palamara era presidente della Quinta Commissione del Consiglio superiore della magistratura, quella che si occupa delle assegnazioni degli incarichi direttivi. “In giugno – ce n’è traccia sul mio cellulare – vedo Giovanni Salvi, che mi invita su una splendida terrazza di un lussuoso albergo romano nei pressi di corso Vittorio Emanuele”, scrive nel libro. “Un candidato che incontra privatamente il presidente designato della commissione che dovrà giudicarlo?”, lo imbecca Sallusti. “Se lo fanno un politico su una nomina pubblica o un imprenditore su un appalto finiscono diritti sotto inchiesta, se lo fa un magistrato nulla da dire”, risponde l’ex magistrato. E ancora: “Nel momento stesso in cui uno si raccomanda per una nomina vìola le regole del gioco, ammette che i curricula e l’oggettività del giudizio non sono l’unico criterio possibile e accettabile. (…) Quando il procuratore Giovanni Salvi si apparecchiò con me su una terrazza romana per diventare procuratore generale della Corte di Cassazione, cosa si aspettava? Che ne avrei parlato la sera a cena con mia moglie o che avrei messo in campo tutte le mie relazioni per fargli raggiungere l’obiettivo?”.

Insomma, Palamara sostiene che Salvi lo invitò a pranzo per “autoraccomandarsi” per la nomina a pg. Una ricostruzione che la sentenza – depositata il 4 giugno – definisce falsa e diffamatoria sotto più aspetti: in primo luogo, scrive il giudice Francesco Rossini, dallo scambio di messaggi tra i due “non è possibile determinare con ragionevole certezza da chi sia partito l’invito per l’incontro conviviale oggetto della contestazione”. Ma “da ritenersi falsa” è soprattutto “la circostanza riferita dal dottor Palamara sul contenuto dell’incontro”: l’ex ras delle nomine, infatti, non ha “prodotto né registrazioni, né documenti, né articolato prove testimoniali che dimostrino la verità delle dichiarazioni rese nel libro”. L’ex pg della Cassazione, invece, ha fornito una versione diversa, spiegando che l’oggetto dell’incontro era la comunicazione della Prefettura di Roma di non voler rinnovare la scorta a Palamara: per il rinnovo della tutela era necessario il parere del procuratore generale della Capitale, ruolo in quel momento ricoperto dallo stesso Salvi. Una ricostruzione, riconosce il giudice, “supportata dalla documentazione acquisita agli atti” e in particolare da cinque sms scambiati tra i due. Secondo il Tribunale, “il tenore complessivo” del libro-intervista “induce il lettore alla constatazione per cui anche il dottor Salvi faceva parte delsistema” descritto dal Palamara”, attraverso affermazioni che “sviliscono l’onorabilità” dell’ex alto magistrato con “modalità espositive suggestive”.

Palamara ha commentato la decisione con una nota, rivendicando il fatto che il Tribunale abbia “escluso la sussistenza di qualsiasi profilo diffamatorio” rispetto ad altri passaggi del libro oggetto della causa, in cui si faceva riferimento a Salvi relativamente alla sua nomina a pg di Catania e poi di Roma. “In particolare, sulla vicenda della Procura generale di Roma, il Tribunale ha riconosciuto che la descrizione delle dinamiche correntizie e del confronto interno al Csm sulle nomine degli incarichi direttivi rientrava nel legittimo racconto di fatti di interesse pubblico, escludendo che tale ricostruzione potesse integrare una lesione della reputazione personale di Salvi”, afferma l’ex presidente dell’Associazione magistrati. Sulla vicenda del pranzo per la nomina in Cassazione, lamenta invece, “il giudizio si è formato senza che fosse ammessa la prova testimoniale richiesta dalla mia difesa, che avrebbe consentito di dimostrare la veridicità della ricostruzione contenuta nel libro e il contesto nel quale si svolse l’incontro richiamato. Lo stesso Tribunale dà atto che la richiesta istruttoria è stata rigettata (per irrilevanza in quanto volta a “a provare fatti diversi rispetto a quanto controverso”, ndr). Per questa ragione”, conclude Palamara, “ho già conferito mandato ai miei legali di proporre appello dinanzi alla Corte d’Appello di Roma, affinché possa essere svolto un pieno accertamento dei fatti e possano essere valutati tutti gli elementi di prova”.

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“Emiliano torni giudice a Benevento”: al Csm la destra vota per il rientro in toga dell’ex governatore Pd dopo 23 anni

4 June 2026 at 15:36

Per conoscere il suo immediato futuro, Michele Emiliano dovrà pazientare ancora un po’. Al termine di un ping pong durato oltre sei mesi, la Terza Commissione del Consiglio superiore della magistratura si è finalmente espressa sulla richiesta dell’ex sindaco di Bari e governatore pugliese – tuttora un pubblico ministero in aspettativa elettorale – di diventare consulente istituzionale in attesa di un seggio in Parlamento, evitando un clamoroso ritorno in toga dopo 23 anni (la legge Cartabia anti-porte girevoli non si applica al suo caso, essendo entrata in vigore dopo l’ultima elezione). Ma il verdetto non è stato univoco: la commissione ha partorito due proposte contrapposte, tra cui il plenum, l’organo al completo, dovrà scegliere in una delle prossime sedute (probabilmente a luglio). La prima, votata dai quattro consiglieri togati, dà il via libera al collocamento fuori ruolo di Emiliano come consulente della Commissione d’inchiesta del Senato sulle condizioni di lavoro. La seconda, votata dalle due “laiche” Isabella Bertolini e Daniela Bianchini, elette in quota Fratelli d’Italia, respinge invece la richiesta e ricolloca Emiliano in ruolo come giudice del Tribunale di Benevento, sede indicata da lui stesso come seconda preferenza (la prima era la Direzione nazionale antimafia). Una posizione, a guardar bene, abbastanza paradossale: proprio le rappresentanti della maggioranza allergica alle “toghe rosse” ora chiedono di far rientrare in magistratura uno dei più importanti esponenti del Partito democratico, di cui fu candidato addirittura alla segreteria.

La consulenza al Senato è il “piano B” studiato per Emiliano dal suo amico e conterraneo Francesco Boccia, capogruppo del Pd a palazzo Madama. La soluzione iniziale individuata per l’ex governatore, infatti, era la nomina a collaboratore di Antonio Decaro, suo delfino politico e successore alla guida della Regione. La richiesta di Decaro, però, è stata respinta per ben tre volte dalla Terza Commissione, nonostante vari aggiustamenti formali e sostanziali: secondo il Csm, né l’incarico di “consigliere giuridico” né quello di consulente per le crisi industriali erano autorizzabili in base alla legge. Così, con la mediazione di Boccia, il presidente della Commissione d’inchiesta sul lavoro Tino Magni (Alleanza Verdi e Sinistra) ha lanciato un salvagente inviando un’istanza alternativa a palazzo Bachelet. Anche questa strada, però, si è rivelata non priva di ostacoli: su richiesta del Consiglio superiore, Magni ha dovuto spiegare perché abbia bisogno proprio di Emiliano, considerato anche il fatto che la sua commissione si avvale già della consulenza di un altro magistrato fuori ruolo. Lo stesso ex governatore, mercoledì, è stato ascoltato dalla Terza Commissione del Csm, sottolineando l’inopportunità di un suo rientro in toga dopo due decenni: “L’attuale normativa prevede che chi è stato in politica non possa rientrare nelle funzioni per evitare un danno molto grave all’indipendenza e all’immagine di imparzialità della magistratura. Anche se ovviamente a me non si applica, ho comunque dato disponibilità ad applicarla”, ha detto.

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