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1000 Miglia 2026: Tonconogy guida su Alfa Romeo 6C del 1931

9 June 2026 at 19:14

La 44ª 1000 Miglia è partita da Brescia con oltre 430 equipaggi. Prima storica in Val Trompia, Lago di Garda e arrivo a Prato della Valle a Padova.

Il tratto inaugurale della prima tappa ha riservato una novità assoluta: per la prima volta nella sua storia, la Freccia Rossa ha attraversato la Val Trompia e la Val Gobbia, due vallate bresciane che finora non avevano mai ospitato il convoglio. L’accoglienza delle comunità locali è stata, come sempre accade quando la 1000 Miglia porta la propria carovana in territori nuovi, entusiastica  strade bordate di pubblico, bandiere, famiglie con bambini sulle spalle per vedere passare vetture che per la maggior parte di loro esistono solo nei libri di storia dell’automobile.

Il Controllo Timbro a Gardone Val Trompia, presso la sede della Beretta  l’azienda armiera fondata nel 1526 che nel 2026 celebra i propri 500 anni  è stato uno dei passaggi più significativi della giornata sotto il profilo simbolico. Due storie di eccellenza manifatturiera italiana, entrambe con radici profonde nel territorio bresciano, si sono incrociate in un momento che difficilmente avrebbe potuto essere pianificato con maggiore coerenza narrativa. La Beretta costruisce precisione da cinque secoli; le auto in gara sono il frutto della precisione meccanica di un’altra epoca. Il parallelismo è immediato.

Lumezzane, il pranzo di gara nello Stadio Tullio Saleri  trasformato per l’occasione in una sala a cielo aperto avvolta nel tricolore  ha offerto agli equipaggi e al pubblico presente uno di quei momenti di convivialità che fanno della 1000 Miglia un evento unico nel calendario motoristico mondiale. Non ci sono molte gare al mondo dove i concorrenti si siedono a tavola con la comunità che li ospita a metà percorso.

Il Lago di Garda: Salò, Sirmione e il rito del lungolago

Nel primo pomeriggio, superato il Passo del Cavallo e scesi in Val Sabbia, la prima Prova di Media di gara  poco più di 5 chilometri ad Odolo  ha acceso la competizione sul piano cronometrico. Le Prove di Media sono l’essenza tecnica della rievocazione moderna: non si tratta di andare il più veloce possibile, ma di percorrere un tratto a una velocità media esatta, misurata al centesimo di secondo. È una sfida di precisione e sensibilità di guida che richiede anni di esperienza e una calibrazione minuziosa dell’andatura troppo veloci si perde il tempo, troppo lenti anche.

L’arrivo sul Lago di Garda ha trasformato la gara in uno spettacolo. Salò è da anni uno dei momenti più iconici della prima giornata: il Lungolago che abbraccia le vetture tra due ali di folla è uno di quegli scenari che la fotografia non riesce mai a restituire completamente  bisogna esserci, sentire il rumore dei motori che rimbalza sulle facciate dei palazzi liberty, percepire la folla che si stringe per vedere da vicino una Bugatti o un’Alfa Romeo del 1930 sfilare a pochi centimetri.

La Valtenesi ha offerto un percorso lacustre di rara bellezza, con i passaggi da Cisano a San Felice del Benaco  sede del Controllo Timbro fino al Porto Torchio di Manerba, letteralmente sull’acqua. Desenzano del Garda e, in chiusura di pomeriggio bresciano, Sirmione con il Castello scaligero sullo sfondo del Controllo Timbro hanno completato una sequenza di cartoline che ogni anno convincono migliaia di persone a spostarsi lungo il percorso solo per assistere al passaggio della carovana.

La prima classifica: Tonconogy su Alfa Romeo 6C guida il gruppo

I rilevamenti cronometrici a valle della PC016 di Colombare hanno consegnato una classifica provvisoria che mette in testa l’equipaggio argentino composto da Juan e Margarita Tonconogy su Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider del 1931  una delle vetture più iconiche della storia del marchio milanese, con la carrozzeria spider che ha definito l’estetica delle sportive italiane degli anni Trenta. Inseguono i freschi vincitori del GaburriAndrea Vesco e Fabio Salvinelli  nome storico della 1000 Miglia moderna, con anni di esperienza sul percorso  e Lorenzo e Mario Turelli.

Nella categoria Ferrari Tribute guidano Fabio Vergamini e Anna Maria Fabrizi, mentre in Gran Turismo Experience sono in testa Kengo Takehara e Kazuya Tokuda  la presenza di equipaggi giapponesi nella lista dei leader è un segnale della dimensione internazionale che la 1000 Miglia ha acquisito nel corso degli anni, con partecipanti che arrivano regolarmente da Giappone, Stati Uniti, Australia e Sud America oltre che da tutta Europa.

La classifica a questo punto della gara è orientativa: i veri equilibri emergono nella seconda e terza giornata, quando le Prove di Media più impegnative e i Controlli Orario più tecnici selezionano gli equipaggi con la migliore preparazione e la maggiore regolarità di esecuzione.

Verso il Veneto: Vicenza e Padova chiudono la prima giornata

Con il convoglio che lascia il territorio bresciano, la rotta punta verso est. Peschiera del Garda accoglie il transito sotto Porta Verona e con la vista sul Bastione San Marco uno degli accessi alla città fortificata più fotografati del Veneto  prima del percorso verso l’entroterra veronese e Soave per un Controllo Timbro tra le mura del castello medievale.

Vicenza segna uno dei momenti più attesi della serata: le vetture sfileranno nel cuore del centro storico palladiano fino a Piazza dei Signori per il Controllo Orario, incorniciate tra la Basilica Palladiana e la Torre Bissara. È il tipo di scenografia che solo l’Italia può offrire  un’auto del 1931 che percorre una piazza progettata nel Cinquecento, sotto la luce artificiale della sera, con migliaia di persone a bordopista. È la ragione per cui la 1000 Miglia esiste ancora, a 44 edizioni di distanza dal suo primo capitolo di rievocazione.

Prima del traguardo di tappa, la corsa attraversa il territorio padovano con una fitta serie di Controlli Timbro tra CittadellaPiombino DeseBorgoricco e Campodarsego  borghi del Veneto centrale che per qualche ora diventano palcoscenico di una storia automobilistica che normalmente vive nei musei. L’atto conclusivo della prima giornata oltre 300 chilometri percorsi dalla partenza  andrà in scena a Padova, dove le vetture confluiranno nella spettacolare cornice di Prato della Valle: una delle piazze più grandi d’Europa, circondata da un canale e dalle statue dei personaggi illustri della città, che per una sera si trasforma nel parcheggio più scenografico del mondo.

Perché la 1000 Miglia conta ancora per il settore automotive

In un momento in cui l’industria automobilistica è impegnata nella transizione elettrica, nel dibattito sui motori termici e nella ridefinizione di cosa significhi il piacere di guida nell’era della mobilità connessa e automatizzata, la 1000 Miglia porta sul campo un argomento difficile da replicare digitalmente: il suono di un motore del 1930 che percorre una strada medievale, il controllo di un’auto senza assistenza elettronica tra le mani di chi sa guidare davvero, la materialità di macchine costruite con tecnologie che oggi esistono solo nei laboratori di restauro.

Non è nostalgia fine a sé stessa. È la dimostrazione che l’automobile, nella sua forma più pura, ha prodotto oggetti culturali di valore durevole  e che esiste un mercato globale disposto a pagare, viaggiare e svegliarsi all’alba per vederli passare. Per i costruttori che partecipano con i propri modelli storici  FerrariAlfa RomeoMaseratiPorscheMercedes-Benz  la 1000 Miglia è anche un investimento nell’identità del brand: la storia vissuta su strada vale più di qualsiasi campagna di heritage marketing.

Domani, il convoglio riprende il cammino verso sud.

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Ferrari premia oltre 500 invenzioni nate a Maranello

9 June 2026 at 18:51

A Maranello Ferrari celebra oltre 500 invenzioni interne e una crescita record dei brevetti, da 39 nel 2021 a 203 nel 2025.

Il numero più sorprendente, in una Casa che ha costruito il proprio mito sul suono dei motori e sulla precisione della meccanica, non riguarda cavalli, giri al minuto o tempi sul giro. Riguarda le idee. Oltre 500 invenzioni celebrate in un solo anno raccontano una Ferrari meno visibile al grande pubblico, ma sempre più decisiva: quella dei laboratori, delle linee produttive, degli uffici tecnici e dei reparti dove un dettaglio può diventare brevetto, efficienza industriale o vantaggio competitivo.

A Maranello si è tenuta la quinta edizione del Premio Inventori Ferrari, iniziativa nata nel 2021 per riconoscere il contributo dei dipendenti allo sviluppo di soluzioni tecniche, miglioramenti di processo e nuove applicazioni industriali. Non un premio di rappresentanza, ma un indicatore interno della trasformazione culturale dell’azienda. Perché in una fase in cui l’auto sportiva deve confrontarsi con elettrificazione, software, materiali avanzati e vincoli produttivi sempre più complessi, l’innovazione non può restare confinata alla sola Ricerca & Sviluppo.

Il dato che misura meglio questa evoluzione è la crescita delle iniziative nate dalle Persone Ferrari: dall’avvio del programma sono più che decuplicate. Una traiettoria che spiega come l’azienda stia provando a rendere sistematica una qualità spesso raccontata come istinto creativo. In altre parole, l’invenzione non è più solo il lampo del singolo progettista, ma il risultato di un ecosistema che incoraggia chi lavora su prodotto, processo, qualità, industrializzazione e tecnologia a trasformare un’intuizione in proprietà intellettuale.

La stessa dinamica emerge dai brevetti. Ferrari è passata dai 39 depositi del 2021 ai 203 del 2025, una crescita che segnala un cambio di passo non soltanto quantitativo. In un settore dove il margine competitivo si gioca sempre più su architetture, sistemi di controllo, materiali, aerodinamica, efficienza energetica e metodi produttivi, la capacità di proteggere le soluzioni sviluppate internamente diventa parte integrante della strategia industriale.

Il Premio Inventori va letto proprio dentro questa cornice. Maranello continua a essere associata al prodotto finale, alla vettura che arriva su strada o in pista, ma prima di quel momento esiste una catena di micro-decisioni tecniche. Una geometria alleggerita, un componente più efficiente, una procedura semplificata, un algoritmo di gestione o un processo più rapido possono incidere sulla qualità finale quanto una scelta stilistica o prestazionale. È qui che Ferrari sta cercando di allargare il campo dell’innovazione.

L’edizione 2026 ha introdotto anche il premio Deletion, dedicato alle iniziative orientate alla semplificazione, all’eliminazione degli sprechi e al miglioramento dell’efficienza operativa. È un dettaglio interessante perché sposta il concetto di invenzione oltre l’aggiunta di nuove tecnologie. Innovare, in fabbrica, può significare anche togliere: ridurre passaggi inutili, accorciare tempi, eliminare complessità, rendere più pulito un processo. In un’industria premium, dove la personalizzazione e la qualità aumentano la complessità produttiva, questa forma di intelligenza organizzativa vale quanto una soluzione tecnica brevettabile.

Alla cerimonia hanno partecipato il Presidente John Elkann, il CEO Benedetto Vigna e il Ferrari Leadership Team. La loro presenza conferma il peso strategico assegnato al programma: non un riconoscimento laterale, ma un tassello della cultura aziendale. In Ferrari, dove il marchio vive di continuità e di rottura allo stesso tempo, proteggere il patrimonio tecnico significa anche preparare il terreno alle prossime generazioni di prodotto.

L’ospite d’onore dell’edizione 2026 è stato Herbert Wertheim, imprenditore, inventore e filantropo statunitense, fondatore di Brain Power Inc. e figura nota nel campo dell’ottica e del progresso tecnologico. La sua presenza ha dato al premio una dimensione più ampia, legando il tema della proprietà intellettuale non solo all’automobile, ma alla capacità dell’industria di generare conoscenza applicata.

Ernesto Lasalandra, Chief Research & Development Officer di Ferrari, ha sintetizzato il senso dell’iniziativa ricordando che il premio celebra idee, risultati e brevetti, ma soprattutto le persone. È forse questo il passaggio più rilevante: in una fase in cui la tecnologia tende a essere raccontata come software, piattaforme e automazione, Ferrari rimette al centro la competenza umana. La creatività interna diventa così un motore parallelo a quello delle vetture: meno rumoroso, ma indispensabile per continuare a costruire differenza.

SchedaEvento: quinta edizione del Premio Inventori Ferrari
Luogo: Maranello
Avvio del programma: 2021
Invenzioni celebrate: oltre 500
Brevetti Ferrari: da 39 nel 2021 a 203 nel 2025
Novità 2026: premio Deletion per semplificazione ed efficienza
Partecipanti: John Elkann, Benedetto Vigna, Ferrari Leadership Team
Ospite d’onore: Herbert Wertheim
Focus industriale: innovazione, proprietà intellettuale, processi, brevetti

Ferrari premia oltre 500 invenzioni nate a Maranello
Ferrari premia oltre 500 invenzioni nate a Maranello
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Ferrari premia oltre 500 invenzioni nate a Maranello
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Dodge Charger in Europa: muscle car americana, anche elettrica

9 June 2026 at 05:12

Dodge Charger torna in Europa dopo 60 anni con motore SIXPACK a benzina e versione Daytona elettrica. Stellantis rilancia il brand americano sul Vecchio Continente.

Dodge Charger torna in Europa. Non è un ritorno nostalgico né una riedizione celebrativa: è il lancio commerciale di una nuova generazione che, per la prima volta nella storia del modello, affianca la versione con motore a benzina a una variante completamente elettrica. Sessant’anni dopo il debutto del 1966, la Charger arriva sul mercato europeo con un’offerta multi-energia  motori SIXPACK a benzina e versione Daytona BEV  in un momento in cui Stellantis sta ridisegnando il posizionamento dei marchi americani del gruppo al di fuori del mercato domestico.

Per il settore automotive europeo, l’arrivo della Charger ha un doppio significato. Il primo è di prodotto: un’auto americana ad alte prestazioni con proporzioni da muscle car che prova a conquistare un mercato  quello europeo  storicamente fedele a berline sportive compatte, GT e sportive di origine tedesca o italiana. Il secondo è strategico: Dodge sceglie di riaffacciarsi in Europa proprio mentre l’industria automobilistica americana vive una delle sue fasi di maggiore incertezza, tra dazi, transizione elettrica e riposizionamento dei brand di Stellantis a livello globale. Il timing non è banale.

Sessant’anni in cinque atti: come si costruisce un’icona

La Charger del 1966 nacque in un contesto industriale preciso: la muscle car era il formato con cui i costruttori americani si sfidavano su strada e pista, offrendo motori di grande cilindrata in carrozzerie relativamente accessibili. La silhouette fastback linea di tetto che scende continua verso il posteriore senza lo scalino del classico sedan  era una scelta aerodinamica prima ancora che estetica, ispirata dalle esigenze delle competizioni NASCAR in cui Dodge era attivamente coinvolta.

Nel corso degli anni Settanta, la Charger attraversò la crisi del petrolio insieme all’industria americana nel suo complesso: le versioni più potenti sparirono dalla gamma, rimpiazzate da motori ridimensionati e prestazioni ridotte. Poi la rinascita negli anni Ottanta e Novanta, con la quinta generazione che inaugurò il formato berlina a quattro porte mantenendo le proporzioni ampie del modello originale  una scelta che allargò la platea potenziale senza sacrificare l’identità visiva.

Il salto culturale più significativo avvenne però grazie al cinema. Bullitt nel 1968 aveva già consacrato la Charger come protagonista delle scene d’inseguimento più iconiche della storia del cinema americano. La saga Fast & Furious con la Charger nera di Vin Diesel diventata immagine simbolo della franchise più redditizia del cinema d’azione degli ultimi vent’anni  ha fatto il resto, trasformando un’auto in un oggetto culturale riconoscibile anche da chi non ha mai messo piede in un’officina o su un circuito.

In parallelo, il motorsport ha mantenuto la credibilità tecnica del modello: la Charger Daytona degli anni Sessanta  il modello con il muso aerodinamico e l’enorme ala posteriore sviluppato specificamente per le gare in superspeedway  è rimasta uno dei riferimenti più citati quando si parla di aerodinamica applicata alle competizioni americane. E NHRA  la National Hot Rod Association continua a essere un palcoscenico dove il nome Dodge mantiene una presenza competitiva attiva.

La nuova generazione: SIXPACK e Daytona, benzina ed elettrico

L’ultima generazione della Charger reinterpreta il formato originale su una piattaforma moderna, con due varianti di trazione che rispondono a logiche di mercato diverse. La versione con motore a benzina porta il nome SIXPACK  un riferimento alla configurazione dell’alimentazione originale con tre carburatori doppi corpo  e mantiene l’architettura termica che i clienti tradizionali del brand si aspettano. Non è un motore di piccola cilindrata ottimizzato per i consumi: è un propulsore ad alte prestazioni in un’auto progettata per chi considera la guida un’esperienza fisica, non solo un mezzo di trasporto.

La versione Daytona è invece completamente elettrica  un BEV che usa il nome della celebre derivata da competizione come dichiarazione di intenzione. Non è la prima volta che un costruttore americano prova a vendere le prestazioni di un veicolo elettrico attraverso il vocabolario del motorsport, ma nel caso di Dodge il contesto è particolarmente denso: il nome Daytona porta con sé decenni di storia competitiva che la versione elettrica deve ora guadagnarsi su una nuova dimensione tecnologica.

L’approccio multi-energia  offrire entrambe le varianti contemporaneamente, senza forzare la clientela verso una sola tecnologia  è la risposta pragmatica di Dodge all’incertezza del mercato europeo sull’adozione elettrica. In un contesto dove le vendite di BEV crescono ma con ritmi disomogenei tra i Paesi, proporre entrambe le opzioni riduce il rischio commerciale e consente di servire segmenti di clientela con preferenze tecnologiche diverse.

Il mercato europeo: una sfida di posizionamento

Portare la Charger in Europa non è un’operazione senza ostacoli. Il mercato europeo delle sportive e delle GT è storicamente dominato da brand con decenni di presenza locale PorscheBMW MMercedes-AMGAudi RS sul segmento premium, Ford Mustang come unico precedente rilevante di muscle car americana con distribuzione europea. La Charger entra in questo contesto con caratteristiche dimensionali americane larga, lunga, con un’impronta a terra che in molti contesti urbani europei è già di per sé una dichiarazione di stile  e con un’identità di brand costruita principalmente su un mercato diverso.

Il vantaggio competitivo che Dodge può sfruttare è esattamente quella specificità: in un panorama dove le sportive europee tendono a convergere verso esperienze sempre più simili  schermi grandi, guida assistita, design progressivamente più anonimo  una Charger con motore V8 o elettrico ad alta potenza, con la silhouette fastback e la storia cinematografica che si porta dietro, occupa uno spazio culturale difficilmente replicabile.

Fabio Catone, Head of Brand Dodge per l’Europa, ha sintetizzato il posizionamento in modo diretto: “Riportare Charger in Europa significa riproporre un nome iconico americano a clienti che apprezzano carattere e autenticità.” È una dichiarazione che punta su un segmento preciso  la clientela che compra l’auto come oggetto di identità, non solo come mezzo di trasporto  e che non ha interesse a competere su efficienza dei consumi o comfort urbano.

Stellantis e il riposizionamento dei brand americani in Europa

L’arrivo della Charger in Europa va letto nel contesto più ampio della strategia di Stellantis per i marchi americani al di fuori del mercato domestico. Jeep è già solidamente posizionato sul mercato europeo come brand di SUV premium con forte identità off-road. RAM ha una presenza limitata ma in crescita nel segmento dei pick-up. Dodge era invece praticamente assente in Europa da anni, con una distribuzione residuale e nessun modello specificamente indirizzato ai consumatori europei.

Il ritorno della Charger cambia questo quadro: non è un aggiornamento di gamma esistente, è un rientro sul mercato con un modello di punta che porta con sé uno dei nomi più riconoscibili della storia dell’automotive americano. Per Stellantis, è un’opportunità di allargare la base di marchi attivi in Europa senza investire nella costruzione di un brand nuovo — la Charger porta con sé sessant’anni di equity che non hanno bisogno di essere costruiti da zero.

Il rischio, dall’altra parte, è gestire le aspettative di una clientela europea che conosce la Charger attraverso il cinema e il motorsport americano  immagini spesso lontane dalla realtà dell’uso quotidiano su strade europee. Un’auto progettata per le highway americane deve adattarsi a strade di campagna, centri storici e garage urbani dimensionati su standard diversi. Non è un problema insormontabile, ma è una variabile che il lancio europeo dovrà gestire sia nella comunicazione sia nella rete distributiva.

Il nome Daytona sull’elettrico: un heritage da guadagnarsi

La scelta di chiamare Daytona la variante elettrica della Charger merita un’attenzione specifica. La Charger Daytona originale  lanciata nel 1969  era uno degli esperimenti aerodinamici più radicali mai applicati a un’auto di produzione americana: muso a cono appuntito, ala posteriore alta più di 60 centimetri, sviluppata in galleria del vento per ridurre la resistenza alle velocità delle gare in superspeedway. Vinse la 500 Miglia di Talladega al primo tentativo, nel 1969, con Buddy Baker alla guida, superando per la prima volta nella storia il muro dei 200 mph su pista ovale.

Usare quel nome su una versione completamente elettrica è una scelta carica di significato e di rischio. Il significato è chiaro: Daytona è il punto più alto della tradizione prestazionale di Dodge, e applicarlo all’elettrico comunica che il brand considera la Charger BEV come il punto più alto della gamma attuale, non una variante di compromesso. Il rischio è che la clientela storica del marchio  quella che associa la Daytona al sound del V8 e al fumo degli pneumatici  non riconosca l’erede elettrica come degna dell’eredità del nome.

È una tensione che tutti i costruttori che stanno elettrificando i propri modelli iconici stanno attraversando, da Mustang Mach-E a Lyriq di Cadillac, fino alla stessa Porsche che ha usato il nome Cayenne  associato a motori termici ad alte prestazioni  su un SUV elettrificato. Non esiste una risposta definitiva: la risposta la darà il mercato.

Dodge Charger in Europa: muscle car americana, anche elettrica
Dodge Charger in Europa: muscle car americana, anche elettrica
Dodge Charger in Europa: muscle car americana, anche elettrica
Dodge Charger in Europa: muscle car americana, anche elettrica
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BMW M2 xDrive: la più venduta M diventa anche a 4 ruote motrici

8 June 2026 at 06:56

BMW M2 con M xDrive debutta in estate 2026: trazione integrale variabile, 480 CV e la nuova combustione a precamera M Ignite derivata dalle competizioni.

BMW M GmbH svela la BMW M2 con M xDrive: la versione a trazione integrale della sportiva compatta ad alte prestazioni che nel 2025 è stata il modello M più venduto dell’intera gamma. Non è un restyling né un aggiornamento di metà ciclo  è l’aggiunta di una variante di trazione che allarga la platea potenziale della M2 verso chi vive in aree con condizioni climatiche difficili o semplicemente vuole le stesse prestazioni in ogni stagione. Il lancio è previsto a fine estate 2026, con la produzione che partirà ad agosto nello stabilimento di San Luis Potosí, in Messico.

Per il settore automotive, la notizia ha un doppio livello di interesse. Il primo è commerciale: BMW porta il sistema M xDrive sulla M2 per la prima volta, estendendo verso nord geograficamente e stagionalmente  la clientela di una vettura che fino a oggi richiedeva un certo grado di tolleranza verso la trazione posteriore pura in condizioni invernali. Il secondo è tecnologico: la nuova M2 xDrive introduce la combustione a precamera BMW M Ignite, una tecnologia derivata dalle auto da corsa che BMW estenderà a tutti i motori sei cilindri in linea M a partire da metà 2026, e che serve anche a soddisfare i requisiti dello standard EU7 mantenendo le caratteristiche prestazionali della gamma.

M xDrive non è il sistema di trazione integrale convenzionale che BMW monta sulla maggior parte della gamma. È un’architettura progettata per mantenere il carattere dinamico di un’auto a trazione posteriore usando le ruote anteriori solo quando necessario — non come soluzione primaria, ma come intervento selettivo ad alta velocità di esecuzione.

In condizioni normali, la potenza del motore viene inviata esclusivamente alle ruote posteriori, rispettando il carattere fondamentale della M2. Solo quando l’asse posteriore raggiunge il limite di trazione  in accelerazione decisa, su fondo scivoloso, in uscita di curva  il sistema di ripartizione con frizione multi-disco controllata elettronicamentetrasferisce parte della coppia all’asse anteriore, in modo completamente variabile e senza intervento percepibile del conducente.

Il collegamento con l’Active M Differential  il differenziale a slittamento limitato a controllo elettronico sull’asse posteriore  completa il sistema. Il differenziale distribuisce la trazione tra le due ruote posteriori in modo variabile, massimizzando la trazione disponibile e mantenendo il comportamento sovrasterzo controllato che i clienti M si aspettano. La gestione avviene attraverso una centralina di controllo specifica per il modello che può compensare le differenze di velocità di rotazione tra asse anteriore e posteriore senza coinvolgere il DSC centrale il che significa che il processo è più rapido e meno invasivo rispetto ai sistemi che delegano questa funzione alla gestione della stabilità dinamica.

Dal punto di vista delle prestazioni misurabili, il vantaggio è concreto: 0-100 km/h in 3,7 secondi, contro i 4,0 secondi della versione a trazione posteriore. Un gap di 0,3 secondi che nella guida quotidiana è quasi impercettibile, ma che su pista o in situazioni di trazione ridotta fa la differenza tra una vettura che lavora e una che lotta.

Uno degli aspetti più significativi del sistema M xDrive sulla M2 è la sua configurabilità. Attraverso il menu M Setup, il conducente può modificare il comportamento del sistema di trazione integrale in modo granulare, adattandolo alla situazione e alle proprie preferenze. La modalità più interessante per i clienti orientati alla guida sportiva è la modalità 2WD con DSC disattivato: in questa configurazione, la coppia viene inviata solo alle ruote posteriori e tutti i sistemi di controllo elettronico vengono disattivati, restituendo una guida di “notevole purezza”  la stessa della versione a trazione posteriore, ma in un’auto che può poi tornare in modalità integrale per il viaggio di ritorno a casa.

È una flessibilità che il segmento delle sportive compatte ad alte prestazioni raramente offre in modo così diretto. Un proprietario di Porsche 718 Cayman o Alpine A110 non ha questa opzione: la configurazione della trazione è fissa. BMW offre a chi acquista la M2 xDrive la possibilità di scegliere ogni volta il tipo di esperienza che vuole avere, senza compromettersi su nessuno dei due estremi.

La tecnologia più rilevante della nuova M2 xDrive non riguarda la trazione, ma il motore. Il sei cilindri in linea da 3,0 litri  lo stesso che equipaggia le versioni a trazione posteriore  introduce la tecnologia BMW M Ignite: un processo di combustione a precamera brevettato da BMW, derivato direttamente dall’architettura dei motori da competizione.

Il principio della combustione a precamera è noto nelle competizioni motoristiche da decenni: una piccola camera separata dalla camera di combustione principale ospita una miscela ricca che viene accesa dalla candela, generando un getto di fiamma ad alta energia che penetra nella camera principale e innesca una combustione più rapida, uniforme e completa. Il risultato è una riduzione significativa del consumo di carburante nelle condizioni di alto carico  quelle tipiche della guida sportiva e delle sessioni in pista mantenendo invariate le caratteristiche di erogazione che i clienti M si aspettano: risposta immediata, sviluppo lineare della potenza fino agli alti regimi, progressione sonora.

Per BMW, l’introduzione di questa tecnologia ha anche una valenza regolamentare: EU7, il nuovo standard emissivo europeo che entrerà in vigore progressivamente dal 2026, impone limiti più stringenti anche nelle condizioni di carico elevato, dove i motori sportivi tradizionali tendevano a consumare e inquinare di più. La combustione a precamera risponde a questo requisito senza ridurre la potenza  la M2 xDrive mantiene i 353 kW/480 CV della versione standard.

Il fatto che BMW abbia scelto la M2 come prima vettura di serie a introdurre questa tecnologia  prima di estenderla a tutti i sei cilindri M da metà 2026 — è un segnale preciso: la M2 non è solo il modello di accesso alla gamma M, è anche il banco di prova privilegiato per le innovazioni tecnologiche destinate all’intera famiglia. Una posizione che riflette il suo ruolo commerciale  il modello M più venduto nel 2025  e la sua capacità di raggiungere una clientela ampia e diversificata.

Il motore da 480 CV è abbinato al cambio M Steptronic con Drivelogic  il cambio automatico a otto rapporti con attuatore elettroidraulico che BMW usa su tutta la gamma M per garantire cambi di marcia rapidi in modalità automatica e la possibilità di gestione manuale attraverso i paddle al volante.

Le ruote in lega leggera M di serie hanno diametro 19 pollici all’anteriore e 20 pollici al posteriore, con la possibilità di ordinare pneumatici da pista come optional. L’impianto frenante è il M Compound con pinze fisse a sei pistonciniall’anteriore e pistoncino singolo al posteriore  una specifica che garantisce la resistenza al fading nelle sessioni in pista più estese senza richiedere il freno carboceramico come dotazione base.

La velocità massima è limitata a 250 km/h, elevabile a 285 km/h con l’optional M Driver’s Package. Il tempo 0-200 km/h è di 12,8 secondi 12,5 con il metodo one-foot rollout, la convenzione di misurazione usata nel mercato nordamericano che parte da 1 km/h invece che da fermo.

I tre mercati principali per la M2 con M xDrive sono Stati UnitiGermania e Cina  una distribuzione geografica che spiega la logica della variante. Negli Stati Uniti, la trazione integrale è un prerequisito per molti acquirenti nelle aree con nevicate invernali significative  Nord-Est, Midwest, montagne del Pacifico  che altrimenti non considererebbero una sportiva a trazione posteriore pura come vettura utilizzabile tutto l’anno. In Germania, la clientela M è tradizionalmente esigente sul comportamento dinamico ma apprezza la versatilità stagionale. In Cina, la trazione integrale è percepita come un segnale di completezza tecnologica nel segmento premium.

La produzione a San Luis Potosí  lo stabilimento messicano del BMW Group che produce l’intera famiglia M2  non è nuova per il modello. La scelta del Messico come sede produttiva per una sportiva compatta venduta principalmente in Europa e Nord America riflette la struttura dei costi industriali di BMW Group e la logistica ottimizzata per il mercato nordamericano, che assorbe una quota rilevante dei volumi M2.

Il posizionamento di prezzo della versione xDrive non è ancora comunicato ufficialmente, ma storicamente le varianti a trazione integrale delle vetture M hanno un sovrapprezzo di circa 3.000-5.000 euro rispetto alle versioni a trazione posteriore  un gap che la clientela target considera accettabile per la versatilità aggiuntiva.

Sul fronte della personalizzazione, la nuova M2 xDrive introduce per la prima volta sulla M2 la tinta speciale BMW Individual Borusan Turkish Blue  un colore della gamma BMW Individual che fino ad ora non era disponibile su questo modello. La tinta, sviluppata in collaborazione con Borusan  il principale gruppo industriale turco e uno dei maggiori distributori BMW del mondo  è un blu saturo con riflessi cangianti che si inserisce nella tendenza dei colori non metallici ad alta saturazione che hanno guadagnato popolarità nel segmento delle sportive premium negli ultimi anni.

La disponibilità di colori BMW Individual sulla M2 è un segnale di posizionamento: il programma di personalizzazione è storicamente riservato ai segmenti più alti della gamma BMW, e la sua estensione progressiva verso la M2 riflette la volontà di elevare ulteriormente la percezione del modello.

BMW M2 xDrive: la più venduta M diventa anche a 4 ruote motrici
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BMW M2 xDrive: la più venduta M diventa anche a 4 ruote motrici
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