Normal view

Deficit alle stelle e sondaggi in calo, ma Putin non cede. La via è il petrolio

Un tre più uno scavalcato dai fatti e dai "niet" di Mosca. Difficile interpretare diversamente l'incontro di ieri sera a Londra tra il padrone di casa Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Un incontro al termine del quale i tre leader, auto-nominatisi avanguardia dell'Europa, avrebbero dovuto sottoporre al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivato in serata a Downing Street, le loro idee per una presunta trattativa con la Russia di Vladimir Putin. Un'idea che, come capita ormai dal febbraio 2022, non tiene conto delle reazioni del presidente russo. Un presidente che parlando al foro economico di Pietroburgo ha liquidato come carta straccia la missiva con cui Zelensky proponeva un incontro faccia a faccia. E così siamo alle solite. Il terzetto "europeo" continua a cullarsi in proposte inconcludenti il cui unico risultato è l'ennesima stretta di mano con un presidente ucraino.

Ma l'incontro di Londra è, forse, ancor più surreale. Dimentichi delle delusioni incassate tra il 2022 e 2023 quando una Russia data ormai per quasi sconfitta riprese a mangiarsi i territori del Donbass fino a controllare oggi tutto il Lugansk e l'85 per cento del Donetsk, i tre leader sembrano illudersi che qualche decina di droni arrivati a destinazione tra San Pietroburgo, la Crimea e i territori occupati stiano mettendo in ginocchio la Russia. Di certo quei colpi rendono più difficile gestire i costi di una guerra che, stando a un rapporto del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, spinge la Federazione verso un deficit di fine anno superiore ai 5mila miliardi di rubli (circa 59 miliardi di euro). E sicuramente quei colpi scuotono sia i vertici militari del Cremlino sia l'opinione pubblica. Ma non nel modo in cui li interpretiamo noi europei. Certo il consenso di Putin è per la prima volta in calo dopo tre anni. Ma la maggior parte dei russi pronti a rimproverargli qualcosa non vuole la fine della guerra bensì una risposta più decisa e determinata agli attacchi di Zelensky.

Dunque in questa situazione è assai difficile che le proposte di dialogo o tregua avanzate da un Europa, convinta di poter semplicemente congelare la linea del fronte, possano portare da qualche parte. La fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perché gli impedirebbe di venir ricordato come il presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Senza contare il disinteresse di Donald Trump distratto dalla questione iraniana. Dunque l'unica possibilità concreta per l'Europa sarebbe quella di riallacciare un dialogo partendo dall'alleggerimento di alcune sanzioni e dal riacquisto del petrolio e del gas russo. Una compromesso già abbozzato nelle scorse settimane da fonti del Cremlino, che ricordano come l'energia russa resti a disposizione degli europei rimasti in bolletta a causa della crisi energetica.

Ma in un Europa dove, nonostante la Brexit, torna a giocare da protagonista una Gran Bretagna forte del petrolio del mare del Nord l'argomento resta un autentico tabù. E così per ora al trio londinese non resta che accontentarsi dell'ennesima foto ricordo con Volodymyr Zelensky.

Labour urges Farage to stop evading scrutiny over £5m gift from crypto billionaire

Call for ‘clear and truthful account’ comes amid questions about the Reform leader’s property spending

The Labour party has written to Nigel Farage urging him to stop “evading reasonable scrutiny” over the £5m personal gift he received from the Thailand-based crypto billionaire Christopher Harborne.

The letter coincides with approval of a planning application that reveals the Reform leader’s plans to transform a dilapidated Kent property into a luxury beachfront residence.

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© Photograph: Sean Smith/The Guardian

© Photograph: Sean Smith/The Guardian

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Economia frenata e l'ombra degli 007: lo Zar deve coprire i guai della Russia. E insiste sul piano firmato con Trump

La guerra costa. Ma produce solo perdite. A spiegarlo a Vladimir Putin ci ha pensato il ministro delle Finanze Anton Siluanov autore, a metà maggio, di un rapporto in cui si analizzano i buchi di un bilancio federale in cui i 213 miliardi di euro (17mila 600 miliardi di rubli) di spese superano di gran lunga i 141 miliardi (11mila700 miliardi di rubli) di entrate. Una differenza che fin qui nessuno osava mettere nero su bianco. Anche perché lo scorso autunno a Putin era stata presentata una relazione in cui si garantiva la tenuta dell'economia per almeno due anni, nonostante i costi bellici.

La previsione sorvolava su alcuni dettagli fondamentali. Il primo era la caduta dei prezzi del greggio risaliti solo con lo scoppio della guerra in Iran. L'altro era l'intensificazione delle sanzioni indirette Usa e il conseguente ridimensionamento degli acquisti di petrolio e gas russi sui mercati turchi, indiani e cinesi. Senza contare l'inaffidabilità dell'"alleato" di Pechino poco disponibile ad incrementare le quote di gas e petrolio acquistate sul mercato russo. Ma nelle previsioni presentate a Putin mancavano anche i buchi neri di bilancio, ovvero quei rivoli miliardari che nell'era del ministro della Difesa Sergej Shoigu e del suo vice Pavel Popov svanivano nel fiume incontrollato della corruzione. La condanna di Popov a 19 anni di galera, il trasferimento di Sergei Shoigu alla Segreteria del Consiglio di Sicurezza e le successive epurazioni non son bastate a tappare le falle della Difesa. Falle insopportabili in tempo di crisi. E tutto questo mentre i fondi europei utilizzati per l'acquisto sul mercato americano di sistemi di puntamento per missili e droni ad alta tecnologia garantiscono agli ucraini un doppio risultato.

Da una parte, come testimonia l'incursione sulla raffineria di San Pietroburgo, colpiscono in profondità il gigante russo. Dall'altra paralizzano il fronte trasformandolo in un zona grigia profonda dai 25 ai 30 chilometri in cui nessun mezzo e nessuna unità è in grado di avanzare. In tutto questo Putin fa i conti con il malcontento di una parte dell'opinione pubblica e di settori delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Un malcontento che - a differenza di quanto si pensa in Europa - non auspica la fine alla guerra, ma bensì l'impegno a combatterla con maggior determinazione e l'impiego di ogni arma a disposizione. D'altra parte la fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk, controllato oggi all'85% , e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perchè gli impedirebbe di venir ricordato come il Presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Ma non solo. Una vittoria mutilata lo costringerebbe a far i conti con il malcontento di 700mila volontari del fronte ucraino che guadagnano oggi circa 2400 euro al mese, ma tornerebbero a incassare meno della metà senza aver raggiunto il successo auspicato.

Tutte queste ragioni spingono Putin a rilanciare quegli accordi di Anchorage con Donald Trump che prevedevano l'annessione in toto di Donetsk e Lugansk, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti con gli Usa. Con un elemento in più. A mettere il silenziatore su quelle intese contribuì, la scorsa estate, la contrarietà dei paesi europei. Che il Cremlino non esitò a definire i peggiori nemici. Ora però qualcosa è cambiato anche su quel fronte. Non a caso il Presidente russo non esclude una mediazione gestita proprio in ambito Ue. Anche perché con la crisi del Golfo il petrolio russo è ridiventato una tentazione assai concreta. Soprattutto in Europa.

Il regime al tracollo economico. E la faida superfalchi-riformisti fa "impazzire" la trattativa

«Lo spirito da leader martire» ha impedito ad Ali Khamenei di «rifugiarsi nei bunker». Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta ad Al Mayadeeen, una tv libanese vicina ad Hezbollah, la scomparsa della Suprema Guida dilaniata dalle bombe israeliane la mattina del 28 febbraio scorso. Un racconto in prima persona, visto che quel giorno Araghchi era nel bunker della Suprema Guida in attesa di riferirgli i risultati delle trattative con gli americani condotte a Ginevra. Ma proprio l'essere stato messo in attesa ha salvato Araghchi. «Nel momento del martirio di Ali Khamenei, mi trovavo nel suo ufficio, ma l'ala in cui eravamo è rimasta illesa. Quando sono uscito dalle macerie, il mio solo pensiero è stato per lui. Continuavo a chiedermi se fosse stato colpito o si fosse salvato». Quel colpo fatale sulle prime non diede i risultati sperati. Anzi la nomina di Mojtaba Khamenei, il figlio della Suprema Guida sopravvissuto all'attacco nonostante le gravi ferite, è sembrata irrigidire il regime e regalare maggior potere a pasdaran e falchi ultra conservatori.

Oggi però l'apparente monoliticità sembra sul punto di sfaldarsi. Il primo ad ammetterlo è proprio Mojtaba Khamenei. «I nemici dell'Iran dopo la sconfitta sul campo - scrive in una lettera la Suprema Guida - cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». A chi si rivolge? Capirlo non è difficile. Il primo ad aver creato «divisioni interne» opponendosi prima alla nomina del figlio di Ali Khamenei e poi all'egemonia dei pasdaran è stato il presidente Masoud Pezeshkian. Eletto nonostante la passata fede «riformista», Pezeshkian è ormai un presidente di facciata. Non a caso, in una lettera di fine maggio indirizzata all'invisibile Suprema Guida, ha offerto le proprie dimissioni motivandole con l'impossibilità di svolgere il proprio ruolo. Una proposta che non è stata presa in considerazione per non rendere evidente la profondità dello scontro interno. L'uscita di Pezeshkian gli è valsa però numerosi attacchi. Tra i più duri quello del deputato Kamran Ghazanfari, un superfalco pronto ad accusarlo di aver trattato il cessate il fuoco e accettato il negoziato con gli Usa senza l'autorizzazione della Suprema Guida.

Ma gli strali dell'ala dura evidenziano anche le crepe interne al gruppo conservatore. Nei giorni scorsi l'ayatollah Jafar Sobhani, vicino ai vertici del potere, ha elogiato la trattativa con Washington. «Dobbiamo appoggiare i negoziati ed ottenere dei buoni risultati», ha detto l'ayatollah spiegando che una «buona trattativa» risponde all'interesse nazionale. Ma quel che fa più paura a Mojtaba e ai pasdaran suoi alleati sono i motivi di queste divisioni ovvero i timori di un tracollo economico. Chi, come Pezeshkian, punta a negoziare teme il collasso economico di un Paese dove il contro-blocco americano di Hormuz e le mancate vendite di petrolio hanno azzerato le entrate e dove oltre un milione di iraniani hanno perso il lavoro e dove mezzo chilo di formaggio - venduto a marzo a 4 milioni e 500mila rial (meno di 3 euro) - si compra oggi a circa 8 milioni di rial. Tra due mesi Teheran non avrà più petrolio da vendere alla Cina. Una situazione da incubo che rischia di portare il Paese al collasso se, come previsto, le scorte di valuta estera si esauriranno entro due mesi. Del resto Pezeshkian lo ripete da settimane. «La guerra principale si combatte sul fronte dell'economia».

Bibi ricuce con Donald: "Divergenze tattiche". E attacca i leader Ue: "Assecondano l'islam"

"Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari". L'intervista di ieri alla Cnbc in cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu flagella il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader europei accusati di sudditanza nei confronti delle minoranze islamiche e di ignavia nei confronti del conflitto iraniano contiene parecchie verità. Ma risponde anche a un'evidente necessità. Riaprendo lo scontro con l'Europa Bibi punta soprattutto a far dimenticare quello con l'alleato Donald Trump. E a ricucire quell'alleanza con l'America che gli ha permesso - il 28 febbraio scorso - di attaccare la Repubblica Islamica.

Anche perché dietro quella diatriba telefonica, confermata ieri da un Trump che ammette di aver dato del "fottutamente pazzo" a Netanyahu, che l'ha ridotta a "divergenze tattiche", si nasconde un evidente successo strategico dell'Iran. Imponendo il cessate il fuoco in Libano come questione chiave per la riapertura di Hormuz e il raggiungimento di una non meglio definita intesa sul nucleare con gli Usa gli iraniani stanno trasformano la trattativa in un'equazione irrisolvibile. Un'equazione capace di paralizzare l'amministrazione Usa e il governo Netanyahu condannando entrambi a un'irreversibile sconfitta nelle elezioni di autunno per il rinnovo del parlamento israeliano e del Congresso statunitense. Una doppia sconfitta che sancirebbe di fatto la vittoria ai punti della Repubblica Islamica.

Bloccare la macchina militare israeliana significa infatti mantenere in vita quella di Hezbollah e garantire la continuazione degli attacchi con missili e droni che hanno costretto all'esodo gli abitanti dei villaggi e delle cittadine israeliane al confine. La continuazione di quegli attacchi rischia di condannare alla sconfitta Netanyahu accusato dagli avversari di aver tenuto il Paese in guerra per tre anni senza aver sconfitto i due principali nemici, ovvero l'Iran e il Partito di Dio. D'altra parte accettare le condizioni di Teheran sul Libano e sacrificare l'alleato Netanyahu equivale a rinunciare all'opzione militare. E quindi all'unica minaccia capace di far paura Teheran. Sottoscrivendo le richieste iraniane sul Libano il presidente americano rischia insomma di ritrovarsi prigioniero di quella tela di Penelope dei negoziati che gli iraniani sono abilissimi a tessere e disfare ogni qualvolta ne hanno bisogno. Una tela che più si avvicina la scadenza delle elezioni di Midterm più si fa soffocante. I tempi stretti rendono complessa anche un'eventuale rottura delle trattative con Teheran e la ricerca di una vittoria sul campo. Sia la riapertura "manu militari" di Hormuz, sia il recupero dei 460 chili di uranio arricchito al 60% rimasti in territorio iraniano sono operazioni assai rischiose. E più passa il tempo più rischiano di costringere Trump ad affrontare il voto di novembre con un conflitto ancora in corso. O peggio, con il peso di un insuccesso militare.

Il Libano è la chiave. Pasdaran e Israele soffiano sul fuoco. Ma Donald lo spegne

Un solo elemento lega il governo di Benjamin Netanyahu al regime dei pasdaran ed è la comune avversione per la tregua inseguita negli ultimi cinquanta e passa giorni da Donald Trump. Una tregua che il Presidente Usa ha rimesso in piedi ieri sera telefonando a Bibi e chiedendogli di sospendere il programmato bombardamento di Beirut annunciato ore prima dal premier israeliano.

Ma per capire le difficoltà in cui naviga la Casa Bianca bisogna ricostruire i convulsi sviluppi delle ultime 72 ore. Netanyahu costretto ad andare alle urne a settembre, non può permettersi d'ignorare la sorte degli abitanti del Nord d'Israele costretti all'esodo da missili e droni di Hezbollah. L'Iran invece non può abbandonare al proprio destino quel «Partito di Dio» creato e cresciuto dai Guardiani della Rivoluzione tra il 1982 e il 2000, in concomitanza con l'occupazione israeliana del Sud del Libano. E così il Paese dei Cedri torna ad essere la terra di mezzo su cui rilanciare la guerra e dribblare i tentativi di tregua con l'Iran intessuti dall'amministrazione Trump. Tutto questo s'intreccia con l'avanzata di Tsahal nel Sud del Libano e la simbolica conquista israeliana del castello di Beaufort e di altre roccaforti del Partito di Dio. Un'avanzata a cui i militanti sciiti - incoraggiati secondo fonti americane dai pasdaran - replicano con nuovi missili contro i villaggi del Nord d'Israele e con una serie di attacchi di droni costati la vita ad un soldato israeliano.

L'escalation spinge Netanyahu e il ministro degli Esteri Israel Katz ad annunciare l'imminente ripresa dei bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah. Una risposta agli iraniani e ad Hezbollah, ma anche un calcio negli stinchi a Trump che giorni prima ha chiesto a Netanyahu di metter fine agli attacchi su Beirut per permettergli di chiudere un accordo di tregua con l'Iran. Così per qualche ora il buco nero libanese sembra inghiottire tutte le trattative condotte fin qui dagli emissari della Casa Bianca e lasciare Trump con un pugno di mosche in mano. «La violazione della tregua su un fronte - scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi - è una violazione su tutti i fronti». L'agenzia Tasnim, controllata dai pasdaran, annuncia invece la ripresa del blocco di Hormuz e la chiusura «dello stretto di Bab el Mandeb, al fine di punire i sionisti e i loro sostenitori». Parole che sembrano metter a fine ai negoziati con la Casa Bianca e amplificare la crisi globale già innescata dal blocco di Hormuz.

Con conseguenze particolarmente gravi per l'Europa e il nostro Paese. Un blocco di Bab El Mandab per mano delle milizie Houthi - alleate di Teheran - azzererebbe i passaggi attraverso Suez costringendo i mercantili a circumnavigare l'Africa. E questo - oltre a moltiplicare i costi delle merci - spingerebbe le navi a preferire i porti del Nord Europa a quelli italiani. La repentina evoluzione rappresenta anche uno smacco per Trump. Messo con le spalle al muro da nemici e alleati il presidente rischia di dover riprendere gli attacchi a Teheran giocandosi ulteriori consensi sul piano interno. Ecco allora la telefonata in zona Cesarini a Netanyahu e la richiesta, accolta apparentemente dall'alleato israeliano, di bloccare i bombardamenti su Beirut. Resta però drammaticamente aperto il fronte iraniano. Ma Trump per ora minimizza. «Non mi importa se sono finiti» dichiara in un'intervista alla Cnbc affrontano il tema dei colloqui con Teheran. Il conflitto, però, è di nuovo ad un passo. E per un presidente che ha sempre promesso di metter fine alle «guerre infinite» non è un problema da poco.

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