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“Ci siamo mai chiesti cosa c’è dentro ai trucchi che usiamo tutti i giorni? Un prodotto fatto bene non può costare sei euro. Le bambine oggi pensano agli anti-age, è angosciante”: parla la dermatologa Pucci Romano

5 June 2026 at 10:50

Vogliamo conoscere tutto della nostra crema, del siero o della maschera per il viso. Siamo (giustamente) selettivi sui prodotti che toccano la pelle, il nostro organo più esteso. Allora perché non facciamo lo stesso con il make-up? La dottoressa Pucci Romano – dermatologa, docente universitaria e presidente di Skineco – si è fatta la stessa domanda nel nuovo libro Il Trucco C’è, Heisenberg Editore & compagnia editoriale Aliberti. Una vera e propria guida alla cosmesi consapevole e all’ecodermocompatibilità, l’accordo tra l’efficacia sulla pelle e il rispetto per l’ambiente.

Da anni Pucci Romano è in prima linea per promuovere un approccio scientifico, ma accessibile, alla cura della pelle. La sua filosofia unisce salute cutanea e sostenibilità ambientale, combattendo le fake news del settore beauty sui social e spingendo verso un consumo più etico e consapevole. Soprattutto in fatto di make-up, di cui è un’appassionata, oltre che un’esperta: “È un settore che viene considerato molto poco, come se non avesse rapporto con la pelle – spiega al fattoquotidiano.it – Mentre per la skincare abbiamo maturato una serie di riflessioni, il make-up è un po’ la Cenerentola della cosmesi, perché non viene presa in considerazione la qualità del prodotto. Si pensa esclusivamente all’aspetto e al risultato che mascara, fondotinta e illuminanti ci possono offrire. Ma ci siamo mai chiesti cosa ci sia dentro?”

Le formulazioni dei cosmetici entrano in contatto con parti sensibili del nostro corpo: occhi, labbra, pelle. Per questo è importante conoscerle, capirle e selezionare bene gli ingredienti: “Chi si trucca tutti i giorni, come me, ha un’esposizione protratta nel tempo: è un dato che mi ha fatto riflettere prima da consumatrice, poi da dermatologa”. Parte da qui il libro Il Trucco C’è, un viaggio che intreccia aneddoti storici, come i cosmetici tossici del passato, alle ultime ricerche scientifiche per districarsi dalle trappole del marketing e riscoprire il valore del trucco: un gesto terapeutico, di cura e di benessere.

C’è un legame molto stretto, infatti, tra make-up e salute: “Parlando con un collega oculista a un convegno – spiega – ho scoperto che hanno trovato tracce di microplastiche nel vitreo, e arrivano dal sangue. Questo dimostra che abbiamo una contaminazione pazzesca e i trucchi sono una delle tante fonti. Le microplastiche sono state vietate nella detergenza e negli scrub, ma in altri prodotti come le ciprie o le matite no”. Perché questa disparità? “Bella domanda, bisognerebbe chiederlo agli organismi regolatori”.

Orientarsi tra gli scaffali del trucco, però, non è semplice. “Quando leggiamo l’INCI non troviamo scritto microplastiche, ovviamente, troviamo tutta una serie di nomi che afferiscono al gruppo delle microplastiche”. Nel libro quindi ha inserito tabelle con tutti i nomi, da usare come vademecum alla lettura di un’etichetta. “Prima le aziende lo capiscono, meglio sarà per tutti: non si può più usare il pronto. La maggior parte dei prodotti che troviamo in commercio viene fatta a calderoni, ovvero: tu prendi una base, che è uguale per tutti, e poi la personalizzi in qualche modo. È lì che si trovano i conservanti e gli additivi peggiori”.

I trucchi devono essere sicuri per la salute, ovviamente. Ma devono anche essere funzionali: ci si aspetta un certo risultato, che ci facciano sentire bene. L’obiettivo, oggi, è avere “un prodotto che non solo mi abbellisca, ma che faccia sinergia con la skincare, prolungando l’idratazione o con un’azione fotoprotettiva, per esempio“. Da questa esigenza è nata la linea di make-up della dottoressa, Double Beauty Pucci Romano Make Up, che verrà lanciata a settembre per offrire un’alternativa. Prodotti sicuri, affidabili e con prezzi “accettabili, alla portata di tutti. Un fondotinta di qualità, che posso usare anche su una pelle problematica, può costare tra i 20 e i 30 euro”.

Nell’arco della lunga carriera della dermatologa, l’attenzione delle persone alla cura della pelle e alla skincare è drasticamente cambiata. L’offerta delle aziende, di conseguenza, è esplosa. In questo cambiamento, i social media giocano un ruolo fondamentale, influenzando i comportamenti delle consumatrici più giovani, che spesso si lasciano guidare dalla popolarità di un certo prodotto o dal prezzo basso. “Un prodotto fatto bene non può costare sei euro – avverte la dermatologa – Se voglio far validare il mio prodotto ho bisogno di test indipendenti, che si pagano. Ma da qui a dire che debba costare centinaia di euro… Il rapporto qualità-prezzo deve essere onesto e giusto”.

A proposito di social: un capitolo del libro è dedicato alla precocità con cui bambine e adolescenti si avvicinano alla cosmesi, i famosi Sephora Kids. “Il vero problema sono i genitori. L’obiettivo è formare la mamma per difendere la figlia, farle perdere un po’ di tempo per spiegare, anziché imporre un divieto che probabilmente avrebbe l’effetto contrario”. Un fenomeno che la dottoressa Romano ha visto da vicino, avendo una nipotina di undici anni. E che conosce bene anche da dermatologa: “Ho visto un’accelerazione dell’acne dovuta a overdose cosmetica: gli adolescenti hanno ghiandole sebacee molto sensibili a ciò che si utilizza. Poi sa, il trucco è una cosa, la skincare è un’altra”. La questione, però, è più ampia: che tipo di valori stiamo trasmettendo? “ Il problema è che le bambine cominciano a pensare agli antirughe, ed è una cosa angosciante. Perché un bambino dovrebbe avere l’ansia di invecchiare? Questa è la domanda che bisognerebbe farsi”.

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Quando l’“incredibile somiglianza” diventa un business: cos’è e come funziona il trend delle gare di sosia dei vip che riunisce migliaia di persone nelle piazze

4 June 2026 at 10:41

Si dice che tutti, nel mondo, abbiano almeno un sosia. Quelli delle celebrità ora si danno appuntamento nelle piazze: è il fenomeno dei lookalike contest, eventi in cui si cerca chi somiglia di più a Paul Mescal, a Pedro Pascal, a Timothée Chalamet o a John Fitzgerald Kennedy Jr. I social, prevedibilmente, sono impazziti: ma cos’è che ci affascina tanto? E perché i protagonisti sono sempre uomini?

Tutto è iniziato nel 2024 con la ricerca del sosia di Timothée Chalamet. L’evento è stato organizzato dallo Youtuber Anthony Po a New York, e ha riunito migliaia di partecipanti a Washington Square Park. A sorpresa, si è presentato l’attore in persona, mandando in delirio la folla. Prima che intervenisse la polizia, il vincitore Miles Mitchell ha portato a casa una coppa, 50 dollari e l’opportunità di posare insieme al vero Chalamet.

Da quel momento, le gare si sono moltiplicate in tutto il mondo, alla ricerca del sosia di Harry Styles o Dev Patel. George Gountas è stato incoronato per la somiglianza a Pedro Pascal; Abdul Bunny è arrivato a San Francisco dal Messico per dimostrare di essere il doppelgänger di Bad Bunny; Jack Wall O’Reilly a Dublino ha vinto la bellezza di venti euro per la somiglianza con l’attore Paul Mescal. In questo tipo di gare, i concorrenti si vestono come le star in questione e spesso sono chiamati ad esibirsi – cantando o recitando – per dimostrare la loro abilità. Esistono dei premi in denaro, ma tendenzialmente si gioca per la gloria, per la fama e per la possibilità che il loro idolo segua l’esempio di Chalamet e faccia un’apparizione dal vivo.

Il marketing dei sosia

Queste gare, a pensarci bene, sono tra i pochi fenomeni virali degli ultimi anni nati nel mondo reale e non sui social. Le prime gare sono state pubblicizzate tramite volantini, dandosi appuntamento nei parchi o nelle piazze. Considerato che i concorsi per sosia di celebrità esistono almeno da un secolo e hanno prosperato in tv, Instagram qui non ha nessuna colpa – ha, semmai, allargato i confini di qualcosa che già esisteva. Ma perché questo revival? C’è chi lo trova un antidoto alla solitudine, un momento di socialità offline per conoscere nuove persone o, nella migliore delle ipotesi, lasciare il numero di telefono a un ragazzo che somiglia vagamente a un attore hollywoodiano. C’è anche chi ci vede una geniale intuizione di marketing: un evento di promozione completamente gratis. Di solito i lookalike contest vengono organizzati in concomitanza con l’uscita di film, dischi o grandi eventi come il Superbowl.

Oppure, semplicemente, abbiamo tutti bisogno di un po’ di divertimento, di leggerezza e di distrazioni. Ma è impossibile non notare la punta di autentica e innocente vanità nei doppelgänger che provano a godersi i quindici minuti di fama promessi da Andy Warhol. “C’è qualcosa di piuttosto audace nel dire alla gente che assomigli a una persona famosa, soprattutto se il tuo presunto sosia è uno degli idoli più amati al mondo”, ha scritto la reporter della BBC Yasmin Rufo.

Il delirio del doppio

In effetti, i lookalike contest riguardano quasi sempre uomini: l’unica gara al femminile di cui si abbia notizia ha radunato le sosia di Zendaya a Oakland, nel 2024. I social hanno una precisa teoria su questo: solo l’incrollabile autostima del maschio medio può spingere dozzine di ragazzi a paragonarsi, senza remore, a divi del cinema o a figure semi-mitologiche come John Fitzgerald Kennedy jr., lo scapolo più desiderato d’America tragicamente scomparso in un incidente aereo insieme alla moglie Carolyn Bessette.

Ovviamente anche JFK Jr. ha avuto il suo contest. A New York si sono radunati ragazzi in completo con biciclette prestate, la cui unica somiglianza con il figlio del presidente consisteva nel cappellino girato al contrario. Le ragazze di solito partecipano a questi eventi per godersi lo spettacolo: nella migliore delle ipotesi incoraggiano gli amici, nella peggiore commentano l’aspetto degli uomini in gara, approfittano del ribaltamento di ruoli. Il popolo femminile di Internet è stato particolarmente deluso dall’ultima gara, definendo i partecipanti “delulu” (cioé: illusi) per aver pensato che bastasse una giacca e un berretto per potersi avvicinare al fascino di John John. A loro discolpa, probabilmente nessun uomo sulla Terra ci somiglia, tranne Paul Anthony Kelly, l’attore che lo interpreta nella serie tv Love Story (potete verificarlo su Disney+). Ed è già stato difficile abbastanza trovare lui.

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