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Altri raid incrociati. Teheran pretende 24 miliardi congelati. "Israele spia gli Usa"

Gli Usa tornano ad attaccare l'Iran a scopo "difensivo", colpendo postazioni radar di sorveglianza costiera, e la Repubblica islamica risponde prendendo di mira "basi nemiche" nel Golfo. Sul fronte dei negoziati non si sblocca lo stallo, e nonostante il cessate il fuoco teoricamente in vigore, Washington e Teheran lanciano nuovi raid nella notte tra venerdì e sabato: il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che dopo aver "abbattuto quattro droni lanciati verso lo Stretto di Hormuz, i quali costituivano una minaccia immediata per il traffico marittimo nella regione", ha bombardato installazioni radar a Goruk e sull'isola di Qeshm per "legittima difesa".

L'Iran, da parte sua, ha condotto nuovi attacchi aerei contro Bahrein e Kuwait, condannando il blitz notturno statunitense che rappresenta una "flagrante" violazione della tregua. Per il ministero degli Esteri si è trattato di un attacco "alla sovranità nazionale e all'integrità territoriale della Repubblica islamica", oltre che un "comportamento ostile e provocatorio". Inoltre, ha esortato i Paesi della regione a smettere di offrire il proprio territorio e le proprie infrastrutture agli Stati Uniti. Kuwait e Bahrein hanno invece denunciato gli attacchi, così come i vicini del Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar).

E il Centcom ha fatto sapere che sei dei missili balistici sparati verso Kuwait e Bahrein sono stati abbattuti, mentre il settimo non ha raggiunto l'obiettivo prefissato. Secondo Donald Trump, i leader iraniani non hanno ancora concluso un accordo con gli Usa per porre fine al conflitto in corso perché sono "forti e orgogliosi", ma alla fine "non hanno altra scelta" se non quella di trovare un'intesa, anche se "ci vuole un po' di tempo". Obiettivo le scorte di uranio.

Il presidente americano ha anche postato su Truth un video realizzato con l'intelligenza artificiale che mostra navi della marina iraniana affondate e sommerse dall'acqua. Poco prima, in un'intervista a Nbc News, ha ribadito che gli Stati Uniti hanno "distrutto completamente l'esercito" di Teheran. "La maggior parte delle fabbriche di droni è stata neutralizzata, la maggior parte delle rampe di lancio è stata neutralizzata e la maggior parte delle aree di produzione di missili è stata neutralizzata", ha aggiunto.

Ma la Casa Bianca si deve guardare anche dall'alleato. Innalzato al massimo il livello di allerta anti-spionaggio nei confronti di Israele, a caccia di informazioni riservate su Witkoff. Tre funzionari spiegano a Nbc News che la mossa è arrivata dopo che la defense intelligence agency del Pentagono ha notato un'intensificarsi delle attività, in un contesto di crescenti tensioni tra Israele e gli Stati Uniti sulla strada da seguire nella guerra contro Teheran e dopo il durissimo scontro Trump-Netanyahu.

Per l'Iran, invece, un potenziale accordo di pace dipende dalla disponibilità dell'amministrazione Usa a sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema Mojtaba Khamenei, ha detto alla Cnn che "i negoziati sono in una fase di stallo e Trump deve sbloccare questa situazione. La palla è nel suo campo". Secondo quanto riferito, l'Iran avrebbe chiesto lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi congelati non appena verrà firmato un memorandum provvisorio con Washington, e di altri 12 miliardi in una fase successiva.

Intanto, il ministro dell'Interno pachistano Mohsin Naqvi è atteso a Teheran. Come ha riportato l'Irna, Naqvi ha avuto colloqui con il suo omologo iraniano Eskandar Momeni giovedì e venerdì in Kirghizistan e si era già recato nella capitale della Repubblica islamica tra aprile e maggio per scambiare le proposte delle due parti.

Caos Libano, anche Bibi ferma l'intesa

Continuano i raid israeliani in Libano, dopo che il leader di Hezbollah Naim Qassem ha definito l'accordo di Washington "una capitolazione e una sconfitta", e Benjamin Netanyahu non ha fatto votare l'ultima versione dell'intesa per il cessate il fuoco mediata dagli Usa. Secondo quanto riportato da Ynet, i ministri hanno criticato la tregua, il cui rinnovo è stato concordato dalle delegazioni israeliana e libanese durante un incontro a Washington mercoledì, e hanno chiesto che venisse sottoposto al voto del Gabinetto prima di accettarne le condizioni. Il premier invece, durante una riunione, ha spiegato che non metterà ai voti il documento finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini. "Al momento non c'è alcun accordo. Hezbollah si oppone, quindi non prenderò una decisione", ha detto Netanyahu, mentre continuano gli attacchi dello Stato ebraico in Libano, che hanno provocato 12 morti. Di questi, almeno sette persone sono rimaste uccise in blitz notturni sulla città di Tiro, nel sud.

Sul fronte iraniano, invece, il presidente Usa è tornato a parlare di un potenziale incontro con l'ayatollah Mojtaba Khamenei, che sarebbe "onorato" di vedere. "Se dovessimo raggiungere un accordo, è possibile che io lo incontri - ha detto Trump - Per me andrebbe bene". Un'ipotesi che è stata immediatamente respinta da Teheran. "Penso che dobbiamo essere realisti", ha commentato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sottolineando che peraltro al momento la Guida Suprema deve evitare "una presenza pubblica più significativa per ragioni di sicurezza". Subito dopo gli ha fatto eco il consigliere di Khamenei, Mohsen Rezaei, in un'intervista esclusiva alla Cnn, che lapidario ha detto: "Non accadrà".

Riguardo l'accordo, invece, un alto funzionario della Repubblica islamica ha detto che dipende dalla decisione o meno dell'amministrazione Usa di sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, oltre ad avvertire che gli Stati Uniti "entrerebbero in un tunnel oscuro" qualora dovessero riprendere le ostilità. "I negoziati sono in una situazione di stallo e Trump deve sbloccarla - ha aggiunto Mohsen Rezaei - La palla è nel campo di Trump".

"Con l'Iran vinceremo comunque, o sulla carta o militarmente", ha ribadito invece The Donald, ricordando che tra le condizioni ci sono la riapertura dello stretto di Hormuz e la rinuncia all'arma nucleare. E "se l'Iran uccidesse soldati americani riprenderei gli attacchi. Mi sembrerebbe un'ottima ragione". Secondo la tv saudita Al Arabiya, Teheran ha informato il Pakistan di essere pronto a trasferire parte delle sue scorte di uranio a un paese terzo. Intanto l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha affermato, in un rapporto riservato, che la mancanza di accesso per verificare il materiale nucleare in Iran rappresenta una "preoccupazione per la proliferazione", invitando la Repubblica islamica a "collaborare in modo costruttivo con l'agenzia". "Pur riconoscendo che gli attacchi militari contro le strutture e i siti nucleari iraniani hanno creato una situazione senza precedenti - ha proseguito l'Aiea - è fondamentale che l'agenzia conduca attività di verifica nel Paese senza indugio". Secondo quanto riferito da una fonte diplomatica, l'Aiea non ha rilevato attività presso siti nucleari strategici come Isfahan e Natanz dall'inizio del conflitto in Medioriente a fine febbraio, ma gli è stato negato l'accesso ad alcuni impianti chiave dal giugno dell'anno scorso, quando gli Usa hanno colpito diversi siti atomici.

Rubio ricorda Tienanmen e fa infuriare Pechino. Gli Usa: "La censura non cancella il passato"

A meno di un mese dalla visita di Donald Trump a Xi Jinping a Pechino, si rialza la tensione tra Usa e Cina, questa volta per i fatti di Tienanmen.

Alla vigilia della repressione del 4 giugno 1989, il segretario di stato americano Marco Rubio (nella foto) ricorda "il 37mo anniversario del giorno in cui il Partito comunista cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". "Il Pcc tenta attivamente di censurare i fatti, ma il mondo non dimenticherà mai - afferma il numero uno della diplomazia Usa - Oggi commemoriamo il coraggio del popolo cinese, ucciso mentre cercava di esercitare le proprie libertà fondamentali, così come quello di coloro che continuano a subire persecuzioni mentre cercano verità e giustizia per quegli eventi".

Il 4 giugno truppe e carri armati del Dragone sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici dalla piazza di Pechino, dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche. Il bilancio esatto delle vittime resta ignoto, ma si stima possano essere state diverse centinaia, mentre alcuni collocano il numero dei morti addirittura tra 400 e oltre 2mila.

Da allora, i vertici comunisti hanno cercato di cancellare ogni menzione pubblica della repressione, tra la censura online e i media stranieri ammoniti per la copertura dell'anniversario.

Il massacro è ancora un tabù coperto dal segreto di Stato. E ora, il governo cinese vieta alle madri delle vittime e alle loro famiglie di andare al cimitero di Pechino a piangere le vittime dell'esercito. E lancia un duro attacco a Rubio, accusandolo, secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, di distorcere i fatti. "Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un'ingerenza negli affari interni del Paese", sottolinea Mao.

Poi aggiunge che Pechino "è fortemente insoddisfatta di ciò", e invita il segretario di Stato a "cessare le sue manovre di scontro ideologico e porre fine alle sue ingerenze negli affari interni con il pretesto della democrazia e dei diritti umani". Rubio, invece, ricorda gli "studenti, lavoratori e altri civili cinesi che persero la vita, i quali si erano riuniti per esercitare i propri diritti naturali e per rivendicare riforme democratiche, nonché l'accertamento delle responsabilità in merito alla corruzione. Ricordiamo le loro vite e onoriamo la loro eredità".

E ribadisce come "il loro coraggio, di fronte a un pericolo certo, ci ricorda che i principi di libertà, democrazia e autodeterminazione non sono esclusivamente americani. Sono principi umani che il Pcc non può cancellare".

La repressione di piazza Tienanmen rimane un argomento estremamente delicato nella Cina a regime comunista, ma anche nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, dove negli ultimi anni Pechino si è adoperata per soffocare ogni forma di commemorazione pubblica, mentre per decenni, prima dell'entrata in vigore di una legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, si teneva una veglia annuale a lume di candela. Proprio in quel luogo, Victoria Park, i giornalisti hanno notato negli ultimi due giorni una massiccia presenza della polizia, blocchi stradali e agenti in borghese che hanno fermato e perquisito alcuni attivisti.

A Taiwan, invece, si commemora il massacro con vari eventi pubblici, e il presidente Lai Ching-te afferma che la Cina dovrebbe "riconoscere la verità" su quanto accaduto il 4 giugno 1989.

"Spero sinceramente - sottolinea in un post su Facebook - che la Cina possa affrontare l'incidente di 37 anni fa, riconoscere la verità, lenire il dolore e aprire la porta alla riconciliazione e al dialogo".

Trump ottimista sull'Iran. "L'intesa già nel weekend"

Rimane elevata la tensione tra Usa e Iran, con nuovi raid reciproci, ma Donald Trump continua a professare ottimismo su un esito positivo dei negoziati, con una firma che può scattare "già nel weekend", e il capo della diplomazia americana Marco Rubio definisce l'operazione militare "conclusa". Ribadendo poi il messaggio che eventuali attacchi sono "di natura puramente difensiva" e volti a proteggere le navi mercantili civili che tentano di attraversare lo stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti l'altra notte hanno attaccato l'isola di Qeshm, colpendo una torre radio di Teheran, come conferma il Centcom, che ha parlato di azioni "difensive". E ha spiegato che le forze Usa hanno intercettato e abbattuto tre droni iraniani lanciati verso marinai civili che stavano transitando nelle acque regionali, e tre missili lanciati al Bahrein. La Repubblica islamica ha reagito lanciando missili contro la nave Panaya e prendendo di mira Kuwait e Bahrein. "Abbiamo danneggiato la base della Quinta Flotta e preso di mira una base aerea nella regione", rivendicano i pasdaran, ma Washington replica che è "falso".

Il presidente Trump, intanto, conferma il suo ottimismo, sostenendo che i colloqui si stanno "evolvendo rapidamente" e che l'Iran ha "già concordato che non avranno armi nucleari". Il tycoon in un'intervista al podcast con Miranda Devine del Washington Post dice di credere che la guida suprema Mojtaba Khamenei sia "assolutamente coinvolto" nel processo decisionale su come porre fine alla guerra, e che "mi piacerebbe incontrarlo, e probabilmente ci incontreremo prima o poi, a seconda di come si evolveranno le cose". Anche secondo il segretario di stato Marco Rubio l'ayatollah - succeduto al padre Ali Khamenei, rimasto ucciso nella prima ondata di attacchi di Usa e Israele - è vivo e "sempre più attivo", precisando tuttavia che tutte le comunicazioni tra gli Stati Uniti e il leader dell'Iran "sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari". Proprio questo aspetto fa sottolineare al titolare di Foggy Bottom la difficoltà di veicolare messaggi all'interno del governo di Teheran. Trump, da parte sua, afferma che gli Stati Uniti "non hanno bisogno" delle loro forze sul terreno, e la sua guerra sta andando bene anche senza la necessità di inviare truppe. "Abbiamo annientato gran parte del loro esercito solo con i bombardamenti - prosegue - Non abbiamo mandato nessuno sul campo".

Poi, il comandante in capo ride delle teorie secondo cui sarebbe stato ingannato dal premier Benjamin Netanyahu per dare il via all'operazione militare. "Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare - assicura al Wp - Ho iniziato perché non possiamo permettere che l'Iran si doti di un'arma nucleare". E questo "riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso".

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che qualsiasi attacco a Beirut scatenerà una "ripresa della guerra su vasta scala". E il vicepresidente del Parlamento Mojtaba Nikzad ripete che "la delegazione iraniana insiste sul nostro diritto all'arricchimento dell'uranio, sulla revoca delle sanzioni e sul risarcimento dei danni". "Non abbiamo negoziato sul programma missilistico - sostiene ancora - Non è corretto dire che ci limitiamo a combattere, ma non dialoghiamo. Le linee rosse tracciate dalla Guida sono all'ordine del giorno. Conduciamo trattative con gli Usa se necessario, ma non ci fidiamo delle promesse".

Spinta Trump: "È ora dell'intesa". Ma Netanyahu minaccia Teheran

L'intervento di Donald Trump ha salvato in extremis i colloqui con l'Iran scongiurando il rischio che il tavolo delle trattative saltasse per colpa dell'escalation di Israele in Libano contro Hezbollah. E ora il presidente americano è fiducioso che si possa chiudere un accordo la prossima settimana: "Le notizie secondo cui la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti avrebbero interrotto i colloqui alcuni giorni fa sono infondate ed errate". Il tycoon riferisce che sono proseguite "senza interruzioni": "Non si sa mai dove porteranno ma come ho detto all'Iran: È ora, in un modo o nell'altro, che voi facciate un accordo. Fate questo da 47 anni e non si può permettere che continui ancora a lungo!".

Le mosse del tycoon per impedire il fallimento dei negoziat hanno evitato il peggio, dopo che i combattimenti nel Paese dei cedri sono diventati un punto critico, con l'Iran che considera il conflitto una violazione del cessate il fuoco con gli Stati Uniti. D'altro canto Netanyahu, che dovrà affrontare le elezioni entro la fine dell'anno, è sotto pressione interna per continuare la campagna militare in Libano, e i prossimi giorni rappresenteranno un banco di prova per le rassicurazioni del comandante in capo Usa sul fatto che l'alleato ascolterà le sue richieste. Intanto, ieri, una persona è rimasta uccisa in un attacco di droni contro un'auto ad Ansar, nel sud del Paese, e altri sei corpi, di cui quelli di tre bambini, sono stati recuperati dalle macerie di un'abitazione vicino a Saïda. Bibi ha poi avvertito che "il regime del terrore iraniano è destinato a scomparire dal mondo, e noi lo aiuteremo a raggiungere questo obiettivo".

L'accordo per l'estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire nel corso della "prossima settimana", ha detto Trump in un'intervista ad Abc, sottolineando che potrebbe essere "persino migliore di una vittoria militare". "Le cose sembrano mettersi bene. Non è una cosa semplice, per loro non è una cosa facile. Non è facile neanche dal nostro punto di vista, ma stiamo ottenendo quello che ci serve", ha assicurato il comandante in capo. Anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio si è detto convinto che un accordo potrebbe concretizzarsi oggi, domani o la prossima settimana. Durante una deposizione alla Commissione Affari Esteri del Senato, Rubio ha ribadito che l'Iran aspirerebbe a costruire un'arma nucleare e sarebbe sul punto di sviluppare uno scudo di armi convenzionali che gli consentirebbe di perseguire l'obiettivo. Sulla possibilità di raggiungere un'intesa per porre fine alla guerra, non ha nascosto le difficoltà dei negoziati indiretti, pur ribadendo che è possibile. A suo parere, inoltre, il leader supremo Mojtaba Khamenei, ferito negli attacchi americani e non più apparso in pubblico, è vivo e sempre più attivo: "Ci sono segnali che indicano un suo crescente coinvolgimento", ha spiegato.

A Washington è inoltre iniziato il nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano, dopo che Trump ha detto di aver ricevuto da entrambe le parti l'impegno a favorire una de-escalation. Il quarto incontro tra i rappresentanti dei due Paesi, che non intrattengono relazioni diplomatiche, si sta svolgendo presso il Dipartimento di Stato ed è previsto che duri due giorni: tra i partecipanti ci sono l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, l'inviata libanese Nada Hamadeh Moawad, e Daniel Holler, alto consigliere del segretario di Stato. Secondo il board editoriale del Wall Street Journal, l'Iran ha indotto l'inquilino della Casa Bianca a "salvare Hezbollah. Minacciando le trattative, il regime ha spinto gli Usa a legare le mani a Israele". Per il giornale, intervenendo tra le parti, Trump "ha scelto di evitare l'escalation e continuare il dialogo".

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