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Xi vola in Corea del Nord: perché la Cina ha “bisogno” di Kim (e cosa c'entra Putin)

Le indiscrezioni degli ultimi giorni hanno trovato conferma: Xi Jinping effettuerà un viaggio di Stato in Corea del Nord l'8 e il 9 giugno. Si tratta del primo viaggio dell'anno all'estero del leader cinese, che volerà a Pyongyang per incontrare Kim Jong Un e affrontare alcuni dei dossier più caldi. In cima all'agenda di Pechino troviamo la questione nucleare. Già, perché mentre il presidente nordcoreano continua a ripetere di voler rafforzare il proprio arsenale militare, considerando le armi atomiche il cuore del riarmo nazionale, Xi teme il rischio di un'escalation che possa compromettere il dialogo in corso con Donald Trump. Il Dragone cercherà poi di recuperare terreno nelle “amicizie” del governo nordcoreano dopo che Kim ha stretto solidi rapporti con la Russia di Vladimir Putin.

Perché Xi vola da Kim

L'ultima trasferta nordcoreana di Xi risale a sette anni fa. "Entrambe le parti sfrutteranno la visita come un'opportunità per promuovere un maggiore sviluppo delle relazioni tra Cina e Corea del Nord, al passo con i tempi", ha spiegato il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Mao Ning, durante una conferenza stampa. Ricordiamo che 65 anni fa Pechino e Pyongyang hanno firmato un trattato di cooperazione e mutua assistenza, vincolandosi legalmente a fornire all'altro supporto militare in caso di attacco. Con il passare del tempo, soprattutto dopo la pandemia di Covid, il governo nordcoreano si è tuttavia avvicinato maggiormente alla Russia tra l'invio di aiuti militari al Cremlino per la guerra in Ucraina e un incremento degli scambi commerciali.

La Federazione Russa è partner della Cina, ma il messaggio che Xi vuole inviare al mondo intero, in primis agli Stati Uniti e poi anche allo stesso Putin, è che il Dragone resta ancora oggi l'attore principale nella questione nordcoreana. I servizi ferroviari passeggeri tra Pechino e Pyongyang sono ripresi a marzo, dopo una sospensione di sei anni dettata dalla pandemia, e Air China ha riavviato i voli tra le due città. Le prenotazioni sono però ancora limitate ad alcuni viaggiatori d'affari e studenti (ancora esclusi i turisti cinesi).

Per quanto riguarda la Corea del Sud, Seoul considera il viaggio di Xi esclusivamente come uno scambio bilaterale di alto livello, non allineato a Mosca. "Non interpretiamo questo come una mossa coordinata dei tre Paesi, né siamo certi di come possa essere collegata al vertice tra Stati Uniti e Cina", ha affermato un funzionario della Casa Blu a Reuters. Attenzione però, perché l'imminente vis a vis tra Xi e Kim segue gli incontri che il leader cinese ha avuto con Trump e Putin: un chiaro segnale che esiste un filo rosso che collega la partita coreana al Cremlino e pure a Washington.

La missione cinese e il gioco a tre con la Russia

Il New York Times ha scritto che durante la sua visita a Pyongyang, Xi si troverà di fronte a un Kim rinvigorito, "la cui alleanza con la Russia ha ridotto la sua dipendenza dalla Cina". Dal punto di vista di Pechino, il leader cinese potrebbe sfruttare la trasferta nordcoreana per proiettare verso l'esterno l'immagine di un fronte unito sino-russo-nordcoreano da contrapporre all'Occidente. C'è però un'altra lettura da non trascurare. Il Dragone vorrebbe riaffermare la propria influenza su un vicino che si è avvicinato al Cremlino.

E la Corea del Nord cosa avrebbe da guadagnare? Qualora Kim riuscisse a mantenere un equilibrio tra Russia e Cina, Pyongyang potrebbe sentirsi ancora meno vincolata nel portare avanti il suo programma di armi nucleari. Questo, va da sé, potrebbe destabilizzare una regione in cui gli alleati degli Stati Uniti sono già preoccupati per il rafforzamento militare della Cina e per la capacità di Washington di onorare i propri accordi di Difesa.

"Non c'è dubbio che i cinesi siano preoccupati per quanto si stiano avvicinando i rapporti tra Corea del Nord e Russia", ha affermato al Nyt John Delury, storico dell'Asia nord-orientale e ricercatore senior presso l'Asia Society di Seul. "Questo viaggio contribuisce a scongiurare in qualche modo tale avvicinamento ed è un modo per Xi di reinserirsi nella questione", ha concluso l'esperto.

Una mossa rumorosa che resterà ininfluente

Donald Trump non può opporre il veto alla risoluzione concorrente appena approvata in applicazione della War Power Resolution del 1973 (Wpr). Tuttavia, proprio questa natura giuridica espone tale atto a una debolezza strutturale: la Corte Suprema già nel 1983 ha infatti sancito l'incostituzionalità di provvedimenti intesi a scavalcare l'autorità presidenziale. D'altra parte, la mancanza di una chiara parte lesa rende difficile un immediato intervento della Corte Suprema. In questo limbo, Trump dovrebbe ritenersi autorizzato a ignorare la risoluzione. Nel caso, il fronte democratico si troverebbe di fronte quattro ipotetici percorsi, tutti politicamente o giuridicamente proibitivi.

Il primo è il blocco del finanziamento delle operazioni militari iraniane. Questa opzione richiede però una legge che andrebbe incontro a un veto presidenziale ovviabile solo con un'inverosimile maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del Congresso.

Il secondo è la via giudiziaria. Quando pure una maggioranza dei due terzi riuscisse a superare il veto presidenziale, la leadership del Pentagono potrebbe stornare fondi da altri capitoli di spesa per finanziare il conflitto. Il Congresso potrebbe allora trascinare la leadership in tribunale per aver utilizzato fondi in modo non autorizzato. A quel punto si creerebbe la parte lesa necessaria per investire della questione la Corte Suprema, che, sulla base dell'articolo due, finirebbe con il dichiarare incostituzionali le disposizioni centrali della Wpr, dando così ragione al Pentagono e al presidente.

Il terzo è il rifiuto dei Democratici di approvare l'intero bilancio federale. Si tratterebbe però di un suicidio politico nell'imminenza delle elezioni di midterm.

Il quarto è la messa in stato d'accusa del presidente, ma è difficile configurare il mancato rispetto di una risoluzione concorrente come quell'alto crimine o misfatto richiesto dalla Costituzione. Inoltre, la condanna richiederebbe una maggioranza dei due terzi al Senato, un traguardo fuori discussione nel contesto attuale. Ne consegue che senza una maggioranza a prova di veto e con la Corte Suprema a fare da scudo alla Casa Bianca, la mossa del Congresso è tanto rumorosa quanto ininfluente.

Il voto del Congresso che lega le mani a Trump

Un "voto inutile", "anti patriottico", opera di "quattro cattivi repubblicani" che, "insieme a tutti i Democratici", "dovrebbero vergognarsi". Donald Trump ha atteso la mattina del giorno dopo per diffondere sui social media la sua rabbia per il voto della Camera dei Rappresentanti che mercoledì sera ha messo un freno ai suoi poteri di guerra (per legge limitati a 60 giorni, più 30 giorni per il ritiro in sicurezza delle truppe), imponendogli di chiedere l'approvazione del Congresso per proseguire le operazioni militari contro l'Iran. Un voto per lo più simbolico, che fa seguito a quello analogo del Senato del mese scorso (anche in questo caso ci sono state quattro defezioni tra i Repubblicani), che non ha alcuna possibilità concreta di limitare i poteri del commander in chief: Trump può opporre il suo veto presidenziale e al Senato non ci sono i 60 voti necessari per superare il veto. Eppure, si tratta di un segnale inequivocabile del malcontento che serpeggia tra le fila dei Repubblicani, che rischiano di pagare un prezzo altissimo nelle elezioni di midterm. Sul voto di novembre, Trump ha già detto la sua: "Non me ne importa niente". Idem riguardo alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane, che ora a causa della guerra si trovano alle prese con prezzi paragonabili ai picchi inflazionistici dell'era Biden. "Non ci penso neanche un po'", si è lasciato scappare l'altro giorno. Una gaffe che i Democratici stanno già sfruttando nei loro spot elettorali. Del resto, dall'inizio del suo secondo mandato, Trump non ha fatto mistero della scarsa considerazione che ha per il Congresso.

È il motivo per cui, subito dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha spinto affinché i soldi necessari per realizzare la sua agenda politica (tagli fiscali, lotta all'immigrazione) fossero tutti contenuti nel famoso Big Beautiful Bill, la mega legge approvata lo scorso anno. "Ho detto: Mettete tutto in un unico disegno di legge e, se riusciamo a portarlo a termine, siamo a posto per quattro anni. Non avremo più bisogno del Congresso", disse all'epoca. La realtà è però diversa. Perfino Trump, di tanto in tanto, ha "bisogno" del Congresso. È il caso del Fondo anti-strumentalizzazione da 1,8 miliardi di dollari, che nelle intenzioni del presidente doveva risarcire i suoi alleati e sostenitori che ritengono di essere stati ingiustamente perseguiti dall'amministrazione Biden. Lo sconcerto bipartisan è stato tale, considerando che i soldi sarebbero potuti andare a ricompensare perfino gli autori dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che la Casa Bianca è stata costretta a ritirarlo. Stessa sorte per il miliardo di dollari chiesto al Congresso per finanziare le misure di sicurezza della nuova Ballroom della Casa Bianca, il Salone delle Feste da oltre 8mila metri quadri con il quale Trump intende lasciare la sua impronta sulla residenza presidenziale. Segnali ai quali, in questi ultimi giorni, se ne sono aggiunti altri. Il primo, martedì, in Iowa, stato agricolo duramente colpito dalla guerra commerciale con la Cina e dai costi alle stelle del diesel e dei fertilizzanti che dovrebbero transitare lungo lo Stretto di Hormuz. Il candidato a governatore sostenuto da Trump, Randy Feenstra, è stato sconfitto nelle primarie repubblicane dal moderato Zach Lahn. Qui, nel 2024, il tycoon vinse con un margine record di oltre 13 punti. È la prima battuta d'arresto in una campagna in cui gli endorsement di Trump sono finora risultati decisivi, rimodellando il partito in vista di midterm in un esercito di candidati Maga, che rischiano però di alienare ulteriormente il voto moderato e degli indipendenti.

L'altro segnale è l'irritazione, anch'essa bipartisan, che ha accolto la nomina da parte di Trump del fedelissimo Bill Pulte, attualmente a capo dell'agenzia federale per i mutui e senza alcuna esperienza specifica, a direttore ad interim della National Intelligence. In questo clima, non c'è alcuna possibilità che possa essere confermato dal Senato.

Rubio ricorda Tienanmen e fa infuriare Pechino. Gli Usa: "La censura non cancella il passato"

A meno di un mese dalla visita di Donald Trump a Xi Jinping a Pechino, si rialza la tensione tra Usa e Cina, questa volta per i fatti di Tienanmen.

Alla vigilia della repressione del 4 giugno 1989, il segretario di stato americano Marco Rubio (nella foto) ricorda "il 37mo anniversario del giorno in cui il Partito comunista cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". "Il Pcc tenta attivamente di censurare i fatti, ma il mondo non dimenticherà mai - afferma il numero uno della diplomazia Usa - Oggi commemoriamo il coraggio del popolo cinese, ucciso mentre cercava di esercitare le proprie libertà fondamentali, così come quello di coloro che continuano a subire persecuzioni mentre cercano verità e giustizia per quegli eventi".

Il 4 giugno truppe e carri armati del Dragone sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici dalla piazza di Pechino, dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche. Il bilancio esatto delle vittime resta ignoto, ma si stima possano essere state diverse centinaia, mentre alcuni collocano il numero dei morti addirittura tra 400 e oltre 2mila.

Da allora, i vertici comunisti hanno cercato di cancellare ogni menzione pubblica della repressione, tra la censura online e i media stranieri ammoniti per la copertura dell'anniversario.

Il massacro è ancora un tabù coperto dal segreto di Stato. E ora, il governo cinese vieta alle madri delle vittime e alle loro famiglie di andare al cimitero di Pechino a piangere le vittime dell'esercito. E lancia un duro attacco a Rubio, accusandolo, secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, di distorcere i fatti. "Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un'ingerenza negli affari interni del Paese", sottolinea Mao.

Poi aggiunge che Pechino "è fortemente insoddisfatta di ciò", e invita il segretario di Stato a "cessare le sue manovre di scontro ideologico e porre fine alle sue ingerenze negli affari interni con il pretesto della democrazia e dei diritti umani". Rubio, invece, ricorda gli "studenti, lavoratori e altri civili cinesi che persero la vita, i quali si erano riuniti per esercitare i propri diritti naturali e per rivendicare riforme democratiche, nonché l'accertamento delle responsabilità in merito alla corruzione. Ricordiamo le loro vite e onoriamo la loro eredità".

E ribadisce come "il loro coraggio, di fronte a un pericolo certo, ci ricorda che i principi di libertà, democrazia e autodeterminazione non sono esclusivamente americani. Sono principi umani che il Pcc non può cancellare".

La repressione di piazza Tienanmen rimane un argomento estremamente delicato nella Cina a regime comunista, ma anche nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, dove negli ultimi anni Pechino si è adoperata per soffocare ogni forma di commemorazione pubblica, mentre per decenni, prima dell'entrata in vigore di una legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, si teneva una veglia annuale a lume di candela. Proprio in quel luogo, Victoria Park, i giornalisti hanno notato negli ultimi due giorni una massiccia presenza della polizia, blocchi stradali e agenti in borghese che hanno fermato e perquisito alcuni attivisti.

A Taiwan, invece, si commemora il massacro con vari eventi pubblici, e il presidente Lai Ching-te afferma che la Cina dovrebbe "riconoscere la verità" su quanto accaduto il 4 giugno 1989.

"Spero sinceramente - sottolinea in un post su Facebook - che la Cina possa affrontare l'incidente di 37 anni fa, riconoscere la verità, lenire il dolore e aprire la porta alla riconciliazione e al dialogo".

Hormuz non basta più: così il Golfo prepara le rotte per aggirare il ricatto dell’Iran

Dopo l’ultima crisi in Medio Oriente e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, le potenze del Golfo si stanno concentrando nel trovare nuove rotte per aggirare il braccio di mare, strategica via commerciale mondiale. Piani di emergenza sono ormai essenziali. Un tempo attraverso Hormuz si trasportava un quinto del petrolio globale. Adesso verrà ridefinito il modo in cui l'energia raggiunge ogni angolo del globo in modo sicuro. Il mezzo? La costruzione di rotte alternative per neutralizzare lo Stretto come arma di ricatto degli ayatollah. I Paesi del Golfo stanno investendo miliardi in nuovi oleodotti, ferrovie e centri di stoccaggio energetico per superare un eventuale blocco futuro dello Stretto.

mappa controllo hormuz

La chiusura di Hormuz è una delle conseguenze più durature e nocive del conflitto. Diverse petroliere navigano attraverso lo Stretto con localizzatori di posizione spenti per evitare attacchi iraniani. I prezzi dell'energia sono aumentati a causa della sua interruzione, provocando il razionamento del carburante in alcuni paesi e i timori di una recessione economica mentre l'inflazione sale. L’idea ora è quella di riorganizzare la mappa logistica della regione, attraverso il trasporto su gomma, ferroviario e la costruzione di nuovi porti.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq hanno avviato piani per ampliare i propri oleodotti. Saranno necessari però nuovi accordi con Giordania, Siria e Turchia in materia di sicurezza, transito e diritti di esportazione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Teheran ha ampliato in modo significativo la sua definizione dello Stretto e, di conseguenza, l'area marittima su cui rivendica il controllo. La Marina dei Pasdaran ha pubblicato una mappa il 4 maggio che mostra una nuova zona di controllo che comprende gran parte della costa del Golfo di Oman degli Emirati Arabi Uniti. Quella mossa ha coinciso con un attacco con droni contro una petroliera Adnoc e un fuoco di sbarramento sulla zona petrolifera di Fujairah, che il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha definito una "trasgressione inaccettabile" e un "ricatto economico”. Le Guardie Rivoluzionarie hanno poi annunciato un'ulteriore espansione, ridefinendo lo Stretto come una "vasta area operativa".

Il conflitto ha dimostrato che "troppa energia mondiale transita ancora attraverso pochi punti critici", ha affermato Sultan Al Jaber, ministro dell'industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti, durante un forum dell'Atlantic Council. Questo, ha aggiunto, sta ora spingendo Abu Dhabi “ad accelerare i piani per aggirare lo Stretto di Hormuz”. "La sicurezza energetica non riguarda più solo la capacità di continuare a produrre", ha spiegato Al Jaber, che è anche a capo del colosso petrolifero statale Adnoc. "Riguarda le rotte, l’accesso e lo stoccaggio”. Gli Emirati Arabi Uniti si stanno già muovendo.

Hanno utilizzato per le loro esportazioni di petrolio un oleodotto che transita verso Fujairah, una città portuale strategica situata al di fuori dello Stretto di Hormuz. La struttura ha una capacità di esportazione di 1,8 milioni di barili al giorno. A maggio, Abu Dhabi ha annunciato l'intenzione di accelerare i piani per un secondo oleodotto lungo la stessa rotta per raddoppiare la sua capacità di esportazione attraverso il porto di Fujairah entro il 2027, espandendo notevolmente la sua capacità di bypassare Hormuz.

Ma non finisce qui. Dopo la sua uscita dall’Opec e la maggiore indipendenza nella produzione energetica Abu Dhabi vuole espandere le proprie esportazioni anche verso l’Asia. Pure l'Arabia Saudita sta ampliando l’utilizzo del suo oleodotto Est-Ovest che attraversa orizzontalmente il paese e porta il petrolio prodotto sulla costa est verso il porto di esportazione di Yanbu, sulla costa ovest che dà sul mar Rosso. Riad sta anche potenziando anche quest’ultimo per far fronte al maggiore flusso. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono gli unici produttori del Golfo che esportano greggio al di fuori dello Stretto.

L'Oman ha una lunga costa sul Golfo dell'Oman, mentre Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein sono quasi del tutto dipendenti dal corso d'acqua per le spedizioni. Anche Muscat sta attuando la stessa strategia con i suoi porti. "L'eredità della crisi si tradurrà nella costruzione di infrastrutture per aggirare lo Stretto di Hormuz", ha affermato Hamad Hussain, economista specializzato in materie prime presso la società di ricerca londinese Capital Economics. "Ormai il vaso di Pandora è stato aperto, dato che la minaccia, a lungo paventata, di una chiusura effettiva dello Stretto da parte dell'Iran si è ora concretizzata".

La Svizzera del Medio Oriente sotto assedio: Oman stretto tra Iran, raid e pressioni di Trump

(Da Muscat) In Oman, uno dei Paesi mediorientali più vicini al conflitto e allo stallo in corso nello Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran, l’atmosfera che travolge chi proviene dall’esterno è surreale. Quasi sospesa, come nell’occhio di un ciclone, a causa delle distensioni (poche) e delle minacce (tante) alternate a ritmo quotidiano dall’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump e dal regime dei pasdaran. Solo nella notte tra 4 e 5 giugno il porto di Al-Fahal è stato costretto a interrompere le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un'esplosione probabilmente causata da un attacco di droni. Nonostante questo clima chi, in un contesto ad alta fluidità, si aspetta di trovare un Sultanato sull’orlo di una crisi di nervi rimane però deluso. Che si passi dal moderno aeroporto della capitale omanita o dai piccoli villaggi del Paese, è infatti difficile riscontrare tracce di nervosismo tra le autorità o tra la popolazione locale. Una circostanza che fa apparire quanto accade nello Stretto quasi un affare di un altro pianeta.

Caos calmo

Calma e ordine. Al tempo della guerra di Trump, è così che si presenta la vita nel Sultanato agli occhi dei suoi visitatori. Gli abitanti di Muscat, città bianca e senza grattacieli per legge - al contrario delle sue luccicanti sorelle mediorientali -, sembrano più preoccupati dall’afa (insolita in questo periodo dell’anno) che non dal possibile riavvio delle ostilità.

Non che in Oman il tema del conflitto non faccia capolino nelle conversazioni con la gente del posto. Talal, una guida turistica, spiega al Giornale che "l'Oman è come la Svizzera del Medio Oriente e siamo amici di tutti". Parole pronunciate con un misto di pacatezza e orgoglio. In risposta alle ultime esternazioni di Trump, arrivato di recente a minacciare Muscat per le sue presunte trattative con l'Iran sulla cogestione dello Stretto, un tassista afferma che il presidente americano è solo un chiacchierone e alla fine non farà nulla. Poco importa che lo stesso autista aggiunga subito (e senza un filo di preoccupazione) che nessuno sa davvero quali potrebbero essere le prossime mosse del tycoon.

Si vive così in Oman, con la gente del posto che continua a ripetere che, pur essendo vicino al fronte di guerra, il loro Paese “è sicuro”. Un leitmotiv che lega varie dichiarazioni di residenti di Muscat raccolte dal Giornale. Le stesse fonti ci tengono anche a precisare che, nonostante l’incertezza della situazione, il turismo è in una fase di lenta ripresa. Lo testimoniano le folle di viaggiatori, dai tanti occidentali alla moltitudine di visitatori provenienti dall’Asia meridionale, che affollano gli alberghi di lusso e i centri commerciali della capitale omanita.

Il senso di sicurezza che gli omaniti avvertono, e trasmettono, trova peraltro conferma nel numero di attacchi lanciati nelle fasi più dure del conflitto dall’Iran contro il Sultanato (una manciata rispetto alle centinaia di raid con droni e missili sferrati da Teheran contro gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in primis). Per quanto gli omaniti, almeno in pubblico, sminuiscano ogni preoccupazione per la guerra - condivisa, nel villaggio globale, tanto dall’albergatore di Dallas quanto dal coltivatore di riso del Delta del Mekong -, nel Sultanato l’attenzione per ciò che avviene nella regione è comunque alta. Ma non isterica. Non è un caso che in uno dei tanti negozietti di souvenir della storica città di Nizwa, a circa due ore di macchina da Muscat, una televisione sia accesa su Al Jazeera. Sul piccolo monitor scorrono immagini dell’area al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran e riprese delle operazioni militari israeliane in Libano. Nessuno però guarda il notiziario.

Un intermediario in crisi

L’Oman è uno dei più importanti mediatori della regione mediorientale. È infatti in questo Paese che negli anni Ottanta si svolsero i negoziati per la fine del conflitto tra Iran e Iraq. Decenni dopo, nel 2015, fu Muscat a facilitare le comunicazioni tra il regime dei pasdaran e l’amministrazione Obama che portarono all’accordo sul nucleare poi ripudiato da Trump durante il suo primo mandato. Più di recente, alla vigilia della guerra in Iran, il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi è stato tra i negoziatori principali tra Stati Uniti e Iran. Il giorno prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, Al Busaidi ha incontrato a Washington il vicepresidente americano JD Vance per informarlo che i colloqui con gli iraniani avevano compiuto importanti progressi. Troppo poco e troppo tardi per il tycoon che subito dopo ha dato luce verde all’opzione militare.

La guerra in Iran accende i riflettori sulle relazioni tra Oman e Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha riportato nelle scorse ore che le recenti minacce di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent contro Muscat hanno scioccato le autorità omanite. Specie se si considera la storia dei rapporti tra le due nazioni. Il Sultanato è stato il secondo Paese arabo, dopo il regno del Marocco, a stabilire nella prima metà dell’Ottocento relazioni diplomatiche con Washington. Chi fa visita al National Museum nella capitale dell’Oman può avere contezza dei profondi legami che uniscono i due Paesi ammirando il cannone realizzato attorno al 1850 dalla fonderia Cyrus Alger & Co. di Boston su ordine dell’allora Sultano Sayyid Said bin Sultan al-Busaidi.

A Trump, uomo d’affari che negozia solo alle sue condizioni, si sa, la storia interessa poco. Per il commander in chief sono altri gli aspetti che contano e nel caso dell’Oman, a pesare nel giudizio del miliardario, è il fatto che l’alleato intrattenga relazioni (secolari) con un acerrimo nemico dell’America come l’Iran. E così quello che era considerato un utile messaggero in delicate trattative internazionali, adesso, almeno per la Casa Bianca, è diventato parte del problema. Gli statunitensi, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbero infatti facendo pressioni sul Paese mediorientale affinché prenda una posizione chiara e interrompa le relazioni con la Repubblica Islamica. Il ministro dell’Informazione Abdulla Al-Harrasi ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il suo Paese “è pronto a collaborare con gli Stati Uniti e con tutti i partner responsabili per promuovere la stabilità, prevenire disordini e salvaguardare i nostri interessi strategici”.

Gestire il tycoon

La Svizzera del Medio Oriente starebbe già studiando come rispondere alle bordate del tycoon, forse lanciando un’offensiva di pubbliche relazioni volta a dimostrare l’impegno dell’alleato omanita a favore dell’aumento del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Quanto alla causa principale dell’ira del presidente Usa - una valutazione dell'intelligence su un possibile piano congiunto di Muscat e Teheran per imporre pedaggi alle navi che passano da Hormuz - l’Oman ha sin qui negato ogni addebito.

L’uragano Trump ha mandato dunque in crisi la linea ufficiale omanita, amici di tutti e nemici di nessuno. L’Oman, però, sin qui si sarebbe mosso nel solco della sua “neutralità attiva”, pur con qualche inusuale presa di posizione dovuta alle iniziative internazionali, spericolate e senza precedenti, intraprese dal leader Usa. Tra queste, l’intervento del ministro degli Esteri omanita che a marzo, dalle pagine dell’Economist, ha definito fuori controllo la politica estera Usa. Un’esternazione che ha reso evidente come non sia l’Oman ad essere cambiato, bensì la superpotenza.

Al largo di Muscat, intanto, decine di navi si stagliano all’orizzonte. Chi di giorno, sfidando le temperature roventi, si avventura in una passeggiata sulla corniche non può non notarle. Il blocco nello Stretto non c’entra, spiegano i residenti della capitale. Per vedere l’ingorgo di mercantili ripreso ormai quotidianamente dai media bisognerebbe spostarsi di circa 500 chilometri più a nord, nell’exclave di Musandam che si affaccia, appunto, su Hormuz e che sino a pochi mesi fa era conosciuta più per il suo soprannome (la “Norvegia d’Arabia”) che non per la sua vicinanza ad una delle giugulari energetiche più pericolose del pianeta. Da Muscat la guerra è lontana. E per un attimo, tra un Inshallah e l’altro e a condizione che ci si astenga dal compulsare i profili social di Donald Trump, sembra proprio che sia così.

Il tunnel impossibile tra Russia e Stati Uniti: arriva la firma dello storico accordo sullo Stretto di Bering

Per oltre un secolo è stato considerato poco più di una fantasia da ingegneri visionari. Eppure il progetto di un collegamento fisso tra Russia e Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering continua periodicamente a riaffacciarsi nel dibattito internazionale, alimentato dalle grandi trasformazioni geopolitiche e dalla competizione sulle rotte artiche. Oggi, mentre il disgelo progressivo dell'Artico apre nuove prospettive commerciali e strategiche, l'idea di un tunnel sottomarino tra Siberia e Alaska viene riletta non tanto come un'infrastruttura imminente, quanto come il simbolo di un possibile nuovo ordine dei trasporti globali.

Kirill Dmitriev, inviato per gli investimenti di Vladimir Putin e capo del fondo sovrano russo Rdif, parlando con i giornalisti a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburto (Spief), citato dal canale tv Zvezda ha annunciato che “domani firmeremo un accordo per proseguire con la progettazione del tunnel, che verrà costruito".

Separati da appena 85 chilometri di mare e dalle due isole Diomede, Russia e Stati Uniti sono in realtà i due Paesi confinanti più vicini del pianeta. In mezzo passa anche la linea internazionale del cambio di data, dettaglio geografico che ha contribuito ad alimentare il fascino quasi leggendario di questo progetto.

Un'idea nata nell'Ottocento e mai davvero tramontata

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il progetto non è figlio della contemporaneità. La prima proposta organica risale al 1849, quando il governatore del Territorio del Colorado, William Gilpin, immaginò una grande ferrovia intercontinentale capace di unire Asia e America. Nei decenni successivi il piano venne ripreso dall'imprenditore ferroviario Edward Harriman e, agli inizi del Novecento, dall'ingegnere francese Léon Loicq de Lobel, che ipotizzò addirittura un tunnel sotto lo stretto. Le guerre mondiali e la Guerra Fredda congelarono però qualsiasi possibilità concreta.

Il progetto tornò in auge negli anni Cinquanta grazie all'ingegnere sino-americano Tung-Yen Lin, che elaborò uno dei piani tecnicamente più completi, prevedendo una struttura mista ferroviaria e stradale articolata in tre sezioni sfruttando le isole Diomede come punti intermedi di appoggio. Negli anni Duemila, con il crescente interesse russo per lo sviluppo dell'Artico, Mosca ha più volte rilanciato l'idea di un collegamento stabile, arrivando a ipotizzare investimenti superiori ai 60 miliardi di dollari e la costruzione di migliaia di chilometri di nuove infrastrutture ferroviarie nelle aree più remote della Siberia orientale.

Perché lo Stretto di Bering è tornato centrale

La rinascita del dibattito non dipende soltanto dal fascino ingegneristico dell'opera. Lo Stretto di Bering è oggi uno dei punti più sensibili della competizione geopolitica globale. Il progressivo scioglimento dei ghiacci rende infatti sempre più praticabili le rotte commerciali artiche, riducendo potenzialmente i tempi di navigazione tra Asia ed Europa rispetto ai tradizionali passaggi attraverso il Canale di Suez. In questo contesto, un collegamento terrestre tra i due continenti assume un valore strategico enorme.

Tuttavia, gli ostacoli restano giganteschi. Oltre alle difficoltà tecniche legate a fondali profondi, temperature estreme e presenza di ghiacci mobili, il principale limite è politico. Le relazioni tra Washington e Mosca attraversano una delle fasi più tese dalla fine della Guerra Fredda e rendono al momento impensabile una cooperazione di questa portata. Persino il Dipartimento di Stato americano, in passato, aveva dichiarato di non essere a conoscenza di alcun piano concreto condiviso con la Russia per un'infrastruttura di questo tipo.

Più che un tunnel, un indicatore dei nuovi equilibri mondiali

Nel XIX secolo il tunnel sotto lo Stretto di Bering rappresentava il sogno dell'espansione ferroviaria globale; durante la Guerra Fredda diventò un'utopia di pace tra superpotenze; oggi si inserisce nella corsa alle nuove rotte artiche e nella competizione tra grandi blocchi economici.

Secondo Dmitriev, le moderne tecnologie sviluppate dalla Boring Company di Elon Musk renderebbero possibile realizzare questo progetto per meno di 8 miliardi di dollari e in meno di otto anni.

Non è un caso che il progetto venga evocato ogni volta che si parla di una possibile ridefinizione dei rapporti tra Russia, Stati Uniti e, più recentemente, Cina. In un mondo che cerca nuove infrastrutture per sostenere la globalizzazione del XXI secolo, il tratto di mare che separa Alaska e Siberia continua a rappresentare uno dei confini più simbolici del pianeta: appena 85 chilometri che dividono due continenti, ma soprattutto due visioni dell'ordine mondiale.

Tensioni Usa-Cina, Rubio commemora Tienanmen. La furia di Pechino: "Distorsione della storia"

Le ultime tensioni tra Stati Uniti e Cina, a quasi un mese di distanza dalla visita di Donald Trump a Pechino, riguardano l'anniversario dei fatti di Tienanmen. È successo che il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha diffuso una nota per commemorare il 4 giugno del 1989. Non una data qualunque ma il giorno del famigerato massacro di Tienanmen quando, 37 anni fa, "il Partito Comunista Cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". Non è mancata la secca replica della Cina, dove qualsiasi accenno a questo episodio è ancora un tabù e l'argomento è pesantemente censurato. Le affermazioni degli Usa "distorcono i fatti e diffamano la Cina", ha tuonato Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

La commemorazione di Rubio

"Il 4 giugno il mondo commemora il 37esimo anniversario dell'ordine impartito dal Partito Comunista Cinese alle sue truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici dentro e intorno a Piazza Tienanmen. Nessuna censura può cancellare il passato. Coloro che si sono sacrificati per difendere i loro diritti inalienabili di libertà di espressione e di riunione pacifica saranno un giorno riabilitati", si legge nel comunicato di Rubio.

Come ha scritto Reuters, la dichiarazione dell'alto funzionario statunitense rispecchia in gran parte le sue precedenti osservazioni sulla repressione cinese, ma non è da escludere che il messaggio possa anche servire a rassicurare i dissidenti cinesi e i sostenitori della democrazia in un momento in cui Trump e Xi stanno dialogando in maniera più intensa.

I fatti di Tienanmen

Nella primavera del 1989 decine di migliaia di studenti, lavoratori e altri manifestanti si radunarono in Piazza Tienanmen e nei dintorni, chiedendo riforme politiche, maggiori libertà e azioni contro la corruzione. Il 4 giugno dello stesso anno, l'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese fece irruzione nella piazza aprendo il fuoco sulla folla.

Secondo le stime occidentali, basate su registri ospedalieri, testimonianze oculari, dispacci diplomatici e conteggi di vittime accertate e persone scomparse, sarebbero stati uccisi fino a 1.000 civili. Il governo cinese smentisce questa ricostruzione e fornisce una cifra molto inferiore, compresa tra 200 e 300 vittime. Ogni anno Pechino rafforza le misure di sicurezza intorno a Piazza Tienanmen per impedire commemorazioni pubbliche o proteste.

La risposta della Cina

La risposta della Cina non è tardata ad arrivare. "Il governo cinese è giunto da tempo a una conclusione chiara riguardo a quei disordini politici verificatisi alla fine degli anni '80", ha dichiarato Mao Ning durante una conferenza stampa. "Le relative dichiarazioni errate da parte degli Stati Uniti distorcono i fatti storici, infangano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e interferiscono negli affari interni della Cina", ha aggiunto la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.

Quest'anno, secondo quanto riportato da Amnesty International, le autorità cinesi avrebbero impedito ai familiari delle vittime del 1989 di visitare le loro tombe nel cimitero di Wan'an a Pechino, una decisione che la stessa Amnesty ha definito come "un atto crudele". I membri del gruppo delle Madri di Tienanmen hanno spiegato di aver ricevuto una notifica dall'Ufficio di Sicurezza Municipale di Pechino secondo cui, per la prima volta in oltre 30 anni, non sarà loro consentito l'accesso al luogo di sepoltura di molte vittime, né sarà loro permesso di celebrare le tradizionali cerimonie funebri annuali.

"Ora non ci permettono più di andare al cimitero di Wan'an, né di leggere testi sacrificali o elogi funebri", ha dichiarato a Radio Free Asia Zhang Xianling, un membro del gruppo. "Queste azioni, che prima erano di routine, non sono più consentite. Ora non ci è nemmeno permesso di andarci, cosa che non era mai successa prima", ha quindi concluso la donna.

Corsi (obbligatori) su diversità e inclusione: le forze dell'ordine piegate all'agenda woke

Come è potuto accadere che gli agenti dell'Hampshire ignorassero le richieste d'aiuto di un ragazzo, che giaceva esanime a terra, e si fidassero della versione di chi lo aveva accoltellato solo perché questo diceva di aver subito un'aggressione razzista? Ecco come: anni di corsi di sensibilizzazione culturale, anni di formazione su Diversità, equità e inclusione (Dei), anni di incontri con oratori esterni. Tutto questo ha spinto la polizia a non credere a Henry Nowak, quando diceva di essere stato accoltellato, ma a prendere le difese di Vickrum Digwa che lo aveva appena colpito con una lama da venti centimetri.

Ora che un giudice ha stabilito che quella sera del 3 dicembre 2025 Henry "non aveva detto nulla di razzista" e ha condannato Digwa all'ergastolo, il dibattito politico e mediatico si è spostato sulle regole d'ingaggio della polizia. Per capire come si muovono gli agenti della contea dell'Hampshire è d'aiuto leggere il "Race action plan" per il triennio 2024-2026. "L'omicidio di George Floyd da parte di agenti di polizia in servizio negli Stati Uniti nel 2020 è stato un momento cruciale per le forze dell'ordine nel Regno Unito, rendendo necessario un vero cambiamento", si legge. "Sebbene questo tragico evento sia accaduto in un altro Paese, le forze dell'ordine in tutto il Regno Unito hanno avuto per molti anni un rapporto teso con alcune comunità". Il 2020 può, dunque, essere considerato il momento in cui nasce il culto cieco all'agenda Dei. Con il College of Policing che invita gli agenti a "rispondere positivamente ad accuse, segnali e percezioni di ostilità e odio" e a "non contestare questa percezione". Con la polizia dell'Hampshire che stanzia un milione di sterline per tenere corsi sulla questione razziale la cui partecipazione era non solo "obbligatoria" ma addirittura "collegata all'avanzamento di carriera". Con il capo dello stesso dipartimento che nel 2022 fissava come "priorità assoluta" l'essere anti-razzisti e inclusivi. Con le forze dell'ordine che, come sottolinea lo Spectator, "hanno reagito alle accuse di razzismo istituzionale andando all'estremo opposto".

Sentito dal Telegraph, l'ex presidente della Metropolitan Police Federation, Rick Prior, ha raccontato che oggigiorno "la cosa peggiore che possa capitare a un agente di polizia è essere accusato di razzismo" perché rischia di essere allontanato dal lavoro per mesi. Pertanto, anziché "essere obiettivo", quando interviene in un caso di presunto razzismo, persegue soltanto quell'obiettivo. Nel "Race action plan", infatti, non solo si invita a occuparsi dei "reati che causano il maggior danno alle comunità di minoranze etniche" ma anche ad assicurarsi che "siano in atto procedure che consentano a tutte le vittime di crimini d'odio di ricevere il miglior servizio possibile in base alle loro esigenze".

Il governo Starmer ha fatto sapere che queste linee guida saranno presto riviste e che sarà fatta luce su come "le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale" degli agenti. Peccato che l'ufficio, che dovrà indagare, è lo stesso che invitava i poliziotti a non ferire le persone che denunciano episodi di razzismo dicendo che nelle loro accuse mancano prove "tangibili".

Assunto al Pentagono un condannato per l'assalto al Campidoglio

Un uomo condannato per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, poi pentitosi per il proprio ruolo nei disordini, è stato assunto dall’amministrazione Trump in un ufficio del Pentagono che si occupa di operazioni militari altamente classificate. Si tratta di Elias Irizarry, che all’epoca dell’irruzione a Capitol Hill aveva 19 anni. Secondo quanto confermato da quattro persone al Washington Post, l’incarico ha suscitato preoccupazioni interne. L’ufficio nel quale Irizarry è stato destinato gestisce dossier delicati, tra cui sicurezza delle ambasciate, recupero di personale e operazioni per la liberazione di ostaggi. Si tratta di attività che, secondo fonti interne, richiedono normalmente un’autorizzazione di sicurezza di livello top secret.

Il Pentagono ha difeso la scelta. In una nota, il portavoce Joel Valdez ha definito Irizarry "un giovane professionista qualificato e patriottico", aggiungendo che il Dipartimento della Difesa è "orgoglioso" di averlo nominato. Non è chiaro chi, all’interno dell’amministrazione Trump, abbia deciso la sua assunzione.

Il 6 gennaio 2021 Irizarry era una matricola della Citadel, accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Quel giorno si era recato a Washington con altri due uomini e, dopo il comizio di Donald Trump, si era unito alla folla che superò le linee della polizia ed entrò nel Campidoglio mentre il Congresso stava certificando la vittoria di Joe Biden alle presidenziali del 2020.

Secondo i procuratori, Irizarry entrò nell’edificio passando da una finestra rotta e aveva con sé un’asta metallica. Non risulta però che abbia colpito qualcuno. In seguito si dichiarò colpevole di un reato minore: ingresso e permanenza in un edificio o area sottoposti a restrizioni. Fu condannato a 14 giorni di carcere. Nel corso del procedimento, Irizarry espresse pentimento. Davanti al giudice disse di vergognarsi per quanto accaduto e definì il 6 gennaio "il più grande attacco alla nostra democrazia dalla Guerra civile". Inoltre si scusò anche con le vedove di alcuni agenti morti dopo quella giornata.

Il giudice Tanya S. Chutkan, pur sottolineando la gravità dei fatti, evidenziò anche la giovane età di Irizarry e il precedente percorso personale, definito "encomiabile" prima dell’assalto. Dopo l’espulsione dalla Citadel, il giudice offrì persino di scrivere una lettera a sostegno di una sua eventuale riammissione. Irizarry fu poi riammesso nel 2023 e si laureò l’anno successivo. I procuratori, al contrario, sostennero che la sua formazione militare e il servizio nella Civil Air Patrol rendevano le sue scelte del 6 gennaio ancora più gravi. In una memoria, segnalarono anche che sul suo telefono era stato rilevato un vuoto di dati tra il primo e l’8 gennaio 2021, circostanza che secondo l’accusa lasciava pensare alla cancellazione di informazioni relative ai fatti di Capitol Hill.

Dopo la laurea, Irizarry tentò anche la carriera politica in South Carolina, candidandosi senza successo alla Camera statale. Fu sconfitto nelle primarie repubblicane del 2024 dal deputato Randy Ligon. Sul suo profilo LinkedIn risultano riconoscimenti accademici ottenuti alla Citadel e, dal gennaio 2024, la definizione professionale di "Patriot".

La sua assunzione riapre il dibattito sulle nomine politiche in incarichi sensibili al Pentagono. Nel 2023, esponenti repubblicani del Congresso avevano chiesto spiegazioni all’allora segretario alla Difesa Lloyd Austin per la presenza, nello stesso ufficio, di Ariane Tabatabai, esperta di sicurezza nazionale e Medio Oriente, accusata da alcuni parlamentari di presunti legami discutibili con l’Iran.

All’epoca il presidente repubblicano della Commissione Forze armate della Camera Mike Rogers sostenne che il passato professionale di Tabatabai avrebbe dovuto escluderla da un incarico tanto delicato. Ora, con il caso Irizarry, le stesse domande tornano a circolare dentro il Pentagono: chi può accedere a informazioni riservate e quali precedenti devono pesare nella scelta di chi lavora nei settori più sensibili della difesa americana.

Il grande gelo

"Bibi-sitter" lo hanno definito spesso, per sottolineare come, già in occasione della firma del cessate il fuoco a Gaza, Donald Trump avesse dovuto fare da baby-sitter all'amico e alleato Benjamin Netanyahu, detto Bibi. Il riferimento è a un vecchio spot elettorale di successo del primo ministro israeliano, che si presentava come il leader perfetto "per badare ai bambini di Israele". La conclusione è che già mesi fa era evidente come il presidente americano e la sua squadra si fossero lanciati in una supervisione serrata delle mosse del leader israeliano, per evitare deragliamenti, fughe in avanti e azioni politiche e militari estreme, capaci di far saltare il tavolo della trattativa indiretta con Hamas prima e l'agognata intesa di pace poi. Adesso il copione si ripete con l'Iran. Donald Trump cerca l'accordo con Teheran e non può permettersi che le scelte del premier amico danneggino i negoziati e sbarrino la strada verso un'intesa con i vertici della Repubblica islamica.

È in questo contesto che Trump, anche questa volta nel ruolo di Bibi-sitter, ha dovuto alzare il telefono nella convulsa giornata di lunedì, per fermare l'annunciata offensiva israeliana in Libano, nel sud di Beirut roccaforte di Hezbollah, ed evitare il rischio altissimo che l'azione militare voluta da Netanyahu facesse saltare le trattative con l'Iran. I resoconti del giornalista israeliano Barak Ravid per il sito statunitense Axios sono impietosi. Frasi fortissime, che Trump avrebbe pronunciato fuori dai denti, con il suo tono diretto e scurrile, consapevole di rivolgersi a uno stretto alleato e ostinato nel voler recapitare un messaggio più chiaro possibile. Furioso per la prospettiva di nuovi raid sul sobborgo Dahyeh di Beirut, dopo l'ordine di evacuazione dell'esercito israeliano, Trump a un certo punto avrebbe urlato a Netanyahu: "You're fucking crazy"; "sei fottutamente pazzo". "Se non fosse per me, saresti in galera", riferimento ai guai giudiziari di Bibi, accusato di corruzione in patria, e per il quale il tycoon si è speso chiedendo al presidente israeliano Isaac Herzog di concedergli la grazia. Poi un esplicito: "Ti sto salvando il culo". E un altrettanto schietto: "Adesso tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per colpa di questa storia". Netanyahu avrebbe risposto con un disciplinato: "Ok, ok, assicurati solo che tutto sia sistemato".

All'indomani dello stop che sembra aver salvato per ora la trattativa con Teheran, un membro dello staff del premier israeliano ha minimizzato sui toni e sulla gravità dei contenuti della chiamata, precisando che le telefonate tra Washington e Gerusalemme lunedì sono state due, una alle 19 e una a mezzanotte e che l'ultima è stata la più "tesa". Poco importa. Perché è evidente a tutti che, dopo la chiamata del presidente americano, Bibi ha fatto marcia indietro. Ed è evidente che la strategia dei due leader, e il contesto politico in cui si muovono, stanno creando tensioni e imbarazzo sull'asse Washington-Tel Aviv. Trump è disposto a rinunciare alla battaglia contro Hezbollah in Libano, pur di portare a casa un'intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo stop al nucleare iraniano. Netanyahu considera la guerra contro la milizia sciita libanese fondamentale per la salvezza di Israele. I due leader amici hanno inoltre orizzonti politici differenti. Trump teme le ripercussioni elettorali di una guerra che gli americani hanno mal digerito e che, più va avanti, più ha ripercussioni economiche che rischiano di danneggiarlo gravemente in vista del voto di Midterm a novembre. Bibi, invece, alla vigilia delle elezioni d'autunno che definiranno la sua carriera, deve garantire sicurezza ai civili israeliani minacciati dai razzi e dai droni di Hezbollah e ha il ministro Itamar Ben Gvir, che potrebbe essere cruciale per il ritorno al governo, che lo incalza e chiede di "tornare alla guerra spietata a Beirut. Anche senza l'ok di Trump".

Non solo missili e nucleare: il jolly chimico di Kim che preoccupa gli esperti

La Corea del Nord non si affida soltanto ai suoi sempre più potenti missili balistici e al suo programma nucleare. Oltre il 38esimo parallelo c’è un altro fronte militare che continua a suscitare preoccupazione tra gli esperti di sicurezza: quello delle armi chimiche. Da anni, infatti, i servizi di intelligence occidentali ritengono che Pyongyang disponga di capacità avanzate in questo settore. Le ultime analisi suggeriscono che il Paese guidato da Kim Jong Un continuerebbe a investire risorse nello sviluppo e nel mantenimento di un arsenale molto particolare. Le armi chimiche rappresenterebbero per il governo nordcoreano uno strumento complementare alla deterrenza nucleare, potenzialmente utilizzabile sia sul campo di battaglia sia come mezzo di pressione psicologica contro gli avversari.

L’allarme sulle armi chimiche di Kim

A rilanciare il dibattito è un nuovo studio pubblicato dal centro di analisi 38 North nell'ambito del Project Anthracite, coordinato dal think tank britannico Royal United Services Institute. I ricercatori hanno esaminato oltre 30 mila brevetti, pubblicazioni scientifiche e dati open source per ricostruire le potenziali capacità industriali della Corea del Nord nel settore chimico.

Lo studio non sostiene di aver trovato prove definitive della produzione attuale di armi chimiche, ma individua una serie di indicatori che, considerati nel loro insieme, delineano un'infrastruttura compatibile con la realizzazione di agenti tossici militari.

Secondo gli autori, università, impianti industriali e istituti di ricerca nordcoreani avrebbero accesso alle tecnologie e alle materie prime necessarie per produrre sostanze come iprite, sarin e altri agenti nervini. Le conclusioni dello studio si inseriscono in un quadro già noto agli osservatori internazionali. Nel 2017, non a caso, Pyongyang fu accusata di aver utilizzato l'agente nervino VX nell'assassinio di Kim Jong Nam, fratello di Kim Jong Un, ucciso all'aeroporto di Kuala Lumpur. Per molti analisti quell'episodio rappresentò la dimostrazione concreta di come il governo nordcoreano non solo possedesse tali sostanze, ma che fosse anche disposto a impiegarle.

Il jolly di Kim

Secondo diverse stime internazionali, la Corea del Nord potrebbe disporre di scorte comprese tra 2.500 e 5.000 tonnellate di agenti chimici. Sebbene sia difficile verificare questi numeri, numerosi specialisti ritengono che il programma sia rimasto attivo anche dopo il consolidamento dell'arsenale nucleare del Paese.

In passato le armi chimiche erano considerate una sorta di "bomba atomica dei poveri", una capacità deterrente meno costosa rispetto alle testate nucleari. Oggi, però, potrebbero avere una funzione diversa. In caso di conflitto nella penisola coreana, potrebbero essere utilizzate per rallentare l'avanzata delle forze sudcoreane o americane, colpire infrastrutture strategiche o creare caos nelle retrovie.

A differenza delle armi nucleari, il cui utilizzo provocherebbe quasi certamente una risposta devastante, gli agenti chimici potrebbero essere inoltre considerati da Pyongyang uno strumento intermedio per tentare di modificare l'andamento di una guerra. Per questo motivo il programma chimico nordcoreano continua a essere osservato con crescente attenzione dagli analisti, che lo considerano uno degli elementi più opachi e potenzialmente pericolosi dell'apparato militare di Kim.

Colombia, svolta a destra. "El Tigre" sogna da leader

Contro tutti i sondaggi della vigilia, l'avvocato della destra Abelardo de la Espriella ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane con il 43,7% dei voti precedendo il delfino del presidente Gustavo Petro, l'ex comunista Iván Cepeda, 63enne formatosi nella Bulgaria dell'ex Unione Sovietica, fermo al 40,9%. I due si sfideranno al ballottaggio del prossimo 21 giugno, con «El Tigre», come tutti in Colombia chiamano de la Espriella, in una posizione di forza grazie all'endorsement ricevuto da Paloma Valencia, la candidata del Centro Democratico dell'ex presidente Álvaro Uribe, arrivata terza con il 6,9% dei voti.

Il risultato rappresenta un duro colpo per Petro visto anche il basso astensionismo, con oltre 24 milioni di colombiani che si sono recati alle urne per scegliere chi guiderà la Colombia fino al 2030. Il voto di domenica è stato un vero e proprio referendum sull'eredità politica del primo presidente ex guerrigliero di sinistra della storia colombiana e Petro lo ha perso, anche se non lo ha riconosciuto, paventando presunte frodi, un atteggiamento senza precedenti a detta di numerosi osservatori e media colombiani.

Dopo 24 ore sulla stessa linea di Petro e dopo che «El Tigre» aveva subordinato la propria partecipazione a un eventuale confronto televisivo al riconoscimento del risultato elettorale - «Prima riconosci il risultato delle elezioni e poi discutiamo subito» - Cepeda ieri sera ha accettato la sconfitta a modo suo, dicendo che «non ci sono irregolarità sufficienti per parlare di frode». Parole che testimoniano comunque il clima di forte polarizzazione che accompagnerà la campagna in vista del ballottaggio.

Chi è però l'outsider della nuova destra colombiana? Nato a Barranquilla nel 1976, de la Espriella è uno degli avvocati più noti e controversi del Paese, diventato celebre per aver difeso imprenditori, politici e personaggi pubblici in processi mediatici. Estraneo ai tradizionali schemi della politica colombiana, la sua ascesa politica si è sviluppata attorno a tre mantra: ristabilire l'ordine, rilanciare l'economia e combattere l'impunità. Durante la sua campagna elettorale «El Tigre» ha criticato apertamente la strategia della «pace totale» promossa da Petro, sostenendo che i negoziati con diversi gruppi illegali non hanno prodotto risultati e, anzi, abbiano consentito a narcos di rafforzare la loro presenza sul territorio, soprattutto nel Catatumbo, al confine con il Venezuela.

Sul piano economico de la Espriella punta su sostegno alle imprese, riduzione della pressione fiscale e attrazione di investimenti stranieri, presentandosi come il candidato della crescita. Una strategia che gli ha consentito di conquistare il consenso di ampi settori della classe media, preoccupati per il rallentamento economico e per il deterioramento della sicurezza.

Riuscirà «El Tigre» a confermare il consenso raccolto nelle urne in una vittoria storica anche al ballottaggio del 21 giugno? Nessuno lo sa perché la Colombia è la patria del realismo magico e dei sondaggi sbagliati ma una cosa è certa: il Paese si prepara a vivere tre settimane ad altissima tensione.

Mandelson choc: "Starmer allo sbando"

Feroci critiche al governo e interferenze su nomine e strategie politiche. Peter Mandelson fa vacillare il governo Starmer anche da dimesso. L'ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, attualmente sotto inchiesta perché sospettato di aver condiviso con il finanziere pedofilo Epstein informazioni governative, continua a mettere a disagio il premier britannico che l'aveva nominato un anno fa per poi accorgersi di aver fatto un errore madornale. «Fatemi ambasciatore e non ve ne pentirete» è uno dei tanti messaggi che emergono dal secondo fascicolo diffuso ieri sul caso Mandelson. Più di 1.500 pagine, tre volumi, con email, lettere scritte a mano, stralci di conversazioni con segretari di Stato e ministri che rivelano quanto invece il primo ministro avrebbe dovuto pentirsi per quella nomina inappropriata. In questo secondo gruppo di documenti non viene toccata la controversa questione dei controlli di sicurezza sulla candidatura di Mandelson, ma viene alla luce un quadro chiaro del giudizio poco lusinghiero che l'ex ambasciatore aveva del capo di governo e delle sue strategie politiche. I suoi commenti sono sempre critici e velenosi come appare in alcuni messaggi che Mandelson si era scambiato con l'allora ministro per le relazioni intergovernative Pat McFadden. Secondo lui il governo era «assediato e allo sbando». «Non sanno lavorare come una squadra e nessuno di loro sa che cosa Keir pensi o voglia - scrive Mandelson - in realtà la maggioranza di loro pensa che Keir non sappia che cosa vuole». Giudizi assai poco lusinghieri su un primo ministro che, sempre secondo Mandelson, «manca di verve» , e su un esecutivo che va completamente rinnovato e che «necessita di avere degli scopi precisi e più fiducia per andare da qualche parte». In un altro scambio di messaggi Mandelson aveva accusato l'ex Primo Ministro Gordon Brown di aver tentato di danneggiare Starmer politicamente per favorire la sua vice di allora Angela Rayner. Aveva anche definito l'ex ministro alla Sanità Wes Streeting «isterico sulla questione di Gaza e in preda ad una crisi di mezza età». L'ex ambasciatore aveva critiche da fare anche sui cambiamenti alla tassazione sulle scuole private che in un breve scambio di messaggi con la leader della Camera dei Lord, la Baronessa Angela Smith, definì «poco saggia» come peraltro molte delle strategie adottate dall'esecutivo. Ma dai documenti si evince che Mandelson veniva interpellato anche su argomenti che non avevano nulla a che fare con il suo incarico. In un messaggio il Segretario di Stato Peter Kyle lo ringrazia per i consigli avuti relativi all'inserimento di «un linguaggio più positivo sull'intelligenza artificiale» nella sua relazione ad una conferenza sulla sicurezza internazionale di Monaco. Suggerimenti che Mandelson era in grado di dare in quanto in passato era stato consulente di hi tech per varie aziende. Per quanto riguarda il suo incarico Mandelson aveva suggerito di ingraziarsi il vanesio Trump regalandogli una valigetta rossa che ricordasse quella del governo inglese , ma con la scritta «presidente degli Stati Uniti». Dai documenti mancano tutti i messaggi contenuti nel cellulare di Mandelson che lui si è rifiutato di consegnare.

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