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Google: “Dal DMA gravi rischi per la sicurezza. L'architettura di Android deve essere cambiata da ingegneri, non da burocrati"

3 June 2026 at 09:07
La Commissione Europea guarda alla scadenza di fine luglio, quando dovrà prendere le decisioni finali sui due regolamenti di specificazione che toccano Google. Google parla di seri problemi di sicurezza, Apple la spalleggia. Ragione o torto, si tratta di una questione che riguarda tutti. ... Leggi tutto

Un popup blocca le Smart TV Samsung: cosa è successo, come si risolve e perché è preoccupante

2 June 2026 at 09:41
L'applicazione HbbTV del gruppo Mediapason richiama una vecchia libreria che è stata usata negli ultimi anni per truffe e raggiri. Da qualche giorno quella libreria mostra un popup a chi prova a collegarsi al dominio: i TV Samsung, su determinati canali, si bloccano. Ecco come risolvere ma soprattutto, e ben più grave, cosa c'è dietro.... Leggi tutto

Dove si trasmette la memoria storica del gusto

2 June 2026 at 03:45

In un mondo in cui il grande pubblico, noi tutti, vediamo il cibo rappresentato, raccontato, cucinato e mangiato in tv, o più ancora sui social, moltiplicato dall’articolo della rivista di settore o dal reel mordi e fuggi, sopravvive ancora l’eredità di ricordi ed emozioni familiari legati al cibo? Il ricettario della nonna è un’espressione ormai datata o in qualche casa possiamo ancora ritrovarlo vivo?

Se andiamo a leggere le biografie degli chef, spesso affermati e di successo, una mamma che cucina e prima ancora una nonna le troviamo di frequente. Anche qui, ammesso che non si tratti di biografie un po’ romanzate, siamo comunque nell’ambito di professionisti della ristorazione, ma nelle case di noi tutti la tradizione, la conoscenza alimentare è ancora un lascito di cui fare tesoro? E le nuove generazioni che cosa ne fanno di questo lascito?

Per rispondere a queste domande sull’evoluzione del costume alimentare italiano, l’alchimista Anna Prandoni ha riunito sul palcoscenico del Festival di Gastronomika una coppia di testimoni della condivisione legata al cibo: Samanta Cornaviera, archeologa culinaria, e Chiara Maci, food expert, volto televisivo e scrittrice.

Samanta Cornaviera è una speaker nella vita e ad ascoltarne la dizione lo si indovina subito; è appassionata di antichi ricettari novecenteschi con un amore che va oltre l’interesse filosofico-letterario e diventa pratica. Supportata da cuochi e amici spesso queste ricette Samanta le recupera e le fa realizzare, assaggiare e apprezzare in eventi che hanno il sapore del passato e la fragranza di una torta Mazzini appena sfornata.

Chiara Maci è interprete della cucina in una maniera molto ampia, oggi come scrittrice non solo di ricette ma anche di romanzi. Sul tema della trasmissione familiare dell’amore per il cibo, la storia di Chiara è esemplare, a tratti quasi estrema: «Arrivo da un’ossessione per la cucina in casa mia, il papà che ci portava in giro per ristoranti, la mamma ci ha cresciuti con la cucina del Cilento». I suoi ricordi sono quelli di una mamma che ha sempre cucinato, un esempio visivo senza nessun insegnamento tecnico in particolare: «Non ricordo una dose data da mia madre. La mia è stata una famiglia che mi ha insegnato la cultura alimentare. Noi tutti e tre fratelli siamo sommelier, mi hanno insegnato a bere bene perché è cultura. Per reazione a tutta quell’enogastronomia, il primo Vinitaly a sei anni, mi sono fiondata su tutt’altro, come giurisprudenza, salvo poi tornare lì perché è quello che amo. Importante è che tutto questo non finisca, è un rito che fa famiglia». Una sorta di viaggio di ritorno, l’educazione al buono e al bello non si possono rimuovere.

Chiara Maci ph. @GaiaMenchicchi

E oggi? Oggi Chiara è mamma due volte e almeno in un caso c’è già chi sta seguendo le orme di famiglia: «la prima figlia, che ha dodici anni, è molto brava in cucina, anche con la voglia di provare a fare a occhio, io la lascio fare: mio figlio invece non ha nessuna propensione per la cucina». Rispetto al web e ai social Chiara è stata tra le prime, assieme alla sorella Angela, a credere nella condivisione di ricette: «Già sedici anni fa, prima di Instagram, ho creduto al potere dei social come strumento di condivisione e proprio lì ho iniziato a condividere ricette della mia famiglia che chiunque in giro per il mondo poteva leggere».

Il quaderno delle ricette 2.0, online e a disposizione di tutti, per una trasmissione che da familiare diventa globale. Un inizio con la voglia di essere utile agli altri, ci racconta Chiara, che oggi lo fa con la voglia di divertirsi e affiancando anche altre attività figlie di una creatività cresciuta nel tempo. Se poi i social davvero insegnino a cucinare, come un tempo faceva l’esempio delle precedenti generazioni, è tutto da dimostrare. Sono uno strumento, dipende dall’uso che se ne fa, secondo Chiara: tutorial e video più tecnici hanno sicuramente un intento divulgativo, per altri creatori di contenuti può essere più una questione di intrattenimento. Oggi rispetto a qualche anno c’è stata un’evoluzione, o meglio, un’accelerazione, i contenuti proliferano e quasi si crea un rumore di fondo da cui diventa difficile per molti distinguere l’autenticità dei messaggi.

Anche l’analisi storica di Chiara Maci registra profondi mutamenti: «È cambiato il contenuto e la finalità, prima non si pensava a un futuro lavorativo. All’inizio per me la cosa più incredibile era poter scrivere liberamente, mi sentivo una giornalista e addirittura ero letta, coi commenti delle persone in tempo reale, ricordo ancora le emozioni di allora e mi faceva venire voglia di scrivere sempre di più. Adesso chi inizia parte già con l’obiettivo di fare visualizzazioni, meno spontaneo; io sono sempre comunque pro-evoluzione, sono felice che la cucina sia diventata un po’ di tutti, anche se mi spiace vederla diventare un trend. Mi diverte il fatto che tutti parlino di cibo soprattutto post Covid, è inclusivo».

Samanta Cornaviera, con la sua collezione di libri di ricette, racconta la storia con la S maiuscola che spesso passa anche dalle cucine. In casa sua la trasmissione non è pratica, fatta di gesti in cucina, ma più filosofica, e non potrebbe essere altrimenti con questo retroterra culturale: «ho un figlio maschio e perlomeno gli ho insegnato il gusto, cosa è buono e cosa non lo è. Il sugo ambrosiano di Ada Boni del 1932, la torta Mazzini ancora del secolo prima, gli ho lasciato la memoria storica del gusto. Sa scegliere e per me questo è già abbastanza». Spesso le ricette del passato sono state scritte da cuochi o appassionati gourmet con procedimenti improvvisati e risultati incerti, ci racconta Samanta. Forse il gusto letterario aveva la meglio sul risultato gustativo di quelle ricette. Gli stessi nomi dei ricettari erano evocativi, basti pensare a “Il talismano della felicità” del 1927 di Ada Boni. Per non parlare della cucina futurista di Marinetti, vero fuoco d’artificio di nomi dal Carneplastico all’Aerovivanda.

Samanta Cornaviera ph. @GaiaMenchicchi

Quanto alla famiglia di origine di Samanta è facile trovare motivi del suo interesse per la cucina, essendo figlia di un panettiere-pasticcere: «In vita mia ho rubato con l’occhio e ricordo di mio padre come con la mano prendeva il malto, o di come tagliava la focaccia. Mia madre lavorava in negozio, la domenica diventava casalinga con la pentola di ragù sul fuoco già dal mattino. Per cui rifaccio delle ricette che faceva lei, come la verza con il latte, però tutto tramandato oralmente».

È ora di guardare indietro e andare avanti, secondo Samanta, e il suo non è un facile slogan: «Da tempo faccio degustazioni di biscotti d’epoca (il biscotto ambrosiano del primo ricettario post-unitario d’Italia con marmellata albicocche e glassa Curaçao), da lì mi è venuta la voglia di fare una linea di biscotti d’epoca. Ho creato un packaging e una pubblicità con l’intelligenza artificiale, ed è venuta bene!». A livello produttivo Samanta non ancora trovato uno sbocco concreto, ma l’idea rimane buona e prova che archeologia culinaria e strumenti del futuro possono andare a braccetto se conditi con una dose di inventiva.

Ph. @GaiaMenchicchi

A questo punto del dibattito la coppia riunita da Anna Prandoni rivela molti più punti di contatto del previsto e mette a fuoco l’ingrediente segreto della trasmissione familiare dell’amore per il cibo, e inaspettatamente forse non si tratta solo di ricette né di ricettari in senso stretto.

Alain Chapel, storico cuoco francese del secolo scorso e figura emblematica della nouvelle cuisine, scrisse un libro di ricette, “La cuisine c’est beaucoup plus que des recettes” (la cucina è molto di più di semplici ricette). E forse il senso della trasmissione e il collante di queste due storie sta proprio qui: l’imprinting familiare è una questione di sensibilità e di cultura del cibo, in un’entusiastica staffetta generazionale, slegata dalla tecnica, che volendo si può sempre imparare, da procedimenti e dosi che pure possono esserci, ma senza quell’humus culturale sono nozioni destinate all’oblio.

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Robot, frigo, lavatrici, lettini per gatti riscaldati: tutti i prodotti che Dreame porterà in Italia nei prossimi mesi

27 May 2026 at 14:57
Dreame ha presentato a Parigi una gamma di prodotti che va ben oltre la pulizia: robot che salgono le scale, frigoriferi con acqua frizzante integrata, lavatrici con AI, lettini climatizzati per animali. Un'azienda cinese che in pochi anni sta costruendo un ecosistema casa completo, con la velocità di sviluppo che solo la supply chain cinese può garantire.... Leggi tutto

Abbasso Zapatero !

1 June 2026 at 14:37

Cade un altro mito progressista falso come l’oro di Bologna che diventava rosso di
vergogna. L’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodrìguez Zapatero è indagato per gravi
reati di corruzione e riciclaggio; gli sono stati sequestrati gioielli per il valore di milioni e
somme di denaro. Sembra che prima del rapimento di Maduro fosse sul punto di fuggire in
Venezuela, paese in cui esercitava grande influenza politica ed economica. E’ stato tra i
simboli del Gruppo di Puebla, il forum che riunisce decine di leader progressisti europei e
latino americani. Noto è il suo legame con Delcy Rodrìguez, oggi presidente venezuelana
con il beneplacito Usa. E’ assai probabile che l’attacco a Zapatero, Bambi per amici e
adoratori, Mister Bean per i detrattori, sia stato alimentato da informazioni dei servizi Usa
e forse venezuelani.
Circola un meme in cui il volto e il busto di Bambi sono avvolti da collane e gioielli. Brutta
fine, in attesa di un interrogatorio in cui ZP – all’ex potente non mancavano i soprannomi-
dovrà scegliere se salvare il Partito Socialista o le figlie, collaboratrici e secondo l’accusa
prestanome del padre in molti affari, a partire dal salvataggio con denaro pubblico della
compagnia aerea privata Plus Ultra. Un pessimo soggetto, amatissimo dalla sinistra
internazionale. Fu capo del governo dal 2004 al 2011, vincendo elezioni date per perse,
sull’onda dell’emozione all’indomani del terribile attentato a Madrid dell’11 marzo
(duecento morti e duemila feriti) che l’uscente Aznar, ingannato da settori infedeli dei
“servizi” spagnoli, attribuì improvvidamente al terrorismo basco,.
La sinistra italiana subì per anni la fascinazione di Zapatero: nel 2005 uscì addirittura un
film di Sabina Guzzanti- attrice militante della sinistra radicale- intitolato Viva Zapatero!
con tanto di punto esclamativo, una denuncia della censura mediatica italiana, paragonata
alla riforma televisiva del presidente spagnolo. In realtà Bambi spalancò le porte del
mercato radiotelevisivo iberico ai grandi gruppi privati. Tuttora è il dominus del Partito
Socialista Operaio Spagnolo, il cui nome contiene tre menzogne. Non di un partito
socialista si tratta, ma di un contenitore radical progressista. Operaio non lo è più, mentre
l’odio antinazionale verso la Spagna, la sua unità e le sue istituzioni è diventato il suo
marchio di fabbrica.
Ma chi è stato davvero Bambi/Mr. Bean, l’uomo convinto di aver portato l’illuminismo in
Spagna, e perché è diventato il campione della nuova sinistra super progressista ? Carmen
Calvo, presidente di nomina politica del Consiglio di Stato, lo ha descritto come persona
assolutamente buona. L’adulazione nei confronti dell'uomo ora accusato di cospirazione
criminale è stata una costante del personaggio. In occasione della consegna del Premio per
la Concordia e i Diritti Umani a lui attribuito, pronunciò un discorso ricco di pause
ispirate, intonazioni emotive e toni lacrimosi più consono a un predicatore che a un
gestore di società offshore, spedizioni di petrolio, detentore di centotre gioielli in
cassaforte. Eppure l’elogio sdolcinato della Calvo, sua ex subordinata , arrivò a definire “il
mio compagno José Luis ”un romantico della politica. Mi piacerebbe studiare filosofia,
afferma spesso. A sessantasei anni, ne avrebbe avuto tutto il tempo .

La sua reazione ai guai attuali è gridare alla persecuzione, anzi al lawfare, il neologismo
dei dotti che descrive l’uso politico della giustizia. Nel difendere un’altra corrotta,
l’argentina Cristina Kirchner poi condannata, disse che “le azioni legali contro un
rappresentante politico sono motivo di allarme; senza dubbio il lawfare è una delle
espressioni più preoccupanti delle deviazioni dei sistemi politici liberaldemocratici".
Verissimo, ma che dire di Silvio Berlusconi, Marine Le Pen, Gianni Alemanno, delle
elezioni bloccate in Romania, della costante minaccia di illegalizzazione di Afd in
Germania ? Durante una visita in Colombia, Zapatero definì così Gustavo Petro, presidente
sospettato di profitti da narcotraffico: "Ho visto in lui ciò che i presidenti vedono quando
un leader abbraccia un progetto per il proprio paese. Ciò che mi interessa di più di Petro è
la sua curiosità intellettuale. Quando trovi qualcuno così, sai che c'è speranza".
Negli ultimi tempi, mentre gli inquirenti indagavano sul suo coinvolgimento in una rete di
traffico di influenze, Zapatero ha coltivato l'immagine di pensatore e umanista con
messaggi semplicistici, vuoti. Un omaggio carico di piaggeria gli fu tributato in occasione
del ventesimo anniversario della sua legge più famosa, il matrimonio tra persone dello
stesso sesso, ribattezzato egualitario, in cui ZP attaccò la magistratura, la chiesa cattolica e
le istituzioni che si opposero alle nozze gay. Poche settimane fa ha tenuto il discorso
conclusivo alla Mobilitazione Progressista Globale di Barcellona, invocando più
internazionalismo e maggiore unità dei progressisti.
Rimettiamo le cose al loro posto: come scrisse il giornalista e teorico Walter Lippman, il
progressismo è l'ideologia di cui il capitalismo aveva bisogno per completare la mutazione
antropologica necessaria a imporre la sua egemonia. Esige “il riadattamento dello stile di
vita" delle masse e un cambiamento di "costumi, leggi, istituzioni e politiche", sino a
trasformare "la concezione che l'uomo ha del proprio destino sulla Terra e le sue idee sulla
propria anima". Per realizzare questa riconfigurazione, il nuovo capitalismo si serve
principalmente di forze progressiste che, con una retorica banale, moralista al contrario,
“sono riuscite a trasformare le società in un insieme di Robinson Crusoe in cui la comunità
diventa un'associazione costruita sulle scelte dell'individuo. “ In questo senso è innegabile
che Zapatero, sancendo i “diritti” più svariati, sia un eminente progressista.
Contemporaneamente ha alimentato l’odio contro il cattolicesimo, legalizzato l’aborto
libero anche per le minorenni, fomentato la divisione tra spagnoli favorendo la banda
terrorista Eta e i separatismi, peggiorato le condizioni economiche del paese, trasformato
le istituzioni in organismi al servizio del suo partito ed incoraggiato l’immigrazione
nonostante un tasso di disoccupazione del venti per cento . Questa è stata la figura
celebrata dal coro mainstream. Hanno ragione, però, in base alla definizione di
progressismo di Pier Paolo Pasolini: una forza al servizio del capitalismo, incaricata di
realizzare la mutazione antropologica che uccide l'identità popolare e sterilizza le lotte dei
lavoratori, li rende incapaci di difendere i propri diritti ed estingue l’ antagonismo
liberandoli dai tabù tradizionali (religiosi, familiari, sessuali, comunitari) fino a farli
diventare consumatori edonisti e individualisti. Zapatero è stato il perfetto paladino di
questo progressismo di servizio. Di qui il suo inesausto impegno per ampliare i diritti civili.
Ossia imporre finti diritti ad altezza di biancheria intima ( J. M. de Prada) che hanno

trasformato le classi popolari in una poltiglia sterile, senza identità, indifesa contro gli
abusi plutocratici che era incaricato di attuare.
Fu lui a imporre la riforma che anteponeva gli interessi dei mercati finanziari ai bisogni
sociali del popolo, ponendo l'economia nazionale al servizio del capitale speculativo. Rese
meno onerosi i licenziamenti, elevò a 67 anni l'età pensionabile; approvò i cosiddetti sfratti
lampo voluti dalle banche , offrendo ai più vulnerabili il divorzio lampo e l’aborto lampo.
Aumentò pesantemente l’IVA, la tassa sui consumi che danneggia soprattutto chi ha
redditi modesti. Ridusse gli investimenti pubblici in sanità, istruzione, opere pubbliche,
proseguendo le privatizzazioni avviate dai suoi predecessori . Liberalizzò gli orari di
apertura dei negozi, favorendo così le grandi catene e rovinando il piccolo commercio.
Infine, smantellò le casse di risparmio e i loro programmi sociali. Tutte queste misure al
servizio della plutocrazia furono attuate da Zapatero con grande clamore e finto
disappunto, con atteggiamenti di studiata sofferenza interiore, come se ne fosse
profondamente addolorato.
Un brillante mentitore seriale per la nuova sinistra postborghese, apolide e antipopolare,

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La società delle dipendenze

30 May 2026 at 08:47

Una tantum lo scrivano fa pubblicità a se stesso. E’ uscito un mio libro dal titolo La società delle dipendenze, che è anche il benvenuto a una nuova, coraggiosa, casa editrice, Imprimere, un nome suggestivo che evoca insieme il lavoro artigiano e il gusto di stampare su carta, lasciare un segno. Giovane il marchio, giovani Violante e Valerio Savioli, entusiasti quanto basta per tuffarsi in un’avventura difficile nella  crisi dell’editoria. La società delle dipendenze è un testo con una tesi forte: viviamo in una società in cui imperano le dipendenze – da sostanze, condotte di vita, gusti, atteggiamenti- indotte, provocate e diffuse dal sistema  liberalcapitalistico. Nulla di naturale, benché le dipendenze non siano novità: il potere le ha abilmente sfruttate, industrializzate, rese parte integrante della vita a fini di dominio, creando l’insaziabile esigenza di soddisfazione immediata. Una sequela infinita di desideri che, concedendo virtualmente tutto e subito, crea la volontà inesausta di desideri che ne anticipano altri: senza fine, senza limite. Sentimenti, valori, idee sono sostituiti da comportamenti portatori di un’illusoria, istantanea felicità, immediatamente seguita dal vuoto. La mente umana non sopporta il vuoto e- lasciata a se stessa nel mondo di cartapesta – si riempie di ansia e depressione, sintomi di infelicità. In occidente la seconda causa di morte dei giovani è il suicidio e la quinta l’uso di sostanze stupefacenti. La dipendenza del piacere immediato, l’ invidia verso modelli irraggiungibili sviluppa l’insoddisfazione perpetua sino alla prigione dell’anima.

Il sistema delle dipendenze è un prodotto del liberalcapitalismo, della sua visione strumentale dell’essere umano, di cui cattura e disciplina, per assoggettarlo alle sue leggi, il desiderio, trasformato in dipendenza nella logica del dominio. La categoria di desiderio– alla base di ogni dipendenza- è stata tematizzata  da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Anti-Edipo, l’opera che riscrive il rapporto tra capitalismo e marxismo alla luce della “rivoluzione desiderante” del Sessantotto. Il progresso diventa un percorso di liberazione del desiderio dalle catene che lo intrappolano, famiglia, scuola,  religione, tradizione, morale, che impediscono di dispiegare la capacità soggettiva di produrre il desiderio. L’offensiva neoliberale fece crollare le ideologie di ascendenza marxista, instaurando un modello socioeconomico capace di intercettare i flussi libidinali liberati dal Sessantotto, incoraggiando l’abbattimento di tutti i vincoli individuali, sociali, morali.

Il capitalismo è il motore di una politica del desiderio che oltrepassa le frontiere intime, viola la coscienza sino a penetrare nel movente che guida le azioni umane: il desiderio del piacere.  Raggiunge il cuore e diventa dispositivo. Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti, nei discorsi, nei processi di apprendimento, nelle vite quotidiane. Lo Zelig  neocapitalista ha la straordinaria capacità di nutrirsi degli apporti più contrastanti per portare a termine un progetto totalizzante. Deleuze e Foucault instaurarono l’idea di un mondo formato da soggetti costituiti dal desiderio. Il capitalismo trionfante è andato oltre, riuscendo ad assoggettare il desiderio ai propri fini. Il liberalcapitalismo siinfiltra nelle condotte individuali, le indirizza, manipola, prevede e determina con la forza della comunicazione, della pubblicità, della coazione a ripetere. La coercizione è stata sostituita da manipolazioni  prive di costrizione fisica-  mode, abbigliamento,  droghe, serie televisive, reti sociali, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività, la fascinazione per gli apparati tecnologici- che plasmano gli uomini per mezzo di una modulazione flessibile, onnipresente.

Il potere esige subordinazione al consumo; gli umani devono essere disposti a trasformare in merce – cosa, oggetto compravendibile – il corpo, la sessualità, le pulsioni, i desideri, le paure e gli istinti più inconfessabili, consegnati alla dipendenza dal mercato. Il desiderio divenuto dipendenza conquista la vita. Affranca dallo Stato, dalla religione, dalla famiglia, dai principi ricevuti, lascia all’apparenza liberi ( o piuttosto nudi di fronte a se stessi) assicurandosi che il desiderio sia presto rioccupato , trasformando l’umanità in prodotto adattato alle mutevoli esigenze del mercato, dall’abbigliamento alla cosmetica, alla chirurgia estetica, alla farmacologia, alle dipendenze più dure, droghe, sesso, gioco, alcool, tecnologia.   Conquista l’egemonia su corpo e anima generalizzando un desiderio sciolto da ogni ordine, ribelle a qualunque limitazione posta dalla natura o dall’etica. Deforma e mette in vendita la nostra identità, un prodotto in più, fungibile e momentaneo, sino al prossimo, più acuto desiderio. Che si insinua, prende il comando, decide per noi e scaccia ogni altro pensiero. Se soddisfatto, vuole di più; se è frustrato, ricomincia con lena maggiore.

L’uomo-macchina desiderante è un barbaro che rifiuta la disciplina e non pensa che alla soddisfazione momentanea, provvisoria, dalla quale nulla lo distoglie: un naufrago che non vuole essere salvato. Il desiderio è individualista: non posso godere del piacere altrui. Incorpora l’uomo nella forma merce, lo pone alla mercé dell’invidia e dell’imitazione, essenziali all’ideologia del consumo. Soddisfazione immediata ma di breve durata. Dipendente è chi agisce in base a decisioni, sollecitazioni esterne, alterazioni del comportamento caratterizzate dalla ricerca costante di sostanze o attività, nonostante l’evidenza che sono dannose.  Malattie individuali e sociali che espropriano della libertà, consegnata al desiderio compulsivo, al pensiero concentrato al soddisfacimento del bisogno -prigione. La libertà è declinata in senso negativo: libertà “da”, scioglimento di ogni vincolo. La conseguenza è il vuoto esistenziale, l’incapacità di rintracciare senso e significato. La tappa successiva è l’ansia di chi avverte pericolo, timore, mancanza. Serve compensazione: sensazioni o  comportamenti che ne scaccino il peso.

La compensazione diventa bisogno e avvicina alla dipendenza, la necessità di qualcosa – farmaco, sostanza, condotta, gratificazione- di cui non riusciamo fare a meno.  Dipendenza uguale dittatura del desiderio. E desideriamo ciò che un dispositivo di condizionamento e sfruttamento economico, finanziario, politico, culturale, mediatico ci fa desiderare. Diventa bisogno da soddisfare, diritto da rivendicare, carcere da cui è difficilissimo evadere.  Siamo schiavi di una libertà vuota, da riempire con qualcosa che si impadronisce di noi. La dipendenza è l’ incoercibile bisogno di un prodotto, di una sostanza, di una modalità di vita la cui astinenza provoca malessere, angoscia, subordinazione . Per sfuggire agli inferni di un’esistenza disumanizzata, si cerca ansiosamente qualcosa che faccia star bene. Apparentemente e temporaneamente, ma  la chiave del successo è questa.

Il concetto di dipendenza nasce in relazione all’utilizzo di sostanze  stupefacenti, eroina, cocaina, cannabinoidi, allucinogeni che producono assuefazione. Si è esteso a una serie di altri comportamenti: il gioco d’azzardo per il quale è stato coniato il neologismo ludopatia ;  la dipendenza da Internet, dalle reti sociali e dalla tecnologia, dal sesso e dalla pornografia; dall’assunzione di alcool, spesso unito a cocktail di sostanze chimiche ed oppiacei. La società competitiva ha prodotto la dipendenza dalla prestazione, che induce il consumo di farmaci e della cocaina, stimolante del sistema nervoso. Recente è l’ insidiosa dipendenza da antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici, sonniferi. Un’altra dipendenza riguarda i disturbi connessi al cibo, l’ anoressia e il suo contrario, la bulimia. Sempre più diffusa è la dipendenza da videogiochi e dalla connessione alla rete. Particolarmente significativa è l’ oniomania ( le nuove dipendenze hanno richiesto nuove parole …) , l’ acquisto compulsivo, l’ impulso a comperare prodotti superflui. L’impulso irresistibile e la coazione a ripetere ciò che  placa il desiderio sono caratteristiche di ogni dipendenza, rilanciata dall’impressionante mole di pubblicità e propaganda che assorbiamo senza accorgercene, l’ apparato che colonizza l’immaginario. La dipendenza alla quale è pressoché impossibile sfuggire è il consumo. Di merci, cose, esperienze, sino all’esaurimento di se stessi e all’indifferenza per l’Altro, semplice strumento, oggetto di sfruttamento o di piacere.

Il cortocircuito tra scontentezza, desiderio, soddisfazione e delusione induce ad alzare continuamente l’asticella della dipendenza, trasformata in ossessione e compulsione.  Il piano inclinato è facile da percorrere quandonon esistono più identità, memoria, comunità, principi condivisi. La vita diventa un fardello, un’angosciante sequenza di azioni destituite di senso. Il nichilismo fa parte dell’aria che respiriamo: affligge specialmente i giovani, penetra nei sentimenti, fiacca l’ anima.  Molte dipendenze sono figlie del nichilismo in quanto meccanismi tesi ad alleviare la sofferenza della condizione umana, senza speranza dopo il tramonto della prospettiva trascendente . Dinanzi al nulla che dilaga, travolti dalla mancanza di senso, cerchiamo palliativi, terapie analgesiche o euforizzanti. Le dipendenze rappresentano la realizzazione artificiale di desideri, l’ effimera sensazione di “stare bene”, la ricerca della comfort zone in cui sentirsi al riparo dal male di vivere, meccanismi per riempire il deserto interiore, lenire le paure, comprare squarci di felicità. Al prezzo di diventare ragioni di vita, distruggere le relazioni, rovinare economicamente, compromettere la salute sino alla perdita della vita.

Produrre dipendenze sempre nuove è un ambito della biopolitica, gestisce e regola la vita intera e genera depoliticizzazione: non si occupa di questioni pubbliche, non contesta il potere chi deve cercare i mezzi per soddisfare le dipendenze.  Una società disumanizzata che rende atomi solitari, separa dalla comunità, revoca ogni principio è facile preda delle dipendenze, scorciatoie che alleviano temporaneamente – con altissimi costi morali, materiali, sociali, esistenziali- il male di vivere. Tutte sono organizzate dal potere. Non poche sono autentici vizi, ma affermarlo, nella società che aborre il giudizio, è pericoloso. L’umanità invertita riconosce solo il piacere immediato, il soddisfacimento del desiderio, senza riguardo al contenuto morale. Una società malata è dipendente dai palliativi di cui si serve per esorcizzare le paure; da chi li consiglia, prescrive, somministra; dalla convinzione più falsa: smetto quando voglio.

Le dipendenze servono a controllare i cittadini-sudditi, renderli schiavi, incapaci di pensare, reagire. E’ accertato il ruolo dello Stato profondo americano nella diffusione di droghe sintetiche come l’acido lisergico (LSD) nei fatidici anni Sessanta e Settanta che capovolsero la tavola dei valori dell’Occidente. Dicevamo che le dipendenze inizialmente fanno stare bene. Nessun’altra spiegazione della loro diffusione regge a un esame obiettivo. Paradisi artificiali che apparentemente permettono di sfuggire alle criticità della società  decomposta. Purtroppo non sorge dalla coscienza collettiva la richiesta di lottare contro le dipendenze. Troppo estesa è l’infezione, mancano gli anticorpi, tra alcolismo, gioco, scommesse, pornografia alla portata di un clic, erotizzazione compulsiva, iperconnessione agli apparati tecnologici, esplosione dei social media , con esibizionismo di massa e la richiesta di approvazione, la dipendenza dal “mi piace”.

Le droghe, il gioco d’azzardo, l’ industria pornografica, il sistema di intrattenimento  che ha occupato l’ immaginario, l’apparato tecnologico, sono sovrastrutture al servizio della struttura, cioè l’economia e la finanza, le prove dei cui crimini sono nascoste nei paradisi fiscali. Senza questo salto nel giudizio non si può spiegare l’enorme portata del fenomeno, l’incapacità di debellarlo e la facilità con cui milioni di persone di ogni età , cultura e condizione cadono nel buco nero delle dipendenze. Aumentano il consumo di amfetamine e oppioidi, avanza la medicalizzazione della vita: una civilizzazione drogata. Ogni potere ha interesse a dominare masse incapaci di capire e reagire. L’uomo ha sempre consumato prodotti che danno dipendenza, a cominciare da alcool e tabacco. Mai, tuttavia, si era arrivati a questi livelli.

I popoli si sono unificati nelle dipendenze, ossia nei vizi. Le droghe chimiche si sono saldate in un orrendo meticciato con le droghe culturali, visive e musicali, determinando la dipendenza di massa da luci, suoni, stimoli artificiali organizzati per dominare una plebe degradata a gregge. Le dipendenze sono causate dal mancato dominio degli impulsi; il capitalismo ultimo non si limita a sfruttare le risorse materiali e umane, ma cattura e riconfigura il desiderio, non più represso ma incanalato e codificato. La produzione di nuovi desideri alimenta i consumi, mantiene in funzione il sistema e diventa dipendenza di massa attraverso la riproduzione del consenso prodotta da propaganda e pubblicità, padrone di  neuroschiavi colonizzati nell’anima e fiaccati nel corpo per volontà di potenza.

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