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Anche a Londra lo scontro con il Tesoro frena la Difesa, e ci interessa

2 June 2026 at 03:45

Il ritardo del governo britannico guidato da Sir Keir Starmer nel presentare il Defence Investment Plan non è più una questione amministrativa interna a Whitehall, ma un fattore che sta iniziando a produrre effetti sistemici su alleanze, programmi industriali e credibilità strategica del Regno Unito. Le ultime indicazioni, riportate dalla stampa britannica, parlano di una pubblicazione attesa «nelle prossime settimane» e comunque entro il vertice Nato di inizio luglio ad Ankara, in Turchia. Ma il problema non è più solo la tempistica: è la capacità del sistema politico britannico di trasformare la spesa in programmazione militare coerente.

Lo scontro tra ministero della Difesa e Tesoro sulla traiettoria di bilancio – un fatto sempre più frequenti nelle economie in difficoltà, come testimonia anche recentemente l’Italia – sta infatti rallentando la traduzione operativa della Strategic Defence Review. In altre parole, Londra ha un obiettivo politico, ovvero rafforzare la postura Nato e modernizzare le forze armate, ma non ha ancora un quadro finanziario stabile che consenta di contrattualizzare in modo pluriennale i grandi programmi. Il risultato è una forma di sospensione strutturale che impatta direttamente sulle scelte industriali.

Il caso più evidente è il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto che coinvolge Regno Unito, Italia e Giappone per lo sviluppo del caccia di sesta generazione destinato a sostituire l’attuale Eurofighter entro la metà del prossimo decennio. Il programma formalmente procede – con un dimostratore atteso nei prossimi anni e una struttura industriale già definita attorno a BAE Systems per il Regno Unito, Leonardo per l’Italia e Mitsubishi Heavy Industries il Giappone – ma la sua traiettoria dipende in modo critico dalla stabilità dei flussi di finanziamento britannici.

È qui che il ritardo del piano diventa un problema anche per Roma. Il programma non è un semplice progetto di cooperazione industriale, ma una piattaforma strategica di lungo periodo che si regge su tre condizioni: certezza di bilancio, sincronizzazione dei partner e credibilità della tempistica (oggi fissata politicamente al 2035). Se uno dei tre pilastri – in questo caso il finanziamento britannico – oscilla, l’effetto immediato non è il collasso del programma, ma la sua “slittabilità”: ogni fase successiva tende a spostarsi in avanti per evitare rischi finanziari e industriali.

Il punto più delicato è che questa incertezza si inserisce in un contesto già complesso. Il Giappone, come racconta Nikkei Asia, spinge per rispettare rigidamente la scadenza del 2035, motivato da esigenze operative legate al teatro indo-pacifico. L’Italia, dal canto suo, ha interesse a preservare il carattere paritario del programma e a garantire ritorni industriali stabili nel lungo periodo. Il Regno Unito, invece, si trova intrappolato in una dinamica classica: ambizione strategica elevata e vincoli fiscali stringenti, con il Tesoro che tende a diluire gli impegni per mantenere margini di bilancio.

Il piano diventa, dunque una sorta di test di credibilità più che un documento di programmazione. Non è solo importante cosa conterrà, ma quando verrà pubblicato e quanto sarà vincolante. Le pressioni che arrivano anche dall’interno della Nato – con richiami espliciti alla distanza tra impegni finanziari e capacità effettive da parte dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del comando militare – rafforzano l’idea che il problema non sia la volontà politica di riarmo, ma la sua esecuzione.

Per l’Italia, la conseguenza principale è duplice. Da un lato, il Gcap resta il principale asse di accesso europeo alla sesta generazione, soprattutto in un contesto in cui il programma concorrente franco-tedesco-spagnolo (Fcas) procede tra difficoltà interne. Dall’altro, però, la dipendenza dalla stabilità britannica introduce un elemento di rischio temporale che Roma non controlla direttamente. È un classico problema di programmi multinazionali ad alta intensità tecnologica: la catena è forte quanto il suo anello fiscale più debole.

Il paradosso è che il Gcap, nato anche per ridurre la dipendenza europea e indo-pacifica dagli Stati Uniti, finisce per essere esposto a una vulnerabilità interna europea: la discontinuità dei cicli di bilancio nazionali. Finché il piano britannico non chiarirà risorse, tempi e priorità, il programma resterà formalmente stabile ma sostanzialmente elastico nei tempi. In questo senso, il nodo londinese non è una questione britannica: è un fattore che incide direttamente sulla traiettoria della difesa aerea europea del prossimo mezzo secolo.

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Un Consiglio di sicurezza europeo per risolvere la crisi di governance strategica

2 June 2026 at 03:45

L’idea di un Consiglio di sicurezza europeo è tornata al centro del dibattito europeo con una rapidità che dice molto più della proposta in sé che della sua fattibilità. Non si tratta infatti di un progetto istituzionale definito, ma del sintomo di una domanda più profonda: chi prende oggi le decisioni strategiche sulla sicurezza dell’Europa? Ne ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times, citando anche una serie di contributi paralleli che mostrano un consenso raro sulla diagnosi ma anche una forte divergenza sulle cure. Tutti concordano che l’architettura attuale – un triangolo imperfetto tra Unione europea, Nato e formati ad hoc – non è più adeguata. Nessuno, però, concorda su cosa debba sostituirla.

Il punto di partenza è noto: la governance della sicurezza europea è frammentata. L’Unione europea fatica a superare la regola dell’unanimità in politica estera e di difesa; la Nato resta strutturalmente dipendente dalla leadership e dalle capacità degli Stati Uniti; nel mezzo, proliferano coalizioni informali, gruppi di contatto e formati “volenterosi” che suppliscono all’assenza di una cabina di regia stabile. In questo contesto, la domanda attribuita a Henry Kissinger, «Chi chiamo se voglio parlare con l’Europa?», continua a non avere una risposta convincente. La figura dell’Alto rappresentante, oggi Kaja Kallas, non dispone del peso politico necessario per fungere da vero centro decisionale. E i leader nazionali, pur decisivi, agiscono in modo disallineato e spesso reattivo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato una trasformazione già in corso. Non solo ha riportato la guerra convenzionale nel continente, ma ha anche reso evidente che l’Europa non può più contare su un automatismo transatlantico. La crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso l’Indo-Pacifico e la possibilità di future frizioni politiche con Washington hanno incrinato l’assunto fondamentale dell’ordine post-Guerra fredda. Parallelamente, l’Ucraina è diventata un attore centrale della sicurezza europea, non soltanto un paese candidato all’adesione. Le analisi convergono nel riconoscere che Kyjiv, con la sua esperienza militare e la sua capacità di innovazione bellica, è ormai parte integrante dell’ecosistema di difesa europeo. Non a caso, molte proposte includono la sua partecipazione a un futuro Consiglio di sicurezza europeo come elemento strutturale e non opzionale.

Le proposte oggi sul tavolo non sono uniformi. Al contrario, delineano cinque approcci distinti alla stessa domanda: come creare un livello efficace di leadership strategica europea?

Luigi Scazzieri dell’European Union Institute for Security Studies, think tank dell’Unione europea, immagina il Consiglio come un meccanismo di coordinamento intermedio tra Unione europea e Nato. Un forum strutturato per accelerare la traduzione dell’analisi strategica in decisioni operative. La sua è una visione funzionale, attenta a evitare duplicazioni istituzionali ma consapevole della necessità di superare i limiti procedurali dell’Unione.

Il professor Richard Whitman dell’Università del Kent, nel Regno Unito, invece, insiste sul problema politico di fondo: non esiste oggi uno spazio unico in cui gli Stati europei discutano in modo coerente la propria architettura di sicurezza. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questa lettura, non è tanto una soluzione quanto una risposta alla dispersione del dibattito strategico.

Sergey Lagodinsky della Heinrich-Böll-Stiftung, fondazione politica tedesca affiliata ai Verdi, adotta una postura più radicale. La sua critica si concentra sull’inadeguatezza del metodo europeo basato sul consenso e sulla lentezza procedurale. In un contesto di minacce immediate, sostiene, l’Europa deve accettare forme decisionali più ristrette e più rapide, anche a costo di ridurre l’inclusività del processo.

Ionela Ciolan del Martens Centre, dal canto suo, interpreta il Consiglio come uno strumento di autonomia strategica europea. Il punto non è solo migliorare il coordinamento, ma ridurre la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti. In questa visione, il Consiglio di sicurezza europeo diventa un passo verso una vera soggettività geopolitica dell’Europa.

Infine, le proposte di Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa, e di Michel Barnier, ex primo ministro francese e commissario europeo, convergono su un modello più intergovernativo e selettivo, che includa non solo gli Stati membri dell’UE ma anche Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Un formato più flessibile, pensato per riflettere la realtà della sicurezza europea oltre i confini istituzionali dell’Unione.

Dietro queste differenze si nasconde un dilemma strutturale che l’Europa non ha ancora risolto: la tensione tra inclusività e capacità decisionale. Un Consiglio di sicurezza europeo realmente efficace richiederebbe probabilmente un nucleo ristretto di attori in grado di condividere una valutazione comune delle minacce e di agire rapidamente. Ma questo implicherebbe inevitabilmente la creazione di gerarchie tra Stati membri, con conseguenze politiche difficili da accettare per molti governi. Al contrario, un modello pienamente inclusivo rischierebbe di replicare le inefficienze già visibili nelle istituzioni esistenti.

In realtà, più che di una proposta nuova, si tratta della formalizzazione di una tendenza già in corso. La sicurezza europea si sta già strutturando attraverso formati variabili, coalizioni temporanee e coordinamenti ristretti tra grandi potenze europee. Il Consiglio di sicurezza europeo, in questo senso, non creerebbe un nuovo sistema, ma renderebbe esplicito quello emergente. Il rischio, però, è evidente: senza una chiara definizione istituzionale, il risultato potrebbe essere l’ennesimo strato aggiuntivo in un sistema già complesso, senza risolvere il problema di fondo della frammentazione.

Il dibattito in corso segnala meno la nascita di una nuova istituzione e più la crisi irreversibile dell’equilibrio precedente. L’Europa si trova in una fase di transizione in cui le vecchie strutture non garantiscono più efficacia, mentre le nuove non sono ancora formalizzate. In questo spazio intermedio, il Consiglio di sicurezza europeo funziona soprattutto come contenitore concettuale: un modo per dare un nome alla necessità crescente di leadership strategica. Ma la domanda decisiva rimane aperta. Non è se l’Europa avrà un Consiglio di sicurezza. È chi, in Europa, sarà disposto ad accettare che la sicurezza non possa più essere gestita come un’architettura pienamente orizzontale.

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