Normal view

L'indignazione a corrente alternata per la fine del bianco Nowak

Certo, George Floyd. E tutto quello che è venuto dopo. Con i pugni battuti sul petto. Con le piazze Black lives matter. Con i politici, gli opinionisti e chiunque cercasse qualche secondo di visibilità, tutti giù in ginocchio. Perché si era inculcato nel loro cervello che, in quanto bianchi, erano intrinsecamente razzisti, portatori di un passato colonialista, addirittura suprematisti per via di quello che c'era scritto nel loro dna. Ma, se allora pensavamo di aver visto tutto, ci sbagliavamo di grosso. Perché era solo l'inizio del contagio ideologico.

Nel 2020 (in realtà già prima) aveva iniziato ad abbattersi sull'Occidente un'ondata violentissima di politicamente corretto che, poi, con il dilagare dell'ideologia woke e dell'agenda Dei, ha fatto dell'anti-razzismo un male cieco. È, infatti, successo che, anziché battersi perché bianchi, neri e altre minoranze venissero trattati tutti allo stesso, i bianchi venissero demonizzati e finissero loro stessi vittime di un razzismo al contrario. Un razzismo, e questo è probabilmente il risvolto più assurdo di questa storia, che in molti casi viene perpetrato da bianchi su altri bianchi perché, talmente terrorizzati da essere bollati come razzisti, si schierano in modo acritico dalla parte della minoranza di turno.

Non troverete nessuno di quelli che lo fecero per Floyd, in ginocchio per Henry Nowak. Eppure nel 2020, nonostante la morte dell'afroamericano fosse avvenuta a svariate migliaia di distanza, la polizia inglese non aveva esitato a cospargersi il capo di ceneri. Si sentivano così scossi per quanto successo a Minneapolis da scrivere «Piani in materia di razzismo» per «comprendere il trauma del passato» e attuare «un vero cambiamento». E quel cambiamento è oggi sotto gli occhi di tutti: un 18enne, esanime a terra, che viene ammanettato e con le manette al polso collassa fino alla morte. Il tutto perché chi lo aveva ripetutamente accoltellato, un sikh di origini indiane, aveva detto di aver subito un'aggressione razzista. Ora che il processo è chiuso e Vickrum Digwa è stato condannato all'ergastolo, è stato annunciato un supplemento d'inchiesta sui poliziotti che hanno arrestato Henry per capire se il loro operato ha contribuito ad accelerare il decesso del 18enne. Ora, mentre la polizia dell'Hampshire fa le indagini interne, sarebbe opportuno che tutto l'Occidente si interroghi sul proprio fallimento. Non lo ha fatto quando Iryna Zarutska è stata accoltellata da un nero in una metropolitana del Nord Carolina e lì lasciata morire dissanguata. Non lo ha fatto nemmeno quando Charlie Kirk è stato messo a tacere con una pallottola in una università dello Utah. Perché, in quanto bianchi (lui con l'aggravante di essere un conservatore), erano considerati vittime di serie B. Potrebbe farlo ora, guardando all'orrore subito da Henry Nowak, e interrompere così questa spirale autolesionista di odio contro i bianchi imposta dai cantori (bianchi) del woke. Un'occasione per tornare tutti più obiettivi, ma soprattutto una battaglia che non è solo culturale ma soprattutto di sopravvivenza.

Scontri razziali, altri guai per Starmer

«Giù, sulle vostre ginocchia». Glielo urlano in faccia, con violenza. Da una parte la polizia, immobile, trincerata dietro alle proprie divise. Dall'altra gli abitanti di Southampton. Qualcuno brandisce la bandiera inglese. L'odio anima la piazza, la divora, ne alimenta paure e tensioni. Pretendono che quegli agenti, che nel 2020 si erano inginocchiati per George Floyd, adesso lo facciano anche per Henry Nowak. Quando era in fin di vita, anziché aiutarlo lo hanno trascinato, voltato e poi ammanettato. E questo perché hanno preferito dar retta a Vickrum Digwa che accusava quel ragazzo riverso a terra di averlo aggredito per motivi razziali. E non si capisce come questo possa essere avvenuto. Perché guardando le immagini della bodycam della polizia, rese pubbliche al termine del processo che ha condannato Digwa all'ergastolo, appare chiaro chi è ha aggredito chi. Così, appena il video ha fatto il giro dei social, la piazza è esplosa. Pietre, lattine, sedie, razzi di segnalazione: qualsiasi cosa gli capitasse a tiro andava bene per bersagliare gli agenti tra le cui fila, al termine degli scontri, si sono contati undici feriti. Dall'altra parte della barricata, invece, sono state arrestate due persone.

Il problema, però, non è solo di ordine pubblico. E, molto probabilmente, non riguarda solo la città di Southampton ma tutta l'Inghilterra. Certo, il ministro dell'Interno, Shabana Mahmood, non poteva che definire i disordini «del tutto inaccettabili», ma la morte di Henry Nowak non può essere archiviata in questo modo. L'Independent Office for Police Conduct, che indaga sulle accuse di comportamenti scorretti da parte della polizia, sta già prendendo in esame l'operato degli agenti che sono intervenuti il 3 dicembre 2025, la sera in cui è morto Henry. Questi dovranno spiegare perché hanno ammanettato il 18enne nonostante fosse esanime a terra; perché non lo hanno liberato quando ripeteva, con un filo di voce, «non riesco a respirare»; perché non gli hanno creduto quando ha detto loro di essere stato accoltellato. Anche il primo ministro Keir Starmer ha usato parole dure contro i disordini di martedì sera ma ha anche dichiarato di essere rimasto sconvolto dalle immagini della bodycam e ha preteso risposte su come «le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale» degli agenti.

La verità è che Starmer, quelle risposte, ce le ha sotto gli occhi. Gli basterebbe dare un'occhiata alle linee guida contro il razzismo per capire perché, come denunciato dai genitori di Henry, la polizia «ha lasciato morire il figlio senza dignità». Il Consiglio Nazionale dei Capi di Polizia ha già fatto sapere che le rivedrà. E lo stesso è stato promesso dal ministro della Polizia, Sarah Jones. Queste linee guida, come spiegato da Nigel Farage di Reform Uk, hanno condizionato il comportamento dei poliziotti creando un «doppio standard» a favore delle minoranze etniche e una sorta di razzismo contro i bianchi.

Corsi (obbligatori) su diversità e inclusione: le forze dell'ordine piegate all'agenda woke

Come è potuto accadere che gli agenti dell'Hampshire ignorassero le richieste d'aiuto di un ragazzo, che giaceva esanime a terra, e si fidassero della versione di chi lo aveva accoltellato solo perché questo diceva di aver subito un'aggressione razzista? Ecco come: anni di corsi di sensibilizzazione culturale, anni di formazione su Diversità, equità e inclusione (Dei), anni di incontri con oratori esterni. Tutto questo ha spinto la polizia a non credere a Henry Nowak, quando diceva di essere stato accoltellato, ma a prendere le difese di Vickrum Digwa che lo aveva appena colpito con una lama da venti centimetri.

Ora che un giudice ha stabilito che quella sera del 3 dicembre 2025 Henry "non aveva detto nulla di razzista" e ha condannato Digwa all'ergastolo, il dibattito politico e mediatico si è spostato sulle regole d'ingaggio della polizia. Per capire come si muovono gli agenti della contea dell'Hampshire è d'aiuto leggere il "Race action plan" per il triennio 2024-2026. "L'omicidio di George Floyd da parte di agenti di polizia in servizio negli Stati Uniti nel 2020 è stato un momento cruciale per le forze dell'ordine nel Regno Unito, rendendo necessario un vero cambiamento", si legge. "Sebbene questo tragico evento sia accaduto in un altro Paese, le forze dell'ordine in tutto il Regno Unito hanno avuto per molti anni un rapporto teso con alcune comunità". Il 2020 può, dunque, essere considerato il momento in cui nasce il culto cieco all'agenda Dei. Con il College of Policing che invita gli agenti a "rispondere positivamente ad accuse, segnali e percezioni di ostilità e odio" e a "non contestare questa percezione". Con la polizia dell'Hampshire che stanzia un milione di sterline per tenere corsi sulla questione razziale la cui partecipazione era non solo "obbligatoria" ma addirittura "collegata all'avanzamento di carriera". Con il capo dello stesso dipartimento che nel 2022 fissava come "priorità assoluta" l'essere anti-razzisti e inclusivi. Con le forze dell'ordine che, come sottolinea lo Spectator, "hanno reagito alle accuse di razzismo istituzionale andando all'estremo opposto".

Sentito dal Telegraph, l'ex presidente della Metropolitan Police Federation, Rick Prior, ha raccontato che oggigiorno "la cosa peggiore che possa capitare a un agente di polizia è essere accusato di razzismo" perché rischia di essere allontanato dal lavoro per mesi. Pertanto, anziché "essere obiettivo", quando interviene in un caso di presunto razzismo, persegue soltanto quell'obiettivo. Nel "Race action plan", infatti, non solo si invita a occuparsi dei "reati che causano il maggior danno alle comunità di minoranze etniche" ma anche ad assicurarsi che "siano in atto procedure che consentano a tutte le vittime di crimini d'odio di ricevere il miglior servizio possibile in base alle loro esigenze".

Il governo Starmer ha fatto sapere che queste linee guida saranno presto riviste e che sarà fatta luce su come "le accuse di razzismo abbiano influenzato il processo decisionale" degli agenti. Peccato che l'ufficio, che dovrà indagare, è lo stesso che invitava i poliziotti a non ferire le persone che denunciano episodi di razzismo dicendo che nelle loro accuse mancano prove "tangibili".

White lives matter

Nessuno di quelli che si sono inginocchiati per George Floyd, probabilmente lo farà per Henry Nowak. Nessuna sigla o movimento sfilerà per lui in piazza. Perché le vite dei neri contano ma, in questo folle mondo occidentale drogato di woke, quelle dei bianchi un po' meno. Nessun progressista farà campagne di sensibilizzazione. Probabilmente non sanno nemmeno della sua triste storia perché, fuori dall'Inghilterra, la stampa mainstream si è a lungo guardata bene dal raccontarla. E così Henry Nowak passerà per uno dei tanti diciottenni ammazzati a coltellate sul finire di una sera. Poco importa ai cantori del progressismo che quel 3 dicembre 2025, la polizia intervenuta sul posto decida di arrestare Henry, agonizzante, anziché Vickrum Digwa, un 23enne di fede sikh che ha ripetutamente infierito su di lui con un coltello da 20 centimetri. A loro non importa che i poliziotti lo abbiano ammanettato anziché soccorrerlo perché l'aggressore ha detto (mentendo) di essere stato vittima di un attacco razzista. E nemmeno gli importa che la morte di Henry Nowak potrebbe essere il punto più basso toccato da un Paese a tal punto intriso di ideologia woke da diventare cieco. E tutto questo non importa perché non è utile alla narrazione politicamente corretta della sinistra che vuole tutti i bianchi intrinsecamente razzisti e violenti contro ogni minoranza.

Lunedì sera, dopo mesi di polemiche, si è finalmente arrivati a sentenza. la Southampton Crown Court ha condannato Vickrum Digwa all'ergastolo. Il giudice, dopo aver ascoltato il parere della giuria popolare, ha stabilito che l'inglese di origini indiane dovrà stare almeno 21 anni in carcere. Ma nonostante questo gli inglesi fanno fatica a mettere la parola "fine" a questa storia drammatica. Perché, per quanto le sei coltellate inflitte con uno "shastar" di otto pollici le abbia sferrate Digwa, i riflettori sono puntati sugli agenti della Hampshire Police, la stessa che nel 2020 si era prodigata in tweet a favore di George Floyd. Gli agenti hanno preferito credere alle bugie di Digwa, nonostante Nowak fosse accasciato a terra, praticamente privo di sensi, e con un filo di voce ripetesse: "Non riesco a respirare". Le immagini delle bodycam degli agenti, che sono state rese pubbliche al termine del processo, sono un pugno nello stomaco. "Sono stato accoltellato", prova a spiegare Nowak. "Non credo proprio, amico", gli risponde un poliziotto. A guardare il video non ci si spiega come possano aver ammanettato un corpo che non si regge nemmeno in piedi. "Lo hanno lasciato morire senza dignità", hanno commentato i genitori dello studente 18enne. "Il modo in cui è stato trattato è stato disumano e degradante".

Nei giorni scorsi la polizia ha chiesto pubblicamente scusa ma le scuse non sono sufficienti a chiudere il caso. In un articolo dello Spectator che indaga "il male dell'anti-razzismo", vengono elencate le ragioni che hanno spinto gli agenti a "ignorare le suppliche del ragazzo bianco di 18 anni che stava morendo dissanguato davanti ai loro occhi". Ci sono "decenni di addestramento all'antirazzismo, la paura di essere etichettati come razzisti, la paura di non ascoltare le minoranze". Tutto questo è il frutto avvelenato dell'antirazzismo: "Qualunque cosa fosse negli anni Novanta, sembra che ora la nostra polizia sia istituzionalmente anti-bianchi".

Quando tra qualche anno, a Southampton, chiederanno di cosa sia morto Henry Nowak, qualcuno racconterà di una rissa per strada; altri parleranno di una coltellata che gli ha perforato un polmone; altri ancora tireranno in ballo un errore di valutazione della polizia; pochi, molto pochi, avranno il coraggio di dire, come ha fatto ieri Nigel Farage, che è stato vittima di "un nuovo razzismo contro i bianchi". Lo stesso che ha ucciso Iryna Zarutska lo scorso agosto, in una metropolitana della North Caroline. Un'altra morte per cui non abbiamo visto cortei e mobilitazioni. E allora viene da chiedersi: fino a che punto l'Occidente si vergognerà di dire che anche le vite dei bianchi contano?

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