Normal view

Vannacci esce vincitore dallo studio di Lilli Gruber perché il calcio di rigore gliel’ha servito lei

11 June 2026 at 13:52

Diciamocela tutta: se la puntata di Otto e Mezzo di ieri sera fosse stata una partita di calcio (e per alcuni lo è stata), il tabellone segnerebbe 0-1. Non una goleada. Un gol su calcio di rigore, perché il rigore lo ha fischiato la Gruber da sola, da sé, con le sue mani e Vannacci ha segnato.

Vannacci esce meglio di come è entrato. Ma non grazie a chissà quale performance straordinaria, era teso, si vedeva: dice bene Patrick Facciolo nella sua analisi sulla prossemica del generale, è la sua prima nel teatro (televisivo), non è Matteo Renzi, non è un animale politico, dà il meglio in birreria o davanti ai commilitoni, non sotto i riflettori di La7.

Esce meglio perché Lilli Gruber gli ha servito sul piatto, uno dopo l’altro, i temi su cui lui è forte. L’emigrazione, i diritti Lgbtq+, la normalità (su cui lui gioca con il significato, a un certo punto dice “datemi uno Zingaretti” riferendosi erroneamente al dizionario Zingarelli probabilmente).

Persino la questione delle quote di genere. Ogni domanda era un campo aperto, e lui, con il suo stile schietto, asciutto, da militare ultra decorato che non sembra curarsi di piacere a tutti, ci ha messo il piede dentro con naturalezza. Non ha vinto il confronto. Ha vinto il campo.

Salvatore Merlo, su Il Foglio, ha parlato di “effetto Gruber”. Io di effetto Streisand avevo già scritto quando il libro scalava le classifiche Amazon prima ancora di scalare i sondaggi. Effetto Gruber però tutto da dimostrare, comunque. Vannacci è già in ascesa per conto suo, non nasce da una puntata televisiva e non muore per una brutta intervista. Semmai, la domanda è: quanto ha accelerato?

Lo vedremo nelle prossime settimane. Vediamo se qualche clip dell’intervista di ieri diventi virale (che è la vera cifra del successo e della popolarità dell’intervista). Facciamo attenzione a questo, perché è ovvio che non tutti hanno guardato la puntata in tv ieri sera.

Sul vestire – altra cosa che molti hanno notato – il generale non bada e in studio si presenta con una camicia a righe verticali sbottonata, e fa bene perché resta nel personaggio. Lui è un militare ultra decorato: se interpreta i pensieri della destra, lo fa con una credibilità che un politico di professione non avrà mai. Non recita una parte, la parte ce l’ha cucita addosso da decenni. È il Gladiatore: quella postura l’ha studiata, quei gesti, quel modo di stare nello spazio che sembra Russell Crowe nel film. L’arena, la folla, il condottiero.

Che piaccia o no, funziona, perché è archetipico. E funziona anche con chi non voterebbe mai FdI o Lega. Lo spiegava Pagliaro in trasmissione commentando i dati Demopolis: Vannacci attrae elettori che vanno oltre il bacino tradizionale della destra identitaria. Vota di pancia, la gente, sospende il giudizio razionale. E il discorso di Vannacci, che lo si voglia ammettere o no, fila.

È lakoffiano (George Lakoff fu l’autore del concetto di frame) senza saperlo: padre di famiglia premuroso, ordine, semplicità, identità. Arriva dritto, senza mediazioni, parla un buon italiano frutto di buone scuole (maturità scientifica e Accademia di Modena), senza il carico di linguaggio codificato che la sinistra si porta dietro come un guscio di una lumaca.

La sinistra (rappresentata in studio dalla Gruber) ha perso la scena non perché Vannacci fosse brillante, ma perché si è presentata con gli strumenti sbagliati. In studio c’era anche la giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, e a un certo punto sembrava quasi “donne contro uomini”, femminismo contro patriarcato. E lì Gruber ha perso definitivamente il filo. Perché certi temi, le quote rosa, l’alternanza di genere alle elezioni, tutta la grammatica woke, stonano persino a sinistra, figurati per la maggioranza degli italiani tradizionalisti.

Ricordiamoci che il primo presidente del Consiglio donna in Italia lo ha espresso la destra. Se hai costruito per anni meccanismi di alternanza, quote, parità di genere e poi la prima donna a Palazzo Chigi arriva da Fratelli d’Italia ex Msi, il discorso viene meno.

Vi ripeto: ieri non è stata una grande partita, alle elezioni manca ancora molto e sicuramente riapparirà in tivù dalla stessa Gruber o in un’altra importante trasmissione. Il suo discorso è pericoloso ma funziona, perché non è un populismo qualsiasi: è turbo-populismo, c’è il concreto rischio che il suo partito diventi l’AfD italiana. C’è un condottiero, c’è una narrativa, c’è un nemico riconoscibile (lo straniero, l’altro, il diverso). E la sinistra purtroppo non ha ancora un antidoto.

Non ce l’ho io la ricetta, per carità. Ma so che se continui ad appiattire il tuo discorso sui diritti civili, perdi. Se rimani sul tema immigrazione con il linguaggio che hai usato finora, perdi. Non perché quei temi non contino, contano eccome, ma perché stai giocando in casa sua, con le sue regole, sul suo campo con i suoi frame.

I sondaggi adesso lo danno intorno al 5%. Io non ci credo. Ha già superato il 10, nella testa della gente. Poi si vedrà se si fermerà sotto il 20 o andrà oltre, è ovvio che peseranno i sondaggi per fare decidere il generale per un’alleanza con la destra o meno.

Lo 0-1 di ieri sera è però recuperabile. La goleada, per ora, non c’è stata. Ma la sinistra deve smettere di regalargli i rigori.

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Cosa lega Vannacci a Hollywood? Un bug del sistema mediatico: l’effetto Streisand

4 June 2026 at 11:35

Cosa hanno in comune una diva di Hollywood e un generale paracadutista? Apparentemente nulla. Eppure esiste un filo invisibile, un bug del sistema mediatico, che lega queste due storie. Quel filo, che ora provo a ripercorrere con voi, si chiama Effetto Streisand.

La foto che nessuno doveva vedere
Malibù, 2003. Il fotografo Kenneth Adelman lancia un progetto scientifico per documentare l’erosione costiera della California, scattando 12.000 immagini dal proprio elicottero. Una di queste, la cosiddetta “Image 3850”, inquadra per caso la mega-villa di Barbra Streisand. Prima della denuncia, quella foto era stata scaricata esattamente sei volte, anzi: esattamente 4 volte, perché gli altri due download erano dagli avvocati della stessa Streisand.

Streisand però vuole andare avanti e invoca la privacy, intenta una causa da milioni di dollari. Risultato: il mese successivo la foto vola a 420.000 visualizzazioni, trainate dalla curiosità e dal clamore della mega-causa. Internet scopre i meme, la foto diventa virale, il giudice respinge la causa e la diva deve pagare 177.000 dollari di spese legali (in questo tipo di cause temerarie gli Stati Uniti sono migliori dell’Italia). Nasce ufficialmente un termine sociologico: “effetto Streisand”. Voleva nascondere la foto della sua casa (a pochi), perde la causa, fa pubblicità involontaria alla causa che voleva mettere a tacere e deve pure pagare.

Il libro del Generale destinato all’oblio
Firenze, 3 agosto 2023. Roberto Vannacci, all’epoca presidente dell’Istituto Geografico Militare, preme “invio” e pubblica in self-publishing un tomo di 300 pagine intitolato Il Mondo al Contrario. Statisticamente, quel file era destinato all’irrilevanza digitale: nessun editore, nessuna distribuzione, nessuna pubblicità. Solo lo sfogo di un paracadutista ultra-decorato che si sentiva, come avrebbe detto lui stesso in ogni intervista successiva, “straniero in patria”.

Il ‘Matteo Pucciarelli day’
Il 17 agosto un giornalista, grande firma di Repubblica, intercetta il testo e lo attenziona nelle intenzioni di stigmatizzare e isolare il Generale. Invece si attiva un passaparola degno proprio del cosiddetto “effetto Streisand”. L’indignazione diventa un propellente di marketing formidabile. I sostenitori di Vannacci, sui social e sui forum, ringrazieranno ironicamente la stampa “progressista” istituendo il “Pucciarelli Day”, celebrazione involontaria di chi, cercando di censurare, ha regalato gratis fama, soldi e una visibilità che non ha prezzo. La psicologia dietro è elementare ma implacabile: se i media “di sistema” mi dicono che un libro non deve essere letto, il fascino del proibito spinge il lettore medio a volerlo comprare.

Dal manoscritto a “Futuro Nazionale”
Nel 2026 il cerchio si è chiuso. Vannacci ha usato la Lega come un “taxi” per arrivare al Parlamento europeo con oltre mezzo milione di preferenze, sceso dal taxi di Salvini si è fatto il suo partito personale (dopo che per più di un anno aveva promesso di non farlo) “Futuro nazionale” e siamo arrivati ai giorni nostri.

La morale di questo è che se oggi parliamo di Vannacci come soggetto politico autonomo, il merito o la colpa – fate voi – è di quel riflesso condizionato che, vent’anni fa, prese il nome da una stella di Hollywood. Sappiamo solo che nonostante questo la storia si ripeterà altrove, in altre forme e con altre facce.

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