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Il nodo sul consenso informato del ddl Valditara è culturale: si possono censurare interventi educativi?

14 June 2026 at 05:22

Lo studente si alza in classe e dice, con una forza che colpisce tutti: “Io sono gay. Qui tra voi ci sono quelli che mi hanno bullizzato per anni. Mi piacerebbe che mi diceste ora di cosa avete paura.” In fondo all’aula alcuni ragazzi abbassano lo sguardo, paonazzi. Sono gli stessi che, per anni, lo hanno vessato ma ora restano in silenzio, perché quando non possono usare parole offensive o gesti violenti, spesso, non hanno altri strumenti per esprimersi.

Le operatrici dei centri antiviolenza che vanno nelle scuole da anni conducono laboratori per elaborare situazioni come queste e destrutturare modelli di mascolinità violenti, disinnescare le parole d’odio.

Nelle scuole e fuori dalle scuole si consumano violenze, le giovani generazioni accedono a contenuti pornografici violenti anche a otto anni, gli episodi di violenza di gruppo contro migranti, omosessuali e gli stupri di gruppo commessi da minorenni sono in aumento. Ma il Governo è preoccupato più dagli interventi che potrebbero essere messi in campo per affrontare questi fenomeni, che dalle violenze.

Il ddl Valditara è stato approvato in via definitiva in Senato. Il provvedimento sul “consenso informato” nelle scuole mette i paletti e restringe l’accesso di esperte ed esperti in tema di educazione sessuale e affettiva: pone il divieto di attività di questo tipo nella scuola dell’infanzia e primaria e, per medie e superiori, l’obbligo di una autorizzazione scritta preventiva da parte delle famiglie. Siamo di fronte ad un colpo di coda in materia di prevenzione alla violenza di genere.

Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna che da anni contribuisce con le proprie operatrici a sensibilizzare gli studenti e le studentesse su discriminazioni contro le donne, l’omofobia e il razzismo, critica la scelta del Governo e lo ritiene un attacco all’autonomia educativa della scuola pubblica.

Dietro la formula apparentemente neutra del “diritto delle famiglie a scegliere” c’è l’obiettivo di ridurre gli spazi di intervento educativo su temi come l’educazione sessuale e affettiva, limitando così i percorsi di prevenzione nelle scuole. Una scelta che finisce per ricondurre nella sfera privata questioni sociali.

Il punto centrale del lavoro politico dei centri antiviolenza è che la violenza di genere non può essere affrontata come un fenomeno isolato o esclusivamente familiare. Essa affonda le proprie radici in una struttura culturale profonda, fatta di stereotipi, disuguaglianze e rapporti di potere ancora sbilanciati tra uomini e donne. In questo senso, la prevenzione non può che passare da un lavoro educativo continuativo, capace di intervenire proprio nei luoghi in cui si formano le coscienze.

L’introduzione del consenso informato, mutuato da contesti come quello sanitario o del trattamento dei dati personali, la dice lunga sulla posizione politica dell’attuale Governo sul lavoro di destrutturazione di stereotipi e pregiudizi: le politiche di destra si fondano proprio sulla perpetuazione di stereotipi e pregiudizi sessisti, razzisti e omofobi. La loro visione della società si basa su gerarchie di potere che una dentro l’altra, come scatole cinesi, mantengono in essere asimmetrie di potere tra donne e uomini, tra chi ha la cittadinanza e chi non l’ha, tra eterosessuali e omosessuali, tra ricchi e poveri.

È questo il motivo per cui l’unica risposta che le destre riescono a mettere in atto, tuttalpiù, è quella securitaria e repressiva. Basterebbe ricordare, a questo proposito, la frequente strumentalizzazione del tema della violenza sessuale in chiave anti-immigrazione, invece sappiamo che la violenza sessuale può essere commessa in qualunque contesto.

Allo stesso modo, la cronaca è ricca di episodi e dichiarazioni violente e sessiste pronunciate da rappresentanti politici della destra nei confronti di avversarie politiche, persone migranti e persone omosessuali.

È questa la contraddizione profonda che attraversa queste posizioni politiche e che finisce per riflettersi anche sulle scelte politiche: da un lato la propaganda sulla tutela e sull’ordine sociale, dall’altro la riproduzione — esplicita o implicita — di linguaggi e dinamiche che alimentano stereotipi e discriminazioni.

Il ddl Valditara è un chiaro segnale politico che era arrivato già con lo stop al ddl sul consenso che modificava la legge attuale sulla violenza sessuale. La diffidenza verso diritti, la parità e il contrasto alla discriminazione contro le donne è palese. Il cambiamento culturale che renderebbe la società più equa, pacifica e vivibile per le persone ancora oggi penalizzate per scelte che dovrebbero essere libere mina l’ideologia e la storia politica della destra.

In un contesto sociale attraversato da episodi di violenza e dalla normalizzazione di linguaggi d’odio, la riduzione degli strumenti educativi è un rischio concreto. Non perché la scuola debba sostituirsi alla famiglia, ma perché dovrebbe affiancarla nel fornire strumenti critici per interpretare la realtà, a partire dai temi del consenso, del rispetto e delle relazioni affettive.

Il nodo, allora, non è solo giuridico o organizzativo. È profondamente culturale. Si possono censurare interventi educativi? Per i centri antiviolenza la risposta è chiara: ogni volta che si restringe lo spazio del dibattito su questi temi, si indebolisce la prevenzione e si rischia di riportare la violenza di genere in una dimensione privata e invisibile, proprio quella che per decenni ne ha permesso la perpetuazione. Non c’è da stare con le mani in mano.

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Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca?

9 June 2026 at 15:13

C’è un elemento che accomuna molte donne che denunciano violenze, molestie sul lavoro o abusi di potere: la solitudine.

Una solitudine che spesso non inizia dopo la denuncia, ma molto prima. È la solitudine di chi sa che dovrà misurarsi con rapporti di forza profondamente diseguali; di chi teme di non essere creduta; di chi sa che il proprio racconto verrà esaminato, sezionato, messo in discussione più della condotta di chi viene accusato. Una solitudine che diventa ancora più pesante quando dall’altra parte ci sono uomini potenti, influenti, dotati di risorse economiche, relazioni e capacità di orientare l’opinione pubblica.

La vicenda che ha coinvolto G., la donna uruguayana, nel caso della Grazia Nicole Minetti, e quella dell’imprenditrice che ha denunciato il senatore Francesco Silvestro, per una violenza sessuale avvenuta, secondo l’accusa, negli uffici del Senato, sono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Sono storie che ci pongono, ancora una volta, di fronte alla questione del corpo delle donne e del dominio sessuale degli uomini, al diverso peso attribuito alla credibilità femminile e a quella maschile e al prezzo che si paga sempre, quando si solleva il velo e si mostra il vero volto del potere.

Le donne che subiscono violenza prendono la parola all’interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica, il prestigio. Conta la possibilità di accedere ai media e di sostenere lunghe battaglie giudiziarie. E conta, dall’altra parte, la paura di non essere credute, di essere esposte al giudizio collettivo, di vedere la propria vita privata passata al setaccio mentre quella degli uomini coinvolti continua a essere raccontata attraverso lo specchio del successo e del prestigio sociale.

Alberto Genovese venne raccontato su Il Sole 24 ore (l’articolo contestato fu poi rimosso) come una meteora che si era spenta prematuramente, quasi fosse vittima di un incidente di percorso. Oggi la stampa lo racconta mentre organizza una festa di lusso per il suo compleanno, insieme alla moglie. Tutto è stato dimenticato tranne la ricchezza di Genovese e la celebrazione del suo tenore di vita. Altri imputati per stupro sono stati raccontati per il ruolo pubblico o privato come “campioni dello sport” o “bravi ragazzi” che sarebbero “presto diventati padri”. Le accuse di stupro pesano meno del ruolo famigliare o sociale degli stupratori.

Nel caso dell’imprenditrice che ha sporto denuncia per violenza sessuale, basterebbe mettere su un piatto della bilancia le domande che un giornalista di Repubblica ha rivolto al senatore e, sull’altro, quelle che ha rivolto all’imprenditrice. Il senatore ha dovuto rispondere a domande ‘ficcanti’ quali: “Possiede una villa?”. Per poi commentare: “Io un bel ragazzo, lei una donna normale. In tribunale ci divertiremo”. Parole gravissime, (di cui poi si è scusato, peccato che non si sia dimesso) che richiamano stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato i processi per violenza sessuale, nei quali il giudizio si è spesso spostato dalle condotte degli imputati all’aspetto fisico, al comportamento e alla vita delle donne che denunciano.

L’imprenditrice, invece, si è trovata a dover rispondere a domande rivittimizzanti perché sono, di fatto, illazioni: “Senza che vi sia stato nessun gioco o nessun consenso tra voi? E lui dice il vino mi eccita?”, “Scusi se lo chiedo, perché non si è ribellata. Non poteva urlare?”, “Lei fa trascorrere un anno per presentare denuncia. Perché?”, “Il senatore dice che lei aveva promesso di andare a cena”.

Una narrazione che ci fa toccare con mano quanto la vergogna non abbia ancora cambiato lato e non ricade nemmeno su certa stampa che senza pudore, continua a riproporre schemi e narrazioni ormai ampiamente contestati, nonostante l’invito rivolto da Gisele Pelicot.

La vergogna al contrario, resta ancora incollata alle vittime che dopo la denuncia, hanno subito campagne d’odio, insulti, intimidazioni e processi mediatici. Così la presunzione di innocenza dell’uomo rischia spesso di tradursi, nel dibattito pubblico, in una presunzione di calunnia nei confronti delle donne, soprattutto quando in gioco vi è una forte asimmetria di potere.

Dovremmo invece chiederci sempre, quanto le disparità di potere possano rendere insostenibile il peso di una denuncia penale o pubblica, rendendo molte donne vulnerabili prima, durante e dopo aver rilasciato la loro testimonianza. È anche questo che spiega perché tante scelgano il silenzio e perché altre, dopo aver parlato, decidano di fare un passo indietro. Se una donna che mostra il vero volto di uomini celebrati pubblicamente in virtù del loro denaro e del loro potere, viene lasciata sola, perdiamo tutte e tutti. Si perde una battaglia di civiltà e lei perde la propria voce.

Possibile che la stampa italiana non si interroghi mai su cosa significa per una donna sostenere una denuncia pubblica in una situazione di disparità di potere? Possibile che la stampa italiana non sollevi mai il velo su se stessa?

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