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“Pressioni e auto incendiate per imporre assunzioni nell’indotto dell’Hitachi”: sindacalista arrestato a Reggio Calabria

12 June 2026 at 19:48

“Un soggetto che non si limita a svolgere ordinaria interlocuzione sindacale, ma pretende di incidere direttamente sulle scelte organizzative dell’impresa, rivendicando una sorta di prerogativa nella selezione del personale e reagendo con crescente pressione e finanche aggressività alla mancata considerazione dei nominativi segnalati”. Il profilo tracciato dal gip Claudia Colli è quello di Maurizio Chiarolla, sindacalista della Confsal-Fismic. È lui il principale indagato finito in carcere nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha aperto uno squarcio sulle dinamiche sindacali all’interno dell’ex stabilimento Omeca, oggi gestito dall’Hitachi che, in riva allo Stretto, costruisce i vagoni ferroviari per mezza Europa.

L’arresto ha scosso la politica reggina perché Chiarolla lo scorso maggio è stato candidato (non eletto) del centrosinistra alla presidenza della V circoscrizione Reggio Centro-Sud. L’indagine non riguarda l’attività politica di Chiarolla, ma quella sindacale e in particolare “le pressioni reiterate, anche attraverso l’evocazione strumentale dello sciopero, sugli amministratori o sui referenti delle aziende dell’indotto, con l’obiettivo di far assumere lavoratori vicini alla propria sigla”. Pressioni che, per gli investigatori della polizia, sono arrivate addirittura all’incendio delle auto di altri sindacalisti e dei manager delle aziende che lavorano in subappalto per l’Hitachi.

Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, infatti, il gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato anche altri due soggetti: Salvatore Aricò e Roberto Puglia. Tutti e tre sono accusati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Chiarolla e gli altri indagati, – si legge nel capo di imputazione – “compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere i sindacalisti concorrenti, Antonio Hanaman, rappresentante Cisl, e Gabriele Labate, rappresentante Uil, a desistere dall’intraprendere ogni iniziativa sindacale che potesse ostacolare l’assunzione, da parte delle società operanti all’interno dello stabilimento Hitachi Rail spa di Reggio Calabria, di lavoratori sponsorizzati da Maurizio Chiarolla, quale rappresentante del sindacato Confsal-Fismic”.

I metodi andavano oltre la dialettica aziendale e, perciò, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2025, le auto dei due sindacalisti sono state incendiate. Stando alla ricostruzione della Squadra mobile, il rogo sarebbe stato innescato da un quarto indagato per il quale il gip ha rigettato l’arresto. Un fatto che, secondo la Dda, risulta “aggravato dall’essere commesso utilizzando il metodo mafioso”. Le modalità, infatti, sono state “oggettivamente evocative dell’intimidazione mafiosa tipica del territorio in cui il reato è stato consumato e per finalità tipiche delle associazioni di stampo mafioso ossia acquisire il controllo ed il dominio su attività economiche, anche connesse all’esecuzione di commesse pubbliche”.

Per il gip non ci sono dubbi sul coinvolgimento di Chiarolla che è stato anche intercettato mentre ai suoi sodali diceva: “Andiamo ora con la tua macchina e vediamo le macchine?… A tipo passeggiata?”. Secondo il magistrato, per tutti gli indagati sussistono “i gravi indizi di colpevolezza” e, con riguardo all’ex candidato del centrosinistra “sussiste in misura particolarmente intensa il pericolo di reiterazione, emergendo il suo ruolo di promotore e diretto interessato al risultato estorsivo”.

L’inchiesta della Dda è partita da un’altra tentata estorsione per la quale Maurizio Chiarolla non è stato arrestato ma è comunque indagato. La vicenda inizia, infatti, il 30 giugno 2024 con l’incendio di un’altra auto, questa volta di Nunzio Blandini, manager della Miri Spa. Pure a quest’ultimo, secondo gli inquirenti, il sindacalista voleva imporre assunzioni di operai e voleva costringerlo a omettere licenziamenti di soggetti iscritti alla Confsal-Fismic. Per convincerlo nei giorni successivi all’incendio dell’auto, il manager aveva ricevuto una busta contenente una lettera minatoria con frasi del tipo: “Ti osserviamo”, “prossimo passaggio è la macchina di tuo figlio”, “toccherà la tua porta di casa con moglie e figlia dentro… farete la fine dei topi”, “non pensare di denunciare… i primi a pagare saranno la tua famiglia”.

“La condotta ricostruita – si legge nelle carte della Dda – si sostanzia in condotte minacciose, culminate negli incendi delle autovetture delle persone offese, poste in essere quale strumento di coercizione per costringere i sindacalisti concorrenti a desistere da iniziative sindacali ostative”. Gli imprenditori dovevano “assecondare le pretese di Maurizio Chiarolla e della sua area sindacale in materia di assunzioni, licenziamenti e gestione delle relazioni sindacali nello stabilimento Hitachi di Reggio Calabria”. Non si tratta di “una mera ritorsione personale, – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – bensì l’imposizione di una posizione dominante della sigla sindacale riconducibile a Chiarolla e, tramite essa, l’incidenza sulle assunzioni, sulle scelte di gestione del personale e, in definitiva, sull’assetto dell’appalto e delle commesse connesse allo stabilimento Hitachi”. Il colosso giapponese è completamente estraneo alle indagini della Direzione distrettuale antimafia. Ma all’interno dell’ex Omeca – riferisce una delle parti offese – circolano “voci di richieste di somme di oltre cinque mila euro a lavoratore per favorire assunzioni” nelle ditte che lavorano in subappalto. Questo, però, al momento non è oggetto dell’inchiesta.

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Da sindaco di Rosarno al cda della “Stretto di Messina Spa”: la parabola dell’ex commissario della Lega Giacomo Saccomanno

9 June 2026 at 17:46

Da commissario regionale della Lega a componente del consiglio di amministrazione della “Stretto di Messina Spa”, in quota Regione Calabria, il passo è stato breve per l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, uno dei tre indagati per corruzione della Procura di Roma nell’inchiesta che stamattina ha portato alle perquisizioni eseguite dai carabinieri del Ros anche a casa dell’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele. Fino a poco tempo fa, infatti, Saccomano ha guidato in Calabria il partito di Salvini organizzando campagne elettorali come quelle delle regionali del 2021 e delle politiche del 2022, dove era candidato. In quell’occasione Rosarno riuscì a organizzare una cena con gli aspiranti parlamentari del Carroccio e sostenitori della Lega in una braceria i cui proprietari attuali (incensurati) erano imparentati con soggetti ritenuti dagli inquirenti espressione delle principali famiglie di ‘ndrangheta di Rosarno.

Da commissario della Carroccio aveva redatto, nel 2021, una sorta di “manuale del perfetto leghista” indicando agli iscritti le “condotte assolutamente vietate”. A partire “dall’assumere atteggiamenti non consoni allo stile della Lega e cioè prudenza, umiltà, condivisione, responsabilità, credibilità, militanza, rispetto e, comunque, adesione alle direttive del partito”. L’elenco del vademecum era lungo e comprendeva anche le istruzioni su come rapportarsi con la stampa con la quale era vietato “commentare negativamente azioni o provvedimenti assunti dagli organi del partito o da rappresentanti dello stesso nelle istituzioni”.

La carriera politica di Saccomanno, però, non è stata sempre all’ombra del “capitano” Salvini. È iniziata più di 30 anni fa quando nel 1994 è stato candidato alle provinciali con il Ppi. Nel 2003, con il sostegno di Forza Italia e del Pri, ha vinto le elezioni comunali al Comune di Rosarno dove è stato sindaco solo per 26 mesi. Nel novembre 2005, infatti, ha dovuto lasciare la fascia tricolore a causa delle dimissioni di 18 consiglieri su 20, compresi ovviamente quelli della sua maggioranza. Ci ha riprovato altre due volte, nel 2010 e nel 2016, ma ha sempre perso le elezioni nel suo Comune. Giacomo Saccomanno, inoltre, è molto attivo nell’ambiente del Rotary dove, stando al suo curriculum, è entrato all’età di 31 anni rivestendo la carica di consigliere del direttivo. L’anno scorso, inoltre, è stato proclamato governatore eletto per l’anno 2026/27 durante il congresso del Distretto 2102 del Rotary International, tenuto a Tropea e dovrebbe assumere la carica a inizio luglio, venti giorni prima della perquisizione.

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Inchiesta per corruzione sul Ponte sullo Stretto. Chi sono gli indagati: tra loro un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti

La Procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. In base a quanto emerge da una nota diffusa dall’ufficio giudiziario, l’ufficio ha delegato i carabinieri del Ros all’esecuzione di un decreto di perquisizione a carico di tre persone: Tommaso Miele, 70 anni, magistrato, ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti, in pensione da febbraio; Giacomo Francesco Saccomanno, 71 anni, avvocato, già consigliere di amministrazione della “Stretto di Messina Spa” e Vincenzo Virgiglio, 65 anni, imprenditore di Reggio Calabria. Le indagini hanno documentato le condotte dei tre indagati tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica.

Secondo quanto emerge dalla nota diffusa dalla Procura l’avvocato e l’imprenditore indagati “al fine di condizionare il citato esame della Corte dei Conti in favore della società Stretto di Messina Spa, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata”.

Secondo l’impianto accusatorio i “due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto – si legge nella nota – la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla magistratura contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.
Inoltre il magistrato “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della Stretto di Messina Spa, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”. Nel corso delle perquisizioni, svolte a Roma, nella provincia di Reggio Calabria e in quella di Frosinone sono stati “rinvenuti e sequestrati diversi dispostivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

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Strage di braccianti ad Amendolara, alle vittime inflitta “una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme”. Gip: “Trappola omicidiaria”

5 June 2026 at 07:36

Il modo in cui sono stati uccisi i quattro braccianti agricoli ad Amendolara, nella Sibaritide, per il gip Orvieto Matonti è stata una vera e propria “trappola omicidiaria”, ordita dai due indagati pakistani Alì Raza e Ahmed Safeer. È quanto c’è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei loro confronti dal giudice per le indagini preliminari che ha convalidato il fermo disposto dalla Procura di Castrovillari poche ore dopo l’incendio del minivan all’interno del quale, il primo giugno, sono morti carbonizzati tre afgani e un pakistano: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyan, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi. Un quinto bracciante, Taj Mohammad Alamyar, è riuscito invece a salvarsi scappando dal portellone posteriore mentre il mezzo andava a fuoco. Da qui le accuse di omicidio plurimo e tentato omicidio mosse nei confronti dei due indagati ai quali, condividendo l’impianto accusatorio del procuratore Alessandro D’Alessio, il gip ha contestato anche le aggravanti della premeditazione e dell’aver agito per futili motivi e con crudeltà. Nel capo di imputazione, infatti, si legge che Raza e Safeer hanno “inflitto alle vittime una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme, ostacolando deliberatamente ogni loro disperato tentativo di fuga e aumentando gratuitamente le sofferenze fisiche e morali”.

I magistrati non hanno dubbi: Raza a Safeer “hanno optato per una modalità attuativa del proposito criminoso straordinariamente cruenta, proprio per arrecare tremende sofferenze fisiche ed interiori in uno spazio di tempo apprezzabile tra l’inizio dell’attingimento del corpo delle vittime dalle fiamme e la loro morte”. Secondo il giudice, infatti, “la gravità dei fatti di reato commessi nonché le modalità di commissione degli stessi, evidenziano una personalità incline a delinquere, una estrema pericolosità soggettiva e una spiccata incapacità di autocontrollo degli indagati. Infatti, costoro hanno dato alle fiamme ben cinque persone, uccidendone quattro e tentando di ucciderne una quinta”. Le dodici pagine di ordinanza racchiudono i minuti interminabili in cui i braccianti agricoli si sono trasformati in torce umane. I due arrestati “hanno agito in maniera perfettamente coordinata e senza accordi verbali; hanno previamente individuato lo strumento (benzina, accendino, fuoco), il luogo aperto al pubblico (stazione di servizio) in pieno giorno per non destare sospetti nei trasportati, con cui vi erano delle questioni in sospeso, per poi… dare alle fiamme i soggetti e intrappolarli mortalmente, mantenendo una ferma glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli consumare dal rogo”. Fondamentale è stato il video registrato dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella piazzola della stazione di servizio. Una strage quasi in diretta e per questo il gip parla di “granitici e convergenti elementi di prova da cui emerge una qualificata probabilità di conferma della colpevolezza degli indagati in sede dibattimentale”.

Una ricostruzione che è stata confermata, tra l’altro, dall’unico superstite, Taj Mohammad Alamyar, che ha riportato diverse ustioni alle braccia. “Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”. Tay collabora subito con gli investigatori della squadra mobile di Cosenza e per il giudice “non si rinvengono elementi che possano minare la sua credibilità”. Il suo racconto è un film dell’orrore ed finito nell’ordinanza di arresto: “Stamattina – ha affermato il superstite – io e questi ragazzi con cui lavoravamo insieme, siamo stati presi da Alì, il conducente del mezzo su cui viaggiavamo. Alì aveva fumato hashish. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. Io mi trovavo seduto dietro. Il conducente era vestito di nero ed è il capo. La persona seduta a lato passeggero era vestita di bianco. Noi lavoratori abbiamo chiesto che doveva farci un contratto lavorativo per noi che siamo arrivati dalla Sardegna”. Prima di salire in macchina con i due carnefici, quindi, le vittime avevano avuto una discussione con il pakistano Alì Raza che alle cinque del mattino aveva addirittura chiamato la polizia. Secondo Taj, l’ha fatto “perché l’altro aveva tirato fuori il coltello” ricevendo in cambio un pugno da “uno dei ragazzi che è morto”. Per questo “aveva il viso un po’ tumefatto. Il litigio è avvenuto di mattina presto. Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto”.

Quel giorno i braccianti agricoli erano andati comunque a lavoro insieme. La discussione avuta poche ore prima sembrava essere rientrata tanto che tutti e sette sono risaliti insieme sull’auto per rientrare a casa: “Io mi trovavo seduto nel portabagagli. – ha affermato sempre il superstite – Sulla via del ritorno ci siamo fermati alla benzina. Il capo ha spento la macchina, ha chiuso tutti i finestrini ed è sceso. La benzina l’ha cosparsa tutta per terra. Non avevamo litigato un’altra volta. Poi ha cosparso anche il portabagagli di benzina… dopodiché ha dato fuoco alla macchina con un accendino. Io mi trovavo nel bagagliaio. Non ho capito più niente, sono saltato dal portabagagli. Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco ed un ragazzo albanese che si è fermato, mi ha aiutato. Un altro ragazzo, arabo, che passava da lì si è fermato. Sino ad allora non conoscevo né il ragazzo arabo, né quella albanese. Poi sono andato a casa a Villapiana per medicarmi. E poi quando sono venuti i poliziotti mi hanno portato in ospedale per medicarmi”. Agli investigatori, Taj parla anche del possibile movente: “Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo dieci persone. Alì ha appiccato il fuoco e poi è scappato, mentre l’altro no, perché teneva la portiera chiusa per non fare uscire i miei amici che erano seduti sul sedile posteriore. I due hanno preparato un piano tra loro. Quando alla macchina hanno dato fuoco, sia Ali che l’altro hanno bloccato le portiere. Ho visto che Ali e l’altro spingevano le porte. Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio. Alì e l’altro erano già scappati. Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”.

Nell’ordinanza trova spazio anche la testimonianza di un altro bracciante che non c’entra nulla con la strage ma che è amico dell’arrestato Alì Raza. Poche ore dopo il rogo, passando dall’area di servizio, il testimone si è accorto dell’auto bruciata: “Mentre ero fermo nel traffico, – dice – ho sentito che a seguito di un incendio divampato nel predetto distributore di benzina, erano morti dei soggetti di nazionalità pakistana. Per questo motivo alle ore 16:43, ho deciso di chiamare… Alì per chiedergli se fosse a conoscenza di quanto fosse accaduto ad Amendolara. Alì non ha risposto alla mia chiamata, tuttavia immediatamente dopo mi ha richiamato. Gli ho domandato se sapesse cosa fosse successo ad Amendolara (CS) e se conosce i pakistani morti. Alì mi ha risposto che la macchina bruciata era la sua, che lo stesso aveva messo fuoco alla sua macchina per ammazzare le persone al suo interno. A quel punto, ho domandato ad Alì perché lo avesse fatto. Mi ha spiegato di averli uccisi perché, la mattina stessa, le vittime avevano avuto una discussione con suo fratello e un suo amico, arrivando ad aggredirli fisicamente. Io gli ho risposto che ha sbagliato, e subito dopo, Alì ha chiuso la telefonata”.

Per il gip, anche questa testimonianza “si salda con i precedenti elementi di prova”. I braccianti agricoli sono stati “puniti in un modo così brutale ed atroce solo per aver avanzato delle pretese retributive e di regolarizzazione contrattuale”. E “anche ove si ritenesse – si legge nell’ordinanza – che il motivo fosse da riferirsi alla colluttazione avuta tra Ahmed Safeer ed una delle vittime, esso sarebbe da considerarsi del tutto sproporzionato rispetto al reato commesso e si atteggerebbe quale mera occasione per dare sfogo a un tremendo impulso criminale di entrambi”. Oltre al pericolo di fuga, secondo il gip, esiste anche un rischio di recidiva. I due pakistani arrestati, infatti, “in nessuna fase del procedimento, hanno mostrato in alcun modo segni di pentimento o di resipiscenza. Si può ragionevolmente pronosticare che, in situazioni simili, gli indagati potrebbero ricorrere, senza alcuna remora e per futili motivi, a commettere reati della stessa indole”.

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Strage di braccianti ad Amendolara, il procuratore D’Alessio: “Episodio di gravità inaudita. Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica”

3 June 2026 at 19:58

L’omicidio dei migranti arsi vivi lunedì ad Amendolara, nella Sibaritide, è stato “frutto di una barbarie inspiegabile”. Lo ha detto il questore di Cosenza Antonio Borrelli nel corso della conferenza stampa sull’inchiesta coordinata dalla Procura di Castrovillari che ha emesso nei confronti di due pakistani un decreto di fermo che, adesso, dovrà essere convalidato dal gip.

“In 34 anni di servizio, molti dei quali passati in prima linea da operativo, – ha aggiunto il questore Borrelli – un fatto di questa crudeltà non mi era mai capitato. Soprattutto nella misura in cui hanno bruciato vive delle persone. L’evento è stato di una crudeltà inenarrabile, un fatto di assolutamente disumano. Il fatto di aver dato una risposta in poco più di tre ore significa che eravamo presenti sul territorio e che, soprattutto, siamo riusciti non solo ad identificare gli indagati, anche grazie ai filmati, ma a rintracciarli nelle loro abitazioni e ad assicurarli alla giustizia. Questa è una soddisfazione davanti a una tristezza incredibile. Perché quei quattro ragazzi, per come sono morti, hanno creato in noi un vero e proprio shock. I due fermati sono in Italia da diversi anni, uno dal 2018 e l’altro dal 2022”.

Entrambi gli arrestati, infatti, si trovano nel nostro Paese con un regolare permesso di soggiorno. Lo avevano anche le vittime, tutte incensurate, di cui una sola è pakistana. A dispetto di quanto era trapelato nelle prime ore, gli altri ragazzi deceduti sono di origine afgana come l’unico superstite che si è salvato uscendo dal bagagliaio del minivan mentre il mezzo andava in fiamme.

Durante l’incontro con i giornalisti, il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio non si è sbilanciato e, dopo aver chiarito di non aver gradito la diffusione sui media del video dell’omicidio, ha bollato il delitto come “un episodio di gravità inaudita” che “è stato ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza”.

“Le indagini – ha ribadito il magistrato – ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l’ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud”.

Non abbiamo elementi di altri complici e riteniamo che l’omicidio fosse premeditato”. La dinamica della tragedia è stata spiegata dal capo della squadra mobile di Cosenza Gianni Albano: “Abbiamo iniziato dalle immagini del sistema di video sorveglianza con la collaborazione del gestore e titolare della pompa di benzina. – ha dichiarato in conferenza stampa – Abbiamo verificato che c’era una macchina che si era fermata poi raggiunta da un’altra utilitaria dalla quale è scesa una persona che si è presentata agli altri. Questo era un carabiniere forestale che ha notato due persone avanti e cinque dietro. Si era avvicinato perché dalla vettura venivano gettati dei sacchetti per strada. Poi si verifica quello che si vede nelle immagini”.

Per bloccare le vittime all’interno del mezzo uno degli indagati “rompe una maniglia dell’auto dall’interno e questo fa sì che non si apra. – ha spiegato sempre il capo della mobile – Il conducente scende e apre il cofano. Non è chiaro se la benzina fosse già all’interno dell’auto o l’ha messa dal distributore. L’altro prima di scendere rompe la maniglia per evitare l’apertura delle porte. Le vittime cercano di uscire davanti ma non riescono. L’unico che si salva ci riesce perché scende dal cofano e scappa”.

A proposito del superstite, l’afghano Taj Mohammad Alamyar, alla domanda se quest’ultimo possa essere “un complice che fortuitamente si è salvato perché lo hanno fatto salvare”, il procuratore D’Alessio fa capire che non ci sono elementi, ma allo stesso tempo è escluso nulla: “Allo stato – sono le sue parole – dico che tutto è umanamente possibile. Noi facciamo i conti con la probabilità. Sappiate che si è condannati o non condannati, anche all’ergastolo, sulla base di un elevato giudizio di probabilità logica. Tutto è possibile nella vita, ma mi hanno insegnato che quando qualcosa è processualmente possibile, devo avere degli elementi a supporto”.

Il movente del delitto non è ancora chiaro per il procuratore: “Il caporalato – ha sottolineato – è una delle piste, ma non l’unica. Sul contesto stiamo ancora indagando. In questo momento il quadro indiziario è stato mirato all’identificazione degli autori” dell’omicidio “e lo sottoponiamo così al giudice. Ovviamente ogni azione ha sempre un inquadramento e un contesto e anche su quello stiamo lavorando. È evidente che un episodio del genere ha certamente delle motivazioni, ha certamente dei contesti in cui si inserisce. Su questo stiamo lavorando con la stessa solerzia, con la stessa attenzione e con lo stesso scrupolo che abbiamo impiegato per individuare coloro che a nostro avviso erano i gravemente indiziati. Se adesso vi dicessi qual è il movente e qual è il contesto diremmo una cosa che non ha un carattere di forza totale perché ci stiamo lavorando da 48 ore”.

Il refrain del magistrato è che non può soddisfare tutte le domande dei giornalisti: “Se non rispondiamo – ha concluso D’Alessio – è soltanto per il rispetto della legge e di efficacia dell’indagine perché va avanti con serietà, spirito di squadra e rigore perché ragioniamo su quello che possiamo dimostrare”.

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La strage di Amendolara | Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole

2 June 2026 at 18:25

Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

L'articolo La strage di Amendolara | Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole proviene da Il Fatto Quotidiano.

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