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Kavafis, ovvero della poesia, dello struggimento e del desiderio (Traduzione di Antonio Devicienti)

12 June 2026 at 05:00

Konstantinos Kavafis (Alessandria d’Egitto 1863 – 1933) probabilmente non ha bisogno di presentazioni per gli amanti della poesia, essendo molto conosciuto (e tradotto) anche in Italia.

La sua vita, trascorsa in massima parte in un’Alessandria poliglotta e affascinante, s’identifica veramente con la poesia e con la ricerca della bellezza, con l’eros e con il fantasticare di un lungo passato greco, alessandrino e bizantino che nutrono il non vasto corpus poetico formato da testi che il poeta stampava in proprio e rilegava a mano in fascicoli che poi donava agli amici ed estimatori.

È stato molto arduo scegliere i testi da proporre qui, ché numerosi sono i componimenti degni di attenzione; ho pensato di suggerire, tra i molti “ritratti” possibili del poeta, quello che emerge da versi nei quali s’impone una precisa scelta di bellezza ed eleganza contrapposta alla volgarità dominante del suo tempo (e del nostro), scelta sempre accompagnata da struggimento e da desiderio.

A. D.

***

Termopili (1903)



Onore a quanti nella loro vita
si decisero a difesa delle Termopili:
mai venendo meno al dovere,
equilibrati e giusti in ogni azione,
ma sempre con sofferenza e compassione;

generosi se ricchi – e se poveri
generosi nel loro poco,
soccorrevoli quanto potevano,
dicendo sempre la verità,
ma senza odiare i bugiardi.

E sono degni di più grande onore
se prevedono (e molti lo prevedono)
che all’ultimo comparirà un Efialte
e che, infine, i Persiani passeranno.

Terra di Ionia (1911)

Siccome abbattemmo le loro statue,
siccome le strappammo dai loro templi,
non per questo morirono gli dei.
O terra di Ionia, te amano ancora,
te anima ancora il loro spirito.
Non appena albeggia sopra di te il mattino agostano
il vigore delle loro vite attraversa la tua luce
e una qualche forma aerea d’efebo,
indefinita, con passo veloce
incede sulle tue colline.

Per quanto puoi (1913)

E se non puoi fare della tua vita quel che vuoi,
in questo almeno sfórzati
per quanto puoi: non umiliarla
nella troppa familiarità con il mondo,
con l’eccessivo gesticolare, con le chiacchiere.

Non mortificarla portandola qua e là,
gironzolando di continuo e non esporla
alle sciocchezze quotidiane
dei commerci, dei vincoli,
fino a renderla estranea, molesta.

Mare al mattino (1915)

Qui fermarmi – e guardare un po’ la natura.
Luminosi azzurri e gialla sponda
del mare al mattino e del cielo senza nubi: tutto
è bello e assai luminoso.

Qui fermarmi. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fui fermato) –
e non (anche qui!) le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Il sole del meriggio (1919)

Questa camera, come la conosco bene!
Questa e l’altra, contigua, adesso affittate
a uffici commerciali. Tutta la casa è diventata
uffici di sensali e di mercanti e società.

Oh, quanto mi è familiare, questa camera!

Presso la porta, qui, c’era il divano
e un tappeto turco davanti
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra (no, di fronte) un grande armadio a specchio.
Nel mezzo il tavolo dove scriveva;
e le tre grandi sedie di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto
dove ci siamo tante volte amati.

Ci saranno ancora quei poveri oggetti (ma dove?)

Di fianco alla finestra c’era il letto:
il sole del meriggio lo lambiva fino alla metà.

…Pomeriggio, le quattro, c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è diventata sempre.

Melancolia di Iasone di Cleandro, poeta della Commagene, 595 d. C. (1921)

L’invecchiare del corpo e della mia figura
è ferita d’orrido coltello.
Non so sopportare.
E a te mi volgo, Arte della Poesia,
che sai un poco di farmaci:
provandoti ad assopire il dolore nella Fantasia e nella Parola.

È ferita d’orrido coltello. –
I tuoi farmaci portami, Arte della Poesia,
che alleviando addormentano (per poco) la ferita.

Lo specchio nell’ingresso (1930)

La ricca casa aveva nell’ingresso
un grande specchio, molto antico:
di ottant’anni almeno.

Un ragazzo bellissimo, commesso d’un sarto
(la domenica atleta dilettante)
stava lì con un pacco. Lo porse
a qualcuno della casa e quello andò dentro
per la ricevuta. Il commesso del sarto
rimase solo, aspettando.

Si avvicinò allo specchio e guardandosi
si sistemava la cravatta. Dopo cinque minuti
gli portarono la ricevuta. La prese e andò via.

Ma l’antico specchio che ne aveva viste tante
nella sua lunga vita
(migliaia di cose e di visi)
ma l’antico specchio adesso si rallegrava
e si esaltava d’avere trattenuto in sé
– per qualche attimo – così tanta bellezza.

L'articolo Kavafis, ovvero della poesia, dello struggimento e del desiderio (Traduzione di Antonio Devicienti) proviene da Il Fatto Quotidiano.

Paul Celan, il tedesco come scelta poetica (Traduzione di Gino Chiellino)

5 June 2026 at 06:11

Le poesie qui tradotte sono tratte dalla raccolta Mohn und Gedächtnis (Papavero e memoria) del 1952, pubblicata a seguito della partecipazione di Paul Celan (Černivci 1920 – Parigi 1970) a un incontro del Gruppo 47. Il gruppo era composto di scrittori di lingua tedesca che intendevano riumanizzare la loro letteratura dopo gli scempi perpetrati dal nazismo. Paul Celan era stato invitato a leggere dalle sue poesie su insistenza di Ingeborg Bachmann.

Le reazioni scomposte dei presenti al suo modo di recitare testi così lontani da quelli dei presenti hanno fatto discutere per anni. Da parte mia, ritornando alla sua prima raccolta, sono del parere che l’incomprensione era inevitabile. Lo era a causa della diversità così marcata tra il progetto estetico di un gruppo culturalmente omogeneo e la poesia di uno scrittore di per sé interculturale qual era Paul Celan.

Di madrelingua tedesca, di appartenenza alla diaspora ebraica, ma cresciuto nel contesto culturale rumeno della Bucovina, e quindi di una lingua neolatina, Paul Celan fisserà il centro della sua esistenza a Parigi (1948), dove continuerà a scrivere poesia e solo in tedesco, per diventare uno dei poeti più determinanti della letteratura in lingua tedesca del Novecento.

G. C.

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.

Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

*

Corona

Nel palmo della mia mano l’autunno consuma docile le foglie: siamo amici.

Sgusciamo il tempo dalle noci per farlo andare:
il tempo rientra nel guscio.

Allo specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca è veritiera.

L’occhio mi cade sul sesso dell’amata:
ci scrutiamo,
ci diciamo cose oscure,
ci amiamo come papavero e memoria,
dormiamo come vino in conchiglie,
come il mare nel raggio di sangue della luna.

Stiamo avvinghiati nella finestra, ci osservano dalla strada:
è tempo, che si sappia!
È tempo che la pietra fiorisca,
che l’inquietudine colpisca un cuore.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

***

Ich hörte sagen

Ich hörte sagen, es sei
im Wasser ein Stein und ein Kreis
und über dem Wasser ein Wort,
das den Kreis und den Stein legt.

Ich sah meine Pappel hinabgehn zum Wasser,
ich sah, wie ihr Arm hinuntergriff in die Tiefe,
ich sah ihre Wurzeln gen Himmel um Nacht flehn.

Ich eilt ihr nicht nach,
ich las nur vom Boden auf jene Krume,
die deines Augen Gestalt hat und Adel,
ich nahm dir die Kette der Sprüche vom Hals
und säumte mit ihr den Tisch, wo die Krume nun lag.

Und sah meine Pappel nicht mehr.

*

Sentii dire

Sentii dire che nell’acqua
c’era una pietra e un cerchio,
e sopra l’acqua una parola
a posare il cerchio e la pietra.

Vidi il mio pioppo chinarsi verso l’acqua,
vidi il suo braccio calarsi in profondità,
vidi le sue radici verso il cielo a implorare notte.

Non gli corsi dietro,
presi da terra soltanto quella briciola,
che ha la forma del tuo occhio e la nobiltà,
ti sfilai la collana di sentenze dal collo
e ne incorniciai il tavolo, dove ora giaceva la briciola.

E non vidi più il mio pioppo.

***

Lob der Ferne

Im Quell deiner Augen
leben die Garne der Fischer der Irrsee.
Im Quell deiner Augen
hält das Meer sein Versprechen.

Hier werf ich,
ein Herz, das geweilt unter Menschen,
die Kleider von mir und den Glanz eines Schwures:

Schwärzer im Schwarz, bin ich nackter.
Abtrünnig erst bin ich treu.
Ich bin du, wenn ich ich bin.

Im Quell deiner Augen
treib ich und träume von Raub.

Ein Garn fing ein Garn ein:
wir scheiden umschlungen.

Im Quell deiner Augen
erwürgt ein Gehenkter den Strang.

*

Elogio della lontananza

Nella fonte dei tuoi occhi
vivono i lacci dei pescatori dell’Irrsee.
Nella fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la promessa.

Qui getto via,
un cuore, vissuto tra gli uomini,
i vestiti e lo splendore di un giuramento:

più nero nel nero, sono più nudo.
Da traditore sono fedele.
Io sono te quando sono io.

Nella sorgente dei tuoi occhi
compio e sogno una rapina.

Un laccio catturò un laccio:
ci separiamo avvinghiati.

Nella fonte dei tuoi occhi
un impiccato strangola il laccio.

L'articolo Paul Celan, il tedesco come scelta poetica (Traduzione di Gino Chiellino) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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