Trasformare la salute in una vera priorità. Moratti spiega il salto di qualità che serve all’Ue
Negli ultimi anni la salute è tornata al centro dell’agenda europea. Quanto di questa attenzione si è tradotto in scelte strutturali e quanto rischia invece di restare confinato alle dichiarazioni di principio?
La salute è tornata al centro dell’agenda europea, ma ora dobbiamo evitare che resti un principio astratto. Dopo la pandemia sono stati fatti passi avanti: maggiore coordinamento, Hera, rafforzamento della preparazione alle emergenze, attenzione alle filiere farmaceutiche e ai dati sanitari. Tuttavia serve un salto di qualità: trasformare la salute in una vera priorità industriale, sociale e strategica dell’Unione. Non basta reagire alle crisi; bisogna prevenirle, investendo in ricerca, personale, prevenzione, innovazione e autonomia produttiva.
L’Europa parla sempre più spesso di autonomia strategica. Sul fronte della salute e del farmaco, cosa significa concretamente? E quali sono oggi le dipendenze più preoccupanti da ridurre?
Autonomia strategica in sanità significa non dipendere da Paesi terzi per farmaci essenziali e principi attivi, che ad oggi importiamo per l’80% dall’Asia. Ma non solo, ci sono dispositivi medici, vaccini, tecnologie diagnostiche e materie prime critiche. La pandemia e le tensioni geopolitiche ci hanno mostrato quanto siano fragili alcune catene di approvvigionamento. Non possiamo limitarci a essere un continente di consumatori: senza una solida base produttiva, la nostra autonomia strategica è a rischio. L’Europa dunque deve riportare capacità manifatturiera sul proprio territorio, sostenere l’industria farmaceutica e biomedicale, semplificare le regole, accelerare le autorizzazioni e costruire scorte comuni per i prodotti più critici. Per questo stiamo lavorando a provvedimenti fondamentali, come il progetto di legge sui biomedicinali o la legge sui medicinali critici.
L’innovazione terapeutica corre a una velocità senza precedenti: farmaci sempre più mirati, terapie avanzate, medicina personalizzata. Come si può garantire l’accesso alle cure senza mettere ulteriormente sotto pressione la sostenibilità dei sistemi sanitari?
L’innovazione terapeutica è una straordinaria opportunità, ma pone un tema di sostenibilità. La risposta non può essere frenare l’innovazione, bensì governarla meglio. Servono valutazioni rapide e trasparenti, modelli di prezzo legati ai risultati clinici, maggiore uso dei dati real world e percorsi di accesso omogenei tra i Paesi europei. Una terapia innovativa costa, ma certamente sarebbe meno onerosa se lo sviluppo fosse più agevole e se fosse possibile sfruttare economie di scala, su questo dobbiamo lavorare. Soprattutto se si considera che una cura spesso consente di evitare ricoveri, complicanze, cronicizzazioni e perdita di produttività. Dobbiamo imparare a valutare il valore complessivo della cura, non solo il costo immediato.
Difesa, competitività industriale, transizione energetica: le priorità europee si moltiplicano. Esiste il rischio che la sanità perda centralità nell’allocazione delle risorse? Oppure investire in salute significa, oggi, investire anche nella resilienza economica e sociale dell’Unione?
Il rischio che la sanità venga compressa da altre priorità esiste. Ma sarebbe un errore strategico. Difesa, competitività, energia e salute non sono capitoli separati: sono pilastri della resilienza europea. Un continente con sistemi sanitari fragili è meno competitivo, meno sicuro, meno coeso. Investire in salute significa investire in capitale umano, produttività, ricerca, innovazione industriale e fiducia dei cittadini. Le life science sono una delle grandi filiere strategiche europee, anche per la sicurezza: occupazione qualificata, ricerca avanzata, export, attrazione di investimenti.
La carenza di medici, infermieri e professionisti sanitari è diventata un problema strutturale in molti Paesi europei. Servono strumenti comuni a livello Ue o le risposte devono restare prevalentemente nazionali?
La carenza di professionisti sanitari è ormai strutturale e non può essere affrontata solo a livello nazionale. La competenza sanitaria resta degli Stati membri, ma l’Unione può fare molto: mappare i fabbisogni, favorire il riconoscimento delle qualifiche, sostenere programmi comuni di formazione, finanziare competenze digitali e specialistiche, promuovere condizioni di lavoro attrattive. In Italia il tema è particolarmente urgente: servono più medici e infermieri, ma anche una migliore organizzazione della medicina territoriale, della continuità assistenziale e delle case di comunità.
Dall’intelligenza artificiale alla telemedicina, fino all’European health data space, il digitale promette di trasformare la sanità. Quali opportunità ritiene più concrete e quali rischi ritiene invece sottovalutati?
Il digitale può rendere la sanità più vicina, predittiva e personalizzata. Telemedicina, intelligenza artificiale, fascicolo sanitario elettronico europeo e European health data space possono migliorare diagnosi, prevenzione, ricerca clinica e presa in carico dei pazienti cronici. Ma i rischi sono reali: disuguaglianze digitali, sicurezza dei dati, opacità degli algoritmi, uso improprio delle informazioni sanitarie. La tecnologia deve restare al servizio della persona, non sostituire la relazione medico-paziente. Servono regole chiare, interoperabilità, cybersicurezza e una forte governance pubblica.
Lei ha ricoperto ruoli di governo nazionale, amministrato una delle principali regioni europee sul fronte sanitario e oggi siede al Parlamento europeo. Qual è la lezione più importante che Bruxelles dovrebbe imparare dall’esperienza dei territori? E quale, al contrario, l’Europa può insegnare ai sistemi sanitari nazionali?
Dai territori Bruxelles dovrebbe imparare che la sanità non vive nei regolamenti, ma nei bisogni concreti delle persone: liste d’attesa, pronto soccorso, medici di famiglia, assistenza domiciliare, cronicità, anziani soli. Ogni scelta europea deve misurarsi con la capacità di migliorare la vita quotidiana dei cittadini. Al tempo stesso, l’Europa può insegnare ai sistemi nazionali a guardare più lontano: fare massa critica sulla ricerca, condividere dati, coordinare acquisti, ridurre le disuguaglianze di accesso e costruire standard comuni di qualità.
Se dovesse indicare una priorità assoluta per i prossimi dodici mesi di legislatura europea in materia di life science, quale sceglierebbe? Qual è il dossier sul quale ritiene che non ci si possa più permettere di rinviare le decisioni?
La priorità assoluta è rafforzare la strategia europea per le life science, legandola a una vera politica industriale della salute. Non possiamo più rinviare il dossier sull’autonomia farmaceutica e sulla competitività del settore. La proposta di legge sulle biotecnologie rappresenta, ad esempio, un importante passo avanti in questa direzione e il risultato di un ottimo lavoro della Commissione nel costruire un quadro premiale basato su semplificazioni procedurali, sulla sperimentazione clinica e sull’accelerazione della produzione e della messa in commercio delle terapie innovative. Tuttavia, è necessario fare di questo modello lungimirante uno standard esteso a tutta la produzione. L’Europa deve restare un luogo dove si ricerca, si produce, si sperimenta e si cura. Per farlo servono regole più semplici, tempi autorizzativi più rapidi, tutela della proprietà intellettuale, investimenti in ricerca clinica, sostegno alle terapie avanzate e attenzione all’accesso dei pazienti. La salute deve diventare una delle grandi colonne della sovranità europea.