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L’Ufficio di bilancio: “Le riforme Irpef hanno reso il fisco meno equo. Più disparità tra contribuenti con diverse fonti di reddito”

10 June 2026 at 14:37

Altro che più equità: le riforme messe in campo a partire dal 2021 hanno reso il sistema fiscale sempre più segmentato, con lavoratori dipendenti e pensionati che si accollano quasi tutto il peso dell’Irpef e autonomi e rentier che beneficiano di tasse piatte molto più favorevoli delle normali aliquote. A ribadirlo è l’Ufficio parlamentare di bilancio, che nel Rapporto sulla politica di bilancio presentato mercoledì alla Camera dalla presidente Lilia Cavallari mette in discussione una delle direttrici che hanno caratterizzato la politica fiscale italiana degli ultimi anni: l’utilizzo crescente dell’Irpef come strumento di redistribuzione e sostegno ai redditi. L’organismo indipendente riconosce che la capacità redistributiva dell’imposta ne è uscita rafforzata, ma avverte che il prezzo pagato è stato un aumento della complessità del sistema e soprattutto un progressivo allontanamento dall’obiettivo dell’equità orizzontale. Cioè, in parole povere, il principio secondo cui due persone che guadagnano la stessa cifra dovrebbero pagare più o meno le stesse tasse, indipendentemente da come ottengono quel reddito.

Secondo l’Upb, l’ultima legge di Bilancio ha proseguito sulla strada di una strategia di riduzione del carico fiscale sui redditi medi da lavoro dipendente. Tra gli interventi più rilevanti figurano la riduzione dell’aliquota del secondo scaglione Irpef e la detassazione di alcune componenti delle retribuzioni. Misure che si aggiungono ai bonus e alle maggiori detrazioni introdotti negli anni precedenti a favore dei lavoratori dipendenti. Nel complesso, l’imposta è diventata più progressiva e maggiormente orientata alla redistribuzione del reddito. Ma il rafforzamento della progressività si è accompagnato all’espansione dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta – le flat tax – applicati ad altre categorie di contribuenti, in particolare nel lavoro autonomo. Il risultato è una crescente differenziazione del trattamento fiscale tra contribuenti con capacità contributiva simile ma redditi di diversa natura. Allontanando il perseguimento dell’equità orizzontale previsto dalla delega per la riforma fiscale. In altre parole, il sistema tende sempre meno a tassare nello stesso modo contribuenti che hanno risorse economiche analoghe.

La critica dell’organismo non si limita però alla questione dell’equità. Il rapporto sottolinea come la successione di interventi correttivi abbia progressivamente complicato la struttura dell’imposta sul reddito da lavoro dipendente. La combinazione di aliquote, detrazioni, bonus e meccanismi di sostegno produce effetti non sempre lineari: in alcuni casi un aumento anche modesto del reddito imponibile può tradursi in una crescita molto marcata del prelievo effettivo, a causa della perdita di agevolazioni o della riduzione di benefici collegati al livello di reddito. Per attenuare uno di questi effetti indesiderati, l’ultima legge di bilancio ha introdotto una detassazione temporanea degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali nel biennio 2025-2026. Ma si tratta di una soluzione solo provvisoria. Gli aumenti retributivi, una volta consolidati, torneranno a essere assoggettati alle aliquote ordinarie, riproponendo il problema negli anni successivi. Il tutto mentre, come da dati Istat, i salari reali restano inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori medi del 2020.

Da qui la riflessione più generale contenuta nel rapporto. L’Upb si chiede – domanda retorica – se sia opportuno affidare al sistema fiscale obiettivi che, per loro natura, richiederebbero interventi selettivi, mirati e limitati nel tempo. Il rischio, avverte, è che il perseguimento di finalità sociali o redistributive attraverso continue modifiche dell’imposta finisca per compromettere alcuni principi fondamentali del sistema tributario: equità, neutralità, semplicità e trasparenza del prelievo.

Il rapporto affronta anche il tema del contrasto all’evasione. Il rafforzamento degli strumenti digitali ha contribuito a limitare le opportunità di fare nero e a favorire l’adempimento spontaneo. Secondo il Documento di finanza pubblica, nel 2025 l’attività di recupero ha raggiunto i 36,2 miliardi di euro. Nonostante i progressi, l’Italia continua però a registrare uno dei livelli più bassi di fedeltà fiscale nell’Unione europea. I lavoratori autonomi continuano a evadere moltissimo, la riscossione dei tributi locali resta inefficiente e ci sono ampi margini di miglioramento nell’utilizzo dei dati per l‘analisi del rischio di evasione.

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Tasse, con l’F24 l’addebito è automatico. Nuovo passo verso la digitalizzazione

10 June 2026 at 13:10

Presto l’addebito delle tasse potrebbe avvenire in automatico sul proprio conto corrente attraverso il modello F24. Ma di che cosa si tratta? La misura nasce da un accordo tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e l’Agenzia delle Entrate e rientra negli obiettivi fissati dal governo per gli anni 2026-2028 relativi ai nuovi obiettivi di politica fiscale. Si tratta di un provvedimento che punta a trasformare in maniera molto netta la gestione degli adempimenti fiscali, segnando il passaggio da un sistema di pagamento eseguito di volta in volta a un modello basato su autorizzazioni continuative.

Il sistema dovrebbe funzionare similmente a quanto già previsto per l’autoliquidazione e versamento dell’imposta di successione per la quale è previsto l’addebito in conto corrente della somma indicata dal contribuente. Viene poi eseguito un controllo del calcolo effettuato per l’autoliquidazione ed eventuali maggiori somme sono richieste al contribuente. Ma questa non è l’unica novità.

infatti è prevista anche la delega unica, cioè la possibilità per il contribuente di fornire al proprio intermediario (Caf, commercialista), la delega alla fruizione dei servizi generalizzata, questo implica che non sarà necessario rilasciare una delega per ogni atto che l’intermediario deve compiere in nome e per conto del contribuente. L’addebito automatico in conto corrente ancora non è attivo, manca la misura attuativa (prevista a breve).

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Imu più bassa per chi affitta un immobile a canone concordato: a chi spetta lo sconto e come ottenerlo

5 June 2026 at 07:10

Gestire un immobile in Italia oggi significa fare i conti con un socio di minoranza che non dorme mai: il fisco. Ma esiste uno strumento che permette di alleggerire drasticamente il peso delle imposte senza violare alcuna norma. Il contratto a canone concordato (Legge 431/1998) non è solo una scelta di buon senso per chi cerca inquilini stabili, ma è soprattutto una strategia di risparmio fiscale che permette di abbattere l’Imu e di godere di una tassazione sui redditi quasi dimezzata rispetto al mercato libero.

Lo sconto Imu del 25%: un beneficio universale senza confini geografici

Il primo e più tangibile vantaggio per chi sceglie il canone concordato risiede nella tassazione locale, l’Imu (Imposta Municipale Propria). La normativa nazionale, rinforzata dalla Legge di Stabilità del 2016, stabilisce un principio cardine: l’imposta per gli immobili locati a canone concordato è ridotta al 75% di quella dovuta. In termini pratici, questo significa che il proprietario beneficia di uno sconto automatico del 25% sulla cifra calcolata applicando l’aliquota stabilita dal proprio Comune.

Un aspetto fondamentale, spesso ignorato o confuso dai contribuenti, è che questo sconto sull’Imu è un diritto garantito dallo Stato su tutto il territorio nazionale. Esiste una credenza errata secondo cui il canone concordato sia applicabile solo nelle grandi città. Al contrario, lo sgravio fiscale del 25% scatta di diritto in ogni singolo comune italiano, dal capoluogo regionale al più piccolo borgo montano. Se il contratto di locazione è regolarmente registrato e rispetta i parametri degli accordi territoriali, il Comune non può negare la riduzione. Questo risparmio è strutturale e si somma alle eventuali aliquote agevolate che molti Comuni decidono di applicare proprio per incentivare il ricorso a questa tipologia contrattuale, portando il risparmio complessivo a cifre molto significative nel bilancio familiare.

Cedolare secca secca al 10%: la distinzione geografica

Mentre lo sconto Imu è una misura universale, è necessario fare una distinzione tecnica e geografica per quanto riguarda la tassazione sul reddito percepito. La famosa “cedolare secca ridotta” al 10%, che sostituisce l’aliquota ordinaria del 21% prevista per il canone libero, non è accessibile ovunque allo stesso modo. Questa agevolazione spetta di diritto ai proprietari di case situate nei Comuni cosiddetti “ad alta tensione abitativa“, individuati dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica). Si tratta solitamente dei capoluoghi di provincia, dei comuni confinanti con le grandi aree metropolitane e di quei centri che hanno registrato forti carenze abitative.

A questi si aggiungono i Comuni colpiti da eventi calamitosi, per i quali lo Stato ha esteso la possibilità della tassazione al 10%. Per chi affitta in un centro non incluso in questi elenchi, il risparmio rimane comunque elevato sul fronte Imu (il già citato -25%), ma sulla tassazione del reddito l’aliquota della cedolare resterà quella standard del 21%, oppure dovrà optare per la tassazione ordinaria Irpef (che però gode di una detrazione forfettaria del 30% dell’imponibile in caso di concordato). È importante sottolineare che, anche senza il “bonus” della cedolare al 10%, il canone concordato resta spesso più conveniente del mercato libero. Il motivo è matematico: la riduzione dell’Imu e il minor rischio di morosità compensano ampiamente la differenza di canone, offrendo una stabilità finanziaria che il mercato libero, più volatile e tassato maggiormente, non può garantire.

La flessibilità contrattuale: dai modelli 3+2 alle locazioni per studenti

Il canone concordato non è un abito a taglia unica, ma uno strumento flessibile che si adatta a diverse fasi della vita e del mercato. Il legislatore ha previsto tre principali tipologie contrattuali, tutte ugualmente valide per ottenere i benefici fiscali descritti. La formula più nota è il classico contratto “3+2”, che prevede una durata minima di tre anni con rinnovo automatico di altri due. È la scelta ideale per chi cerca un rapporto di lunga durata con famiglie o lavoratori stabili.

Tuttavia, le agevolazioni si estendono anche ai contratti di natura transitoria, con durata da 1 a 18 mesi, ideali per chi deve affittare a persone con esigenze temporanee documentate (come traslochi, master o lavori a progetto). Infine, vi sono i contratti destinati agli studenti universitari fuori sede, con durate che vanno dai 6 ai 36 mesi.

Accordi territoriali e attestazione: come muoversi nei piccoli Comuni

Ma come si stabilisce il prezzo di un affitto concordato? Non è una libera trattativa, ma il risultato di un calcolo basato sugli “Accordi Territoriali”. Questi documenti sono siglati a livello locale tra le organizzazioni della proprietà edilizia e i sindacati degli inquilini. Dividono il territorio comunale in zone omogenee e assegnano a ciascuna delle tabelle con valori minimi e massimi al metro quadro, che variano in base a parametri oggettivi: presenza di ascensore, classe energetica, pertinenze come box o cantine, e stato di manutenzione dell’immobile.

Una domanda frequente è: cosa succede se in un piccolo Comune non è mai stato firmato un accordo? La normativa ha risolto questo stallo permettendo ai proprietari di fare riferimento all’accordo territoriale del Comune limitrofo più vicino che abbia una popolazione omogenea. Per evitare errori di calcolo che potrebbero invalidare le agevolazioni, è oggi diventato quasi obbligatorio (e fortemente consigliato) ottenere l’attestazione di rispondenza. Questo documento, rilasciato dalle associazioni firmatarie degli accordi, certifica ufficialmente che il canone pattuito e le clausole del contratto siano conformi alle regole vigenti. Senza questa “bollinatura”, l’Agenzia delle Entrate ha il potere di contestare l’applicazione dell’aliquota ridotta, trasformando il risparmio fiscale in un debito con lo Stato.

Burocrazia e scadenze: non dimenticare la dichiarazione IMU

Nonostante i vantaggi siano certi, il diavolo si nasconde spesso nei dettagli burocratici. Molti proprietari commettono l’errore di pensare che la registrazione del contratto presso l’Agenzia delle Entrate sia l’unico passaggio necessario. In realtà, la normativa fiscale prevede che, per beneficiare della riduzione IMU del 25%, il contribuente debba presentare la Dichiarazione IMU al Comune di competenza. Questa va inviata entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui l’agevolazione ha avuto inizio.

Alcuni Comuni, più evoluti digitalmente, incrociano i dati automaticamente, ma molti altri pretendono ancora l’invio del modello cartaceo o telematico per “comunicare” il possesso dei requisiti. Omettere questa comunicazione può esporre il proprietario a sanzioni amministrative o, peggio, alla richiesta di rimborso della differenza d’imposta non versata. È quindi fondamentale consultare sempre il regolamento IMU del proprio Comune o affidarsi a un consulente esperto per non vanificare i benefici ottenuti.

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“Tassare i ricchi”: dietro la retorica c’è la crisi dell’imposta personale sul reddito

28 May 2026 at 10:02

“Tax the rich” è un’idea affascinante, ma rivela la rinuncia del sistema fiscale ordinario a tassare le grandi ricchezze. Gli stati sembrano ormai incapaci di produrre basi imponibili conoscibili, territorialmente stabili e giuridicamente omogenee.

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Fiscal drag e regole europee: un autogol per il governo

27 May 2026 at 09:29

Si deve introdurre anche in Italia un meccanismo esplicito di indicizzazione dell’Irpef per limitare il fiscal drag? Tra l’altro, aver presentato gli interventi sulle aliquote come “misure di riduzione del cuneo fiscale” toglie spazio fiscale al governo.

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