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Mosca frena, Kiev avanza: così cambia il conflitto. E Putin minaccia

Qualcosa sta cambiando. Ma sta cambiando in maniera così netta che le conseguenze di questo cambiamento si prestano a un doppio scenario. I fatti. L'Ucraina ha rialzato la testa, colpisce la Russia in profondità e mette in seria difficoltà l'esercito russo. Che a sua volta fatica ad avanzare, anzi, perde terreno, mentre il Paese sta giorno dopo giorno accusando le conseguenze di una crisi economica pesantissima per un conflitto che, nelle previsioni del Cremlino, sarebbe dovuto durare il tempo di un amen. Di qui, le possibili conseguenze: o la Russia accetta di trattare constatando quanto sta accadendo e limitando così i danni, oppure sceglie di alzare la posta dando il via ad attacchi sempre più indiscriminati sui civili ucraini come da tempo sta facendo. E le parole che arrivano da Mosca e da Kiev tengono aperti entrambi gli scenari.

Vladimir Putin è tornato a parlare come spesso accade sostenendo tesi ambigue e in apparente contraddizione. Prima l'ammissione, anche se velata, delle inaspettate difficoltà: «La Russia non sta avanzando con la rapidità che vorremmo, ma ogni giorno avanza gradualmente». Poi, l'apparente, anche se parziale, apertura. «Siamo d'accordo a negoziare, ma solo tenendo conto dei nostri interessi nazionali. E non solo quelli di oggi, ma anche quelli a lungo termine, storici». Ancora dopo, l'affermazione di forza. «Nessuno è mai stato in grado di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, né mai ci riuscirà. La Russia si trova quasi da sola contro l'intero cosiddetto Occidente collettivo». Infine la solita, puntuale e immancabile minaccia. «La Russia intensificherà gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, per scoraggiare le forze di Kiev. Considerato ciò che stanno facendo, dobbiamo, e questo è il nostro prossimo compito, rispondere in modo appropriato. E lo stiamo facendo. E intensificheremo i nostri attacchi contro le infrastrutture nemiche per scoraggiarli dall'attaccare le nostre strutture civili», quasi come se gli attacchi di Kiev non fossero risposte a quelli di Mosca ma arrivassero dal nulla.

Di contro Kiev, che lunedì assisterà alla partenza dell'iter per l'ingresso nell'Unione Europea, continua nella sua strategia di difesa fatta di attacchi in profondità, sfruttando le palesi difficoltà russe e l'implemento degli arsenali grazie a tecnologie e sperimentazioni. Ieri un attacco ha colpito il Tatarstan, nella Russia centrale, a circa 1.600 km dal confine ucraino costringendo le autorità locali ad annullare la festa nazionale russa prevista. Verso Mosca poi sono stati lanciati altri 14 droni che sono stati abbattuti ma gli oltre 200 lanciati hanno colpito diverse basi e aziende sparse per la Russia. Di contro, Kiev annuncia che nelle prossime ore potrebbero arrivare massicci attacchi russi anche utilizzando il super missile Oreshnik. Per la difesa dei cieli ma anche «per far bruciare di più la Russia», l'Ucraina sarebbe pronta a chiedere ai suoi alleati altri 20 miliardi di dollari per consolidare l'attuale vantaggio sul campo. Se ne parlerà nelle prossime riunioni mentre, sul campo, resta in piedi il doppio scenario. Tra una possibile pace e una possibile, ulteriore, escalation, la linea è davvero sottile.

Starmer ora traballa sui fondi per le armi. Lasciano due ministri

I finanziamenti per la Difesa mettono di nuovo in difficoltà il governo Starmer. La riduzione dei fondi ha provocato le dimissioni a catena del ministro alla Difesa John Healey e di quello alle Forze Armate Al Carns, compromettendo nuovamente la fiducia nell'esecutivo britannico. In una lettera di dimissioni estremamente pesante Healey ha infatti accusato il premier e il ministro del Tesoro, Rachel Reeves, di mettere a rischio la sicurezza del Paese, dichiarando che la quantità degli investimenti in questo settore, attesi già da tempo, sono molto inferiori a quelli richiesti. «Il primo ministro non è stato in grado e il Tesoro non ha voluto trovare le risorse di cui la Nazione ha bisogno per difendersi in questi tempi pervasi da una minaccia sempre più alta - ha scritto Healey - non sono in grado di accettare un accordo dipartimentale che non fornisce le risorse necessarie e quindi non ho altra scelta che rassegnare le mie dimissioni».

La decisione di Healey, che arriva una settimana prima del summit della Nato ad Ankara, ha colto di sorpresa Downing Street, sebbene la disputa sulle spese per le forze armate duri già da tempo. I ministri avevano richiesto 18 miliardi da spendere in quattro anni, mentre il governo gliene ha concessi soltanto 13 e mezzo. Starmer ha replicato affermando che la Difesa verrà finanziata adeguatamente spiegando che per farlo aveva già richiesto di riallocare parte degli stanziamenti previsti nei budget di altri settori. «Avere delle finanze pubbliche solide ci mantiene al sicuro - ha replicato il Premier - e un debito irresponsabile ci metterebbe soltanto più a rischio». A sostegno delle argomentazioni dell'ex ministro arrivano però anche le dichiarazioni del collega Carns, dimessosi qualche ora dopo insieme ad altri due consiglieri. «Il piano per la Difesa non è soltanto insufficiente, ma anche obsoleto - ha spiegato Carns, che non ha nascosto l'intenzione di correre per la leadership del Labour in futuro - il governo intende spendere i suoi soldi in sistemi ormai datati. Ho l'impressione che questo programma si ponga l'obiettivo di combattere l'ultima guerra invece che la prossima. Servono decisioni coraggiose e bisogna disfarsi di alcune vecchie tecnologie per rimpiazzarle con altre più innovative come quelle che stiamo vedendo in Ucraina». Dopo aver rimpiazzato Healey con Dan Jarvis,

ieri Starmer ha concesso un'intervista alla Bbc in cui ha spiegato i motivi della sua decisione. «Viviamo in mondo molto instabile e questo richiede soluzioni estreme - ha affermato - la difesa e la sicurezza sono la mia priorità numero uno e per questo ho deciso di incrementare i fondi e tagliare quelli destinati agli aiuti internazionali».

Il premier ha inoltre spiegato che il governo sta investendo nell'acquisto di jet e di missili di lungo raggio della nuova generazione per garantire la sicurezza del Paese, aggiungendo che ogni dipartimento sta contribuendo per aumentare il budget destinato alla Difesa. «È essenziale che lo facciano - ha spiegato - perché non ho intenzione di tagliare i servizi pubblici». Quest'ultima disputa offre il fianco all'ennesima polemica sulla credibilità del Premier e sul suo incerto futuro. Riguardo ad un'eventuale prossima corsa alla leadership la sua posizione è chiara. «Non penso che dovremmo precipitare il Paese nel caos. Nelle scorse settimane gli altri hanno preso le loro decisioni. Io mi sono concentrato sul lavoro per cui sono stato eletto. Non è vanità, è spirito di servizio».

L'antidoto al pensiero unico

Signori, accomodatevi. Ma lasciate fuori il politicamente corretto: la realtà bussa con la grazia di un bulldozer. Il paradosso è servito. Mentre le cancellerie si fanno il segno della croce e i tecnocrati in cachemire gridano al fascismo, Donald Trump resta l'unico, vero democratico in campo. Nell'Occidente dei filtri Instagram, l'uomo dal riporto impossibile parla la lingua della democrazia vera: quella che puzza di grasso per motori, di bollette e di voti che pesano più dei tweet.

Guardatevi intorno. Da una parte le oligarchie del pensiero unico, i signori del silicio che vedono un'officina solo nei documentari. Dall'altra, lui. Trump non è un'anomalia: è la reazione chimica a un sistema che ha scambiato i cittadini per utenti. È l'anarca che usa il sistema per scardinarlo. Mentre i progressisti discutono di pronomi nelle Ztl, lui va dove batte il dente del popolo. Ce ne servirebbero due: uno per il deep state americano, l'altro per un'Europa che muore di noia e regolamenti. Perché il vero malato non è Washington, ma questo museo chiamato Ue. Un non luogo dove l'ideologia green sostituisce il pane e la burocrazia il coraggio. Siamo noi il problema: guardiamo il dito (Trump) e ignoriamo la luna (il declino) che ci crolla in testa. La minaccia non è l'uomo che urla nei comizi, ma il silenzio dei corridoi del potere dove decidono la nostra fine con un sorriso cortese. Se il populismo è la medicina contro l'oligarchia del nulla, allora ne serve una dose doppia. Possibilmente imparando dagli Usa.

Confusione, bugie e un grave danno per l'Occidente

Difficile indovinare se siamo a un passo dalla firma con l'Iran. Comunque un accordo sembra poco auspicabile, poco conveniente, irto di bugie. Furioso come ormai lo vediamo sovente, Trump ha detto che quello che l'Iran ha spifferato sul draft raggiunto per la firma è invenzione di gentaglia che sparge fake news. Ma come, non era noto a Trump l'obbligo della taqiyya, la bugia che l'Islam esige per battere il nemico (versetto 3:28 e 16:106)?

Dunque sul draft sappiamo tre cose certe, oltre alla confusione di Hormuz: soldi, arma atomica, Hezbollah, niente di concordato. Trump si muove molto in fretta perché ha bisogno di arrivare senza affanno eccessivo, dopo il Mondiale, il compleanno, il 250°, alle terrificanti elezioni di midterm. L'Iran già smentisce ogni accordo se prima non ha prove tangibili, ovvero denaro. Trump sembra dunque un equilibrista su un filo sottile. L'Iran intanto vuole i soldi e 60 giorni per riportare una parte dei 24 miliardi delle sanzioni per riempire gli scaffali vuoti dei supermarket, ricostruire i missili balistici e forse risistemare in casa l'uranio arricchito. E riempire le tasche dei proxy.

Israele non ha nessuna convenienza in questo accordo, e degli obblighi: gli è impossibile evitare di difendere la gente disperata a Nord per gli attacchi continui di Hezbollah, che avrebbe ucciso un soldato anche ieri. Netanyahu con l'Iran ha una posizione forte che non sta usando ma di cui è ben consapevole: ha condotto una guerra di 12 giorni, una guerra di 17 ore da cui è stato fermato da Trump. Cinque volte, senza un graffio, gli F35 sono volati per 1500 km dove mai si sognavano di colpire. Ma il nemico che lo vuole morto è ancora là, Trump lo ha salvato, e ora assicura lo smantellamento dell'atomica. Ma come?

Trump che lo promette, ha sostenuto Israele sulla lunga strada dal 7 ottobre, quella in cui se aspetti un altro minuto sei morto, e se vuoi sparare spara, non parlare. Per Israele è questo è il nodo da affrontare. L'Iran è il primo aggressore, e ce ne sono altri che devono tarpare ora, subito, le loro ambizioni. Trump pensa di poter gestire la situazione con la convenienza e la deterrenza, ma l'Iran è il re della trattativa, il padrone dello shuk. Trump dice che la pace si farà e che l'Iran sarà privato dell'arma atomica: l'Iran non ci pensa nemmeno. Bibi dice a Trump: "Siamo d'accordo", ma una differenza li divide: Netanyahu è un uomo del Mediorente, sa che in questo quartiere offrire la pace per convivere non funziona: la minaccia atomica iraniana deve cessare, e con essa quella quotidiana dei suoi armigeri di Hezbollah. Anche gli Usa, anche l'Europa ne avrebbero un guadagno strategico sconfinato, il fronte mondiale autoritario che sostiene l'Iran ne avrebbe un duro colpo, e gioirebbero finalmente il popolo iraniano e quello libanese, schiavi.

L'ottimismo contagia i mercati, frena l'energia

Un accordo sembra davvero vicino questa volta. I venti di pace tra Stati Uniti e Iran sono tornati a portare ottimismo sui mercati di tutto il mondo con Trump che ha lasciato intendere che nei prossimi giorni a Ginevra si potrebbe firmare la pace. A partire dal Giappone che ha archiviato la seduta guadagnando il 2,8%, prima ancora che vedesse i prezzi del petrolio scendere. Ieri infatti il Brent si è mantenuto ben al di sotto dei 90 dollari a barile, scendendo fino a 87 dollari, retrocedendo di quasi il 4%. Anche il Wti si è mosso nella stessa direzione, fermandosi a 84,4 dollari al barile (-3,7%). Guardando invece ai prezzi dell'energia, ad Amsterdam il prezzo del gas al Ttf ha chiuso a 46,6 euro al megawatt/ora (-6,2%).

Tornando a guardare ai listini, a Milano il Ftse Mib è rimasto, per il secondo giorno consecutivo, intorno ai 51.500 punti, in crescita dell'1,9%. A spingere la Borsa italiana, però, non è solo la fiducia nella pace, ma anche il risiko bancario che continua a catalizzare l'attenzione degli investitori a Piazza Affari. In deciso rialzo anche Parigi (+1,8%) e Francoforte (+1,7%), poco più indietro Londra (+1,6%) e Amsterdam (+0,92%). Positiva anche Wall Street, dove, alle 19.30 italiane, la crescita era intorno allo 0,36%, spinto anche dal debutto sul Nasdaq di SpaceX.

Insomma, nonostante l'ottimismo gli operatori continuano comunque a mantenere una certa prudenza. Nelle ultime settimane i mercati hanno reagito con forti oscillazioni a ogni indiscrezione proveniente dal Medioriente e la firma di un accordo resta, almeno per ora, soltanto un'ipotesi.

Donald duro: "Europa irrilevante". E prepara il disimpegno nella Nato

All'indomani della possibile svolta nella guerra con l'Iran, Donald Trump non perde l'occasione per bacchettare nuovamente gli alleati europei, che si sono tenuti alla larga da un conflitto che ha fatto ballare i mercati energetici globali, alimentato l'inflazione e costretto la Banca centrale europea ad aumentare i tassi di interesse. "Gli alleati europei non sono stati d'aiuto adesso, ma possono essere molto d'aiuto in futuro" dopo l'intesa con Teheran, ha detto il presidente Usa al Corriere della Sera. Per poi aggiungere, riguardo ai possibili sviluppi diplomatici con l'Unione europea dopo l'accordo. "Non ne ho idea, dipende da loro". Messaggio replicato con qualche asprezza in più anche in un breve colloquio telefonico con La7: "Non avevamo bisogno del sostegno degli europei. Era irrilevante! Abbiamo vinto la guerra". Parole che certamente peseranno sul clima dei colloqui che si svolgeranno da lunedì a Evian, nel G7 ospitato da Emmanuel Macron, proprio uno dei più accesi critici del conflitto scatenato da Usa e Israele in Medioriente.

Del resto, quel che gli Stati Uniti pensano in questo momento degli europei lo aveva chiarito qualche giorno fa, sempre in Francia, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in occasione delle cerimonie per l'82º anniversario dello Sbarco in Normandia. Il capo del Pentagono aveva parlato di "un'invasione" delle spiagge europee da parte degli immigrati e, paragonando l'alleanza di allora contro il nazifascismo a quella attuale, il capo del Pentagono aveva puntato il dito contro le "inutili riunioni e comunicati" prodotti in occasione delle attuali crisi internazionali. A ben guardare, nulla di nuovo. Era già stato tutto messo per iscritto lo scorso dicembre nel documento di Strategia per la Sicurezza Nazionale, nel quale gli Stati Uniti affermavano che l'Europa si trova di fronte alla "cupa prospettiva di una cancellazione della propria civiltà", mentre assiste inerme a ondate migratorie incontrollate e comprime la propria economia con un eccesso di regole e burocrazia. In questo contesto, non può essere considerata una sorpresa nemmeno l'intenzione americana di ridurre in maniera significativa il numero di aerei e navi da guerra messi a disposizione per le operazioni Nato in Europa, nell'ambito del processo di ridimensionamento dell'impegno militare Usa nel Vecchio Continente.

È il New York Times, dopo le anticipazioni di Die Welt, a riferire il contenuto di un documento, già recapitato agli alleati europei, che mette nero su bianco la portata del disimpegno americano. I caccia Usa F-16 e F-15E passerebbero da circa 150 a 100. Gli aerei da ricognizione marittima da 26 a 15, mentre verrebbero ritirati tutti gli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo precedentemente a disposizione dell'Europa. Inoltre, è prevista la riassegnazione di un sottomarino lanciamissili e di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e decine di aerei impiegati nelle missioni della portaerei. Infine, verrebbe riassegnato ad altri teatri strategici uno dei due gruppi di bombardieri precedentemente destinato alla difesa dell'Europa.

Il Pentagono non ha ancora reso pubblica la tempistica di questo disimpegno, ma i funzionari americani hanno indicato ai loro colleghi europei che entrerà in vigore molto presto. Le conseguenze del ritiro Usa, in assenza di capacità europee che possano compensare nell'immediato, si tradurrebbe in una ridotta capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.

Trump: "Finita la guerra all'Iran" . Firma decisiva domani in Svizzera

Quattro aerei C-17 sono già decollati verso il Vecchio Continente con il materiale per la cerimonia, e il vicepresidente JD Vance è pronto a partire per Ginevra. Donald Trump, dopo aver annunciato su Truth l'accordo con Teheran e la cancellazione dei raid, anticipa che "abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo. Firmeremo molto presto, forse nel fine settimana in Europa". Il Pakistan, Paese mediatore, conferma: "È stato raggiunto un testo definitivo". Secondo il sito Axios, la possibile chiusura di un memorandum di intesa tra Washington e Teheran potrebbe avvenire "nei prossimi giorni" a Ginevra, e un diplomatico di uno dei Paesi mediatori spiega che il testo del documento include accordi come "la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi" e "un alleggerimento delle sanzioni" nei confronti della Repubblica Islamica. Inoltre, si stabilisce "un prolungamento per 60 giorni del cessate il fuoco" tra i due Paesi in conflitto, valido "anche in Libano", ma su quest'ultimo aspetto cruciale, al momento, non sono indicati ulteriori dettagli. In aggiunta, la bozza "comprende un quadro che affronta la questione delle scorte di uranio arricchito iraniano", pur se "qualsiasi azione riguardante il programma nucleare iraniano dovrebbe dipendere da un secondo accordo più dettagliato". Lo stesso diplomatico aggiunge che le parti si sono trovate d'accordo sul testo del memorandum, riconoscendo però che "potrebbe essere ancora necessaria un'approvazione finale". Mentre un alto funzionario statunitense rivela come Trump avrebbe "accettato che una delle possibili soluzioni" sulla questione nucleare sia il "declassamento dell'uranio altamente arricchito iraniano all'interno del Paese sotto la supervisione di ispettori delle Nazioni Unite".

Pare che l'intesa sia stata approvata "ad alti livelli" della leadership di Teheran, ma al momento "probabilmente non ancora dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei". In realtà sulle condizioni c'è parecchia incertezza: l'agenzia di statale iraniana Irna dichiara che il Paese non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz, e manterrà ferma la propria posizione sul diritto all'arricchimento nucleare. Trump, che sulla crisi ha cambiato bruscamente tono più volte, dice che le condizioni che la Repubblica islamica ha fatto trapelare ai "media fake news non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull'esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare, con loro, la buona fede è un concetto inesistente". Quindi, esorta l'Iran a "darsi una regolata, e in fretta". L'intesa è "praticamente fatta", assicura comunque il tycoon durante un comizio virtuale: "Abbiamo messo fine alla guerra. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l'obiettivo, era il 95% della questione". Vance precisa che "gli iraniani non riceveranno soldi e fondi solo per la firma dell'accordo. L'accordo è strutturato in modo da dare priorità alle preoccupazioni degli Stati Uniti e degli alleati e se l'Iran rispetterà i suoi obblighi, allora avrà benefici economici". Il vicepresidente garantisce che Trump farà ottenere agli Usa un "buon risultato in un modo o nell'altro". Un alto funzionario svela cinque punti della "versione" di Washington: "Ecco cosa hanno accettato: il materiale nucleare sarà distrutto e rimosso, il programma nucleare sarà smantellato, i loro fondi non saranno sbloccati finché non avranno adempiuto ai termini, Hormuz rimarrà aperto e non ci sarà nessun finanziamento a gruppi terroristici da parte dell'Iran".

La strategia di Trump: né trionfo né ritirata

L'approccio di Donald Trump nei confronti dell'Iran rivela una complessa architettura strategica nella quale la retorica della non proliferazione sembra progressivamente lasciare spazio a esigenze politiche, economiche e di immagine ben più immediate. Dietro la giustificazione ufficiale dell'intervento emerge una questione più concreta: la necessità di evitare che il presidente sia percepito come un leader debole sulla scena internazionale.

Tuttavia, la strategia di massima pressione implementata sull'Iran si scontra con una realtà che nemmeno l'enorme superiorità militare americana è in grado di garantire: la rapida capitolazione di un regime consolidato come quello iraniano.

Ed è qui che emerge il vero dilemma strategico di Trump. Se il suo obiettivo è la resa dell'Iran, o anche solo lo smantellamento delle sue capacità strategiche, gli strumenti finora impiegati appaiono insufficienti. Per raggiungere un risultato del genere sarebbe necessario accettare un conflitto molto più lungo e imprevedibile. Ma questa è una strada che il presidente non può percorrere senza smentire le promesse politiche che gli hanno aperto per due volte le porte della Casa Bianca. Al tempo stesso, una ritirata senza risultati sarebbe difficilmente presentabile persino per il suo più fedele elettorato. Trump si trova quindi stretto tra due opzioni che non può permettersi: l'escalation e la rinuncia. In questo quadro il negoziato non appare come una delle possibili soluzioni, ma come l'unica vera via d'uscita.

L'obiettivo diventa allora ottenere un accordo sufficientemente credibile da poter essere presentato come una vittoria politica. Da questo punto di vista Trump ha probabilmente più fretta di tutti gli altri protagonisti. Ha interesse a chiudere il confronto prima dei prossimi appuntamenti internazionali, presentandosi non come il presidente che ha aperto una nuova guerra in Medio Oriente, ma come il leader che è riuscito a fermarla.

Questa esigenza si riflette in una diplomazia che sembra vivere alla giornata e che guarda con attenzione anche alle reazioni dei mercati finanziari. L'annuncio di un'intesa imminente contribuisce a trasmettere un messaggio di stabilizzazione e a rafforzare la percezione che la crisi stia entrando nella sua fase conclusiva. Se poi la realtà dei negoziati si rivela più complessa, il costo politico appare relativamente contenuto rispetto al beneficio di alimentare l'aspettativa di una soluzione.

Nelle ultime ventiquattro ore questo gioco di specchi ha raggiunto il suo culmine con l'alternarsi di aperture diplomatiche e segnali di rallentamento delle operazioni militari, mentre Teheran prende tempo e alcuni alleati regionali degli Stati Uniti guardano con crescente preoccupazione a un possibile compromesso.

Il testo negoziale riflette perfettamente questa logica. L'Iran potrebbe ottenere un alleggerimento della pressione economica e la fine del blocco navale; Trump, in cambio, la fotografia politica che cerca fin dall'inizio della crisi. Non si tratterebbe di un accordo fondato sulla fiducia reciproca, ma sulla convenienza del momento. E il suo destino dipenderà da chi, nelle prossime ore, riuscirà a imporre la propria idea di vittoria.

Hormuz, nucleare e beni congelati. La tenuta dell'intesa si gioca sui dettagli

Pronti all'intesa o alla guerra? Il dubbio aleggia da 48 ore. Giovedì Donald Trump era pronto a scatenare l'inferno e a prendersi non solo Hormuz, ma anche il terminal di Kharg e tutto il petrolio iraniano. Nelle ore successive giurava, invece, di esser pronto a spedire in Svizzera il vice JD Vance per firmare un'intesa definitiva con gli iraniani. Ma ieri il giro dell'oca era di nuovo alla casella iniziale. Mezza giornata di indiscrezioni sui contenuti dell'accordo filtrate da media americani e iraniani rivelavano un pateracchio indecifrabile in cui poco o nulla coincideva. A partire dalla presunta firma di domani in Svizzera. "Qualsiasi speculazione su una firma in Svizzera o su un incontro faccia a faccia non è altro che un malinteso e un'illusione americana", scriveva l'agenzia Fars News, vicina ai pasdaran. Alla fine però un tweet del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi rimetteva tutto in ordine dando per certo un Memorandum "vicino alla conclusione". Un'assicurazione accettata da Trump che rilanciava il tweet definendolo "molto positivo".

Ma se un'intesa è stata raggiunta bisogna capire quale sia stato il miracolo. Anche perché le contraddizioni emerse continuano ad apparire insanabili. Prendiamo la questione nucleare, ovvero una delle ragioni per cui Donald Trump sostiene di esser sceso in guerra. Secondo fonti della Casa Bianca l'Iran era pronto a smantellare il programma nucleare e procedere alla distruzione di tutto l'uranio arricchito rimasto sul suo territorio. Nelle stesse ore l'Irna, l'agenzia di stampa ufficiale iraniana, spiegava che non si era raggiunta alcuna intesa sul nucleare. Un programma che nella versione iraniana non era destinato né ad essere smantellato, né tanto meno congelato per 20 anni, ma semplicemente modificato in base a modalità discusse nei 60 giorni successivi alla firma del memorandum. Ma le contraddizioni non si limitavano al nucleare. La riapertura di Hormuz restava altrettanto controversa. Per la Casa Bianca, Teheran era pronta a concedere l'immediata riapertura dello Stretto rinunciando a riscuotere pedaggi. Gli iraniani, pur non menzionando i pedaggi, ribadivano non solo la volontà di mantenere il controllo dello Stretto, ma anche di governarne i transiti in barba al diritto marittimo internazionale. "Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni, l'Iran non si impegna in alcun modo a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a ripristinare le condizioni precedenti l'aggressione militare. L'unico punto menzionato - scriveva l'Irna - è la normalizzazione del transito. La futura amministrazione dello Stretto si baserà su un'iniziativa e una proposta iraniana. E Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l'Oman". Come dire lo Stretto è nostro e lo gestiamo noi con i nostri vicini. Ma incongruenze ancor più pesanti riguardavano il destino delle sanzioni e la restituzione degli assetti finanziari di Teheran congelati da Washington. L'agenzia iraniana Mehr dava per certa l'imminente fine delle sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro 60 giorni. Le fonti dell'Amministrazione Trump sottolineavano invece che l'intesa è "basata sulle prestazioni" e dunque l'Iran non riceverà un soldo "finché non rispetterà la sua parte dell'accordo". Incongruenze e contraddizioni su cui sembra assai difficile costruire una tregua di lunga durata.

Il nodo del Libano. Barricate di Bibi: "Non ci ritiriamo"

"Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza". Il ministro della Difesa di Gerusalemme, Israel Kats, raggela la crescente fiducia per un accordo con l'Iran che il ministro degli Esteri di Teheran Seyed Araghchi definisce "mai così vicino" e conferma che per Benjamin Netanyahu e il suo governo un eventuale cessate il fuoco non si estenderebbe agli altri fronti di guerra in Medio Oriente. In particolare al campo da gioco del Libano meridionale, riapertosi dopo che Hezbollah, la milizia sciita e islamista finanziata dall'Iran, è entrata a gamba tesa il 2 marzo scorso, due giorni dopo l'attacco israelo-americano all'Iran suo alleato e sostenitore, provocando una controffensiva israeliana che ha causato finora migliaia di morti in Libano.

"L'Idf - prosegue Katz - continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre". Certo, ammette Katz, "Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l'Iran nell'ottica degli interessi americani, compreso l'interesse comune con Israele, ovvero impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari". Netanyahu è in continuo contatto con Trump per impedire lo sblocco dei beni iraniani congelati, per la rimozione dell'uranio arricchito iraniano, per lo smantellamento del programma nucleare di Teheran, per porre limiti al programma missilistico e per determinare la fine del sostegno iraniano ai gruppi alleati nella regione. Ma Israele non si fida, e "deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all'esercito di prepararsi di conseguenza", conclude Katz.

Sul campo in realtà niente fa pensare a una tregua in Libano. Gli attacchi dell'Idf non si fermano, così come non si fermano le ritorsioni di Hezbollah. Ieri sono state colpite le località di Al-Maslakh, nel distretto di Nabatieh, e di al-Bayyad vicino a Deir Aames, e l'Idf ha emesso un ordine di evacuazione in tre località nel distretto di Sidone, Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. L'aeronatica avrebbe anche colpito e distrutto cinque lanciatori di razzi di Hezbollah utilizzati per sparare contro le truppe nel Libano meridionale. Da parte sua Hezbollah ha rivendicato l'uccisione di un soldato israeliano dopo aver attaccato delle truppe in un edificio nella città di Chamaa, nel distretto di Tiro, utilizzando un drone Ababil. Sotto attacco della milizia filo-iraniana anche un veicolo militare israeliano nella vicina città di Tayr Harfa.

Eppure Hezbollah è fiducioso: è convinto che Teheran insisterà affinché il Libano sia incluso in un accordo con gli Stati Uniti. "Se l'accordo andrà in porto, abbiamo piena fiducia nella Repubblica islamica... Siamo fiduciosi che insisterà su qualsiasi accordo, compresa la questione del Libano", ha dichiarato Hassan Fadlallah, esponente di spicco di Hezbollah. La scorsa settimana, Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, aveva affermato che Hezbollah ha "fatto grandi sacrifici" nella guerra e che il Libano "sarà parte integrante di qualsiasi accordo e di qualsiasi cessate il fuoco". Hezbollah non partecipa ai colloqui e ha chiesto al governo libanese di ritirarsi dal processo.

Araghchi ci crede: "Accordo vicino". Ma manca ancora l'ok di Khamenei

Smentite, annunci bellicosi, dettagli diffusi per alimentare la propaganda di una vittoria del regime nelle trattative. Dall'Iran arrivano voci confuse sull'intesa annunciata da Donald Trump e che attende ancora il pronunciamento decisivo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. L'approdo di un testo concordato nelle mani del leader della Repubblica islamica potrebbe non essere immediato, visto che Khamenei è ancora nascosto e ferito e i messaggi Whatsapp impiegano anche 48 ore per essere recapitati a causa del funzionamento a fasi alterne di Internet, come hanno riferito alcuni diplomatici all'agenzia Bloomberg.

A metà del pomeriggio italiano di ieri è stato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, uno dei principali negoziatori, a chiedere ai media di evitare di "formulare speculazioni" sui contenuti dell'intesa, spiegando che "il Memorandum di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione" e che "tutti i dettagli saranno resi pubblici a tempo debito". Il messaggio è stato rilanciato sui social da Trump, segnale importante. Più tardi anche il portavoce degli Esteri, Esmail Baghaei, ha confermato: "Siamo nelle fasi finali dia revisione interna del testo".

Eppure per tutta la giornata, dagli organi di regime, dalle agenzie di informazione e dai leader religiosi iraniani si sono susseguite dichiarazioni capaci di spegnere ogni entusiasmo. L'agenzia di stampa Fars, vicina alle Guardie della Rivoluzione, spiegava che "il processo di valutazione e decisione dell'Iran a proposito di un accordo non è ancora stato completato", e smentiva le notizie di un annuncio entro domani e della scelta di Ginevra come sede per la firma di un'intesa con gli Stati Uniti, parlando di "errata interpretazione delle proposte e dei desideri statunitensi". Poche ore prima una serie di dettagli sul testo del possibile memorandum venivano diffusi, dai 14 punti, poi smentiti da Trump, ad altri particolari. L'agenzia Tasnim, anch'essa affiliata ai pasdaran, si preoccupava di far passare il regime di Teheran come vincitore, spiegando che "le pressioni statunitensi non sono riuscite a far cambiare idea al Paese". L'agenzia Irna, che fa capo al ministero della Cultura, aggiungeva che la bozza "non prevede che cediamo il controllo dello Stretto di Hormuz". L'agenzia Mehr precisava che nel testo sarebbe incluso lo sblocco di 24 miliardi dei fondi iraniani congelati.

I toni più bellicosi sono arrivati dai leader della preghiera del venerdì. Nella città di Ahvaz, l'imam Mohammad Mousavifard ha affermato che qualsiasi ritirata sul "fronte statunitense e israeliano" è "proibita e inaccettabile". A Karaj, l'imam Mohammad Hamedani aggiungeva che "i negoziati condotti sotto minaccia equivalgono ad accettare la paura e a ritirarsi di fronte al nemico, e non porterebbero alcun beneficio". Il parlamentare Mahmoud Nabavian definiva la bozza una "pura sconfitta": "Parlare di vittoria con questo testo vago e dannoso è completamente sbagliato". Posizioni divergenti, che rispecchiano le divisioni fra le varie anime del regime. In attesa di capire quale sarà la linea definitiva di Teheran.

La Svezia stringe le maglie sui migranti: stop ai permessi di soggiorno permanenti

Dopo anni di politiche lasche e di immigrazionismo, la Svezia ha deciso di attuare un poderoso giro di vite contro l’immigrazione, sia regolare che irregolare. Il Paese scandinavo, infatti, ha annunciato che da quest’anno non verranno più emessi permessi di soggiorno a tempo indeterminato e permanenti per le persone bisognose di protezione e per le persone che risiedono in Svezia da lungo tempo, nonché per i loro familiari. Una decisione che arriva al termine di un processo di studi che ha dimostrato come le porte spalancate a tutti abbiano causato nel tempo più danni che benefici al Paese. Il parlamento ha votato positivamente la proposta del governo e l’attuazione è prevista per il prossimo 12 luglio.

La proposta, si legge nel comunicato diramato dal parlamento, “è uno degli elementi degli sforzi per adeguare il quadro normativo svedese sul rilascio della protezione internazionale e sulle procedure di asilo alle garanzie minime stabilite dal diritto dell’Ue. Lo scopo di questo adeguamento è creare condizioni migliori per l’integrazione e ridurre l’esclusione sociale, diminuendo l’immigrazione legata all’asilo”. Hans Eklind, parlamentare dei Cristiani Democratici (centrodestra), nel corso del suo intervento ha ricordato che la Svezia negli ultimi anni ha “l’immigrazione per richiesta d'asilo più bassa dal 1985, il che fa sì che creiamo condizioni molto migliori per ottenere un'integrazione di coloro che sono già venuti qui”.

Oscar Sjöstedt dei Democratici Svedesi (destra) nel suo intervento ha dichiarato che in Svezia “la disoccupazione continua a scendere. È scesa ogni mese da luglio dello scorso anno, per dieci mesi consecutivi. Al tempo stesso, più della metà degli iscritti all'Agenzia per l'Impiego sono nati all'estero, il che fa sì che la disoccupazione si attesti ancora su un livello relativamente alto del 6,5 percento”. Questo, ha aggiunto, “dipende in massima parte dalla politica migratoria irresponsabile portata avanti in passato. Se manteniamo una linea ferma sulla migrazione, saremo in grado di risolvere anche l'integrazione”. L’attuale governo svedese, nonostante i tentativi di ostacolare le novità da parte della sinistra, pare che i risultati in Svezia siano arrivati. La stretta sulle richieste d’asilo permane all’interno del recinto delle indicazioni Ue ma si fa più restrittiva e costringe i richiedenti asilo a sottoporsi a controlli periodici per verificare che sussistano le condizioni che hanno permesso loro di ottenere il permesso temporaneo.

lI ministro della Difesa britannico lascia e attacca Starmer: “Non protegge la nazione”

Il governo britannico perde pezzi. Nelle ultime ore le dimissioni rassegnate dal ministro della Difesa John Healey, in polemica con il premier britannico Keir Starmer, aprono un nuovo fronte di crisi per Downing Street, già alle prese con le ricadute derivanti dalla sconfitta alle elezioni amministrative del 7 maggio e con le recenti proteste anti-immigrazione in Irlanda del Nord. “Non sei stato in grado, e il Tesoro non ha voluto, di impegnare le risorse di cui la nazione ha bisogno per difendere il Paese in questo momento di crescenti minacce”. Questo il pesante atto d’accusa, contenuto nella lettera in cui John Haley ha annunciato il passo indietro, rivolto al premier laburista. “Abbiamo bisogno di un nuovo modo di governare e ne abbiamo bisogno subito”, ha scritto il ministro dimissionario chiarendo quale sia la posta in gioco.

Anche il ministro delle Forze armate Al Carns e i due assistenti parlamentari di Healey hanno rassegnato le dimissioni. “Healey silura Starmer”, titola oggi, di conseguenza, il Daily Telegraph (quotidiano conservatore) mentre anche il Guardian, punto di riferimento per la sinistra d’Oltremanica, riconosce che le dimissioni choc del ministro della Difesa spingono il premier sull’orlo del precipizio. Lo psicodramma consumatosi giovedì a Londra mina la credibilità di Starmer e rischia di distruggere la sua residua autorità politica, sottolinea sempre il Guardian.

Il punto di rottura ruoterebbe attorno al dibattito sulla quota del Pil da destinare alle spese per il settore della difesa. Nel suo j’accuse, Healey non ha lasciato spazio ad interpretazioni. “Avete concordato di spendere il 3,5% del Pil entro il 2035, fino alla prossima revisione della spesa”, ha scritto l’ex responsabile della Difesa sostenendo però che la percentuale debba salire al 3% entro il 2030 e ciò richiede dei piani precisi e non un semplice impegno futuro post-elettorale. Nella sua lettera, l’ex ministro ha rivelato che il governo intende aumentare le spese di appena lo 0,08% del Pil tra il prossimo anno e il 2030, passando dal 2,6% al 2,68%.

Haley si sarebbe convinto a gettare la spugna, una reazione che avrebbe comunque colto di sorpresa Downing Street, dopo aver visionato, lunedì, la versione finale del Piano per gli investimenti per la difesa, non ancora pubblicato, che, a detta del ministro dimissionario, non prevederebbe un adeguato stanziamento di fondi per le forze armate.

Poco dopo l’inizio della nuova crisi a Londra, Starmer ha nominato il nuovo ministro della Difesa, Dan Jarvis, dichiarando che il suo primo dovere è “garantire la sicurezza del popolo britannico”. “Farò sempre tutto il necessario per proteggere la nostra sicurezza nazionale”, ha aggiunto il premier britannico che ha rivendicato come il suo governo stia “realizzando il maggior aumento continuativo della spesa per la difesa dalla Guerra Fredda”.

È ancora il Guardian a riassumere la situazione di crisi in cui sembra precipitato il governo di Sua Maestà. Molti parlamentari laburisti, inclusi vari ministri del governo, ritengono che il tempo a disposizione di Starmer sia agli sgoccioli mentre, oltre a vari appuntamenti internazionali (tra cui, a luglio, il vertice Nato in Turchia), incombe una sfida tutta interna al partito. Andy Burnham, attuale sindaco di Manchester, viene sempre più considerato il grande favorito alla successione a Downing Street. Il “re del nord”, come è ormai noto Burnham, dovrà però, in base alle regole di Londra, farsi prima eleggere in Parlamento. Cosa che potrebbe avvenire già la prossima settimana, in caso di vittoria del sindaco alle elezioni suppletive di Makerfield.

Accordo Usa-Iran, ecco perché Ginevra potrebbe essere la città della pace

Le guerre finiscono raramente sul campo di battaglia. Più spesso si concludono nei saloni ovattati di un albergo, nelle stanze di una missione diplomatica o attorno a tavoli dove i nemici continuano a diffidare l'uno dell'altro ma comprendono di non avere alternative. Se davvero Stati Uniti e Iran dovessero arrivare alla firma di un'intesa nei prossimi giorni, il fatto che ciò avvenga a Ginevra sarebbe tutt'altro che un dettaglio logistico. Sarebbe invece il simbolo di una precisa scelta politica e diplomatica.

Dopo mesi di escalation, tra il confronto sul programma nucleare iraniano, gli attacchi reciproci, le tensioni nello Stretto di Hormuz e il rischio concreto di un allargamento regionale del conflitto, Washington e Teheran sembrano infatti essere giunte a un punto di equilibrio precario: abbastanza vicine da discutere un accordo, ma ancora troppo lontane per parlare apertamente di pace. Reuters riferisce che le due parti avrebbero raggiunto un'intesa politica di massima su alcuni punti, mentre restano aperte le questioni più sensibili, a partire dalle modalità di sblocco dei fondi iraniani congelati e dalle garanzie sul nucleare. Teheran, dal canto suo, continua a ribadire che non è stata presa alcuna decisione definitiva e che le proprie "linee rosse" non saranno superate.

La neutralità svizzera come garanzia reciproca

Ginevra rappresenta da decenni uno dei pochi luoghi in cui nemici irriducibili possono sedersi allo stesso tavolo senza che ciò venga percepito come una sconfitta diplomatica. La Svizzera, infatti, svolge il ruolo di potenza protettrice degli interessi statunitensi in Iran dal 1980, anno successivo alla crisi degli ostaggi e alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran.

In questi quarant'anni il cosiddetto "canale svizzero" ha consentito il mantenimento di comunicazioni minime ma costanti tra due Paesi che ufficialmente non hanno rapporti diplomatici. Dalle questioni consolari agli scambi di messaggi riservati durante le crisi regionali, Berna ha rappresentato il filo sottile che ha impedito l'interruzione totale del dialogo.

Scegliere Ginevra significa quindi offrire a entrambe le parti una cornice rassicurante. Per l'Iran, negoziare in territorio neutrale evita l'impressione di cedere alle pressioni americane. Per gli Stati Uniti, la Svizzera costituisce un interlocutore affidabile e consolidato. In un momento in cui la fiducia reciproca è praticamente inesistente, anche il luogo del negoziato diventa parte integrante della trattativa.

Dall'accordo del 2015 ai nuovi negoziati: il ritorno della diplomazia ginevrina

Non sarebbe la prima volta che il destino del dossier iraniano passa dalle rive del Lago Lemano. Ginevra è stata più volte teatro di colloqui cruciali sul nucleare, diventando uno dei centri nevralgici della diplomazia internazionale insieme a Vienna e Muscat.

Anche nel 2026 la città svizzera è tornata al centro delle trattative. I colloqui indiretti mediati dall'Oman abbiano registrato progressi proprio durante i round ginevrini, con il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi che ha parlato di una spinta positiva verso la finalizzazione di un accordo. Pur senza annunciare una svolta definitiva, i mediatori hanno sottolineato l'esistenza di "principi guida" condivisi dalle delegazioni.

Il ruolo dell'Oman resta decisivo. Muscat gode infatti della fiducia di entrambe le capitali ed è stata spesso la sede dei contatti preliminari. Tuttavia, trasferire l'eventuale firma a Ginevra consentirebbe di internazionalizzare il risultato e conferirgli una maggiore legittimazione politica, coinvolgendo indirettamente anche gli attori europei.

La scelta della città svizzera avrebbe inoltre un valore simbolico ulteriore: dimostrare che, nonostante anni di "massima pressione", sanzioni e minacce militari, la diplomazia multilaterale conserva ancora uno spazio d'azione.

L'intesa possibile tra interessi divergenti

Le motivazioni che spingono Stati Uniti e Iran verso un compromesso sono diverse ma convergenti. Washington ha bisogno di contenere una crisi che rischia di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente e di provocare nuovi shock energetici globali.

Per Teheran, invece, la necessità più urgente è quella di ottenere un alleggerimento della pressione finanziaria. Secondo Reuters, i negoziati starebbero affrontando nel dettaglio proprio il tema dei miliardi di dollari di proventi petroliferi iraniani congelati all'estero. L'Iran chiederebbe un accesso immediato a una parte consistente di queste risorse, mentre gli Stati Uniti punterebbero a uno sblocco graduale e vincolato a specifiche destinazioni, soprattutto di carattere umanitario.

Resta poi il nodo del programma nucleare. Washington continua a chiedere garanzie che impediscano a Teheran di sviluppare un'arma atomica; l'Iran rivendica invece il diritto all'arricchimento dell'uranio per fini civili e rifiuta imposizioni che possano apparire come una rinuncia alla propria sovranità tecnologica.

Per questo motivo l'eventuale firma di Ginevra difficilmente rappresenterebbe il punto finale della crisi. Più realisticamente costituirebbe una tregua diplomatica, un memorandum destinato a congelare le tensioni e ad aprire una fase negoziale più ampia. Ed è proprio questa natura intermedia a rendere Ginevra il luogo ideale. La città delle convenzioni internazionali, della Croce Rossa e delle grandi conferenze multilaterali offre la scenografia perfetta per un'intesa che nessuno vuole definire una resa e che tutti preferiscono presentare come un passo pragmatico per evitare il peggio.

Il nuovo idolo dei radical chic d'Oltralpe

C'era una volta la gauche di Jean Jaurès, Léon Blum, Georges Marchais e François Mitterrand. Dimenticateveli. Oggi la nuova speranza della sinistra gallica (o almeno di una parte) si chiama Karim Bouamrane, sindaco socialista di Saint-Ouen-sur Seine, un comunello di circa 50mila abitanti alle porte di Parigi.

Da ieri questo musulmano figlio di immigrati marocchini approdato nel 2014, dopo una lunga militanza nel Pcf, nelle file dei socialisti, si è ufficialmente auto candidato alle presidenziali del 2027. Un annuncio previsto poiché da tempo Bouamrane, vero campione di presenzialismo mediatico, sgomita alacremente per ricavarsi un posto al sole. Già all'indomani delle elezioni del 2024, grazie al sostegno dei media amici tra tutti Le Monde, che lo definì il "Barack Obama della Senna", e il New York Times , il suo nome circolò come possibile primo ministro ma Macron preferì scaricarlo. Troppo ingombrante, troppo divisivo.

Già, perché il pirotecnico Karim, benché sia l'idolo dei circoli radical chic, di nemici a sinistra ne ha molti. In primis, gli ultrà gauchisti de la France Insoumise con cui ha ingaggiato un feroce duello culminato nella buffa disfida di "Master Poulet", ovvero l'opposizione all'apertura nel suo comune di un fast food specializzato in polli halal. Per i seguaci di Jean-Luc Mèlechon, il tribuno di Lfi, un simbolo della nuova Francia multietnica, per il sindaco un luogo mefitico di certo sgradito all'elettorato borghese (progressista ma sempre snob) a cui si rivolge apertamente. Sorvolando sui suoi trascorsi giovanili, Bouamrane rifiuta infatti qualsiasi alleanza con l'estrema sinistra e si propone come l'unica alternativa alla deriva massimalista del suo stesso partito. Da qui le furibonde liti con il segretario Olivier Faure e l'aperto disprezzo verso Raphaël Glucksmann, il probabile candidato del Ps. "Lui si scalda ma non esiste. Sono io la candidatura che unisce, l'unica ancorata nel reale, e lo dimostrerò sconfiggendo sia Mèlechon che i lepenisti". Vaste programme, avrebbe commento Charles De Gaulle...

Trump, i fischi le trattative e la promessa: "Vendetta"

Donald Trump vuole uscire al più presto dallo stallo dei negoziati con l'Iran, e torna a manifestare ottimismo per una conclusione a stretto giro di un'intesa che ponga fine alla guerra. "Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo davvero ottimo", sottolinea il presidente Usa di ritorno da New York, dove ha assistito alla Gara 3 delle Finals Nba tra la squadra di casa dei Knicks e i San Antonio Spurs. E sbilanciandosi, parla di un risultato che potrebbe essere raggiunto entro "due o tre giorni". Con la Cnn che ricorda tuttavia come il presidente americano abbia detto almeno 38 volte che l'intesa è vicina.

Il Comandante in Capo è stato sonoramente fischiato dal pubblico del Madison Square Garden, ma lui interpreta la reazione in senso positivo. Mentre veniva eseguito l'inno nazionale, l'immagine di Trump, in piedi e intento a fare il saluto militare nel box del proprietario dei Knicks James Dolan, è apparsa sul maxischermo dell'arena, scatenando una reazione immediata da parte di molti spettatori. "Mi è sembrato che fossero soprattutto applausi: forti ed entusiasti", commenta The Donald quando gli viene chiesto dell'atteggiamento del pubblico. E a chi sostiene che la sua presenza abbia rovinato la festa ai newyorkesi, tra chiusure delle strade, caos, misure di sicurezza rafforzate e cancellazione del "watch party" all'esterno della struttura, risponde il commissario dell'Nba Adam Silver, ricordando che l'inquilino della Casa Bianca è "un vero tifoso dei Knicks". "C'è stato un periodo in cui aveva i posti a bordo campo ed era presente costantemente. Qui è il benvenuto - continua - Ciò che rende questo sport così eccezionale è la sua capacità di unirci".

Intanto è diventato virale online il video del presidente che sembra addormentarsi per qualche secondo durante la partita, scatenando l'ironia della rete (non è la prima volta che Trump viene accusato di appisolarsi durante apparizioni pubbliche, al punto che i democratici lo hanno soprannominato "Commander-in-Sleep"). The Donald, da parte sua, torna a parlare pure del rapporto con il premier israeliano, e alla domanda se Benjamin Netanyahu lo ha sfidato lanciando missili contro l'Iran domenica, risponde: no, perché i missili erano "già in viaggio" quando si sono parlati. "Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa", precisa. Riguardo l'elicottero Apache dell'esercito americano precipitato vicino allo Stretto di Hormuz, invece, prima spiega che i piloti "stanno bene" e "nessuno è rimasto ferito". Poi, torna sull'argomento dicendo di essere "stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliava lo Stretto". "A bordo c'erano due piloti: entrambi sono al sicuro e illesi", assicura: "Ciononostante, gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco". Il Comando Centrale degli Stati Uniti fa sapere che l'AH-64 Apache è precipitato "vicino alla costa dell'Oman" lunedì sera, ma non attribuisce a Teheran la responsabilità dell'abbattimento, limitandosi ad affermare in una nota che l'incidente è oggetto di indagine. E che i due militari coinvolti sono stati recuperati nel giro di circa due ore dalle forze navali del Centcom e dall'82esima Divisione Aviotrasportata.

L'ultima frontiera di Xi: una fortezza nella Cina occidentale

La Cina di Xi Jinping guarda sempre più a ovest. Xinjiang e Tibet, due province vastissime che occupano quasi un terzo della superficie del Paese, sono infatti al centro di un ambizioso piano di trasformazione economica e infrastrutturale promosso dal governo centrale. Pechino intende ridurre il divario con le aree costiere più sviluppate, sfruttare le immense risorse energetiche e minerarie della regione e rafforzare i collegamenti commerciali verso l’Asia centrale e l’Europa. Nella parte occidentale della gigantesca nazione asiatica, inoltre, ci sono diverse aree strategiche adibite a zone militari al centro dei piani di rafforzamento dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese.

La strategia di Xi

Come ha spiegato nel dettaglio il Financial Times, il progetto portato avanti da Xi rappresenta una delle più grandi campagne di investimento interno avviate dalla leadership cinese negli ultimi anni. Strade, ferrovie ad alta velocità, aeroporti, dighe, impianti solari e parchi eolici stanno ridisegnando il volto dell’estremo ovest del Paese.

Nello Xinjiang, per esempio, il turismo è diventato uno dei pilastri della locale strategia di crescita. Da queste parti, località montane un tempo isolate attirano milioni di visitatori cinesi, mentre grandi catene alberghiere internazionali continuano ad ampliare la propria presenza. Di pari passo, Pechino punta a trasformare la regione in un nodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento, sfruttando energia a basso costo, materie prime e incentivi per le imprese trasferite dalle province costiere.

Anche il Tibet è coinvolto in questa spinta. Qui il simbolo della nuova stagione è il colossale progetto idroelettrico sul fiume Yarlung Tsangpo, destinato a diventare uno dei più grandi impianti del mondo e a fornire energia alle aree industriali della Cina meridionale. La versione ufficiale delle autorità? Queste opere porteranno prosperità e nuove opportunità occupazionali, contribuendo a modernizzare territori rimasti a lungo ai margini dello sviluppo nazionale.

A cosa punta la Cina

La trasformazione economica, ha sottolineato ancora lo stesso FT, procede però parallelamente con il rafforzamento dell’apparato di sicurezza e con politiche che continuano a suscitare critiche internazionali. Organizzazioni per i diritti umani denunciano che la sorveglianza capillare in Xinjiang resta operativa, mentre in Tibet cresce la preoccupazione per le misure che favoriscono l’assimilazione culturale e linguistica delle minoranze locali.

Troviamo poi un lato militare. Nel remoto deserto della Cina nord-occidentale sta prendendo forma una delle più imponenti infrastrutture militari costruite da Pechino negli ultimi anni. Attorno ai campi di silos nucleari dello Xinjiang, destinati a ospitare alcuni dei missili balistici intercontinentali più avanzati dell'arsenale del Dragone, sono infatti comparsi decine di nuovi siti operativi, collegamenti stradali, bunker e strutture di supporto.

Le nuove infrastrutture che sorgeranno, dunque, avranno il compito di migliorare non solo i collegamenti commerciali, ma anche la capacità di mobilitazione militare lungo confini delicati come quelli con India, Pakistan, Afghanistan e Asia centrale. Il progetto di Xi Jinping è insomma sempre più chiaro: trasformare l’estremo ovest della Cina in una fortezza economica, energetica e strategica capace di sostenere le ambizioni globali del Paese.

La nave russa, il porto indiano e il traffico di armi: la strana triangolazione che porta in Corea del Nord

Una nave russa sanzionata da Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone per il suo presunto coinvolgimento nel trasferimento di armamenti nordcoreani (destinati alla guerra in Ucraina) è approdata nei giorni scorsi in India. Il riferimento è alla Maia-1, mercantile già finito sotto la lente delle autorità occidentali per i suoi collegamenti con la rete logistica che avrebbe consentito a Mosca di ricevere materiale militare da Pyongyang. Il suo arrivo nel porto di Kochi, uno dei più importanti snodi navali indiani, aggiunge un nuovo tassello a una vicenda che intreccia Russia, Corea del Nord e India in una triangolazione dai contorni ancora poco chiari. Ecco che cosa sappiamo.

La nave russa e le armi di Kim

Secondo quanto riportato da NK News, la Maia-1 è giunta a Kochi dopo aver percorso quasi 10mila chilometri dal lontano Estremo Oriente russo. La nave faceva parte di un convoglio composto anche dai cargo Angara e Lady R, anch'essi sottoposti a sanzioni internazionali per il loro presunto ruolo nelle spedizioni di armi nordcoreane verso la Russia. Ad accompagnare il gruppo, stando alle informazioni disponibili, vi sarebbero state anche due corvette della Marina russa, la Sovershennyy e la Rezkiy.

La Maia-1 non è una nave qualunque. Negli ultimi anni il suo nome è emerso più volte nelle indagini sui collegamenti marittimi tra la Russia e il porto nordcoreano di Rason, uno dei principali punti di uscita delle forniture militari provenienti dalla Corea del Nord. L'ultima visita nota dell'imbarcazione in quell'area risalirebbe al 2024, prima della sua ricomparsa nei porti dell'Estremo Oriente russo all'inizio di maggio.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è il luogo scelto per l'attracco. Kochi non è soltanto un porto commerciale ma ospita uno dei più importanti comandi navali dell'India e rappresenta un centro strategico per l'addestramento della Marina di Nuova Delhi.

Che cosa sta succedendo

Katsu Furukawa, ex membro del panel di esperti delle Nazioni Unite incaricato di monitorare le sanzioni contro la Corea del Nord, ha sostenuto che l'ingresso della Maia-1 potrebbe configurare una violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Secondo l'esperto, le norme attualmente in vigore vietano infatti l'accesso ai porti delle imbarcazioni coinvolte nella violazione del regime sanzionatorio imposto a Pyongyang.

Ricordiamo che Russia e India hanno rafforzato negli ultimi anni la cooperazione militare e logistica, anche attraverso l'accordo RELOS, entrato in vigore nel gennaio 2026. Questo quadro potrebbe aver facilitato l'approdo della nave russa, sebbene le autorità indiane non abbiano fornito spiegazioni ufficiali sullo scopo della visita.

Resta da capire qual è la destinazione finale del convoglio. Mentre la Maia-1 continua a trasmettere la propria posizione da Kochi, le altre navi del gruppo hanno spento i transponder o navigano lungo la costa occidentale dell'India senza una meta dichiarata. Si tratta di un dettaglio non da poco che alimenta interrogativi e sospetti su una rete marittima che, partendo dalla Russia e passando per l'India, continua a riportare l'attenzione internazionale sulla Corea del Nord e sui suoi traffici militari.

"Allarme Ghost Kitchens": cos'è lo scandalo che scuote la Cina

In Cina è esploso lo scandalo delle “Ghost Kitchens”. I riflettori sono puntati sul settore delle consegne di cibo, diventato negli ultimi anni uno dei più competitivi e opachi del mercato digitale. Con il termine sopra citato, infatti, vengono indicati i ristoranti che esistono solo sulle app, privi di una reale presenza fisica verificabile, ma in grado di generare migliaia di ordini grazie a reti di subfornitura e cucine terze. Il sistema consente di abbattere i costi, moltiplicare le inserzioni online e spingere la concorrenza su prezzi sempre più bassi, spesso a scapito della trasparenza verso i consumatori e delle condizioni di sicurezza alimentare.

La stretta delle autorità cinesi

Tutto ciò ha fatto arrabbiare le autorità cinesi. Il dossier è letteralmente esploso dopo una serie di indagini avviate in seguito a segnalazioni dei consumatori e controlli incrociati sulle piattaforme di delivery. Un episodio chiave riguarda un cliente di Pechino che aveva ordinato una torta decorata con fiori non commestibili, scoprendo poi che il venditore dichiarava centinaia di punti vendita senza possederne alcuno.

Secondo quanto riportato dalla BBC, molte di queste attività operavano attraverso licenze falsificate e una catena di subappalti che trasferisce gli ordini al miglior offerente, senza alcun controllo reale sulla qualità.

Le autorità hanno poi ampliato le verifiche, individuando migliaia di ristoranti fantasma e milioni di ordini gestiti da piattaforme intermediarie, mentre le app di consegna, spinte dalla concorrenza, avrebbero allentato i controlli per non perdere esercenti.

Le conseguenze dello scandalo hanno spinto la Cina a rafforzare in modo significativo la regolamentazione del settore, imponendo alle principali piattaforme di delivery nuovi obblighi di verifica delle licenze, degli indirizzi e dell’effettiva esistenza dei ristoranti registrati sulle app.

Un problema non da poco

Le autorità hanno introdotto ispezioni a campione e controlli incrociati, oltre a sanzioni miliardarie per le società che non rispettano le regole. In parallelo, alcune città hanno avviato sistemi di “cucine trasparenti”, con telecamere e dirette streaming per consentire ai consumatori di osservare in tempo reale la preparazione dei cibi, mentre si sperimenta l’uso dell’intelligenza artificiale per individuare anomalie nei profili dei venditori.

Anche i fattorini sono ormai coinvolti nel sistema di vigilanza, con incentivi economici per chi segnala attività sospette. Il settore, tuttavia, resta estremamente competitivo, alimentato da una domanda elevata e da una guerra dei prezzi che continua a mettere sotto pressione piattaforme, ristoratori e lavoratori. Secondo i dati ufficiali, il numero di utenti dei servizi di consegna ha superato quota 600 milioni, rendendo il controllo del fenomeno ancora più complesso per i regolatori.

Lo scorso aprile le autorità hanno inflitto multe complessive per oltre 3,6 miliardi di yuan a diverse piattaforme tra cui Meituan, JD.com e Pinduoduo, segnando una delle sanzioni più pesanti degli ultimi anni nel settore del commercio online, mentre le aziende hanno promesso di rafforzare i sistemi di verifica e collaborazione con le autorità per ridurre il fenomeno dei ristoranti fantasma e ripristinare la fiducia dei consumatori nel mercato delle consegne digitali.

Le nuove misure prevedono inoltre l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale per incrociare dati tra ordini, licenze e indirizzi, nel tentativo di ridurre le frodi e migliorare la tracciabilità dell’intera filiera alimentare urbana con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza e trasparenza per i consumatori nelle principali città d’oltre Muraglia.

Ruggito di Leone contro Sánchez: "La vita va difesa"

La carezza del primo giorno su pace e multilateralismo ieri si è trasformata in un pugno su aborto e eutanasia. L'atteso discorso pronunciato da Leone XIV davanti al Parlamento spagnolo si candida a diventare il più ratzingeriano di tutto il pontificato. E Pedro Sánchez, liquidato in soli venti minuti nel colloquio precedente in nunziatura apostolica, si è ritrovato ad "incassare" i colpi del Papa battendo le mani dal suo posto nell'aula del Palazzo delle Corti.

Nel suo discorso, boicottato soltanto dai parlamentari del Blocco Nazionalista Galiziano e di Podemos, Prevost ha evocato la vocazione storica della Spagna a "guardare all'essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell'ordine sociale, economico o politico" e dunque come "qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l'azione legislativa". Citando l'intervento di Benedetto XVI al Reichstag, il Papa ha detto che "la dignità inviolabile della persona umana precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento". Devono essere fischiate le orecchie di Sánchez e della sua maggioranza di sinistra che ha proposto di inserire il diritto di aborto in Costituzione e di rendere più facile il ricorso all'eutanasia. Le parole del Papa sono state chiare. "Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell'ombra il bambino non ancora nato, l'anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?", si è chiesto aggiungendo che "la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà". Per Leone "ogni vita umana dev'essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto" e se "questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona".

Nonostante i sette minuti di applausi finali di tutto l'emiciclo, il governo socialista non è riuscito a nascondere del tutto l'imbarazzo. Il ministro Felix Bolanos ha potuto sottolineare soltanto come su difesa della pace e migrazioni ci fosse convergenza tra le parole del Papa e le posizioni dell'esecutivo. C'è da dire che anche sulla questione migratoria Leone non si è limitato a predicare accoglienza ed ha chiesto di affrontare "le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi" lamentando che "nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata". Il Papa ha parlato apertamente del ruolo di "trafficanti e contrabbandieri" ed ha chiesto di " offrire vie sicure e legali e reali possibilità di integrazione" ma di "promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra". La giornata di ieri è stata importante anche sul fronte della lotta contro gli abusi nella Chiesa. Dossier discusso con i vescovi spagnoli a cui ha chiesto un impegno "sempre più deciso" nella prevenzione e poi nell'incontro privato con un gruppo di vittime. A pranzo con i vescovi nella sede della Conferenza episcopale, Leone è tornato sul tema centrale della "Magnifica Humanitas". Nel momento conviviale ha raccontato divertito di aver chiesto all'intelligenza artificiale cosa avrebbe dovuto dire il Papa per quell'occasione. L'IA ha esordito con un poco rassicurante "Papa Francesco direbbe" ed è stata interrotta da Leone che le ha ricordato come ora "ci sia un altro Papa". Un aneddoto che ha fatto sorridere e riflettere i presenti.

La tappa madrilena si è conclusa con la visita alla cattedrale dell'Almudena e l'abbraccio con la comunità diocesana al Santiago Bernabéu.

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