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Piano Casa, il parere espresso dalle Regioni è molto diverso dagli annunci trionfalistici del governo

12 June 2026 at 05:33

All’interno della Conferenza delle Regioni opera la Commissione Infrastrutture e Governo del Territorio. Questi è l’organo tecnico-politico deputato a coordinare le politiche regionali sulla pianificazione territoriale, rappresentando le istanze degli enti locali nei tavoli di confronto con il Governo nazionale e l’Unione Europea.

Il 10 giugno la Commissione si è riunita con all’ordine del giorno il parere sul Piano casa. Una Commissione convocata dall’Assessore alle politiche abitative della Liguria, Claudio Scajola, di centrodestra: “per dare il nostro contributo costruttivo ad un provvedimento sentito, ma che necessita significative modifiche e correzioni, come condiviso oggi con tutte le Regioni”. L’assessore alle politiche abitative della Regione Umbria, Fabio Barcaioli, Facebook ha commentato: “la Commissione Infrastrutture della Conferenza Stato-Regioni ha bocciato il Piano Casa del Governo Meloni. Tra le Regioni che hanno espresso parere negativo ci sono l’Umbria, Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Provincia autonoma di Bolzano e Sardegna. Mentre Lombardia e Abruzzo si sono astenute, altre Regioni guidate dal centrodestra non hanno partecipato al voto”.

Alla base del parere negativo ha scritto l’Assessore Barcaioli, ci sono innanzitutto risorse del tutto insufficienti rispetto all’emergenza abitativa. A questo si aggiunge l’assenza di fondi per il contributo affitti e morosità incolpevole, strumenti fondamentali per sostenere famiglie in difficoltà. Inoltre il provvedimento attribuisce al Commissario straordinario poteri molto ampi, limitando il ruolo di Regioni ed enti locali nelle scelte che riguardano urbanistica e governo del territorio.

Come è del tutto evidente la Commissione Infrastrutture delle Regioni ha espresso un duro giudizio sul Piano casa che è vigente e che ha appena iniziato il suo iter alla Camera dei deputati.

Il parere espresso dalle Regioni è politicamente rilevante perché al contrario degli annunci trionfalistici del governo mette all’indice di fatto parti fondamentali del Piano casa. A seguito del parere espresso dalla Commissione infrastrutture, le Regioni l’11 giugno in sede di Conferenza unificata hanno chiesto formalmente il rinvio dell’espressione del parere e l’apertura di tavoli tecnici con il governo per affrontare le criticità rilevate e apportare modifiche sostanziali al decreto legge.

Le critiche provenienti dalle Regioni raccolgono una parte dei rilievi delle organizzazioni sindacali degli inquilini. Permangono le criticità nel Piano casa, della previsione di ulteriore processo di dismissione del patrimonio abitativo pubblico e il ruolo affidato ai fondi immobiliari internazionali come volano per operazioni di finanziarizzazione immobiliare che guardano più agli interessi della speculazione piuttosto che alle esigenze delle famiglie che vivono nella precarietà abitativa.

In tale contesto come non segnalare che il Piano casa del governo nell’ambito delle risorse del Piano Clima europeo 1,3 miliardi destinati al sostegno delle famiglie vulnerabili, assegnatarie di edilizia residenziale pubblica, sulle quali si è abbattuto il caro energia, ne distoglie il 50%, ovvero 650 milioni di euro, per finanziare in parte il Piano Casa.

La presa di posizione delle Regioni è stata commentata dall’Unione Inquilini che ha chiesto che tale parere sia acquisito dalla Commissione Ambiente della Camera e a questo punto la sospensione o il ritiro del decreto legge, in attesa del confronto tra Regioni e Governo. Intanto i sindacati inquilini, Sunia, Sicet, Uniat, Unione Inquilini, hanno promosso manifestazioni contro il Piano casa: a Milano il 19 giugno e il 23 giugno a Roma in Piazza Capranica. Ipotizzare 100 mila alloggi in dieci anni a fronte di 40 mila sfratti all’anno, e ad un milione di famiglie in povertà assoluta e in affitto, non potrà che avere un effetto placebo. In compenso ai privati andranno miliardi di euro. Questo si può chiamare piano casa strutturale?

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Piano casa, il governo promette 100mila abitazioni ma riduce gli sconti sulle ristrutturazioni: due volte bocciato

3 June 2026 at 05:43

Se dovessimo cercare una qualche metafora, il Piano casa si presterebbe bene a quella del bastone e della carota. Il bastone è rappresentato dalla velocizzazione delle procedure di sfratto a favore dei proprietari, la carota da una modesta prospettiva di social housing per chi cerca casa. I due aspetti sono così diversi da viaggiare anche su binari legislativi differenti. Gli interessi dei proprietari, tutelati principalmente da Forza Italia, vengono consegnati a un disegno di legge dai tempi lunghi, la riqualificazione edilizia con qualche nuova abitazione, una volta nel dna della destra sociale, invece è contenuta in un corposo decreto legge.

Anche il cosiddetto Piano casa mostra la natura composita e conflittuale della coalizione delle destre. Tutti potranno così dire di aver vinto, o forse tutti hanno perso.

Il Piano casa del governo ha una dimensione temporale decennale, promettendo di costruire 100.000 alloggi in 10 anni. Questo suona abbastanza curioso a dieci mesi dalle prossime elezioni politiche. Sfugge la ragione per cui la destra non si sia tenuta questo asset per la prossima campagna elettorale. Probabilmente non ci credono nemmeno loro e intanto fanno roboanti annunci.

Il fatto che il Piano faccia acqua da molte parti è già stato chiarito anche da più autorevoli osservatori su questo blog, soprattutto perché i 10 miliardi di euro promessi non si vedono nemmeno con il binocolo. Siccome il problema è serio, vorrei portare una prospettiva diversa. Potrebbe esistere un Piano casa differente, realmente popolare e non populista, non demagogico e orientato all’interesse generale?

Intanto non bisogna fare confusione. Il problema casa in Italia ha due dimensioni, egualmente importanti. La prima è quella dell’urgenza abitativa delle famiglie che non trovano casa a prezzi accessibili. Il secondo è quello più strutturale dell’invecchiamento del nostro patrimonio edilizio. La maggior parte delle case degli italiani è frutto dei risparmi del boom economico, il che significa che sono vecchie e necessitano di sostanziosi interventi di ristrutturazione. Poiché il patrimonio edilizio delle famiglie italiane è il più ampio in Europa, le cifre sono da capogiro. Eppure i due problemi vanno affrontati insieme.

Da un lato si tratta di aiutare le famiglie in difficoltà economica, e dall’altro di sostenere le opere di ristrutturazione edilizia che hanno costi notevoli. Se questo è il punto sul quale è difficile non essere d’accordo, il nodo sono le risorse. Ovviamente è da escludere nuovo debito pubblico, come è accaduto con il super bonus edilizio. La soluzione va trovata con i proprietari e per i proprietari di case.

Per arrivare ad una possibile risposta, sostenibile ed equa, forse non occorre andare molto lontano. Guardando alla dichiarazione personale dei redditi troviamo una voce che ci può aiutare, è l’Irpef sulla prima casa, la nostra mini patrimoniale. Questa voce comprende la rendita catastale, un reddito figurativo che non viene poi considerato nel calcolo generale, almeno per la prima casa. Per il singolo proprietario dell’immobile il guadagno fiscale è modesto. Ma se guardiamo al valore globale le cose cambiano. La deduzione per l’abitazione principale nel 2024 è stata pari a 9,7 miliardi di euro, con un’imposta netta che si aggira tra i tre e quattro miliardi.

Ecco allora una possibile soluzione al problema delle risorse di un vero Piano casa. La somma dell’Irpef ora non versata potrebbe costituire un fondo di rotazione annuale per finanziare le ristrutturazioni delle prime case, sempre al 50%, come pure l’housing sociale. In un certo senso il ciclo edilizio si chiuderebbe, da privati a privati, con la regia pubblica. Certamente i 25 milioni di contribuenti che godono oggi del beneficio fiscale storceranno il naso. Ma lo storceranno ancora di più in futuro perché il governo Meloni ha prorogato lo sconto del 50% per le ristrutturazioni edilizie solo per il 2026. Per il 2027 si scenderà al 36% con una bella riduzione di migliaia di euro per intervento. E le cose potrebbero peggiorare a seconda dei saldi di finanza pubblica.

La forza dell’idea è allora quella di una vera collaborazione collettiva: da una parte il contribuente rinuncia al modesto vantaggio fiscale annuale, dall’altro questo vantaggio viene capitalizzato abbondantemente al momento della necessaria ristrutturazione. Prima o poi toccherà a tutti ristrutturare e le risorse ci sarebbero. Spetta poi alla politica definire i dettagli dell’operazione in maniera ragionevole.

Un vero Piano casa di questo tipo sarebbe sicuramente sostenibile nel lungo periodo e ci porterebbe senza traumi a rispettare la direttiva europea delle Case Green. Tra un decennio il vecchio patrimonio edilizio italiano dovrà ridurre il consumo di energia del 20%. Non si intravede come questo possa avvenire senza una reale collaborazione tra pubblico e privato.

Mentre promette 100.000 abitazioni in dieci anni, la miseria di 10.000 all’anno, la politica edilizia del governo Meloni ha tagliato gli sconti sulle ristrutturazioni. Questo basta per bocciarla due volte: una volta perché fa pochissimo per il social housing, una seconda perché danneggia in maniera sostanziale i proprietari di case. Un vero capolavoro di incompetenza amministrativa, prima che di miopia politica.

Comunque il problema di un vero Piano casa, ecologico e sostenibile, rimane per tutti: per le urgenze abitative, sicuramente, ma anche per le ristrutturazioni edilizie che fra qualche anno non saranno meno urgenti. Muoversi per tempo non sarebbe male.

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