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Perde il bambino durante la gravidanza e viene licenziata: “Troppe assenze dal lavoro”

9 June 2026 at 12:19

Prima il dolore per la perdita del bambino, poi la comunicazione che nessun lavoratore o lavoratrice vorrebbe ricevere. Una dipendente di 36 anni di Taranto, assente dal lavoro dopo un aborto spontaneo avvenuto nel corso della gravidanza, si è vista recapitare una lettera di licenziamento perché avrebbe superato il cosiddetto periodo di comporto, ossia il limite massimo di giorni di assenza per malattia oltre il quale il datore di lavoro può interrompere il rapporto. A raccontare la vicenda è il quotidiano La Repubblica.

La donna lavora per una multinazionale tedesca operante nel comparto calzaturiero. Dopo l’interruzione della gravidanza è rimasta lontana dal posto di lavoro per il tempo necessario alle cure e al recupero fisico. Al termine del periodo di assenza, però, ha ricevuto una comunicazione formale con cui l’azienda le notificava il licenziamento, allegando il conteggio delle giornate non lavorate. Secondo la società, la lavoratrice avrebbe accumulato 211 giorni di assenza, superando il limite di 180 giorni previsto dal contratto collettivo nazionale del Terziario per la conservazione del posto di lavoro in caso di malattia. Proprio su questa base sarebbe stata adottata la decisione di interrompere il rapporto di lavoro.

La vicenda è ora destinata a spostarsi nelle aule giudiziarie. La donna, attraverso il proprio legale Fabrizio Del Vecchio, ha infatti deciso di impugnare il licenziamento sostenendo che le assenze collegate all’aborto spontaneo non possano essere assimilate a una comune malattia e, di conseguenza, non debbano essere conteggiate nel periodo di comporto. Secondo la tesi difensiva, la normativa che tutela la maternità prevederebbe una disciplina differente rispetto alle ordinarie assenze per motivi di salute. Per questo motivo il provvedimento viene definito “ingiurioso e illegittimo” e sarà contestato davanti al Tribunale del Lavoro di Milano, competente per territorio in ragione della sede della società.

Al centro del futuro contenzioso ci sarà dunque la qualificazione giuridica dell’assenza dal lavoro successiva all’interruzione della gravidanza. Da un lato l’azienda rivendica l’applicazione delle norme contrattuali sul comporto; dall’altro la lavoratrice sostiene che la sua situazione rientri nell’ambito delle tutele riconosciute alla maternità e non possa essere trattata come una semplice malattia. Sarà ora il giudice a stabilire se il conteggio effettuato dall’azienda sia conforme alla normativa e se il licenziamento possa essere considerato legittimo.

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“Ero magra magra, con i denti larghi, le occhiaie e pochi capelli. Sono arrivata a pesare 44 chili, ero in un tunnel. La risalita è iniziata quando sono rimasta incinta”: così Samanta Togni

5 June 2026 at 12:48

Samanta Togni si è sentita bruttina. È successo un po’ a tutti, a lei da bambina. Oggi però «ho fatto pace con lo specchio», anche se «è stata una conquista recente», confessa al settimanale Gente. «L’età mi ha donato una consapevolezza che mi ha portata a guardarmi con occhi meno severi. Non sono vanitosa, ma ho imparato a volermi più bene, ad apprezzarmi senza cercare sempre un difetto. In questo, da ragazza ero una campionessa…». Incredibile ma vero, verrebbe da dire, «da bambina ero il brutto anatroccolo di casa. Mia sorella Debora, più grande di otto anni, era bionda, occhi azzurri, bellissima. Io ero magra magra, con i denti larghi, le occhiaie per una carenza di ferro e pochi capelli, per un indebolimento organico, che mamma mi teneva corti perché si rafforzassero. A scuola mi prendevano in giro. Crescendo sono sbocciata, sono comparse le curve, ero carina e mi piaceva mostrare il mio cambiamento». Poi però «verso i 16-17 anni, ho iniziato ad avere problemi alimentari». Problemi nati dall’ansia “da ballerina”: «Stando costantemente sul palco con abiti che evidenziano la minima imperfezione, anche un etto in più mi mandava in crisi».

A Gente racconta che la bilancia era diventata la sua principale nemica: «Ero entrata in fissa con il peso. Ero arrivata a 44 chili per un metro e 69. Mangiavo pochissimo, nonostante i due allenamenti al giorno. Uno yogurt, due mele, mi concedevo qualche corn flakes solo perché sapevo che li avrei smaltiti durante la giornata. Facevo di continuo il conteggio delle calorie, ero in un tunnel. “Come sei dimagrita” era il complimento migliore che potessi ricevere». Dietro questa disfunzione c’era una richiesta di aiuto, di attenzione che i suoi genitori in quel momento, si stavano separando, non potevano darle. «I miei erano talmente distratti dal loro dolore che non riuscivano a vedere il mio disagio. Poi, però, è stata mamma a portarmi dal medico per risolvere la situazione. La mia famiglia è un rifugio, c’è sempre stata».

Poi la svolta grazie alla maternità: «Quando sono rimasta incinta di mio figlio Edoardo, che è il mio orgoglio più grande. Avevo 20 anni, dovevo pensare prima al suo e poi al mio bene. Il cervello ha fatto un cambio di marcia: sentendomi responsabile della vita che cresceva dentro di me è iniziata la risalita verso la normalità». Così ora «restare in linea (basta guardare le foto del servizio fotografico del settimanale in edicola) ora è una forma di rispetto verso me stessa e verso la vita, non più una rincorsa verso la magrezza e una perfezione che vedevo solo io, ma non era sana. Il mio corpo è lavorato dall’allenamento, dalla danza, è nutrito con cura, con amore». Un amore che ha vissuto intensamente anche se «da un anno ho divorziato da Mario Russo (chirurgo plastico, ndr). Tanti anni prima era finita anche con il papà di Edoardo (Mirko Trappetti, ndr): eravamo giovani e non siamo riusciti a gestire varie cose. Con Mario, invece, siamo partiti pensando di avere la stessa visione di vita, ma con gli anni ci siamo accorti che volevamo cose diverse». Comunque «credo ancora nell’amore e sto lavorando su me stessa per capire l’importanza del non annullarsi nell’altro».

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