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Received — 2 June 2026 L'Antidiplomatico

“Gaza muore mentre il mondo tace” è il Libro del mese di This Week in Palestine

In un momento in cui Gaza continua a essere travolta dalla guerra e dall'indifferenza di gran parte della comunità internazionale, accogliamo con particolare soddisfazione la decisione di This Week in Palestine (www.thisweekinpalestine.com) di nominare Gaza muore mentre il mondo tace Libro del mese nel numero 334 del maggio 2026. La storica rivista palestinese in lingua inglese, pubblicata a Gerusalemme dal 1998, riconosce così il valore di un'opera nata con l'obiettivo di dare voce alle vittime, denunciare le complicità e contrastare la normalizzazione della tragedia in corso. Il riconoscimento è accompagnato da una recensione molto gratificante di cui pubblichiamo la nostra traduzione.

Gaza sta morendo mentre il mondo resta in silenzio

A cura di L. Busca

Pubblicato da L.A.D. Edizioni, collana: I quaderni de L’AntiDiplomatico, aprile 2026; brossura, 88 pagine, in italiano.

Questo volume urgente e senza concessioni, Gaza muore mentre il mondo tace, riunisce una raccolta di voci per documentare la devastazione in corso a Gaza e le condizioni politiche che la sostengono. Combinando testimonianze dirette con saggi di commentatori di rilievo internazionale, il libro mira a incrinare quella che presenta come una crescente indifferenza globale, sfidando il lettore a confrontarsi non solo con la portata della distruzione, ma anche con le strutture di complicità che ne permettono la prosecuzione. Configurato al tempo stesso come documentazione e intervento, il volume si oppone alla normalizzazione della violenza e insiste sull’urgenza morale e politica del presente.

Pubblicato come parte de I quaderni de L’AntiDiplomatico, il volume è volutamente compatto, ma tematicamente denso. La sua logica editoriale si fonda sulla giustapposizione: le voci provenienti da Gaza si affiancano a quelle di osservatori esterni, producendo un racconto stratificato in cui esperienza vissuta e inquadramento analitico si informano reciprocamente. Questa struttura impedisce al testo di scivolare nell’astrazione. Al contrario, insiste sulla prossimità, trascinando il lettore in uno spazio in cui l’immediatezza della testimonianza non può essere facilmente presa a distanza o rimandata. Ciò che emerge con maggiore chiarezza non è soltanto una registrazione della distruzione, ma una riflessione costante su come tale distruzione venga resa tollerabile nel discorso internazionale. I saggi tornano, implicitamente ed esplicitamente, alla questione del silenzio, non come assenza passiva, ma come condizione attiva, prodotta attraverso il linguaggio politico, l’inquadramento mediatico e le limitazioni istituzionali. In questo senso, il libro non si limita a descrivere gli eventi; esamina i meccanismi attraverso cui questi vengono assorbiti, attenuati o occultati.

I contributori, tra cui Tawfiq Al-Ghussein, Chris Hedges e Angelo D’Orsi, portano registri differenti a questo compito. Alcuni scrivono con l’urgenza del reportage, altri con il distacco della riflessione storica, ma vi è una comune insistenza nel nominare ciò che spesso resta implicito. Piuttosto che presentare Gaza come una crisi eccezionale isolata da strutture più ampie, il volume la colloca all’interno di una traiettoria più lunga di processi politici e giuridici, invitando il lettore a considerare la continuità tanto quanto la rottura. Un elemento rilevante della raccolta è l’attenzione al linguaggio stesso. Diversi contributi mettono implicitamente in discussione il vocabolario attraverso cui Gaza viene comunemente descritta, interrogando quei termini che neutralizzano o depoliticizzano la realtà sul terreno. Questa sensibilità linguistica rafforza l’argomento più ampio del libro: che la lotta per Gaza non è soltanto territoriale o militare, ma anche interpretativa. Il modo in cui gli eventi vengono nominati, inquadrati e diffusi diventa inseparabile da come vengono compresi e dal fatto che suscitino risposta o rassegnazione.

Allo stesso tempo, il libro evita di ridursi a una critica puramente discorsiva. Le testimonianze ancorano l’analisi alle realtà materiali — infrastrutture distrutte, vite interrotte, comunità sfollate. Questi resoconti resistono all’astrazione non solo attraverso l’intensità retorica, ma grazie al dettaglio, offrendo una percezione concreta di ciò che è in gioco. In tal modo contrastano la tendenza, comune nelle narrazioni distanti, a ridurre Gaza a statistiche o spettacolo. Il risultato è un volume che opera su più livelli. È, al contempo, documento, critica e intervento. La sua forma compatta gli conferisce una certa incisività; non vi è eccesso, e il ritmo riflette l’urgenza del tema. Eppure, entro questa brevità, riesce a sostenere un argomento coerente: ciò che sta accadendo a Gaza non può essere compreso isolatamente dai sistemi che lo inquadrano, né affrontato senza mettere in discussione le condizioni che permettono al silenzio di persistere. In un momento in cui l’attenzione è frammentata e l’indignazione spesso effimera, Gaza muore mentre il mondo tace si propone come un atto deliberato di interruzione. Non offre soluzioni, né pretende neutralità. Insiste invece sulla necessità di un’attenzione prolungata e suggerisce, implicitamente, che distogliere lo sguardo non significhi semplicemente disimpegnarsi, ma partecipare alla stessa condizione che il libro intende denunciare.

L'inganno trentennale su Teheran: come Israele ha inventato il "mostro" iraniano

 

In un duro articolo di analisi per Middle East Eye, il giornalista Jonathan Cook sostiene che la narrazione trentennale di Israele sulla minaccia iraniana non sia altro che una colossale finzione orchestrata a Tel Aviv. Secondo Cook, l'Iran non ha mai rappresentato un pericolo esistenziale per Israele; il vero timore dello Stato ebraico è che una Teheran più forte possa spezzare il monopolio nucleare israeliano nella regione e minare il suo rapporto privilegiato con Washington.

L'autore evidenzia come intere aree del pianeta stiano subendo contraccolpi economici drammatici solo per garantire a Israele lo status di potenza dominante e impunita nel Medio Oriente, mentre compie un genocidio a Gaza e la pulizia etnica nel Libano meridionale.

Il fallimentare complotto svelato dal NYT

A conferma di questa tesi, Cook cita una recente inchiesta del New York Times che rivela i dettagli di un piano d'azione israelo-statunitense basato sul totale accecamento ideologico:

  • L'inganno a Trump: Benjamin Netanyahu avrebbe convinto Donald Trump a lanciare una guerra di aggressione criminale tre mesi fa, promettendo un rapido cambio di regime a Teheran attraverso una campagna aerea devastante.

  • Il paradosso Ahmadinejad: Secondo il piano, l'attacco israeliano avrebbe dovuto uccidere la Guida Suprema Ali Khamenei e liberare dalle guardie l'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, individuato da Netanyahu come il perfetto sostituto per guidare il Paese. Il piano è però fallito: Khamenei è stato ucciso, ma Ahmadinejad è rimasto ferito ed è ora latitante. Cook definisce "pura fantasia" l'idea che Ahmadinejad avesse il sostegno popolare o militare per controllare le Guardie della Rivoluzione.

La fabbricazione dell'uomo nero e i doppi standard occidentali

Cook analizza la profonda ipocrisia della leadership israeliana e occidentale, ricordando come dal 2005 Ahmadinejad sia stato dipinto da Israele come il "nuovo Hitler" per giustificare un attacco preventivo:

  • Netanyahu e l'allora premier Olmert accusavano Ahmadinejad di "intenti genocidari" e chiesero che venisse processato alla Corte Penale Internazionale (CPI). Cook fa notare la clamorosa ironia della storia: oggi è proprio Netanyahu a essere un latitante ricercato dalla CPI per crimini contro l'umanità.

  • Politici occidentali come il britannico Michael Gove sposarono questa campagna allarmistica ignorando la realtà dei fatti (come la millenaria comunità ebraica che vive pacificamente in Iran). Lo stesso Gove che oggi nega il genocidio a Gaza e che è arrivato a proporre il Premio Nobel per la Pace per l'esercito israeliano.

La distorsione della realtà (Fumo e specchi)

Riprendendo le tesi del suo libro del 2008, Israele e lo scontro di civiltà, Cook smantella i pilastri della propaganda anti-iraniana:

  • La frase manipolata: La celebre minaccia di Ahmadinejad di "cancellare Israele dalla mappa" era in realtà una traduzione errata di una citazione di Khomeini. Si trattava di un'analisi geopolitica sul fatto che Israele, in quanto Stato basato sulla supremazia etnica e sull'apartheid, fosse destinato a crollare come il Sudafrica razzista. Per Cook, oggi è Israele a cancellare letteralmente i popoli dalla mappa.

  • La conferenza del 2006: Non era una convention negazionista, ma una provocazione politica per denunciare i doppi standard occidentali sulla libertà di espressione e per chiedere perché il popolo palestinese dovesse pagare il prezzo dei crimini commessi dagli europei contro gli ebrei.

I veri leader instabili sono a Tel Aviv e Washington

Secondo Jonathan Cook, la disinformazione serve oggi come vent'anni fa a proteggere l'impunità israeliana. L'Iran, che controlla lo Stretto di Hormuz e le rotte petrolifere, chiede solo la fine del sostegno USA ai massacri.

Mentre Trump tenta di blindare l'egemonia israeliana attraverso la forza e la farsa degli Accordi di Abramo – che isolano Teheran e abbandonano i palestinesi –, gli ultimi mesi di conflitto dimostrano una verità opposta a quella ufficiale: l'Iran ha agito con cautela e moderazione, dimostrando che i veri leader megalomani e pericolosi per la pace globale non si trovano a Teheran, ma a Tel Aviv e a Washington.

Da Napoleone a Israele: il retroscena di 200 anni di complotti occidentali sulla Palestina

 

In un'approfondita analisi storica per Middle East Eye, il professore Joseph Massad sostiene che l'attuale oppressione del popolo palestinese non sia un fenomeno recente, ma il proseguimento di un progetto coloniale e teologico europeo iniziato secoli fa. Secondo Massad, i governi occidentali e il movimento sionista condividono una matrice storica comune radicata nell'antisemitismo e nell'imperialismo, agendo di fatto come nemici sia dei palestinesi che degli ebrei europei.

 

Le radici storiche: dal fanatismo protestante a Napoleone

Massad traccia una linea di continuità che va dall'espulsione dei Crociati cattolici fino all'avvento del protestantesimo e dell'imperialismo moderno:

  • Il ruolo del protestantesimo: A partire dalla fine del XVIII secolo, i protestanti evangelici (britannici, americani e tedeschi) promossero l'idea di inviare gli ebrei in Palestina. L'obiettivo profondo era duplice: privare i palestinesi della loro terra e accelerare la "Seconda Venuta di Gesù Cristo" attraverso la conversione degli ebrei all'anglicanesimo.
  • Il precursore Napoleone: Già nell'aprile del 1799, durante la sua campagna militare da Gaza a Giaffa, Napoleone Bonaparte – ispirato dai pensatori ugonotti – emanò un proclama che esortava gli ebrei europei a colonizzare la Palestina, un appello che tuttavia rimase allora inascoltato.

Il sionismo come movimento antiebraico e antisemita

Un fulcro della tesi di Joseph Massad è che l'Organizzazione Sionista, fondata da Theodor Herzl nel 1897, sia stata storicamente considerata un nemico dagli stessi ebrei europei e americani fino alla Seconda Guerra Mondiale:

  • L'opposizione ebraica: Al progetto di Herzl si opposero i rabbini ortodossi e riformati (che cacciarono il primo congresso sionista da Monaco), gli ebrei liberali assimilati e i socialisti dell'antisionista International Jewish Labor Bund.
  • La convergenza con gli antisemiti: La borghesia ebraica dell'Europa occidentale e i governi europei antisemiti condivisero l'obiettivo di espellere gli ebrei poveri dell'Europa orientale. Invece di aiutarli a lottare per i propri diritti nei paesi d'origine, finanziarono la loro partenza verso la Palestina come coloni, usandoli come strumenti imperiali.

La manipolazione della propaganda: riformulare l'antisemitismo

Massad evidenzia il paradosso ideologico costruito dopo il 1917 e consolidatosi dopo il 1967: la colonizzazione e la tutela imperialista sono state ribattezzate come posizioni "filo-ebraiche". Di contro:

  • La legittima lotta anticoloniale dei palestinesi è stata falsamente etichettata dall'Occidente come "antisemitismo", reinterpretando la resistenza non come opposizione al furto della terra, ma come ostilità verso il "carattere ebraico" dello Stato.
  • Gli ebrei antisionisti vengono oggi definiti dagli stessi ambienti prosionisti come "ebrei che odiano se stessi". Tuttavia, Massad sottolinea come nell'ultimo quarto di secolo una fetta consistente dell'ebraismo occidentale stia riscoprendo le proprie radici antisioniste, opponendosi fermamente alle guerre genocidarie di Israele.

Il fallimento coloniale e la tenacia della resistenza

Secondo Joseph Massad, l'Occidente si trova oggi di fronte a un vicolo cieco. Nonostante il sostegno incondizionato dei media occidentali, delle università (impegnate a reprimere la libertà accademica) e degli apparati statali, il progetto coloniale non è riuscito a compiersi definitivamente, nemmeno mentre Israele celebra il suo 78° anniversario.

Mentre l'Autorità Palestinese viene definita da Massad un "regime collaborazionista di stampo vichy" totalmente subordinato a Washington e all'Europa, la vera resistenza palestinese resta tenace. Proprio come i coloni fanatici americani dell'800 che fondarono colonie poi smantellate (come Monte Speranza a Giaffa nel 1851), anche l'attuale struttura coloniale sionista è destinata, secondo l'autore, a scontrarsi con una resistenza quotidiana e una solidarietà globale – inclusa quella degli ebrei occidentali – che ne decreterà il fallimento storico.

Perché Israele sta cancellando i video del 7 ottobre?

 

In un'inchiesta giornalistica per The Grayzone, la conduttrice radiofonica e analista Michelle Witte riporta il crescente sconcerto dell'opinione pubblica israeliana di fronte al comportamento delle autorità statali, accusate di trattenere e persino far sparire i filmati personali e comunitari girati durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. Secondo Witte, il prolungato sequestro di queste prove solleva il pesante sospetto che lo Stato stia tentando di nascondere la verità sulle responsabilità del proprio esercito nella morte di cittadini israeliani.

La sparizione dei video e la disperazione delle famiglie

Witte evidenzia il dramma delle famiglie delle vittime e delle comunità dei kibbutz, a cui l'apparato di sicurezza non ha ancora restituito il materiale sequestrato nelle ore successive agli attacchi:

  • Il sequestro sistematico: Subito dopo gli eventi, unità speciali delle IDF, dello Shin Bet e dell'unità investigativa Lahav 433 hanno confiscato in blocco telefoni cellulari, telecamere di sicurezza e schede di memoria. Un riservista ha confermato a Channel 13 che i militari hanno semplicemente scollato i dispositivi e se ne sono andati con il materiale.

  • L'accusa di cancellazione delle prove: Sabine Taasa, madre del diciassettenne Or ucciso sulla spiaggia di Zikim, ha denunciato che il figlio aveva filmato gli ultimi istanti prima di morire. Tuttavia, quando le autorità le hanno finalmente restituito il telefono, quel video specifico era stato cancellato. Secondo l'emittente israeliana, non si tratta affatto di un caso isolato.

Il ruolo della Direttiva Annibale e il fuoco amico delle IDF

Secondo l'analisi di Michelle Witte, il motivo dietro questo presunto occultamento di prove risiede nella necessità di proteggere l'esercito da ulteriori scandali legati all'attivazione della Direttiva Annibale – il protocollo militare che prevede l'uso della forza anche a costo di uccidere i propri cittadini pur di impedirne la cattura:

  • Viene ricordato il caso del generale Barak Hiram, che ordinò a un carro armato di bombardare una casa nel kibbutz Be'eri sapendo che all'interno vi erano ostaggi israeliani, provocando la morte di una dozzina di civili.

  • Un'artigliera israeliana ha confessato di aver ricevuto l'ordine di bombardare abitazioni senza sapere chi ci fosse dentro, mentre le indagini di polizia hanno confermato che elicotteri Apache aprirono il fuoco anche contro l'area del festival Nova.

  • Trattenendo centinaia di ore di filmati, lo Stato potrebbe voler evitare che si diffondano prove visive inconfutabili del massacro di civili israeliani perpetrato dal proprio stesso esercito.

Il rifiuto delle inchieste e il controllo della narrazione

Witte sottolinea l'ostinato rifiuto di Israele di collaborare con indagini internazionali indipendenti sulla gestione del 7 ottobre e sulle accuse – oggi ampiamente smentite dai fatti – di violenze sessuali di massa sistematiche da parte dei militanti palestinesi. Tel Aviv ha sempre rivendicato il diritto esclusivo a indagare su se stessa, omettendo però di avviare una vera commissione d'inchiesta indipendente sul catastrofico fallimento dell'intelligence e delle forze armate.

Solo di recente, riporta il Times of Israel, il governo è stato costretto da un ultimatum della Corte Suprema a definire entro il 1° luglio un quadro normativo adeguato per istituire una commissione statale d'inchiesta, cedendo alle fortissime pressioni interne dei familiari delle vittime.

Le scuse formali e il muro di gomma

Se da un lato la polizia dichiara che il materiale non può essere restituito perché l'unità Lahav 433 sta ancora conducendo indagini penali sul kibbutz Kfar Aza (teatro nei primi giorni di una serie di false segnalazioni di atrocità poi smentite), dall'altro le IDF respingono ogni accusa di insabbiamento parlando di "fasi finali" per la restituzione dei dati. Tuttavia, conclude Michelle Witte, a distanza di anni dagli eventi gli stessi sopravvissuti israeliani si trovano davanti a una certezza: l'apparato militare sta deliberatamente nascondendo qualcosa di inconfessabile.

I milioni europei per la riforma della giustizia in Armenia: democrazia o concentrazione del potere?

 

di Jean Dubois

 

A Bruxelles amano raccontare storie di successo. Soprattutto quando si tratta di Paesi che ricevono fondi europei, adottano «riforme democratiche» e utilizzano il linguaggio politico giusto. Per molti anni l'Armenia di Nikol Pashinyan è stata presentata proprio come una di queste storie. 

Dopo gli eventi del 2018, alle istituzioni europee furono promessi tribunali indipendenti, stato di diritto e una rottura definitiva con le pratiche di interferenza politica nella giustizia. In risposta arrivarono consistenti flussi di finanziamenti. Milioni di euro provenienti dai contribuenti europei furono destinati alla riforma del sistema giudiziario armeno. La spesa pubblica per la giustizia aumentò sensibilmente. Furono create nuove strutture, nuovi organismi, nuovi meccanismi anticorruzione e nuove posizioni amministrative. 

Bruxelles ha ottenuto rapporti impeccabili. 

La società armena, invece, sembra aver ottenuto un risultato molto diverso. 

A distanza di anni diventa sempre più difficile spiegare ai cittadini europei come siano stati utilizzati quei fondi e perché l'indipendenza della magistratura promessa non sia diventata una realtà condivisa. 

Alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari armene, alcuni giornalisti investigativi hanno pubblicato un'ampia inchiesta sullo stato del sistema giudiziario del Paese. L'articolo è stato pubblicato dal progetto mediatico armeno Vochtrkatsmane. 

Secondo tale ricostruzione, sotto la bandiera della lotta alla corruzione si sarebbe verificata una profonda riorganizzazione politica delle istituzioni giudiziarie armene. Organismi che avrebbero dovuto rappresentare una barriera tra magistratura e potere esecutivo sarebbero progressivamente finiti sotto l'influenza di figure strettamente legate all'attuale classe dirigente. 

Era stata promessa indipendenza. Molti osservatori vedono invece una nuova forma di dipendenza. Era stata promessa depoliticizzazione. Ma cresce la percezione di un sistema nel quale la lealtà politica conta più dell'autonomia istituzionale. 

Particolarmente significativi appaiono i cambiamenti che hanno interessato la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Proprio queste istituzioni avrebbero dovuto costituire il pilastro della separazione dei poteri. Oggi, tuttavia, sempre più critici le descrivono come elementi di un meccanismo funzionale alla stabilità politica dell'attuale governo. 

Anche la storia del Tribunale Anticorruzione, uno dei progetti simbolo della riforma sostenuta finanziariamente dall'Europa, continua ad alimentare interrogativi. 

Con il passare del tempo, il sistema anticorruzione viene associato sempre più spesso non all'uguaglianza davanti alla legge, bensì a un'applicazione selettiva della giustizia. Nelle indagini e nei procedimenti giudiziari compaiono con frequenza oppositori politici, rappresentanti dell'opposizione e figure scomode della vita pubblica. 

Quando simili dinamiche si ripetono con regolarità, emergono domande alle quali le autorità faticano a fornire risposte convincenti. 

Dove finisce la lotta alla corruzione e dove inizia la pressione politica? 

Dov'è il confine tra giustizia e opportunità politica? 

E perché le istituzioni europee continuano a descrivere la riforma come un successo nonostante le criticità evidenziate da numerosi osservatori internazionali? 

L'aspetto più scomodo è che queste critiche non provengono più soltanto dall'opposizione armena. Organizzazioni internazionali continuano a segnalare problemi relativi all'indipendenza dei tribunali, al basso livello di fiducia pubblica nella giustizia e alla persistenza di influenze politiche sui processi decisionali. 

Se così fosse, il problema assumerebbe una dimensione sistemica. E a quel punto la domanda non sarebbe rivolta soltanto a Erevan, ma anche a Bruxelles. 

Che cosa ha finanziato realmente l'Unione Europea in tutti questi anni? Una magistratura indipendente? Oppure una riforma che funziona soprattutto nei documenti ufficiali e nelle relazioni presentate ai donatori internazionali? 

I contribuenti europei hanno il diritto di sapere perché decine di milioni di euro continuano a essere investiti in programmi di democratizzazione mentre il risultato finale rimane oggetto di contestazione: una parte significativa della società continua a diffidare dei tribunali e le accuse di interferenza politica non sono scomparse. 

L'Armenia rischia così di trasformarsi non in un modello di successo, ma in un esempio delle contraddizioni della politica di vicinato europea. 

Per anni Bruxelles ha finanziato processi la cui efficacia viene spesso misurata dal numero di fondi spesi, strategie elaborate e seminari organizzati. Le conseguenze concrete per la qualità della democrazia passano in secondo piano. Ciò che conta è poter presentare risultati formali e rispettare gli indicatori previsti dai programmi. 

In questo modo le istituzioni democratiche rischiano di trasformarsi in costose scenografie. L'indipendenza della magistratura esiste nei documenti. 

Lo stato di diritto nelle dichiarazioni ufficiali. Il successo delle riforme nei rapporti destinati ai finanziatori. 

Nel frattempo, la società armena continua a confrontarsi con interrogativi sul rapporto tra politica e giustizia che restano aperti come otto anni fa.

E finché queste domande non riceveranno risposte convincenti, ogni nuovo euro destinato a tali programmi rischierà di apparire non come un investimento nella democrazia, ma come un contributo a un'ulteriore concentrazione del potere nelle mani dell'élite politica al governo.

Fonte primaria: https://vochtrkatsmane.ug/post/haykakan-datakan-barepokhman-paradoksy-ev-vstahutyan-hartsy-2026-tvakani-yntrutyunnerits-araj

2 giugno. La democrazia liberale e' agli sgoccioli (di Paolo Desogus)

 

di Paolo Desogus*

A margine del 2 giugno. La democrazia liberale è agli sgoccioli. La strada che ha imboccato in Europa dopo il 1992 con la progressiva neutralizzazione del conflitto sociale e della rappresentanza, in favore della governance tecnocratica, ha portato i paesi europei, e in primis l’Italia, a una condizione oramai insostenibile. 

L’Italia è un paese fermo da trent’anni. Non c’è un capitolo della vita statale in cui si registri un progresso. Rispetto a trent’anni fa siamo indietro in ogni settore: tecnologia, energia, industria. In certi ambiti, come l’intelligenza artificiale non esistiamo. Seppure la narrazione dominante sia quella che mette al centro la libera iniziativa e la figura dell’imprenditore, in Italia il sistema delle imprese è molto più arretrato che in passato. Le maggiori industrie sono tutte a partecipazione pubblica, tutte: Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri. Le industrie private hanno pensato bene di spostare i capitali all’estero. Per il resto, tra i privati, resiste il solo settore bancario e delle assicurazioni.

Alla crisi industriale si deve aggiungere una profonda regressione culturale combinata all’involuzione demografica e all’invecchiamento dell’età media. L’Italia è un paese senza pensiero, senza idee, dominano l’idea del tirare a campare e la meschineria piccolo-borghese. Chi si autorappresenta “dinamico” e “moderno” nella maggior parte dei casi è un cretino provinciale, che insegue la chimera del guadagno facile.

La democrazia liberale ha investito tutto sul singolo, sulla libera iniziativa, sull’interesse privato e ha demonizzato tutto ciò che è pubblico, collettivo e destinato al bene comune. Ha svalutato la politica, la mediazione, la rappresentanza e il conflitto sociale. Ha imposto una dittatura del capitale ingenerando un circolo vizioso: più gli effetti erano negativi e più si è chiesto agli italiani di cedere ulteriore sovranità ai mercati, alla finanza e alla governance tecnocratica. Il paradosso è che in questo sistema il singolo cittadino e la sua libertà sono decisamente limitate e in qualche caso abolite dalla dittatura del mercato. 

Lo stesso concetto di modernità e di progresso che si è affermato non contempla nulla di collettivo, nulla di comunitario. E il risultato è che in Italia nessun partito politico è in grado di mettere in agenda le maggiori questioni sociali del momento e cioè la crisi dei salari, l’alienazione consumistica, la crisi demografica e la frammentazione della società oramai senza tradizioni, senza passato, senza collante e in definitiva senza strumenti che permettano al singolo di pensarsi oltre la propria sfera egoistico-individuale.

La Cina dimostra che l’unico modello realmente moderno e progressivo, in grado di contrastare la china negativa in cui stiamo scivolando è quello di ribaltare i rapporti di forza e sottomettere il mercato e il capitale alla volontà politica, cioè alla volontà collettiva. Non si tratta in realtà di qualcosa del tutto nuovo. La Cina ha dato una declinazione comunista a questo rovesciamento politico. Ma già nel dopoguerra e almeno sino al 1992 i paesi europei avevano dato priorità allo stato. Persino uomini considerati all’epoca conservatori, come De Gaulle o Fanfani, si sono espressi contro la supremazia del capitale. La nostra stessa Costituzione apre una strada in quella direzione: l’iniziativa privata, secondo la nostra carta, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. 

Oggi il modello socialdemocratico non può più essere riproposto. La quota di penetrazione capitalistica che contemplava era troppo ampia. I trent’anni gloriosi non hanno impedito la mutazione antropologica neocapitalista: per certi versi l’hanno anzi accelerata rendendo più morbida e inizialmente indolore l’alienazione consumistica. Occorre allora qualcosa di più. Proprio per la strapotenza del capitale l’iniziativa economica deve sottostare alla pianificazione pubblica in direzione della società regolata, cioè di un nuovo socialismo da costruire secondo la prospettiva nostra, italiana ed europea, che faccia tesoro della nostra storia e che affondi le proprie radici nel sentire popolare, contro le forme di abbrutimento consumistico e antiumanistico.

Per fare questo occorre però una classe politica di livello, dotata di una consapevolezza di sé del tutto assente in Italia e in Europa: Meloni, Mertz, Macron, Starmer sono politici di infima qualità. Occorrono culture politiche, di cui peraltro l’Italia ha una tradizione illustre con il cattolicesimo sociale, il marxismo gramsciano e persino il liberalismo crociano, che nulla ha a che fare con i liberalismo di oggi. Occorrono partiti organizzati, centri studi, insieme a un’opera gigantesca di contrasto agli ideologemi liberal-libertari delle pseudo culture progressiste che hanno colonizzato l’università e il dibattito. 

Occorre anche una cittadinanza responsabile, capace di sollevarsi dalle miserie del presente e dall’assoggettamento consumistico ed egoistico. Occorre qualcosa che non si crea con la bacchetta magica. Qualcosa che non è spontaneo. L’opzione socialista resta un’aspirazione meramente astratta senza la capacità di riscatto delle forze migliori del paese, senza la forza di tradurre in politica concreta le tradizioni politiche del passato che oggi sopravvivono solo in forma libresca e nostalgica.

*Post Facebook del 2 giugno 2026

Il Libano e BlackRock


di Alessandro Volpi*

Il Libano è una terra di conquista? BlackRock e alcuni altri grandi fondi detengono gran parte del debito pubblico del Libano, che ha dichiarato di non essere in grado di ripagare dopo il default del 2020. Tuttavia negli ultimi mesi i titoli di tale debito, che ammonta a circa 50 miliardi di dollari, hanno registrato una significativa, e singolare, ripresa, passando da 6 centesimi a quasi 30 centesimi di dollaro. E' probabile che sia partita una scommessa per cui l'aggressione israeliana possa portare ad una nuova definizione delle "politiche" libanesi, per cui a garanzia del debito verranno poste le potenzialità di sfruttamento di gas libanese , con un peso ancora maggiore da parte di compagnie come TotalEnergies, Chevron e Eni.

In tal caso il debito avrebbe garanzie decisamente maggiori per la gioia dei grandi detentori del debito libanese, come BlackRock, che vedrebbero salirne il valore e, al contempo, disporrebbero, in qualità di azionisti di Total, Eni e Chevron, di ulteriori benefici. Non è trascurabile neppure che, insieme a Total, Chevron e Eni, figuri Qatar Energy di proprietà del fondo sovrano di quel paese, alla ricerca famelica di risorse energetiche. La guerra dell'impero della finanza non ha confini.

*Post Facebook del 1 giugno 2026

L’impunito e i complici (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano 2 giugno 2026

 

Quindi, almeno per il momento, Netanyahu è riuscito a sabotare con i nuovi massacri in Libano l’accordo fra Usa e Iran che da giorni era praticamente concluso e attendeva solo che Trump trovasse il coraggio di annunciarlo e le parole per mascherare da vittoria l’ennesima disfatta americana. Tra gli infiniti autogol dell’ex aspirante Nobel per la Pace e del vincitore morale del Nobel per la Guerra, c’è anche quello di aver trasformato gli ayatollah e i pasdaran nei santi patroni della causa palestinese e pure di quella libanese. Ovvio che mai l’Iran firmerà qualcosa con Trump finché Netanyahu continuerà a occupare e massacrare il Libano. Pochi giorni fa Donald pareva essersi affrancato dal vassallaggio a Bibi (“Lui fa quello che gli dico io”), ma era pura fiction. Il legame oscuro che consente al leader di uno staterello di 10 milioni di abitanti di comandare una superpotenza di 450 perché vada contro i propri interessi a vantaggio dei suoi, appare inscindibile. In attesa di capire quali armi di ricatto (altri file Epstein? lobby israeliana? entrambe le cose?) impediscono a Trump di scaricare il sanguinario terrorista di Tel Aviv, è sempre più incredibile il nulla della cosiddetta Europa. Cioè della prima vittima della guerra nel Golfo. Prodiga di sanzioni (21 pacchetti in 50 mesi) contro la Russia, che se ne fa un baffo e le trasforma in autosanzioni per noi perché ha dimensioni, risorse e alleati sufficienti ad aggirarle, l’Ue ne è curiosamente avara (zero pacchetti in tre anni) contro Israele, primatista mondiale delle violazioni del diritto internazionale, ma anche delle sanzioni mancate.

Eppure tutti sanno che nessun embargo può fermare o frenare la Russia, il Paese più grande del mondo. L’Iran è sotto sanzioni dal 1979 e ha imparato a conviverci, anche perché è un impero di 90 milioni di abitanti e ha Cina, Russia e Brics dalla sua. Ma Israele è poco più grande della Puglia e – Usa a parte – è solo al mondo: sospendere l’accordo commerciale Bruxelles-Tel Aviv basterebbe a mettere in seria difficoltà lo Stato ebraico. E ancor più Netanyahu, che andrebbe alle elezioni come il premier che ha reso il suo Paese più insicuro che mai e l’ha isolato a livello internazionale dopo averlo trascinato in un abisso morale che ora sembra irreversibile. Basterebbe uno straccio di sanzione (firmiamo la petizione su Ioscelgo) per frenare la sua guerra infinita alimentata dalla impunità e favorire un ricambio di governo rafforzando le opposizioni. Eppure l’Ue, con 500 milioni di abitanti, non ha alcuna intenzione di sanzionare lo staterello di 10. Per spiegare perché Donald non ferma Bibi bastano, forse, i file Epstein. Ma cos’è che non sappiamo di Von der Leyen, Costa, Metsola, Kallas, Macron, Merz, Meloni&C.?

Tirannia o rivoluzione (di Chris Hedges)

 

di Chris Hedges*

 

Ci sono due modi per affrontare il capitalismo globale. Ci sono i movimenti di massa, in particolare gli scioperi, che interrompono il commercio e l'attività governativa per costringere la classe dominante a creare sistemi di giustizia e uguaglianza, sebbene in cui i capitalisti mantengano un potere significativo.

Il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione in Messico CNTE ), un sindacato nato nel 1979 da insegnanti dissidenti, sta attualmente tentando questa strada in Messico. Ha annunciato che, se le sue richieste di aumenti salariali e sicurezza del posto di lavoro non verranno soddisfatte, occuperà spazi pubblici e bloccherà le partite dei Mondiali di calcio in programma a fine mese a Città del Messico.

Quando gli insegnanti della città messicana di Oaxaca scioperarono nel 2006, in seguito all'incarcerazione e alla scomparsa dei leader sindacali, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. La comunità si ribellò e cacciò la polizia dalla città. Oaxaca istituì una comune anarchica autonoma che durò diversi mesi. Sebbene la comune sia stata infine repressa dal governo messicano, la rivolta diede vita ad assemblee popolari, media indipendenti e diede maggiore potere alle comunità indigene.

Il secondo modo per distruggere il capitalismo è attraverso la nazionalizzazione delle industrie e delle banche e la confisca dei beni capitalistici, sebbene ciò possa dare origine a una forma altrettanto perniciosa di capitalismo di Stato. Questa via radicale implica, come nelle rivoluzioni russa o cubana, la violenza. I capitalisti non rinunciano pacificamente ai loro monopoli di ricchezza e potere. Orchestrano una violenza di Stato e di gruppi paramilitari brutali. Insediano dittatori e fascisti che aboliscono le libertà civili, effettuano arresti di massa e criminalizzano persino le forme più blande di dissenso.

Accontentare i capitalisti e le loro istituzioni, anche con un'elevata tassazione, regolamentazione, leggi del lavoro rigorose e il divieto di monopoli, significa vivere in un ambiente ostile. È solo questione di tempo prima che questa forza ostile si organizzi per smantellare lo stato socialdemocratico, come è accaduto in Svezia , in Gran Bretagna e nel Cile di Salvador Allende.

Il liberalismo, che Rosa Luxemburg chiamava con il suo nome più appropriato – "opportunismo" – è una componente integrante del capitalismo. Il liberalismo attenua gli eccessi del capitalismo. Ma il capitalismo, sosteneva Luxemburg, è un nemico che non si può mai placare. Le riforme liberali smorzano la resistenza, ma in seguito, quando le acque si calmano, vengono revocate. L'ultimo secolo di lotte sindacali negli Stati Uniti offre un caso di studio a supporto dell'osservazione di Luxemburg.

Luxemburg sapeva anche che socialismo e imperialismo erano incompatibili. L'imperialismo, che alimenta una macchina da guerra progettata per arricchire i mercanti d'armi e i capitalisti globali, è accompagnato da un'ideologia velenosa – quella che il critico sociale Dwight Macdonald nel suo saggio del 1946 "The Root Is Man" definisce la "psicosi della guerra permanente" – che rende impossibile il socialismo.

La psicosi della guerra permanente si traduce, come è accaduto negli Stati Uniti, nella limitazione delle libertà civili e in una punitiva austerità economica. Il dissenso viene equiparato al tradimento. Il potere statale serve i dettami dell'impero anziché della democrazia, che degenera in farsa o, nel nostro caso, in un volgare reality show.

L'indebolimento del New Deal, quanto di più simile a una socialdemocrazia si sia mai realizzato, iniziò a metà degli anni '40. L'anticomunismo della Guerra Fredda e l'opposizione delle grandi aziende confluirono in una vera e propria guerra contro i sindacati e la sinistra del New Deal. Questo attacco culminò nella Seconda Paura Rossa .

Nel 1947, l'Ordine Esecutivo 9835 del Presidente Harry Truman diede inizio a indagini sulla lealtà che epurarono la sinistra, compresi i dipendenti del settore pubblico e gli alleati sindacali. Nello stesso anno, il Taft-Hartley Act prese di mira direttamente i sindacati, limitando gli scioperi, i boicottaggi secondari e gli accordi di sicurezza sindacale e imponendo ai dirigenti sindacali di firmare dichiarazioni giurate anticomuniste.

La sinistra fu vittima di quella che la storica Ellen Schrecker, in "Molti sono i crimini: il maccartismo in America"definisce "l'ondata di repressione politica più diffusa e duratura della storia americana".

«Al fine di eliminare la presunta minaccia del comunismo interno, un'ampia coalizione di politici, burocrati e altri attivisti anticomunisti ha perseguitato un'intera generazione di radicali e dei loro collaboratori, distruggendo vite, carriere e tutte le istituzioni che offrivano un'alternativa di sinistra alla politica e alla cultura dominanti», scrive Schrecker.

Questa crociata, prosegue, "ha utilizzato tutto il potere dello Stato per trasformare il dissenso in slealtà e, così facendo, ha drasticamente ristretto lo spettro del dibattito politico accettabile".

La caccia alle streghe mise a tacere comunisti, socialisti, anarchici, pacifisti e tutti coloro che denunciavano gli abusi dell'impero e del capitalismo. Le azioni "anticomuniste" inflissero colpi devastanti alla salute politica del paese. I radicali parlavano il linguaggio della lotta di classe. Capivano che Wall Street e la classe dei miliardari erano il nemico. Offrivano un'ampia visione sociale che permetteva persino alla sinistra non comunista di comprendere la natura predatoria del capitalismo. Ma una volta che i radicali furono epurati, una volta che la classe liberale prestò giuramenti di fedeltà imposti dal governo e collaborò alla caccia alle streghe di fantomatici agenti comunisti, fummo privati ??della capacità di dare un senso alla nostra lotta. Perdemmo la nostra voce. Fummo integrati nelle strutture aziendali che avremmo dovuto smantellare.

La classe dominante giustifica il suo saccheggio con l'ideologia del neoliberismo. Il neoliberismo, come sottolinea David Harvey , "ha avuto un'efficacia limitata come motore di crescita economica", ma ha successo come "progetto per ripristinare il dominio di classe". Trasferisce la ricchezza verso l'alto. Consolida il potere nelle mani della classe dei miliardari. È una versione aggiornata del diritto divino dei re.

Sotto il neoliberismo i salari ristagnano. Se il salario minimo tenesse il passo con la produttività, sarebbe di almeno 25 dollari l'ora.

La deindustrializzazione, accelerata sotto la presidenza di Bill Clinton, ha delocalizzato le industrie all'estero, dove i lavoratori sono pagati con salari da fame e privi di benefit. Secondo un'analisi del Labor Institute , tra il 1996 e il 2023 negli Stati Uniti si sono verificati circa trenta milioni di licenziamenti di massa, che hanno gettato la classe lavoratrice nella miseria economica. Margaret Thatcher e Tony Blair hanno perpetrato gli stessi attacchi in Gran Bretagna.

In modo inquietante, a questo deterioramento si accompagna il blocco delle vie pacifiche per il cambiamento sociale, tra cui la sentenza Citizens United della Corte Suprema del 2010 , che di fatto ha consegnato le elezioni alla classe dei miliardari.

Con l'aumento della disuguaglianza sociale, è cresciuta anche la repressione statale. Ci troviamo sull'orlo di un autoritarismo e di un fascismo conclamati. Se l'amministrazione Trump riuscirà a manipolare o invalidare le elezioni di metà mandato, l'ultima via d'uscita possibile dal sistema politico verrà definitivamente chiusa.

Lo smantellamento dello stato di diritto in patria è accompagnato dallo smantellamento dello stato di diritto all'estero. L'impero statunitense è uno stato canaglia. Lancia minacce bellicose a tutti coloro che lo sfidano, ragliando come una bestia selvaggia. Conduce guerre "preventive" e impone sanzioni alle nazioni che si mostrano inflessibili. Assassina e rapisce leader stranieri. Sequestra cittadini stranieri e li trasporta in siti segreti dove vengono torturati e talvolta uccisi. Usa la sua marina per sequestrare navi mercantili e rivenderne il carico. Bombarda nazioni in aperta violazione del diritto internazionale. Finanzia e arma Israele per perpetrare un genocidio. Ignora e umilia i suoi alleati e aliena e fa infuriare gran parte della comunità globale.

Questa crescente oppressione, alimentata ma non iniziata da Trump, ci pone di fronte a due scelte drastiche: tirannia o rivoluzione.

Detesto la violenza, anche quando viene esercitata al servizio di quella che viene considerata una giusta causa. Nessuno sfugge al suo veleno. Ma è l'oppressore, non l'oppresso, a determinare i meccanismi di resistenza.

Le numerose rivoluzioni e insurrezioni che ho seguito, tra cui quelle in El Salvador, Guatemala, Algeria, Bosnia, Kosovo e Palestina, hanno visto proteste non violente represse con brutale violenza di Stato. I movimenti di resistenza non hanno avuto altra scelta che imbracciare le armi.

Le rivoluzioni non violente che ho seguito nell'Europa centro-orientale hanno avuto successo non perché fossero non violente, ma perché la classe capitalista ne ha tratto vantaggio. I capitalisti e gli oligarchi hanno acquistato industrie e beni statali, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, a prezzi ben al di sotto del loro valore reale.

I capitalisti globali hanno permesso l'ascesa al potere dell'African National Congress (ANC) in Sudafrica a condizione che l'ANC abbandonasse la sua Carta della Libertà , che prevedeva la nazionalizzazione delle industrie statali e la redistribuzione delle terre. Il Sudafrica oggi ha la più alta disuguaglianza di reddito al mondo.

Prosperano le rivoluzioni che accrescono la ricchezza e il potere della classe capitalista. Rivoluzioni in cui non scorre sangue per le strade.

Ci troviamo inoltre di fronte a un dilemma che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare: la crisi climatica.

Le élite dominanti globali sono determinate a tenerci incatenati ai combustibili fossili. Sono determinate a mercificare e sfruttare il mondo naturale, così come gli esseri umani, per espandere il profitto. Sono determinate a riconfigurare le nostre società in modo che i lavoratori siano impoveriti e privati ??di ogni potere, mentre i nostri padroni vivono in un lusso e un'opulenza senza pari.

L'inevitabile collasso climatico renderà zone sempre più vaste, soprattutto nel Sud del mondo, inabitabili. Le ondate di rifugiati climatici si trasformeranno in un'ondata. In risposta, non ci sarà limite alla violenza industriale utilizzata dalle élite globali dominanti per proteggere i propri interessi.

Il genocidio di Gaza è un messaggio inequivocabile inviato dalle nazioni industrializzate del nord, che hanno speso miliardi per sostenere il massacro di massa perpetrato da Israele, a una popolazione mondiale che vive con pochi dollari al giorno:

Non ci importa del diritto umanitario. Non ci importa dei diritti umani. Le vostre vite non significano nulla per noi. Useremo qualsiasi mezzo, incluso il genocidio, per proteggere il nostro monopolio sulla ricchezza e sul potere.

Cosa possiamo fare? Come possiamo resistere? Possiamo fermare questa discesa nella follia e nella morte di massa?

Non sono ottimista.

Coloro che vivono nelle fortezze climatiche del Nord del mondo hanno un interesse materiale in questo progetto, sebbene siamo tutti destinati all'estinzione. Temo che gli abitanti del Nord del mondo accetteranno una forma di capitalismo totalitario in cambio di un certo grado di sicurezza e stabilità, per quanto temporanea.

Ma questo non sarà vero nel Sud del mondo, dove la crisi ecologica e il dominio della classe capitalista globale rappresentano una minaccia esistenziale. Il Sud del mondo darà vita a insurrezioni e rivoluzioni. Ripeterà le ribellioni del passato, alcune delle quali hanno avuto successo, altre, comprese le insurrezioni che ho seguito in Guatemala, El Salvador e Algeria, sono state represse con la forza.

La rivoluzione, e la possibilità di un mondo liberato dalla morsa ferrea del capitale globale, nasceranno da questi atti di resistenza. Speriamo che prevalgano.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

Received — 1 June 2026 L'Antidiplomatico

La "bolla" del riarmo europeo sta per esplodere: ecco perché i leader ora frenano sulle spese militari

 

L'argomento è scomodo ed evitato come la peste, se si escludono pochi coraggiosi: parliamo della “bolla” (definizione di Analisi Difesa) del riarmo europeo. Detto in altri termini, siamo arrivati al punto in cui la strategia bellica statunitense sta creando infiniti problemi al Vecchio Continente. La crisi economica innescata dall'aumento dei costi e del debito, unita ai rincari scaricati direttamente su famiglie e imprese, sta spingendo i governanti a ridiscutere gli impegni assunti in sede Nato. 

L'effetto provocato dalle guerre geopolitiche di Trump si sta rivelando contorto e controproducente: se alla fine l’Europa non garantirà la spesa militare prevista, i primi a pagarne il fio saranno proprio i sostenitori del conflitto in Ucraina. 

Nel frattempo, l’Italia potrebbe presto ridimensionare la sua adesione al fondo SAFE (Security Action For Europe). Contrarre nuovo debito per calmierare i costi dell'energia sembra infatti preferibile rispetto alle spese militari, oltre a essere decisamente più spendibile in campagna elettorale per intercettare il consenso. Resta da vedere se una scelta del genere sarà indolore per la compagine di governo guidata dalle destre. È noto, infatti, che il ministro della Difesa Crosetto stia chiedendo spiegazioni da aprile al collega Giorgetti: le imprese degli armamenti premono, e con esse tutti gli interessi che ruotano attorno all'aumento del budget per la difesa. 

La richiesta di flessibilità avanzata dall'Italia alla Ue è un escamotage per uscire dall'angolo in cui l'alleato americano l'ha costretta. Questo spiega anche le ultime posizioni di Giorgia Meloni che, a differenza del passato, appare assai più cauta, se non tiepida o persino critica, verso la linea Trump. 

In attesa di capire se si riusciranno a salvare capra e cavoli — ovvero la spesa energetica e quella per la difesa —, l’Italia si dice pronta a tagliare la seconda se non arriveranno rassicurazioni da Bruxelles. Rassicurazioni che, ironia della sorte, l'Europa dovrebbe esigere direttamente da chi questa situazione l'ha provocata in chiave anti-Ue: lo stesso Trump. 

Un segnale cruciale è arrivato pochi giorni fa, quando Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Canada hanno respinto la proposta del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, di destinare lo 0,25% del Pil agli aiuti militari per l’Ucraina. Gli unici favorevoli sono rimasti i tedeschi. 

Da qui la notizia che Kiev stia già lavorando a un nuovo piano per fermare la guerra, nel timore concreto di essere scaricata dai finanziatori europei. I prossimi giorni forniranno maggiori dettagli; tuttavia, la narrazione che attribuisce all'Ungheria la colpa del blocco dei fondi per l'Ucraina è destinata a infrangersi con la sconfitta elettorale di Orbán. 

Se questi sono gli scenari, le prossime settimane saranno decisive per comprendere le mosse non solo dell'Italia, ma dell'intera Unione Europea. Del resto, i governi più “bellicisti” si trovano a dover affrontare test elettorali durissimi: in Inghilterra, il crollo del Partito Laburista insegna che i fautori della guerra possono, nel segreto dell'urna, subire severe lezioni dal proprio elettorato.

Petro lancia l’allarme: «Il fascismo mafioso vuole tornare al potere in Colombia»

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha lanciato un duro attacco contro il candidato della destra radicale Abelardo de la Espriella, accusandolo di rappresentare la continuità politica delle forze che hanno alimentato violenza, paramilitarismo e repressione nel Paese. In una lunga dichiarazione pubblicata sui propri canali social, Petro ha risposto agli attacchi personali ricevuti da De la Espriella, respingendo ogni accusa di corruzione e denunciando quella che considera una campagna di persecuzione politica contro il movimento progressista. «Non ho rubato un solo peso delle casse pubbliche né commesso alcun reato», ha affermato il presidente colombiano, sostenendo che le minacce di incarcerazione rivolte nei suoi confronti derivino esclusivamente dalle sue posizioni politiche in favore delle classi popolari.

Petro ha collegato il progetto politico del suo avversario all’eredità dell’ex presidente Álvaro Uribe, accusando entrambi di rappresentare quello che ha definito un «fascismo mafioso» che avrebbe già governato la Colombia in passato. Secondo il capo dello Stato, il fascismo avrebbe lasciato ovunque una scia di distruzione e violenza, richiamando esempi storici che spaziano dall’Europa del Novecento all’America Latina. Nel suo messaggio, Petro ha ricordato anche il drammatico bilancio del conflitto interno colombiano, attribuendo alle strutture paramilitari e ai loro sostenitori politici la responsabilità di centinaia di migliaia di vittime.

«Mi sono opposto a loro con la parola pubblica e senza armi li ho sconfitti. Per questo oggi sono presidente», ha dichiarato. Il presidente ha inoltre denunciato presunti episodi di compravendita di voti e ha accusato settori dell’establishment conservatore di preparare una nuova offensiva contro il movimento progressista. Secondo Petro, l’obiettivo sarebbe «smantellare il progressismo» e colpire i suoi dirigenti. Rivolgendosi direttamente agli elettori, il presidente ha lanciato un appello alla costruzione di una grande «Alleanza per la Vita» che unisca tutte le forze democratiche del Paese contro il ritorno della violenza politica. In particolare, ha chiamato alla mobilitazione i giovani, i movimenti popolari e le comunità rurali, sostenendo che sarebbero i primi bersagli di un eventuale ritorno al potere delle forze legate al paramilitarismo.

Petro ha inoltre rivendicato i risultati sociali ottenuti durante il proprio mandato, invitando i cittadini a non «vendere per poche migliaia di pesos» i progressi conquistati negli ultimi anni. «Abbiamo una missione per l’umanità e per la vita», ha affermato, definendo la Colombia «il cuore del mondo» e un possibile punto di riferimento per un modello politico fondato sulla giustizia sociale e sulla pace. Concludendo il suo intervento, il presidente colombiano ha ribadito la volontà di guidare personalmente la battaglia politica che si profila nei prossimi mesi: «Qui nessuno si arrende. Combatteremo e vinceremo».


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IL GENOCIDIO A GAZA, UNA NON-RECENSIBILE TESTIMONIANZA DIRETTAMENTE DALL’INFERNO

 

di Capinera88

Prima di non poter scegliere di vivere l’orrore del genocidio a Gaza, Wasim Said aveva scelto di laurearsi in fisica. Wasim è nato nel 2003 nella Striscia di Gaza. Quando aveva due anni, nel 2005, i coloni israeliani si ritiravano da quel fiero lembo di terra ("Piano di disimpegno unilaterale"). Nel 2006, quando Wasim di anni ne aveva tre, vi fu la schiacciante vittoria di Hamas alle elezioni più sorvegliate della storia democratica. Nel 2007 due milioni e mezzo di persone venivano sigillate in 365 km quadrati. Wasim aveva quattro anni quando Israele impose il blocco terrestre, aereo e navale. Gaza, come l’ha definita lo storico israeliano Ilan Pappé era una “prigione a cielo aperto” ma la vita scorreva.

WASIM, DALL’AMMIRARE LE STELLE ALLO SFOLLAMENTO FORZATO

Wasim, in quel suolo angusto che però era la sua amata casa, avrebbe voluto studiare le enormità siderali, il fenomeno dell’elettromagnetismo, osservare al telescopio nebulose, pianeti, e le interazioni tra corpi celesti e le forze cosmiche. Ma le stelle hanno scelto per lui un altro destino. Quello di abitare a Beit Hannoun e vivere il massacro di civili più efferato della storia contemporanea, il primo sui social in questa epoca distopica.

Su Gaza infatti, è stato detto di tutto, ma da Gaza non è stato detto abbastanza.

“L’inferno del genocidio a Gaza” (L’AD edizioni 2025) è libro-resistenza, una testimonianza diretta, un documento storico, un gioiello ma senza orpelli, una “chiave del ritorno” in forma cartacea del periodo da ottobre 2023 alla fine del 2025. Anzi, al posto di orpelli, ci racconta lembi di pelle, corpi a brandelli, la verità mostruosa dello sterminio di almeno 60mila persone. Il breve e densissimo documento -pubblicato in diverse lingue e in italiano da LAD- è anche corredato da note del curatore Pasquale Liguori, che ricordano e spiegano in quali località, strutture, ospedali e aree della Striscia di Gaza avvengono i fatti riportati.

DAGLI ASTRI AL DOLORE DEGLI ALTRI

Nei primi capitoli Wasim racconta di sé e della propria famiglia: gli sfollamenti continui, la fame che divora la mente e il cibo che abbrutisce lo scienziato che è in lui, imponendosi come l’unico pensiero. Il bisogno fisiologico che lo inchioda, il freddo senza scampo, i bambini che piangono non per capricci ma di stomaco vuoto, e le scuole che diventano rifugi, i rifugi che diventano macellerie umane, le file per la farina in cui ci si trasforma in birilli sotto la mira dei soldati israeliani.

Nelle pagine successive il dolore e lo shock di Wisam -come sotto una forza galattica potentissima- si apre a quello degli altri e inizia a raccogliere aneddoti di vita e di morte di chi incontra, di chi racconta, come testamenti di vivi senza consolazione. Deve farlo perché quel dolore lo travolge e lo condivide, per non impazzire, per sentirsi meno solo e perché il suo dramma personale è la lotta di un popolo da quasi un secolo.

LA DOMANDA DEL MALE

Wasim parla della sua sindrome senza nome che gli fa confondere realtà, incubi, visioni ossessive; corpi lividi, arti mozzati e sangue grondante si sovrappongono mentre dorme, cammina o sistema la tenda. Il sionismo non invade solo il territorio, copre i suoni coi droni, occupa lo spazio cognitivo perché l’esposizione costante a sangue e cadaveri fa perdere lucidità; il terrore costante causa un vero buco nero interiore dove la gravità si addensa su sé stessa e tutto perde senso.

Wasim ha chiesto all'universo di rivelargli i suoi segreti, ed è rimasto sospeso con la domanda più dolorosa e universale, che riguarda ogni essere umano; perché Gaza ha subito tutto questo orrore? Perché il motore del mondo sembra essere il male?

“Perché vi occupate di Palestina?” Chiedono invece alcuni. Perché siamo complici di questo inferno in terra, perché siamo umani (lo siamo?), perché ci è toccato in sorte sapere cha accade e ci ha toccato la coscienza. Il genocidio più mediatizzato ma più impunito, più conosciuto ma comunque incontrastato e anzi foraggiato dall'establishment europeo. L’inferno di Gaza non è luogo metafisico e al di sopra della nostra volontà; tutti possiamo impegnarci per denunciarlo, per offrire il minor supporto possibile ai carnefici, per boicottare prodotti e società implicate e fare pressione sui governi che lo sostengono. Quando la Palestina sarà libera dal colonialismo d'insediamento israeliano questo libro sarà una pagina preziosa della memoria umana.

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La Cina vara nuove norme sugli investimenti esteri

 

Il Consiglio di Stato cinese ha emanato lunedì un nuovo regolamento sugli investimenti all'estero che introduce un articolato sistema di strumenti legali per contrastare le misure discriminatorie adottate da paesi stranieri. La mossa, secondo gli esperti, segna una riforma significativa della Cina in materia, spostando il paradigma da una risposta passiva a una difesa proattiva, normalizzata e sistematica dei diritti degli investitori nazionali.

Il regolamento, composto da 34 articoli e in vigore dal 1° luglio, prevede che il dipartimento competente per il commercio possa organizzare indagini sulle barriere agli investimenti imposte da paesi o regioni esteri. Sulla base dei risultati, le autorità cinesi potranno adottare contromisure, tra cui l'adeguamento delle politiche di investimento specifiche per i paesi interessati, il divieto o la restrizione dell'importazione o dell'esportazione di beni e tecnologie rilevanti.

Il governo cinese si riserva inoltre il diritto di adottare contromisure corrispondenti in risposta a divieti discriminatori, restrizioni o altre misure simili imposte da paesi stranieri. Potranno essere colpite anche organizzazioni e individui che partecipano direttamente o indirettamente alla formulazione o all'attuazione di tali misure, ai sensi della Legge contro le sanzioni straniere.

Particolarmente rilevante è la disposizione che consente di vietare o limitare gli investimenti in Cina, l'ingresso nel paese e le transazioni commerciali a soggetti stranieri che – interrompendo le normali transazioni di mercato o adottando misure discriminatorie – mettano in pericolo la sovranità nazionale, la sicurezza o gli interessi di sviluppo della Cina.

 

La reazione degli esperti: una svolta istituzionale

Liang Kaiyin, professore di Giurisprudenza all'Università di Ningbo, ha dichiarato al Global Times che il regolamento rappresenta una delle innovazioni strategicamente più significative degli ultimi anni. «In precedenza, gli sforzi della Cina per proteggere i diritti degli investimenti all'estero ed esercitare contromisure reciproche erano sporadici e privi di un quadro istituzionalizzato. Il nuovo regolamento si allinea in modo proattivo alle leggi fondamentali in materia di relazioni estere, stabilendo un quadro giuridico integrato che comprende quattro pilastri: promozione degli investimenti, gestione della conformità, tutela dei diritti e contromisure extraterritoriali».

Shi Xiaoli, direttore del Centro di ricerca sul diritto dell'OMC presso l'Università cinese di scienze politiche e giurisprudenza, ha definito l'introduzione del regolamento «rapida e tempestiva», in un contesto di profonda trasformazione del panorama economico e commerciale internazionale. Shi ha sottolineato l'attuazione dettagliata della Legge sul controllo delle esportazioni, ricordando che «gli investimenti cinesi all'estero, come il progetto di acquisizione di Manus attraverso la strategia del 'lavaggio di Singapore', sono illegali».

Secondo i dati del Ministero del Commercio cinese, alla fine del 2025 gli investitori cinesi avevano costituito oltre 50.000 imprese all'estero in 190 paesi e regioni. Gli investimenti all'estero cumulativi della Cina si sono classificati tra i primi tre al mondo per nove anni consecutivi.

In una dichiarazione congiunta, i funzionari del Ministero della Giustizia, della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma e del Ministero del Commercio hanno precisato che le nuove misure sono «di natura protettiva e difensiva, non interferiranno con le normali attività di transazione di mercato e non influenzeranno la risoluzione delle controversie commerciali da parte delle imprese in modo indipendente e in conformità con la legge».

La Cina, hanno aggiunto, «aderisce fermamente alla sua politica nazionale fondamentale di apertura, sostiene il multilateralismo autentico e si oppone all'unilateralismo e al protezionismo».

FONTE: https://www.globaltimes.cn/page/202606/1362528.shtml

UNIRSI PER LA PACE (di Vincenzo Costa)

 

di Vincenzo Costa 31 maggio 2026
 
 
Io ormai non penso niente, ho solo una gran paura che ci stiamo avvicinando alla guerra. È vero che siamo già in guerra da anni, che viviamo in un’economia di guerra, che spostiamo fondi da salute, welfare, territorio, istruzione ad armamenti. Ma temo che ci stiamo pericolosamente avvicinando a una guerra calda, che può coinvolgerci direttamente. Siamo la retrovia di un paese in guerra, produciamo armi che mandiamo in una guerra, armi che colpiscono un altro paese in guerra.

Ci stiamo preparando, lo dicono tutti, a una guerra diretta, e se tu ti armi per attaccare gli altri non possono stare inermi per sempre.
 
Non c’è nessuna iniziativa che possa indicare una soluzione diplomatica. Sembra che stiamo puntando tutto sulla sconfitta della Russia, poi della Cina. La Kallas dice “come possiamo sconfiggere la Cina se non siamo in grado di sconfiggere la Russia”. In Germania si ci prepara alla guerra. Macron minaccia, sembra, la Bielorussia, dicendo che se c’è un attacco dalla Bielorussia “saremo costretti a intervenire direttamente”. Di fatto, coi nostri soldi si arruolano mercenari che combattono contro un paese, militari occidentali sono sul terreno, dirigono bombardamenti di civili e di impianti strategici in Russia. Ogni giorno si alza il livello dello scontro.

Ed è chiaro che non è l’Ucraina a combattere. Crollerebbe dopo due giorni. Stiamo già combattendo. Ma più il tempo passa più ci si avvicina al punto di non ritorno, diventa sempre più difficile tornare indietro.

Io penso che oggi, in questo momento storico, l’unica distinzione ragionevole è tra chi vuole fermare questa guerra a pezzi e chi pensa che si possa continuare oltrepassando sempre più le linee rosse, nella convinzione che gli altri non reagiranno.

Litighiamo sul niente, su astrattezze, a partire da narcisismi. Mentre è il momento di unirsi su un solo punto: dire no alla guerra.

Basta guardare TV e mezzi di informazione per capire che si sta preparando l’opinione pubblica, si sta creando il nemico, lo si sta costruendo, creando anche la rabbia e il risentimento necessario per condurre i paesi dell’Europa in guerra. A che serve dividersi tra destra e sinistra quando la Schlein fa dichiarazioni di guerra, partecipa a questo clima che prepara l’opinione pubblica per la guerra. Alcuni amici hanno voluto credere e far credere che il problema siano Calenda o la Picierno, mentre la Schlein e il PD sarebbe un’altra cosa. È evidente che non è così.

Solo Leone XIV ha chiaro il pericolo, forse perché sa qualcosa che noi non sappiamo, ma tutti lo lisciano (a parte Trump) e tutti lo ignorano.
 
Io penso che dovremmo lasciare da parte tutte le differenze, su tutte le questioni, e unirci su un solo punto: la pace, il negoziato, la richiesta di un nuovo patto di sicurezza per tutti, per gli ucraini come per i russi. Bisogna che la pace sia garantita da un nuovo patto di sicurezza internazionale, che non può essere il ritorno all’unipolarismo degli anni ’90.

Un solo obbiettivo dovremmo perseguire tutti.
 
Poi potremo discutere di salario minimo, immigrazione, regime autoritari e di quello che si vuole. Perché c’è il rischio che questi temi vengano usati per creare consenso attorno alla guerra.
 
È necessario insistere su un solo punto, creare un movimento di opinione pubblica, perché se arriva la guerra calda il salario minimo non serve a niente, come non serve migliorare la sanità, e del resto come fai a fare queste cose se devi affrontare una guerra?
 
Perseguiamo tutti un solo obbiettivo, che significa chiedere un cambiamento della dirigenza della UE, una dirigenza che mira solo alla guerra ed è sostenuta da tanti partiti che, a parole, si dicono contro la guerra, contro il riarmo.
 
Non possiamo costruire un partito della pace, occorrerebbero risorse mediatiche e finanziarie che non possediamo, e che possiede il partito della guerra. Ma possiamo cercare di fare pressione, di contrastare un clima che è già pre-guerra.
 
Il tempo potrebbe non essere lungo, lasciamo da parte tutte le altre questioni, uniamoci solo su un punto.
 
Tra poco potrebbe essere tardi.

Putin: «I responsabili dell'attacco di Starobelsk non sfuggiranno alla punizione»

 

Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che tutti i responsabili dell'attacco contro la residenza studentesca di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, saranno alla fine assicurati alla giustizia. Lo ha dichiarato nel corso di una riunione di governo da lui convocata specificamente per discutere dell'attacco.

L'attacco alla città di Starobelsk è un crimine sanguinario commesso dalla giunta ucraina, ha affermato lunedì il presidente russo Vladimir Putin. “La questione è come fornire assistenza e sostegno ai parenti delle persone uccise e ferite nel crimine sanguinario commesso dalla giunta ucraina il 22 maggio nella città di Starobelsk, nella regione di Lugansk”, ha detto Putin durante una riunione sulle misure a sostegno dei parenti delle persone uccise e ferite nell'attacco a un college di Starobelsk. Putin ha espresso le sue condoglianze alle famiglie che hanno perso figli e nipoti nell’attacco ucraino, affermando che la punizione per i criminali che hanno compiuto l’attacco sarà inevitabile.

«Ho invitato sia il procuratore generale che il presidente della Commissione investigativa. Vorrei chiedervi di fornire le vostre valutazioni su quanto accaduto e di riferire in merito al lavoro svolto per identificare questi criminali», ha affermato Putin. «Tutti meritano di essere puniti. E questa punizione è inevitabile», ha sottolineato il leader russo secondo quanto riporta TASS. 

 

Il contesto

All'alba del 22 maggio, le Forze Armate ucraine hanno bombardato con droni un edificio universitario e una residenza studentesca a Starobelsk. Secondo fonti russe, al momento dell'attacco 86 giovani si trovavano nella struttura. Il bilancio ufficiale è di 21 morti e oltre 60 feriti. Il Comitato investigativo russo ha aperto un'indagine per terrorismo, affermando che l'attacco sarebbe stato deliberato.

Nei giorni successivi, il rappresentante permanente della Russia presso l'ONU, Vasili Nebenzia, ha dichiarato che l'attacco è paragonabile solo alle azioni dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, accusando l'Occidente di ipocrisia e silenzio complice.

La riunione convocata da Putin rappresenta un ulteriore segnale della determinazione di Mosca a perseguire i responsabili, in un momento in cui le tensioni tra Russia e Ucraina restano altissime e gli attacchi reciproci si intensificano.

Al momento, né il governo ucraino né le autorità di Kiev hanno commentato le dichiarazioni del presidente russo.

L’avvertimento iraniano cambia i piani di Israele

Un previsto attacco israeliano contro Beirut sarebbe stato annullato all’ultimo momento dopo un intervento diretto del presidente statunitense Donald Trump, che ha dichiarato di aver ottenuto un’intesa con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per fermare l’operazione militare. Attraverso un messaggio pubblicato sulla piattaforma Truth Social, Trump ha affermato di aver avuto una conversazione “molto produttiva” con Netanyahu, precisando che non ci sarebbero stati dispiegamenti di truppe verso la capitale libanese e che eventuali unità già in movimento erano state richiamate. Il presidente statunitense ha inoltre sostenuto di aver stabilito contatti indiretti con Hezbollah tramite intermediari di alto livello, ottenendo l’impegno reciproco a interrompere le ostilità. La decisione sarebbe maturata dopo ore di intense consultazioni tra Washington e Tel Aviv.

Diversi media israeliani avevano riferito che il governo di Netanyahu aveva informato preventivamente gli Stati Uniti dell’intenzione di colpire la periferia meridionale di Beirut, roccaforte di Hezbollah, ma che l’operazione era stata successivamente rinviata sotto la pressione dell’amministrazione nordamericana. Dietro il passo indietro israeliano vi sarebbe anche la crescente pressione esercitata dall’Iran. Teheran aveva infatti annunciato la sospensione dei contatti indiretti e degli scambi di messaggi con Washington, accusando gli Stati Uniti di non aver impedito le continue azioni militari israeliane contro il Libano. Parallelamente, i vertici militari iraniani avevano lanciato avvertimenti espliciti. Il comando centrale Khatam al-Anbiya aveva dichiarato che un attacco contro Beirut avrebbe comportato conseguenze dirette, invitando persino i coloni israeliani nel nord dei territori occupati a prepararsi a possibili evacuazioni in caso di nuovi bombardamenti sulla capitale libanese.

Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che il cessate il fuoco mediato tra Iran e Stati Uniti comprende tutti i fronti regionali, incluso quello libanese. Secondo Teheran, qualsiasi violazione in Libano costituirebbe una rottura dell’intero accordo e potrebbe provocare una risposta coordinata dell’Asse della Resistenza. L’episodio evidenzia quanto fragile resti l’equilibrio regionale. La prospettiva di un attacco israeliano contro Beirut avrebbe potuto innescare un confronto diretto tra Israele e Iran, con conseguenze imprevedibili per l’intero Medio Oriente.

L’intervento di Washington sembra indicare una crescente preoccupazione per il rischio che una nuova offensiva in Libano comprometta non solo i delicati negoziati con Teheran, ma anche la già precaria stabilità della regione.



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Perú: Fujimori e Sánchez si affrontano nell’ultimo dibattito prima del ballottaggio

A una settimana dal ballottaggio che deciderà il prossimo presidente del Perù, Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si sono sfidati. È stato l’unico confronto ufficiale prima del voto del 7 giugno, e non ha deluso le aspettative di chi si aspettava scintille.

Fujimori, leader dell'estrema destra di Fuerza Popular e figlia dell'ex dittatore Alberto, è entrata in scena blindata. Al suo fianco i candidati alla vicepresidenza e persino l’ex volto liberale Rafael Belaúnde, a simboleggiare un tentativo di allargare il consenso. Sánchez, invece, ha scelto la via dell’umanità: genitori, moglie e figlia al seguito, e una squadra tecnica di peso dove spicca l’ex procurtore José Domingo Pérez, lo stesso che indaga la rivale per riciclaggio. Un dettaglio che non è passato inosservato.

Il dibattito si è snodato su quattro pilastri: sicurezza, democrazia e diritti, istruzione e salute, infine economia e lavoro. E fin dalle prime battute, le distanze sono parse abissali.

Sul fronte della sicurezza cittadina, Fujimori ha alzato il tiro proponendo di affidare il controllo delle frontiere alle Forze Armate. Ha anche lanciato un’idea tanto concreta quanto controversa: i detenuti dovranno lavorare per ripagarsi il cibo, costruendo strade, campetti da pallone e scale nei quartieri poveri. Sánchez ha ribaltato l’attacco, sostenendo che le leggi “pro-crimine” volute dal partito arancione servono solo a proteggere i suoi dirigenti dai processi. «È lei disposta a cancellarle?», ha chiesto a viso aperto. La risposta della candidata è stata gelida: «Caos si scrive con la C di Castillo», ha detto, insinuando che l’alleato di Sánchez, l’ex presidente ora in carcere destituito da ungope parlamentare, avrebbe lasciato il paese a pezzi.

Nel capitolo diritti e democrazia, Sánchez ha battuto sul tasto del complotto per cacciare Pedro Castillo. Ha accusato Fujimori di aver protetto Dina Boluarte dopo le morti nelle proteste, e ha citato il senatore eletto Miki Torres che avrebbe confessato di aver cospirato con Procura e media. Poi ha rivendicato la necessità di salvare le istituzioni, rafforzando trattati come Escazù e il sistema interamericano dei diritti umani. 

Sul fronte istruzione e salute, la leader di destra ha promesso cinquemila scuole nuove o ristrutturate, internet per tutti, il ritorno del programma alimentare Pronaa e il raddoppio delle borse di studio Beca 18. Sánchez l’ha attaccata sulla credibilità: «Parla di borse di studio ma il Congresso che lei controlla non ha stanziato un solo sol (moneta peruviana). Avete addirittura aumentato il budget del Parlamento di 1,5 miliardi di soles». Poi ha rivendicato l’istruzione universitaria come diritto universale, la dignità degli insegnanti e il raddoppio dei centri di salute mentale. Fujimori ha contrattaccato ricordando i tagli alla promozione turistica quando Sánchez era ministro del Commercio Estero.

L’ultimo round, quello economico, ha forse consegnato l’immagine più nitida del bivio peruviano. Sánchez ha proposto un fondo da 15 miliardi di soles per il credito ai piccoli imprenditori, assistenza tecnica e il rafforzamento dei programmi sociali come Juntos. E ha cercato di smontare il cosiddetto “relato del miedo”: «Non siamo comunisti, non esproprieremo nulla, non toccheremo i risparmi. Crediamo nel lavoro e nel diritto di crescere». Fujimori ha risposto rilanciando il fallimentare modello neoliberista: stabilità giuridica, autonomia della Banca Centrale, riforma di Sunat e Sunafil per aiutare le imprese, sblocco dei mega progetti fermi. «Le vostre ricette sono incompatibili con lo sviluppo», ha tagliato corto. Un classico della propaganda neoliberista.

Iván Cepeda riconosce i risultati delle elezioni in Colombia

Il candidato presidenziale colombiano Iván Cepeda ha riconosciuto i risultati delle elezioni del giorno precedente, che lo hanno visto accedere al ballottaggio contro l'ultraconservatore trumpiano Abelardo de la Espriella.

Cepeda, candidato della coalizione di sinistra al governo, il Patto Storico, ha dichiarato che il "meccanismo di verifica dei risultati", attivato domenica, non ha riscontrato alcuna prova di frode.

"In questa fase del nostro lavoro, non abbiamo trovato alcuna prova di eventi di tale portata o gravità da giustificare una dichiarazione in merito a potenziali irregolarità", ha affermato.

In una conferenza stampa, ha dichiarato che hanno "lavorato intensamente" e non hanno trovato nulla. "Aspetteremo che il lavoro sia completato, ma finora non abbiamo trovato alcuna prova o indicazione di irregolarità evidenti", ha aggiunto.

Con il 100% dei seggi scrutinati, il conteggio preliminare del Registro Nazionale vede De la Espriella in testa con il 43,7% dei voti, seguito da Cepeda con il 40,9%.

Inoltre, il senatore ha ribadito la sua disponibilità a un dibattito con De la Espriella, ma con "regole chiare", senza alcuna imposizione. Ha quindi respinto l'idea di un dibattito sulla rivista Semana.

"Non può imporci la sua volontà attraverso il mezzo di comunicazione al quale ha praticamente ceduto il controllo della copertura mediatica della sua campagna. (...) Semana è editorialmente impegnata e non lo nega. Devo dire che lo considero un atto di fondamentale onestà", ha aggiunto.

Sui social media, il candidato neoliberista e trumpiano di Defensores de la Patria ha sfidato Cepeda a un dibattito il 9 giugno presso la redazione della rivista alle ore 19:00 (ora locale).

L'ultimatum dell'Iran: "Il nord di Israele va evacuato se continuano gli attacchi in Libano"

 

Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa iraniana Tasnim, l'Iran ha congelato i negoziati e lo scambio di messaggi indiretti con gli Stati Uniti a causa dei continui attacchi israeliani in Libano. Poiché la stabilità del fronte libanese era una delle condizioni chiave alla base dell'accordo, Teheran ha stabilito che i ripetuti attacchi di Tel Aviv – condotti nonostante l'intesa e accompagnati dal mantenimento dell'occupazione nel sud del Paese – costituiscono una violazione dell'accordo su tutti i fronti. Di conseguenza, l'Iran ha interrotto i canali diplomatici con Washington fino a quando non verranno fornite garanzie concrete.

La tensione è salita ulteriormente dopo che il governo israeliano ha minacciato una nuova escalation, emettendo ordini di evacuazione per la periferia meridionale di Beirut e annunciando imminenti bombardamenti sulla capitale. I negoziatori iraniani esigono la fine immediata delle operazioni israeliane a Gaza e in Libano, insieme al totale ritiro delle forze occupanti. In caso contrario, i colloqui non riprenderanno.

Sul tavolo della risposta militare, Tasnim rivela che Teheran e l'Asse della Resistenza stanno valutando misure drastiche contro Israele e i suoi alleati, tra cui la potenziale chiusura dello Stretto di Hormuz e l'attivazione di altri fronti strategici, come lo Stretto di Bab al-Mandeb.

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che l'intesa con gli Stati Uniti si applica a tutti i fronti senza eccezioni, avvertendo che qualsiasi violazione parziale farà crollare l'intero accordo e ritenendo Washington e Israele direttamente responsabili delle conseguenze. Parallelamente, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, durante un colloquio con il premier giapponese, ha espresso profonda preoccupazione per il continuo sfollamento dei civili libanesi e per il sostegno logistico e politico degli Stati Uniti a Tel Aviv, esortando la comunità internazionale a intervenire per fermare l'escalation.

Ancora più duri i vertici delle istituzioni e delle forze armate. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha sottolineato che il blocco navale statunitense contro l'Iran e l'offensiva israeliana dimostrano il totale fallimento di Washington nel far rispettare gli impegni presi: «Ogni scelta ha un prezzo, e il conto prima o poi dovrà essere pagato», ha ammonito. Infine, un portavoce dello Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane ha condannato il silenzio dell'Occidente, lanciando un ultimo avvertimento: la prosecuzione delle operazioni israeliane in Libano è considerata «inaccettabile» dall'esercito di Teheran. Una linea confermata dal portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, che ha liquidato ogni tentativo di scindere le responsabilità dei due alleati: «Stati Uniti e Israele sono la stessa cosa. Washington è un attore centrale in tutto ciò che accade in Libano».

Le forze armate iraniane hanno, tra l'altro, allertato Israele in merito alla continuazione degli attacchi israeliani contro il Libano, avvertendo i coloni israeliani di abbandonare le aree settentrionali se non vogliono subire danni.

"Considerate le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del regime, qualora questa minaccia venisse attuata, avvertiamo i residenti delle aree settentrionali e degli insediamenti militari nei territori occupati di abbandonare la zona per evitare pericoli", ha dichiarato lunedì il maggiore generale Ali Abdolahi, comandante del quartier generale di Khatam Al-Anbiya.

Shangri-La Dialogue, la Cina rilancia la stabilità strategica e il multilateralismo

Il 23° Shangri-La Dialogue di Singapore, svoltosi dal 30 maggio al 1° giugno come riporta il quotidiano Global Times, ha offerto un quadro significativo dei mutamenti in corso negli equilibri internazionali, evidenziando una fase di distensione tra le principali potenze e una crescente attenzione verso i concetti di stabilità strategica e governance globale promossi da Pechino.

Uno degli elementi più rilevanti emersi dal forum è stato il cambiamento di tono nei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Intervenendo all'evento, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha definito “storico” il recente vertice tra i presidenti dei due Paesi, sottolineando come le relazioni bilaterali siano oggi in una condizione migliore rispetto agli ultimi anni. Un'affermazione che si inserisce nel clima creato dall'incontro di metà maggio tra i leader delle due potenze, culminato nell'adozione di una nuova visione delle relazioni sino-statunitensi fondata sulla stabilità strategica e sulla cooperazione a lungo termine.

Secondo la lettura cinese, tale evoluzione rappresenta la dimostrazione che il dialogo tra grandi potenze costituisce il principale strumento per prevenire conflitti e garantire la sicurezza internazionale. Nello stesso periodo, anche il rafforzamento del partenariato tra Cina e Russia, sancito dal recente incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin, viene interpretato da Pechino come un contributo alla costruzione di un ordine internazionale più equilibrato e prevedibile.

In un contesto globale segnato da guerre, tensioni geopolitiche e incertezza economica, la diplomazia cinese rivendica di aver mantenuto canali di comunicazione aperti con tutte le principali potenze, proponendosi come fattore di stabilizzazione sia nell'Asia-Pacifico sia sul piano internazionale.

Un altro tema centrale emerso a Singapore riguarda la riforma della governance globale. Alla vigilia del forum, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva presentato alle Nazioni Unite nove proposte per il miglioramento del sistema multilaterale internazionale. Le idee avanzate da Pechino puntano a rafforzare il ruolo dell'ONU, a difendere i principi della Carta delle Nazioni Unite e a promuovere meccanismi di sicurezza inclusivi, in contrapposizione alle logiche dei blocchi contrapposti.

La delegazione cinese ha portato queste posizioni anche al centro del dibattito sulla sicurezza asiatica, sostenendo che la pace regionale non possa essere garantita attraverso alleanze esclusive o strategie di contenimento, ma mediante il dialogo, la cooperazione e il rispetto del diritto internazionale.

Particolare attenzione è stata dedicata anche alla questione di Taiwan. Un elemento che ha attirato l'attenzione degli osservatori è stata l'assenza di riferimenti espliciti all'isola nel discorso del capo del Pentagono. Secondo gli analisti cinesi, questo silenzio rappresenterebbe un segnale della volontà di Washington di evitare nuove escalation e di gestire le divergenze con Pechino attraverso canali diplomatici, contribuendo così alla stabilità dell'Asia-Pacifico.

Sul fronte regionale, la Cina ha inoltre rivolto dure critiche alla crescente espansione militare del Giappone. Negli ultimi anni Tokyo ha aumentato significativamente il bilancio della difesa, sviluppato nuove capacità offensive, allentato i limiti all'esportazione di armamenti e avviato un dibattito sulla revisione della costituzione pacifista del dopoguerra.

Nel corso dello Shangri-La Dialogue, i rappresentanti cinesi hanno espresso preoccupazione per quella che viene considerata una pericolosa tendenza verso la re-militarizzazione del Paese, invitando la comunità internazionale a vigilare contro qualsiasi possibile ritorno di concezioni militariste. Una posizione che Pechino presenta come coerente con la difesa dei risultati della Seconda guerra mondiale e dell'ordine internazionale nato nel dopoguerra.

A oltre vent'anni dalla sua nascita, lo Shangri-La Dialogue appare oggi molto diverso rispetto alle sue origini. Nato come una piattaforma fortemente influenzata dalle prospettive occidentali sulla sicurezza internazionale, il forum mostra sempre più spesso divisioni all'interno del campo occidentale e una crescente presenza delle idee avanzate dalle economie emergenti e dai Paesi in via di sviluppo dell'Asia-Pacifico.

Mentre alcuni attori continuano a sostenere logiche di contrapposizione tra blocchi, numerosi Paesi sembrano orientati verso formule più pragmatiche di cooperazione. Le crisi degli ultimi anni hanno infatti evidenziato i limiti delle strategie fondate sull'esclusione e sul confronto permanente, spingendo molti governi a ricercare nuovi equilibri.

Da Singapore emerge quindi un messaggio chiaro: la stabilità dell'Asia-Pacifico e dell'intero sistema internazionale richiede dialogo tra le grandi potenze, rispetto del diritto internazionale, rafforzamento del ruolo delle Nazioni Unite e una governance globale più equa e inclusiva. In questo quadro, la Cina punta a essere uno dei principali promotori di un ordine multipolare fondato sulla cooperazione e sulla sicurezza condivisa.

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