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Il silenzio degli insipienti mentre si ridisegna la mappa del potere bancario

9 June 2026 at 10:00

Fa un certo effetto leggere della proposta di acquisizione del Monte dei paschi di Siena da parte di una cordata formata da Intesa e Unipol, dopo tutto quello che gli allora manager di Unipol passarono, esattamente vent’anni fa, per avere solo osato pensare di scalare una banca (la Bnl).

Per certi aspetti, considerando la posizione assunta allora da Mps, il suo ruolo nella guerra finanziaria che si combatté attorno a quella e ad altre operazioni più o meno collegate, e tutto quello che capitò dopo, con l’acquisto dell’Antonveneta e le sue conseguenze sui bilanci di Mps, il risultato somiglia a una grande rivincita, o anche a una nemesi, a seconda dei punti di vista. E lo stesso si potrebbe dire dei vertici dei Democratici di sinistra, perché il Partito democratico non c’era ancora, e anche per questo – per riequilibrare con le cattive i rapporti di forza in vista della fusione Ds-Margherita – Francesco Rutelli e tutto il suo partito appoggiarono senza riserve la violentissima campagna di stampa che sulla scorta di virulente iniziative giudiziarie mise alla gogna la sinistra, ponendo le basi della non-vittoria elettorale del 2006 (la prima di una lunga serie).

Molte cose ci sarebbero da dire, ripensando a tanti indignati editoriali di allora, ai dirigenti di un partito di opposizione messi sotto processo per il reato di «tifo», per avere espresso simpatia per il movimento cooperativo e per la possibilità che acquisisse una banca. Tanto più se si confronta quella sfilza di invettive con il silenzio che ha accompagnato le spericolate manovre finanziarie della destra di oggi, direttamente dal ministero dell’Economia.

Potrei andare avanti così per ore, solo con l’elenco delle cose che ci sarebbero da dire, ma se non le dicono i dirigenti della sinistra, se nemmeno loro si azzardano a dire mezza parola su tutto questo, è possibile che debba sempre far tutto io?

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Anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana

9 June 2026 at 05:55

Quando la guerra in Ucraina sarà finita, è probabile che nei libri di storia l’invasione su larga scala lanciata da Vladimir Putin nel 2022 sarà presentata come una delle dimostrazioni di imperizia strategica e autolesionismo politico più clamorose che si siano mai viste nella storia umana dai tempi del rapimento di Elena da parte di Paride, in tempi più recenti paragonabile forse solo all’attacco giapponese di Pearl Harbor che trascinò gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, conclusa con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Ma quello che renderà il caso un oggetto di studio ancora più interessante e misterioso sarà l’incredibile divario tra l’evidenza di questo catastrofico errore e la fanciullesca inconsapevolezza con cui una parte della politica, della stampa e dell’opinione pubblica occidentale ha continuato a prendere per buona la narrazione dell’invincibile impero russo e dell’insuperabile stratega del Cremlino. A cominciare da giornali e talk show italiani, ormai prigionieri in una specie di realtà alternativa.

Eppure l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo che è difficile darne conto senza dimenticare qualcosa.

Per quanto riguarda la situazione sul fronte ucraino, dall’inizio dell’anno la Russia perde circa 35 mila soldati al mese tra morti e feriti, più di quanti riesca ad arruolarne, mentre l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso, oltre ad avere acquisito la capacità di colpire pesantemente in territorio nemico attraverso missili e droni, infliggendo danni pesanti all’industria bellica, alle infrastrutture energetiche e all’economia russa. La guerra scatenata per impedire l’accerchiamento della Nato, almeno secondo la versione ufficiale del Cremlino, ha spinto a entrare nella Nato anche Svezia e Finlandia, e suscitato in tutta Europa la corsa al riarmo.

Nemmeno l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, con tutto quello che ha fatto per Putin, a cominciare dal taglio degli aiuti militari ed economici a Kyiv, è stato sufficiente a cambiare la situazione. Impantanato in Ucraina, il presidente russo ha assistito senza muovere un dito al rovesciamento di Bashar al Assad in Siria, al rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela e al bombardamento dell’Iran.

E ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pashinyan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma. Come spiega sul Foglio Nona Mikhelidze, si tratta infatti del leader che ha guidato il paese durante la sconfitta nella guerra contro l’Azerbaigian (altra prova dell’impotenza della Russia, storica protettrice del paese aggredito), culminata con la perdita del Nagorno-Karabakh, una disfatta che avrebbe travolto qualsiasi governo. «In Armenia è accaduto il contrario: una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale».

Come già accaduto in Moldova, in condizioni non meno difficili, anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè «la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore».

Quell’Europa che domenica a Londra, rappresentata dai tre leader dei cosiddetti paesi volenterosi (Germania, Francia e Gran Bretagna), si è riunita con Volodymyr Zelensky per confermargli pieno sostegno, come spiega su Linkiesta Victoria Vdovychenko, mentre in Italia stampa e tv favoleggiavano per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca.

 

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