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Received — 9 June 2026 Il Giornale - Mondo

Belfast, esplode la rivolta anti-immigrati: bus in fiamme dopo l’aggressione choc

Alta tensione a Belfast, in Irlanda del Nord, dove in serata sono scoppiati disordini anti-migranti dopo il brutale accoltellamento di un uomo di 40 anni, rimasto gravemente ferito nella zona di Kinnaird Avenue, nel nord della città. L’aggressione, ripresa in un video choc circolato sui media e sui social, è stata attribuita a un uomo trentenne di origine sudanese, arrestato e incriminato per tentato omicidio.

Secondo quanto riferito, il sospettato aveva ottenuto l’asilo sotto il precedente governo conservatore dopo essere arrivato a Belfast via Dublino nel febbraio 2023. La vittima è stata trasportata in ospedale con gravi lesioni al volto, al collo e alla schiena. Sul luogo dell’aggressione è stato rinvenuto un coltello da cucina. La polizia dell’Irlanda del Nord ha precisato che, al momento, non vi sono elementi che facciano pensare a un attacco terroristico, mentre tra le ipotesi investigative sarebbe emersa quella di un raptus.

Bus e cassonetti in fiamme a Belfast

Dopo la diffusione delle immagini dell’accoltellamento, decine di manifestanti sono scesi in strada bloccando alcune vie della città. Nel corso delle proteste sono stati dati alle fiamme bidoni della spazzatura, automobili e un autobus. Nella zona est di Belfast, manifestanti con felpe nere con cappuccio, alcuni dei quali con il volto coperto da maschere, hanno incendiato un mezzo pubblico, mentre in altre aree della città si sono registrati roghi e blocchi stradali.

La Polizia dell’Irlanda del Nord è intervenuta in forze per contenere le violenze, alimentate anche dagli appelli diffusi online da gruppi di cosiddetti “patrioti” legati all’ultradestra. A far crescere ulteriormente la tensione è stato anche un post di Tommy Robinson, rilanciato su X da Elon Musk, con un messaggio che invitava a protestare “ripetutamente e a gran voce” per ottenere un cambiamento.

Si sono rivelati inutili gli appelli alla calma lanciati dal governo laburista di Keir Starmer e dalle autorità locali. Il premier britannico ha definito l’aggressione “ripugnante” e ha invocato la tolleranza zero per episodi di violenza nelle strade del Regno Unito. Il ministro per l’Irlanda del Nord, Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha chiesto di evitare proteste violente per scongiurare ulteriori ripercussioni sulle comunità locali.

Il capo della polizia locale, Jon Boutcher, aveva già invitato i cittadini a “stare attenti a quello che vedete e condividete sui social”, avvertendo che la diffusione di immagini crude e informazioni non verificate rischia di provocare “un ulteriore trauma alla famiglia della vittima” e di ostacolare le indagini. Anche il vice capo della polizia nordirlandese, Ryan Henderson, ha ribadito che non risultano altri ricercati e che gli investigatori stanno ancora lavorando per chiarire il movente.

Lo scontro politico e le tensioni nel Regno Unito

Il caso ha subito acceso lo scontro politico. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha chiesto che vengano rese pubbliche l’identità e lo status migratorio dell’aggressore, sostenendo che “il pubblico deve conoscere la verità”. Il suo partito è arrivato a chiedere un bando all’ingresso per tutti i cittadini sudanesi, senza distinzioni.

Le tensioni di Belfast arrivano a un anno da altri disordini anti-migranti scoppiati in Irlanda del Nord, quando l’arresto di due adolescenti di origine straniera accusati del tentato stupro di una ragazza aveva innescato violenze, scontri con la polizia e una sorta di caccia ai cittadini romeni.

Il clima resta teso anche nel resto del Regno Unito. Manifestanti sono scesi in strada anche a Southampton, città già teatro la scorsa settimana di proteste legate al caso di Henry Nowak, 18enne accoltellato a morte il 3 dicembre scorso da Vickrum Digwa, un giovane britannico di radici indiane sikh.

La vicenda Nowak è tornata al centro del dibattito pubblico dopo la diffusione delle immagini riprese dalla bodycam di uno degli agenti intervenuti sul posto. Il giovane, già agonizzante, fu inizialmente ammanettato dai primi due poliziotti arrivati, che si erano lasciati convincere dall’assassino che la vittima fosse un aggressore razzista. Digwa è stato poi condannato per omicidio all’ergastolo, con una pena minima di 21 anni.

Il senso di insicurezza nel Paese è stato alimentato anche da altri episodi di violenza, tra cui l’uccisione a coltellate di Talay Riley, cantautore 35enne vincitore di un Grammy e autore di brani per star come Dua Lipa e Britney Spears, trovato morto nei giorni scorsi in un giardino di Londra.

Battaglione Geronimo schierato segretamente in Israele: qual era il compito dei parà Usa contro l'Iran

Il Pentagono schierò segretamente in Israele una forza composta da elementi del "Battaglione Geronimo", un reggimento di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata “All American” che era stata mobilitata per condurre operazioni terrestri sull'isola di Kharg e ottenere il controllo sulle zone costiere dello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto viene reso noto solo ora dalle indiscrezioni del giornalista Ken Klippenstein, un raggruppamento di 1000 uomini della 82ª Divisione Aviotrasportata che erano stati inviati in Medio Oriente era stato schierato "segretamente in Israele all'inizio di aprile, come parte del piano di contingenza congiunto tra Israele e gli Stati Uniti per il sequestro dell'isola di Kharg controllata dall'Iran nel Golfo Persico e per la creazione di territori costieri all'interno dell'Iran".

Klippenstein asserisce di aver visionato l'ordine di dispiegamento, emesso il 7 aprile, che faceva riferimento a un contingente di paracadutisti appartenenti al 2° Battaglione del 501º Reggimento della 82ª Divisione Aviotrasportata - il famoso "Battaglione Geronimo" del 1° Combat Team che deve il suo nome al grido di battaglia “Geronimo!” urlato nell'agosto del 1942 dal soldato Aubrey Eberhardt durante uno dei primi lanci di addestramento che la nuova “fanteria paracadutista” effettuò a Fort Benning.

Il “Battaglione Geronimo” è una formazione d'élite all'interno dell'82ª Divisione Aviotrasportata, già nota alla storia per aver preso parte allo sbarco in Sicilia e in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, diventando parte della “Forza di risposta strategica degli Stati Uniti” e prendendo parte alle operazioni militari nella Repubblica Dominicana, a Grenada, nelle due guerre del Golfo e nella campagna in Afghanistan.

Alla fine di marzo, informazioni riguardanti il dispiegamento di forze terrestri americane in Medio Oriente riportarono che il Pentagono era in procinto di firmare l'ordine per inviare circa 1000 paracadutisti dell’82ª Divisione in Medio Oriente, ma si riteneva che avrebbero preso posizione nelle basi comunemente impiegate dagli Stati Uniti nella regione, in Kuwait o in Qatar, non in Israele.

Già allora si riteneva probabile che questa forza d’intervento rapido aviotrasportata avrebbe potuto prendere parte, con i 5.000 marines della 31st Marine Expeditionary Unit e le unità di forze speciali della Delta Force e dei Navy SEAL, alle “operazioni terrestri” che avrebbero potuto avere come obiettivo la conquista dell’isola di Kharg, dove sorge il principale terminal petrolifero controllato dall’Iran nel Golfo Persico, o di tratti di isole strategiche e zone costiere dell’Iran che avrebbero facilitato la riapertura dello Stretto di Hormuz con la forza.

Dopo la notizia che le forze speciali israeliane hanno stabilito una base avanzata segreta in Iraq e preso posizione segretamente in Azerbaigian, il fatto che gli Stati Uniti abbiano schierato truppe in Israele, notoriamente considerato il principale alleato militare in Medio Oriente, non dovrebbe sconvolgere. È tuttavia interessante notare, se l’informazione venisse confermata, come lo schieramento accanto alle Sayeret israeliane o a unità speciali come la Shaldag di una forza d’intervento statunitense prevedesse realmente un piano d’attacco aviotrasportato e anfibio del territorio iraniano in quella che molti considerano, in definitiva, la Terza guerra del Golfo. Una guerra che non è ancora terminata.

"Allarme Ghost Kitchens": cos'è lo scandalo che scuote la Cina

In Cina è esploso lo scandalo delle “Ghost Kitchens”. I riflettori sono puntati sul settore delle consegne di cibo, diventato negli ultimi anni uno dei più competitivi e opachi del mercato digitale. Con il termine sopra citato, infatti, vengono indicati i ristoranti che esistono solo sulle app, privi di una reale presenza fisica verificabile, ma in grado di generare migliaia di ordini grazie a reti di subfornitura e cucine terze. Il sistema consente di abbattere i costi, moltiplicare le inserzioni online e spingere la concorrenza su prezzi sempre più bassi, spesso a scapito della trasparenza verso i consumatori e delle condizioni di sicurezza alimentare.

La stretta delle autorità cinesi

Tutto ciò ha fatto arrabbiare le autorità cinesi. Il dossier è letteralmente esploso dopo una serie di indagini avviate in seguito a segnalazioni dei consumatori e controlli incrociati sulle piattaforme di delivery. Un episodio chiave riguarda un cliente di Pechino che aveva ordinato una torta decorata con fiori non commestibili, scoprendo poi che il venditore dichiarava centinaia di punti vendita senza possederne alcuno.

Secondo quanto riportato dalla BBC, molte di queste attività operavano attraverso licenze falsificate e una catena di subappalti che trasferisce gli ordini al miglior offerente, senza alcun controllo reale sulla qualità.

Le autorità hanno poi ampliato le verifiche, individuando migliaia di ristoranti fantasma e milioni di ordini gestiti da piattaforme intermediarie, mentre le app di consegna, spinte dalla concorrenza, avrebbero allentato i controlli per non perdere esercenti.

Le conseguenze dello scandalo hanno spinto la Cina a rafforzare in modo significativo la regolamentazione del settore, imponendo alle principali piattaforme di delivery nuovi obblighi di verifica delle licenze, degli indirizzi e dell’effettiva esistenza dei ristoranti registrati sulle app.

Un problema non da poco

Le autorità hanno introdotto ispezioni a campione e controlli incrociati, oltre a sanzioni miliardarie per le società che non rispettano le regole. In parallelo, alcune città hanno avviato sistemi di “cucine trasparenti”, con telecamere e dirette streaming per consentire ai consumatori di osservare in tempo reale la preparazione dei cibi, mentre si sperimenta l’uso dell’intelligenza artificiale per individuare anomalie nei profili dei venditori.

Anche i fattorini sono ormai coinvolti nel sistema di vigilanza, con incentivi economici per chi segnala attività sospette. Il settore, tuttavia, resta estremamente competitivo, alimentato da una domanda elevata e da una guerra dei prezzi che continua a mettere sotto pressione piattaforme, ristoratori e lavoratori. Secondo i dati ufficiali, il numero di utenti dei servizi di consegna ha superato quota 600 milioni, rendendo il controllo del fenomeno ancora più complesso per i regolatori.

Lo scorso aprile le autorità hanno inflitto multe complessive per oltre 3,6 miliardi di yuan a diverse piattaforme tra cui Meituan, JD.com e Pinduoduo, segnando una delle sanzioni più pesanti degli ultimi anni nel settore del commercio online, mentre le aziende hanno promesso di rafforzare i sistemi di verifica e collaborazione con le autorità per ridurre il fenomeno dei ristoranti fantasma e ripristinare la fiducia dei consumatori nel mercato delle consegne digitali.

Le nuove misure prevedono inoltre l’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale per incrociare dati tra ordini, licenze e indirizzi, nel tentativo di ridurre le frodi e migliorare la tracciabilità dell’intera filiera alimentare urbana con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza e trasparenza per i consumatori nelle principali città d’oltre Muraglia.

Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III: la nuova missione verso la Luna

Un onore e un privilegio sia per l’uomo ma anche per un’intera nazione come l’Italia: l’astronauta Luca Parmitano sarà il pilota della missione “Artemis III” che riporterà l’uomo sulla Luna.

Le parole di Parmitano

“Mi scuso in anticipo se mi emozionerò. Sono onorato. Per un lancio spaziale servono tante componenti. Per me la piattaforma di lancio è l'Italia, il nostro sistema educativo. L'Italia mi mi ha dato gli strumenti professionali necessari”, ha dichiarato Parmitano nel corso della presentazione dell'equipaggio. “L’Asi (Agenzia spaziale europea, ndr) “mi ha dato il primo volo per mettere alla prova quelle skill. L'Esa per me è come la ‘launch tower’. Connette mondi diversi, costruendo ponti e connessioni per elevare individui per raggiungere il loro potenziale. Il razzo è la Nasa, che mi ha permesso di essere parte di questo gruppo incredibile di persone”.

Poi, il messaggio toccante anche alla famiglia. “Il carburante è proprio qui: Mia, Sara, Marta, tutta la mia famiglia nel pubblico, voi siete l'energia che alimenta la mia anima e il vostro amore è la scintilla”, ha detto commosso Parmitano, unico astronauta europeo a far parte di questa missione.

La nota dell’Esa

Con orgoglio, la notizia l’ha sui profili social anche l’Agenzia Spaziale Europea. “Il nostro astronauta Luca Parmitano è assegnato come pilota della missione #ArtemisIII della NASA. Con l'Europa che alimenta Orion con il Modulo di Servizio Europeo, questa missione testerà le operazioni critiche che preparano il ritorno dell'umanità sulla Luna”.

Una missione storica

Oltre a Parmitano l’equipaggio sarà composto da Randy Bresnik, Frank Rubio e Andre Douglas, assegnato come riserva nella missione Artemis II. Nel programma spaziale sono previsti lanci multipli dei razzi più potenti al mondo così da testare l’integrazione del sistema tra Orion e i lander.

"Oggi compiamo un altro audace passo verso il ritorno dell'umanità sulla Luna, basandoci sulle straordinarie fondamenta gettate dagli astronauti di Artemis II", ha dichiarato l'amministratore della Nasa, Jared Isaacman. "Le loro imprese hanno riacceso l'entusiasmo globale per l'esplorazione e ora passano il testimone al team di Artemis III, composto da Randy, Luca, Frank e Andre. Artemis III dimostrerà la potenza dell'innovazione americana e della collaborazione internazionale, mentre testeremo complesse operazioni di rendezvous e attracco e faremo progredire le tecnologie che un giorno ci porteranno piu' in profondità nel sistema solare”.

Chi è Parmitano

Cinquanta anni, siciliano di Paternò (provincia di Catania), Parmitano è il primo italiano ad aver effettuato un’attività extraveicolare nel 2013 con oltre sei ore di “passeggiata spaziale”. Sempre primo italiano - e terzo europeo - ad aver comandato anche l’ISS (Stazione Spaziale Internazionale).

L’incidente dell’Apache Usa e il salvataggio col drone marino: “Operazione mai vista prima”

Nelle scorse ore un elicottero d'attacco Apache dell'esercito statunitense è precipitato al largo delle coste dell'Oman, nei pressi dello Stretto di Hormuz, durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I due membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo, come ha confermato il Comando Centrale delle forze armate (CENTCOM) che non ha fin qui specificato le cause dell'incidente. Il velivolo è stato abbattuto dal fuoco iraniano oppure ha riscontrato un guasto meccanico? Le indagini sono in corso, mentre emergono i particolari dell'operazione che ha tratto in salvo l'equipaggio del mezzo. Decisivo il ruolo giocato da un drone particolare: un'imbarcazione di superficie senza equipaggio tra l'altro per la prima volta usata in simili circostanze.

Il salvataggio dell'equipaggio dell'Apache

Secondo quanto riportato da The War Zone, nella delicata operazione di salvataggio le forze Usa hanno impiegato un USV (Unmanned Surface Vessel, ossia un veicolo di superficie senza equipaggio) della Marina Militare. Mancano i dettagli su quale drone sia stato usato. La Task Force 59, la principale forza droni dell'esercito americano in Medio Oriente, impiega diversi USV, inclusi modelli simili a motoscafi e nuove tecnologie navali senza equipaggio.

"Alle 19:33 ET dell'8 giugno, due membri dell'equipaggio di un elicottero AH-64 Apache dell'esercito statunitense sono stati tratti in salvo dalle forze americane dopo che il loro elicottero era precipitato vicino alla costa dell'Oman durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali", si legge nella dichiarazione del CENTCOM. Sappiamo soltanto che "i soldati sono stati tratti in salvo in circa due ore e sono in condizioni stabili"e che "le cause dell'incidente sono oggetto di indagine".

Gli Apache hanno più volte condotto missioni contro obiettivi navali iraniani nello Stretto di Hormuz e nelle aree limitrofe. In generale, le operazioni di ricerca e soccorso presentano complessità e rischi intrinseci, soprattutto quando condotte in territorio ostile o nelle sue vicinanze.L'impiego di droni navali nelle operazioni di salvataggio notturne ha evidenziato una nuova dimensione per le attività di ricerca e soccorso marittimo (CSAR).

L'importanza dei droni

Gli USV offrono vantaggi significativi in determinati scenari. Quali? Per esempio, possono raggiungere aree inaccessibili ai mezzi tradizionali e senza il rischio di impiegare ulteriore personale. Non è un caso che le forze armate statunitensi stiano lentamente prendendo coscienza della vulnerabilità dei propri mezzi CSAR e delle distanze necessarie per raggiungere aree altamente difese, in particolare durante un conflitto di pari livello.

Da questo punto di vista, l'utilizzo di droni per il recupero del personale diventerà centrale nella strategia militare Usa. Nell'episodio che ha riguardato l'Apache, ancora scarno di dettaglio, un funzionario statunitense anonimo ha dichiarato ad ABC News che un drone con un "design simile a quello di un motoscafo" ha recuperato i piloti dell'elicottero dall'acqua e li ha riportati sani e salvi a terra.

A proposito: gli stessi Usv possono essere preposizionati e distribuiti in anticipo lungo determinate rotte di volo, rivelandosi particolarmente utili per le future operazioni di ricerca e soccorso nel Pacifico, dove le forze armate Usa si stanno preparando a potenziali scontri con la Marina e l'aviazione cinesi.

"Stupro e pedofilia su 28 studentesse minorenni". Insegnante di Corano condannato a 20 anni

Vent'anni di carcere per stupro e pedofilia ai danni di 28 studentesse minorenni. Questa la condanna inflitta dal tribunale senegalese a Serigne Khadim Mbacké insegnante di Corano a Touba, città religiosa nel centro del Paese africano.

Stando a quanto riportato dai media locali e dall'Agenzia di stampa senegalese (Aps), il processo si è svolto presso l'Alta corte di Diourbel (Senegal centrale) che ha giurisdizione amministrativa su Touba.

Le vittime erano studentesse della scuola coranica

Le accuse derivano da crimini risalenti a maggio 2023. Tutte le 28 vittime erano studentesse della scuola coranica in cui insegnava Serigne Khadim Mbacké. "Diciotto di loro hanno perso la verginità, come attestato da certificati medici rilasciati da medici giurati", riferisce l'Aps.

Mbacké si è consegnato alla polizia di Touba a giugno 2023, dopo diverse settimane di latitanza. Il caso è venuto alla luce quando una delle ragazze si è rifiutata di tornare a scuola perché l'insegnante "aveva avuto rapporti sessuali con lei e con tutte le altre ragazze", come riportato dalla stampa all'epoca della vicenda.

Sangue per le strade di Belfast: migrante sudanese armato di coltello prova a decapitare un irlandese. "Ipotesi terrorismo". Salvini: "Tolleranza zero verso la barbarie"

Un uomo, pare di origine sudanese, è stato arrestato nelle scorse ore a Belfast dopo aver cercato di decapitare per strada un irlandese. La dinamica di quanto accaduto non è ancora del tutto chiara, la polizia sta indagando e per il momento non viene escluso nemmeno il terrorismo, anche se non ci sono attualmente indicatori in tal senso.

Nelle immagini registrate da alcuni passanti dopo aver chiamato la polizia si vede l’uomo di origine africana seduto sopra la sua vittima con in mano il coltello: l’irlandese è una maschera di sangue, le ferite al collo sono profondissime e nonostante questo cerca di dimenarsi e di togliersi dalla morsa del suo aggressore. Alcuni dei presenti, coraggiosamente armati di bastoni, hanno provato ad allontanare lo straniero colpendolo ripetutamente finché non sono riusciti ad allontanarlo dalla vittima e a disarmarlo. Pare che l'aggressore sia arrivato in Irlanda del Nord da Dublino e che abbia il permesso di soggiorno.

I presenti spiegano che quanto successo è come “qualcosa uscito da un film dell’orrore” e un esponente politico locale, Gavin Robinson, ha definito l’aggressione come “barbarica” e “medioevale”. Il video diffuso sui social è drammatico, si sentono le urla delle persone presenti: “Scendi da dosso, maledetto topo”, “Sta cercando di tagliargli la testa. Gli sta squartando la testa”. Fortunatamente i presenti sono riusciti a intervenire in tempo per salvare la vita alla vittima, che non è morta ma versa in gravissime condizioni a causa delle ferite profonde al collo e all’ingente perdita di sangue. La polizia ha rivelato che la vittima lotta ancora per la vita, ha ferite profonde anche agli occhi, al volto, alla schiena. “L'orribile attacco a Belfast di ieri sera è nauseante, i miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima, e ringrazio i primi soccorritori, compresi i cittadini che sono intervenuti”, ha dichiarato il primo ministro.

Mentre nel Regno Unito i politici faticano a chiedere ai cittadini di mantenere la calma e di non saltare a conclusioni affrettate che, davanti al video, sono comunque inevitabili. A tal proposito Robinson ha chiesto al governo nazionale di riconoscere che "l'immigrazione incontrollata deve finire" e sottolineando che, a causa della mancata integrazione e della violenza di questi soggetti, ma non solo, “la coesione della comunità si trova sul precipizio”. La leader del Partito Conservatore, Kemi Badenoch, ha sottolineato che a fronte di questo attacco molte persone “cominceranno a chiedersi ancora una volta: si tratta di qualcuno che non avrebbe dovuto trovarsi nel nostro Paese? Ci sono state falle nei nostri confini?”. Anche per questo motivo ha esortato la polizia “a fare emergere i fatti il più rapidamente possibile in modo da poter fare chiarezza”. Del caso si è occupato anche Nigel Farage: “Le autorità devono rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore. Le persone hanno diritto alla verità”.

Salvini: "Tolleranza zero verso la barbarie! Nessuno spazio per chi semina violenza, paura e terrore"

L'episodio è stato commentato via social anche da Matteo Salvini, che ha definito le immagini che arrivano da Belfast "mostruose e sconcertanti". "Inaccettabile vivere nel terrore quotidiano di coltelli, aggressioni e ora tentate decapitazioni per strada! Ma a che punto siamo arrivati???", le sue parole su Instagram. "Tolleranza zero verso la barbarie! Nessuno spazio per chi semina violenza, paura e terrore. Questa è difesa della nostra civiltà! Purtroppo la sinistra dell’accoglienza senza freni e tanti governanti europei, presunti “liberali”, minimizzando, cercando giustificazioni o addirittura voltando la testa dall’altra parte, stanno portando alla distruzione del tessuto sociale e civile del nostro continente", ha aggiunto.

Un post condiviso da Matteo Salvini (@matteosalviniofficial)

Ex marito di Nessy Guerra arrestato in Egitto. Lei, accusata di adulterio, bloccata nel Paese

Nessy Guerra potrà ora rientrare in Italia con la sua bambina? È la domanda che inevitabilmente sta percorrendo l’opinione pubblica in queste ore, dacché l’ex marito Tamer Hamouda - che impedisce il rientro grazie alla legge egiziana che prevede il consenso del padre - sarebbe stato arrestato. Non si conosce il capo d’accusa per l’uomo, nato da padre egiziano e madre italiana, sempre vissuto in Italia fino alla vigilia di una condanna definitiva presso il tribunale di Genova per i reati di percosse, lesioni, stalking, violazione di domicilio, furto e truffa ai danni di una precedente ex compagna.

Di recente, Hamouda aveva minacciato il viceconsole onorario a Hurgada Orazio Gioacchini: gli aveva detto che lo avrebbe gambizzato, dato che - ha affermato - aveva già compiuto un’azione simile in Italia. Gioacchini sta supportando Nessy Guerra, partita alla volta in Egitto con Hamouda anni fa e ignara all’epoca della causa pendente: da tre anni, cioè più o meno, da quando la figlia era neonata, e ha lasciato Hamouda dopo essere stata picchiata, la donna chiede di poter far ritorno in Liguria. Con lei da tempo ci sono i genitori, che vivono insieme alla donna e alla figlia segregate, dapprima a causa delle minacce continue di Hamouda - che afferma di vedere angeli ed essere Gesù Cristo - e poi a causa di una condanna per adulterio.

Hamouda, che avrebbe cercato in tutti i modi di far tornare con lui Nessy Guerra, la avrebbe infatti denunciata per questo reato - che in Italia non esiste - ingaggiando anche un falso testimone, che in effetti in sede giudiziaria avrebbe ritrattato le accuse verso la donna. Purtroppo non c’è stato nulla da fare: Guerra è stata condannata in appello a sei mesi di reclusione in un carcere egiziano e ai lavori forzati.

A seguito delle minacce verso il console - e a distanza anche alla premier Giorgia Meloni - Nessy Guerra aveva ancora una volta affidato le sue preoccupazioni a Instagram, scrivendo a corredo di un video: “Quanto ancora bisogna aspettare prima che si comprenda la gravità di quello che sta accadendo? Mi auguro che le autorità competenti possano valutare ogni elemento con la massima attenzione, prima che accada qualcosa di irreparabile”. Per il ritorno in Italia di Nessy era figlia c’è una petizione aperta su Change, e la donna chiede a gran voce l’intervento del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Bisognerà capire cosa accadrà ora: Hamouda era stato già più volte arrestato in Egitto e tutte le volte scarcerato.

Attacchi e aggressioni agli umani: cosa c'è dietro la "guerra degli orsi" in Giappone

Il Giappone sta vivendo una vera e propria emergenza legata agli orsi, con un numero sempre più alto di aggressioni e incursioni nelle aree urbane. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi episodi che hanno riportato il tema al centro del dibattito pubblico, alimentando la preoccupazione di residenti e amministrazioni locali. L’ultimo caso? Arriva dalla prefettura di Fukushima, dove un orso nero ha ferito quattro persone attraversando fabbriche e quartieri residenziali prima di far perdere le proprie tracce. Questo fenomeno dura in realtà da anni e sta trasformando il rapporto tra uomini e fauna selvatica in una delle questioni più delicate per il governo nipponico.

Allarme orsi in Giappone

Come ha spiegato nel dettaglio il Telegraph, l’attacco di Fukushima ha avuto contorni insoliti e spettacolari. Le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano l’animale mentre corre in un parcheggio e si avventa su un uomo, per poi dirigersi verso l’ingresso di un edificio e colpire un secondo lavoratore. Altre due persone sono rimaste ferite, tra cui un’anziana che ha riportato lesioni gravi.

Il bilancio complessivo conferma una situazione ormai fuori dall’ordinario: nel corso dell’ultimo anno fiscale in Giappone si sono registrati oltre 230 attacchi di orsi, con 13 vittime, mentre dall’inizio della primavera di quest’anno si contano già diversi morti e più di 20 feriti. Non solo: gli avvistamenti non riguardano più soltanto le zone montane del nord.

Gli animali sono stati segnalati vicino ad aeroporti, supermercati, stabilimenti industriali e quartieri residenziali. In alcune prefetture, come Akita, l’aumento delle presenze ha spinto il governo a mobilitare perfino l’esercito per supportare le operazioni di contenimento, attraverso trappole e attività logistiche a sostegno dei cacciatori. Le autorità giapponesi hanno inoltre rafforzato le campagne informative rivolte alla popolazione, invitando escursionisti e residenti a prestare la massima attenzione.

Le ragioni dell’emergenza

Che cosa sta succedendo, dunque, in Giappone? Dietro questa escalation si nasconde una combinazione di fattori ambientali e demografici. Innanzitutto, la popolazione di orsi è cresciuta negli ultimi anni mentre molte aree rurali si sono progressivamente spopolate. La diminuzione degli abitanti, soprattutto giovani, ha reso numerosi villaggi più silenziosi e meno frequentati, favorendo l’avvicinamento degli animali ai centri abitati.

A ciò si aggiungono le oscillazioni nella disponibilità di cibo naturale, come ghiande e altri frutti di cui gli orsi si nutrono abitualmente. Quando queste risorse scarseggiano, gli animali sono spinti a cercare nutrimento vicino alle case e alle attività umane.

Il governo giapponese sta quindi valutando misure strutturali per la gestione della popolazione di orsi, compreso l’aumento del personale dedicato al controllo della fauna e il potenziamento delle reti di monitoraggio. La situazione resta tuttavia delicatissima.

A bear injured four people after wandering into a residential area of Fukushima, Japan today.

The bear first attacked two workers at a steel plant before moving into a nearby neighbourhood and injuring two more people, including an 80 year old woman.

Schools were temporarily…

— Volcaholic (@volcaholic1) June 2, 2026

L'ultima scommessa degli ayatollah: i raid per spaccare l'asse Donald-Bibi

Lo scambio, nelle ultime 24 ore, di raid missilistici e incursioni aeree tra Iran e Israele ci regala tre verità. Assai amare. La prima è che gli Stati Uniti nonostante la pretesa di Donald Trump di «dettare legge» a Israele e al resto mondo non esercitano più il ruolo di potenza globale. La seconda è che il premier israeliano Benjamin Netanyahu continua ad usare la guerra come strumento di propaganda elettorale. Il terzo è che all'Iran è ormai concesso di utilizzare la leva del Libano per influenzare un eventuale accordo con gli Usa sul nucleare e su Hormuz. Ma non solo. All'Iran viene permesso anche l'uso dei missili per minare, per la prima volta in 78 anni, l'alleanza israeliano americana.

Ma partiamo da Israele. A una settimana dalla furibonda telefonata in cui Donald Trump definiva Netanyahu un «fottuto pazzo» la Casa Bianca non sembra capace di controllare le mosse dell'alleato con cui ha dichiarato guerra all'Iran. Secondo fonti statunitensi e israeliane citate dall'informatissima agenzia Axios domenica sera il presidente Usa avrebbe chiesto al premier israeliano di non reagire agli attacchi missilistici iraniani e di concedere più tempo alla diplomazia. Una richiesta ignorata da un premier israeliano andato avanti per la propria strada senza nemmeno avvertire la Washington. Del resto nelle ore precedenti Netanyahu aveva autorizzato alcuni raid aerei sui sobborghi meridionali di Beirut violando così il monito americano scaturito durante la cosiddetta «telefonata maledetta». Raid utilizzati dalla Repubblica Islamica per giustificare, come promesso in precedenza, la rappresaglia missilistica contro lo Stato Ebraico. Ma l'ormai ingestibile alleato israeliano non sembra destinato a tornare sotto controllo. Non almeno fino alle elezioni del prossimo autunno quando le mosse di Netanyahu sul fronte libanese ed iraniano ne determineranno la sopravvivenza politica.

In questo scenario il ritorno a casa degli israeliani fuggiti dalle regioni del nord bersagliate dai missili di Hezbollah è al primo punto del programma di Netanyahu. Mentre al secondo c'è l'impegno a continuare a colpire l'Iran, considerato dalla maggioranza degli israeliani il «padrino» del Partito di Dio e il «nemico esistenziale» dello Stato ebraico. In questa logica diventa, però, irrinunciabile impedire a Trump di chiudere un accordo con Teheran in cui il cessate il fuoco sul fronte libanese rappresenti la condizione per la riapertura di Hormuz. Anche perchè questo, oltre a garantire la sopravvivenza di Hezbollah, finirebbe con il trasformarlo in vero attore del negoziato. Ovviamente i primi a intuire la devastante portata delle crepe apertasi nel rapporto israeliano americano sono gli iraniani. E in primo luogo quei «pasdaran» trasformati dalla guerra negli indiscussi demiurghi delle scelte politiche e militari del paese. Consapevoli che un Israele privo del supporto americano non avrebbe mai la capacità di abbatterli non esitano - come avvenuto domenica sera - a rischiare un diluvio di bombe pur di trasformare Netanyahu e Trump in avversari.

Un risultato quasi raggiunto visto l'acrimonia con cui Trump spiega al Financial Times che Netanyahu «non avrà altra scelta se non accettare un accordo con l'Iran perché sono io a dettare legge su tutto. Netanyahu non detta legge». Affermazioni poco in sintonia con l'immagine di un'America e di un Presidente che - nonostante l'indiscussa potenza militare ed economica non riescono ad imporre la propria volontà né ad amici, né a nemici. Una nazione e un presidente costretti obtorto collo ad anteporre le ragioni di politica ed economia interna - in questo caso il prezzo della benzina, l'inflazione, le elezioni di Midterm e, non ultimi, i mondiali di calcio al via giovedì - alla gestione di quell'ordine globale vero simbolo, un tempo, della potenza americana.

Ruggito di Leone contro Sánchez: "La vita va difesa"

La carezza del primo giorno su pace e multilateralismo ieri si è trasformata in un pugno su aborto e eutanasia. L'atteso discorso pronunciato da Leone XIV davanti al Parlamento spagnolo si candida a diventare il più ratzingeriano di tutto il pontificato. E Pedro Sánchez, liquidato in soli venti minuti nel colloquio precedente in nunziatura apostolica, si è ritrovato ad "incassare" i colpi del Papa battendo le mani dal suo posto nell'aula del Palazzo delle Corti.

Nel suo discorso, boicottato soltanto dai parlamentari del Blocco Nazionalista Galiziano e di Podemos, Prevost ha evocato la vocazione storica della Spagna a "guardare all'essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell'ordine sociale, economico o politico" e dunque come "qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l'azione legislativa". Citando l'intervento di Benedetto XVI al Reichstag, il Papa ha detto che "la dignità inviolabile della persona umana precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento". Devono essere fischiate le orecchie di Sánchez e della sua maggioranza di sinistra che ha proposto di inserire il diritto di aborto in Costituzione e di rendere più facile il ricorso all'eutanasia. Le parole del Papa sono state chiare. "Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell'ombra il bambino non ancora nato, l'anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?", si è chiesto aggiungendo che "la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà". Per Leone "ogni vita umana dev'essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto" e se "questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona".

Nonostante i sette minuti di applausi finali di tutto l'emiciclo, il governo socialista non è riuscito a nascondere del tutto l'imbarazzo. Il ministro Felix Bolanos ha potuto sottolineare soltanto come su difesa della pace e migrazioni ci fosse convergenza tra le parole del Papa e le posizioni dell'esecutivo. C'è da dire che anche sulla questione migratoria Leone non si è limitato a predicare accoglienza ed ha chiesto di affrontare "le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi" lamentando che "nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata". Il Papa ha parlato apertamente del ruolo di "trafficanti e contrabbandieri" ed ha chiesto di " offrire vie sicure e legali e reali possibilità di integrazione" ma di "promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra". La giornata di ieri è stata importante anche sul fronte della lotta contro gli abusi nella Chiesa. Dossier discusso con i vescovi spagnoli a cui ha chiesto un impegno "sempre più deciso" nella prevenzione e poi nell'incontro privato con un gruppo di vittime. A pranzo con i vescovi nella sede della Conferenza episcopale, Leone è tornato sul tema centrale della "Magnifica Humanitas". Nel momento conviviale ha raccontato divertito di aver chiesto all'intelligenza artificiale cosa avrebbe dovuto dire il Papa per quell'occasione. L'IA ha esordito con un poco rassicurante "Papa Francesco direbbe" ed è stata interrotta da Leone che le ha ricordato come ora "ci sia un altro Papa". Un aneddoto che ha fatto sorridere e riflettere i presenti.

La tappa madrilena si è conclusa con la visita alla cattedrale dell'Almudena e l'abbraccio con la comunità diocesana al Santiago Bernabéu.

Il rebus della pace, i dissidenti del Gop e il voto in vista: Trump è nervoso (e adesso cerca il cambio di passo)

Donald Trump fatica a tenere a freno Benjamin Netanyahu, la cui campagna militare contro Hezbollah in Libano rischia ogni giorno di far deragliare il fragile negoziato con l'Iran, al pari di quanto fatichi a controllare la crescente pattuglia di Repubblicani dissidenti del Congresso, sempre più insofferenti con l'avvicinarsi delle elezioni di midterm. I due fronti sembrano alimentarsi a vicenda. Israele sembra volere accelerare il passo, temendo forse un compromesso al ribasso con Teheran per i propri obiettivi di sicurezza e, possibilmente, anche un indebolimento politico interno del tycoon. I pasdaran sembrano invece, con le loro estemporanee sortite militari, voler testare la volontà di reazione americana.

A Capitol Hill, i "ribelli" del Gop - quei deputati e senatori vittime degli endorsement ostili di Trump durante le primarie e/o in lotta per la propria sopravvivenza politica in collegi a rischio - hanno ormai da settimane "varcato il Rubicone", unendo le proprie forze a quelle dei Democratici. La cronaca degli ultimi giorni e delle ultime ore ci restituisce l'immagine di un presidente che mostra crescenti segnali di nervosismo. Il modo in cui si è strappato il microfono di dosso, interrompendo bruscamente un'intervista con Nbc News, dopo che la giornalista Kristen Welker gli aveva contestato le sue accuse (senza prove) di "elezioni truccate" in California, viene letto da molti osservatori come un sintomo di questo stato d'animo.

L'insistenza con cui il tycoon, negli scambi di battute con i giornalisti e perfino negli incontri elettorali preferisce soffermarsi sui progetti di rinnovamento della Casa Bianca in corso e sul nuovo (e contestato) Arco di Trionfo che vuole costruire su una riva del Potomac sono, per molti all'interno del suo stesso partito, un segnale dell'imbarazzo del presidente di fronte alle due grandi crisi del momento: la guerra e l'economia. Le ondate di post su Truth con le quali rassicura il suo popolo Maga e promette un rapido esito del negoziato con Teheran non sembrano più sufficienti a esorcizzare la realtà. Il premier israeliano ha sfidato apertamente gli appelli alla moderazione lanciati domenica da Trump, fermando la rappresaglia per il lancio dei missili iraniani solamente dopo l'ennesima telefonata, avvenuta ieri. I toni sono stati descritti come "educati". Un passo avanti rispetto al "sei pazzo" e "che c... stai facendo" di qualche giorno fa, ma non certo quel "Netanyahu fa quello che dico io" col quale aveva tentato di frenare in precedenza gli strappi dell'alleato. Che sia stato un segnale politico (a Tel Aviv e Teheran) o la conferma della mancanza di scorte adeguate, non è un caso che stavolta gli Usa non abbiano lanciato un solo intercettore per fermare i missili iraniani contro Israele.

Altri imbarazzi per Trump sono giunti sul fronte interno: il voto del Congresso per limitare i suoi poteri di guerra; lo stop al fondo da 1,8 miliardi per risarcire i suoi alleati e sostenitori finiti sotto inchiesta o in carcere durante l'era Biden; la cancellazione del miliardo di dollari chiesto per la nuova Ballroom della Casa Bianca; la bocciatura della nomina dell'inesperto Bill Pulte a direttore dell'Intelligence Nazionale; la possibile bocciatura per la conferma di Todd Blanche (suo ex avvocato personale) a capo del dipartimento della Giustizia. A Trump serve un cambio di passo per tornare a dominare la propria narrazione. L'accordo con Teheran potrebbe risolvere la gran parte dei suoi problemi, anche interni. Ma se è vero, come ha rivelato Axios, che dopo due mesi di discussioni gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si siano incontrati solamente giovedì scorso con i massimi esperti nucleari Usa per discutere dei possibili dettagli tecnici del testo, questo denota quantomeno un ritardo. Agli scienziati messi in campo all'epoca da Barack Obama ci vollero due anni per mettere a punto un trattato.

Il diritto all'autodifesa di Tel Aviv spezza il ricatto di Teheran

Fra i molti effetti dei reciproci bombardamenti fra Iran e Israele ce n'è uno solo molto semplice: i cittadini israeliani ieri mattina hanno avuto, almeno per i pochi minuti prima di cominciare a correre su e giù nei rifugi, la rinfrescante sensazione di battersi liberamente per la propria vita. I lacci imposti da Trump sui polsi di governo e Idf sono stati tagliati, o almeno allentati, il Paese ha recuperato il diritto all'autodifesa. E anche quello di giocare fuori dall'astuta trappola iraniana, dal ricatto per cui Trump chiede di non muoversi pena la trattativa, neppure se si tratta di Hezbollah che viola tutti i cessate il fuoco. Il ricatto consiste in una formula molto semplice inventata dall'Iran: il dialogo con gli Stati Uniti è possibile solo se Israele ignora le aggressioni degli Hezbollah.

Le cose stanno in modo semplice: gli Hezbollah, benché in condizioni non floride ma pur sempre ben armati, nutriti, comandati dall'Iran nonostante i cessate il fuoco di marzo e di aprile, seguitano a attaccare coi missili il Nord di Israele, spopolano le città di confine, colpiscono coi droni l'esercito che si è stanziato nel Sud per cercare di privarli delle armi, dato che nessun altro, ne l'Unifil né il governo di Aoun, che vorrebbe, ci riescono. Domenica una scarica di missili particolarmente aggressiva rischia di colpire una scolaresca in gita. Netanyahu torna allora a Beirut, nel quartiere di Dahiyeh, base militare e strategica di Hezbollah e bombarda un edificio. La risposta viene allora dall'Iran: c'è un cambio strategico, invece di chiedere copertura ai suoi proxy si lancia alla loro difesa e bombarda Israele largamente. Nelle ultime ore notturne di ieri però ecco una scelta a sua volta strategica. L'Iran, la cui condizione è assai precaria, subisce un attacco israeliano: nonostante la supposta contrarietà di Trump, Netanyahu dà l'ordine e i caccia attaccano alcuni obiettivi. Lanciamissili, tre fabbriche petrolchimiche.

Qui comincia la sfida concettuale. Trump si sa, vuole continuare a trattare con l'Iran, e chiede sia a Israele che a Iran di piantarla. L'Iran accetta, ma con una clausola che lascia il Libano ostaggio nelle sue mani: Israele non deve attaccare gli Hezbollah, chiamati per suo comodo "Libano", altrimenti "si applicheranno misure molto più pesanti di quelle già intraprese". Ovvero, continuerebbe la guerra con Israele. A Trump questo non piace. Ma appena uscita la dichiarazione iraniana, gli Hezbollah, che erano stati ben acquattati per 30 ore durante tutta l'operazione iraniana e non si muovono senza ordini dei loro interlocutori di Teheran, ricominciano a sparare. Il Nord è di nuovo sotto il fuoco terrorista. Israele dunque è in un dilemma mentre Trump guarda. Ma lo è veramente? Il rapporto con gli americani è troppo intimo perché possano immaginare che l'aggressione degli Hezbollah vada impunita. Centcom e le varie strutture di collegamento sono attive a ogni minuto, e non risultano liti né discussioni. Huckabee ha fatto una dichiarazione di appassionata condanna dell'attacco iraniano, mentre nella dichiarazione dell'ambasciatore israeliano negli Usa era evidente, quando ha spiegato al suo inizio l'operazione israeliana in Iran, lo scopo di mantenere alto il rapporto con gli Usa insieme alla libertà di punire sempre e necessariamente chi aggredisce Israele. Con una pinzetta e molta determinazione, la scelta di Israele è l'unica possibile nella giungla in cui è collocata la villa israeliana. Non esiste la possibilità che Netanyahu lasci pavoneggiare l'Iran nelle penne libanesi. Siamo in Medioriente. È anche logico che la reazione decisa di Israele abbia fornito di nuovo ai Paesi del Golfo e al mondo arabo sunnita una buona ragione per riprendere il tema dell'utile alleanza anti iraniana che rifonderebbe il Medioriente. Questo a Trump può piacere.

Vittoria difficile. Donald chiuderà solo negoziando

Il presidente Donald Trump si trova coinvolto in un conflitto per il quale non dispone delle leve politiche e militari necessarie a conseguire una vittoria rapida e decisiva. In questo quadro, una soluzione negoziata è per lui l'opzione migliore, se non l'unica, perché tutte le alternative non sembrano in grado di chiudere in modo per lui accettabile il conflitto. Una via d'uscita che, tuttavia, si scontra con gli interessi opposti degli altri due protagonisti assoluti della crisi: Israele e Iran. Le alternative all'accordo sono infatti quantomeno problematiche. Una campagna finalizzata alla conquista dell'Iran e, in ultima analisi, di Teheran richiederebbe forze terrestri nell'ordine di diversi milioni di uomini tra truppe combattenti, supporto logistico e riserve. Un simile sforzo sarebbe impensabile senza una mobilitazione nazionale sostenuta dal Congresso e, soprattutto, senza un'opinione pubblica disposta ad accettarne costi e sacrifici. Oggi nessuna di queste condizioni appare presente. Nemmeno il dominio marittimo offre uno sbocco convincente. Controllare davvero il Golfo Persico, lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso richiederebbe una simultanea concentrazione di forze navali che la Marina americana non riesce a garantire. Basti ricordare che, per liberare il Kuwait nel 1991, gli Stati Uniti schierarono sei portaerei con i relativi gruppi da battaglia. Oggi incontrano crescenti difficoltà nel mantenere per lunghi periodi al largo dello Stretto di Hormuz anche solo due squadre navali su portaerei. Resta l'opzione aerea. Gli Stati Uniti possono certamente continuare a colpire l'Iran, ma la storia suggerisce prudenza nei confronti dell'idea che una campagna di bombardamenti possa, da sola, imporre rapidamente una resa politica a una grande potenza regionale. L'unico caso in cui la potenza aerea ebbe un ruolo decisivo nella resa di un grande Paese fu quello del Giappone, ma tale risultato fu il prodotto di uno sforzo enorme culminato con l'impiego di due armi atomiche. In ogni caso, un bombardamento orientato alla distruzione sistematica delle capacità iraniane richiederebbe tempi molto lunghi e livelli di produzione bellica e di consenso politico tutt'altro che all'orizzonte. Tutte e due cose che Trump sa di non avere.

Netanyahu avvisa Iran e Hezbollah: "La battaglia va ancora avanti". Il tycoon lo frena: "Resterai da solo"

Iran e Israele hanno interrotto gli attacchi reciproci in seguito all'appello del presidente statunitense Donald Trump a "cessare immediatamente di sparare". L'ultima ondata di bombardamenti ha rappresentato il confronto più diretto tra Teheran e Tel Aviv dal cessate il fuoco di aprile, e l'azione ha minacciato di compromettere gli sforzi di Washington per raggiungere un accordo con la Repubblica islamica e porre fine alla guerra che dura da oltre tre mesi. Benjamin Netanyahu e Trump si sono sentiti telefonicamente ieri, e il presidente Usa avrebbe detto al premier israeliano: "Meglio che tu stia molto attento a quello che fai, perché potresti ritrovarti molto presto da solo contro l'Iran". E Bibi ha convocato l'intero gabinetto di sicurezza alle 21 ora locale. Nelle sue prime dichiarazioni pubbliche da quando sono scoppiati i combattimenti contro l'Iran domenica notte, Netanyahu ha affermato che sospenderà i raid contro Teheran "per ora", pur sottolineando che la lotta contro la Repubblica islamica e Hezbollah "non è finita" e che Israele continuerà a rispondere a qualsiasi attacco sul suo territorio.

"Se il regime terroristico iraniano commetterà l'errore di aggredirci di nuovo, reagiremo con la forza", ha sottolineato. "Oggi, l'Iran e Hezbollah sono più deboli che mai, e noi siamo più forti che mai. Ma la nostra lotta contro di loro non è ancora finita", ha chiarito il premier. Ha aggiunto che l'esercito continuerà a operare nel sud del Libano per "distruggere tutte le infrastrutture terroristiche di Hezbollah nella zona di sicurezza, comprese le enormi basi sotterranee a Beaufort". "Pensavano di poter lanciare attacchi dal Libano e dall'Iran contro Israele e che noi non avremmo risposto. Questo non è successo e non succederà. Non finché sarò io al comando", ha avvertito Netanyahu. "Israele ha tutto il diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario".

Nonostante i vari annunci, lo Stato ebraico e Hezbollah hanno continuato a scambiarsi colpi nella giornata di ieri, con le sirene d'allarme che risuonavano in diverse comunità del nord di Israele dopo che il gruppo sciita ha preso di mira le truppe di stanza nel sud del Libano. Tel Aviv ha risposto con una serie di attacchi contro obiettivi del Partito di Dio in quella stessa zona. Pure il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito la linea di Israele, ovvero ha affermato che l'esercito continuerà a operare contro Hezbollah in Libano e a colpire Beirut se il gruppo terroristico attaccherà lo Stato ebraico. "Dahyeh a Beirut sarà trattata allo stesso modo delle comunità del nord", ha tuonato Katz, riferendosi alla roccaforte della milizia sciita nella zona sud della capitale libanese. "Qualsiasi attacco alle comunità del nord porterà a un attacco a Dahyeh. L'Idf continuerà a operare in Libano contro l'organizzazione terroristica di Hezbollah", ha affermato. Israele "respinge categoricamente le minacce di Teheran", ha detto Katz, "qualsiasi tentativo della Repubblica islamica di collegare il Libano e l'Iran e di attaccare Israele incontrerà una forte reazione, come è accaduto domenica", ha infine aggiunto. Tel Aviv non ha mai interrotto la sua campagna in Libano, sostenendo che debba essere trattata separatamente da qualsiasi cessate il fuoco con l'Iran. Anche Hezbollah ha continuato i suoi attacchi. Teheran ha a lungo affermato che qualsiasi accordo di pace con gli Stati Uniti dipenderebbe dalla fine dei combattimenti nel Paese dei cedri. L'ambasciatore statunitense in Libano, Michel Issa, ha dichiarato che i negoziati tra Beirut e Tel Aviv sarebbero dovuti riprendere presto a Washington. La situazione per ora sembra sia tornata sotto controllo. Israele ha revocato le restrizioni di sicurezza nel paese.

Il regime minaccia Usa e Israele: "Sarà l'inferno se Satana insiste". E Khamenei jr adesso è isolato

Risposte. Minacce. Fauci spianate. Teheran non cede di un passo, almeno in apparenza. "Se la coalizione americano-sionista supererà ancora una volta il limite, la regione diventerà per essa un inferno", ha scritto ieri in una nota su X il segretario del Consiglio nazionale supremo per la Sicurezza dell'Iran, Mohammad Bagher Zolghadr. "Abbiamo infranto l'equazione di un cessate il fuoco sulla carta e delle sue ripetute violazioni sul campo", ha scritto sempre su X il presidente del Parlamento e capo della squadra negoziale iraniana nei colloqui con gli Stati Uniti, Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo: "Finché non ci sarà la reale volontà di costruire la fiducia, questa sarà la risposta dell'Iran".

Parole che sanno di piombo e di sangue. E che fanno seguito alle azioni militari con cui le Guardie Rivoluzionarie hanno ribattuto colpo su colpo agli attacchi israeliani, compiuti ancora ieri mattina con missili balistici lanciati dall'aria che hanno colpito tra l'altro Karaj, Isfahan, Tabriz e la parte occidentale di Teheran, tra cui l'aeroporto di Mehrabad, e il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr, nella provincia del Khuzestan, che ha subito danni parziali. In risposta i pasdaran hanno annunciato di aver attaccato due basi aeree "importanti e strategiche" in Israele, a Nevatim e Tol Nof e un impianto chimico a Haifa. Attacchi "dedicati ai martiri della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025". "Siamo pienamente pronti a impartire una lezione punitiva a tutto campo al nemico su tutti i fronti e abbiamo pianificato operazioni adeguate a qualsiasi scenario da parte del nemico", si legge nella dichiarazione riportata dall'agenzia Irna. "Abbiamo dimostrato che lo spazio aereo dei territori occupati e della regione è sotto la volontà e il controllo dei missili distruttivi delle forze aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie", come ha detto il portavoce delle stesse Guardie, Hossein Mohebi.

L'Iran non molla, e si dice "pronto a una guerra di lunga durata con il regime sionista e a infliggere un duro colpo agli interessi statunitensi", come scrive Taksim. E in caso di aggressione contro qualsiasi parte dell'"asse della resistenza, che include Hezbollah, l'Iran risponderà, trascendendo i confini geografici, il che altererà gli equilibri regionali", come ha avvertito il capo del Consiglio per il Discernimento, Sadegh Amoli Larijani. Ma dietro questo ghigno, questo occhio per occhio e dente per dente, esiste a Teheran una grande paura che la nuova escalation militare possa intossicare la strada del dialogo che faticosamente sembrava delinearsi. "È del tutto naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha dichiarato il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghei, in una conferenza stampa.

E mentre l'organizzazione per l'Aviazione Civile iraniana ha annunciato che tutti i voli negli aeroporti di tutto il Paese sono stati cancellati fino a nuovo avviso e il viceministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Kazem Gharibabadi, ha deplorato le nuove sanzioni dell'Ue contro due individui iraniani e un'unità delle Guardie Rivoluzionarie per aver minacciato la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz parlando di "azione politica e ipocrita degli europei" a cui "l'Iran non attribuisce alcun valore", le comunicazioni tra la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei e i funzionari iraniani sono state interrotte domenica notte. Anche gli attacchi missilistici contro Israele delle ultime ore sarebbero stati condotti senza alcun coordinamento con l'ufficio della Guida Suprema, perché troppo rapidi per poter essere concordati con il figlio di Ali, ucciso il 28 febbraio nel primo attacco iraelo-statunitense alla teocrazia.

Nuova fiammata per petrolio e prezzi dell'energia

Il cessate il fuoco dura solo finché una delle due parti non cambia idea e decide di attaccare. Così, mentre Teheran manda missili su Israele e Netanyahu risponde, salta il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso 8 aprile, scuotendo terra, cielo e mercati.

Mentre i missili tornano a passare sui Paesi del Golfo, i prezzi dell'energia vanno incontro a una nuova fiammata. Dopo un periodo di calma, con i prezzi del petrolio che erano scesi stabilmente intorno ai 90 dollari al barile, ieri i prezzi sono tornati a scaldarsi. I principali contratti sul greggio mondiale, il Brent del Mare del Nord e il West Texas Intermediate, hanno entrambi guadagnato oltre il 5% durante le contrattazioni asiatiche - che ieri sono affondate sulla scia del crollo dell'intelligenza artificiale che venerdì ha colpito gli Stati Uniti - e si sono nuovamente avvicinati ai 100 dollari al barile prima di registrare un calo. Alle 20 italiane, infatti, sia il Brent che il Wti erano tornate più vicine ai livelli dei giorni precedenti valendo, rispettivamente, 94,4 (+1,3%) euro al barile e 91,4 (+1,0%).

A chiusura di giornata, il Ttf di Amsterdam ha toccato i 50,16 euro per megawattora con una crescita giornaliera di oltre il 3,4%. Con questo nuovo balzo, il gas liquefatto olandese ha visto il suo prezzo aumentare del 13,6% in soli tre mesi.

E così, mentre la tregua si sgretola sul campo, petrolio e gas tornano a ricordare quanto i mercati restino sensibili a ogni scossa nel Medioriente, nonostante la promessa di tregue e pace.

Missili incrociati Israele-Iran. Beirut può far saltare il banco

Missili iraniani su Israele, raid israeliani contro obiettivi militari in Iran, il Libano di nuovo nel mirino. Il Medioriente ha vissuto una delle notti più infuocate da mesi, in una spirale di rappresaglie che ha spinto Donald Trump a intervenire d'urgenza per scongiurare il crollo definitivo della tregua, che comunque rimane appesa a un filo. L'escalation ha visto Israele colpire l'Iran dopo che la Repubblica islamica lo ha preso di mira per rappresaglia contro un attacco aereo sui sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah. Le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno lanciato attacchi contro le basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof, mentre lo Stato ebraico ha risposto colpendo obiettivi militari nell'Iran centrale e occidentale. In parallelo, il fronte libanese ha continuato ad alimentare la crisi: come reazione al lancio di razzi da parte di Hezbollah, l'Idf ha colpito la periferia meridionale di Beirut, distruggendo infrastrutture nel quartiere di Dahiyeh.

Trump e Benjamin Netanyahu si sono sentiti due volte in meno di ventiquattr'ore, e su Truth il presidente americano ha scritto che le due parti devono "smettere immediatamente di sparare". Dopo il suo intervento, la nuova escalation sembra essere rientrata: ieri mattina i Pasdaran hanno annunciato la sospensione delle operazioni, e anche il premier israeliano ha fatto sapere che "attualmente il fuoco è cessato, perché dopo aver colpito il regime terroristico, esso ha smesso di attaccarci. Abbiamo il pieno diritto all'autodifesa e lo eserciteremo ogni volta che sarà necessario". Il tycoon, da parte sua, ha affermato che "i negoziati finali sulla pace stanno procedendo, salvo che l'ignoranza o la stupidità non si frappongano al loro cammino". Mentre parlando al Financial Times, ha spiegato che l'alleato "non avrà altra scelta" se non quella di accettare un accordo con l'Iran. "Decido io. Decido tutto io. Non è Netanyahu a decidere", ha aggiunto. Gli attacchi dell'Iran non hanno comunque modificato la sua volontà di concludere i negoziati: "Non avranno alcun impatto. Vedremo come andrà a finire, ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta", ha sottolineato il comandante in capo.

La Repubblica islamica, invece, ha attribuito a Washington la responsabilità della ripresa dei combattimenti e ha dichiarato che l'escalation influirà sui colloqui di pace. "Nessuno crede che il regime sionista compirebbe un'azione qualsiasi senza un previo coordinamento e una cooperazione con gli Stati Uniti. È naturale che il processo diplomatico avviato per porre fine a questa guerra imposta ne risenta", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, dicendo che comunque "le consultazioni proseguono in ogni circostanza". Intanto l'Iran, dopo avere chiuso lo spazio aereo ai voli civili nella parte occidentale del Paese, ha annunciato che i voli in tutti gli aeroporti nazionali sono cancellati fino a nuovo avviso.

E in Libano, l'Idf ha colpito la zona meridionale meno di un'ora dopo che l'Iran aveva annunciato la sospensione delle operazioni militari: secondo quanto riferito, Israele ha attaccato i villaggi di Az-Zrariyah e Arabsalim, nel distretto di Nabatieh, e Kfar Tebnit. Un funzionario dello stato ebraico ha precisato che "su richiesta di Trump" sono stati interrotti i raid contro l'Iran, ma quelli "contro il Libano meridionale continueranno con tutta la forza nei prossimi giorni. Bombarderemo anche Dahiyeh, nel Sud di Beirut, se gli attacchi contro le nostre comunità e i nostri cittadini dovessero proseguire".

“Applica la strategia dell’ostaggio”: ecco perché i negoziati non piegano Teheran

Il protrarsi dei negoziati tra Washington e Teheran e il ritorno, per iniziativa dei pasdaran, ad uno stato di guerra tra Israele e Iran, rientrato dopo ore ad altissima tensione, sembrano confermare come il regime degli ayatollah senta di avere dalla sua parte il fattore tempo. Al contrario dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump che ogni giorno deve fare i conti con il malumore crescente, anche interno alla base Maga, di chi contesta il conflitto e i suoi costi economici, e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, le quali potrebbero condannare il tycoon ad un ultimo biennio alla Casa Bianca da anatra zoppa.

Teheran è maestra nell’arte del traccheggiare al tavolo delle trattative (come peraltro già accaduto nel corso dei colloqui, durati anni, che precedettero la firma, al tempo della presidenza Obama, dell’accordo sul nucleare, ripudiato poi da The Donald) e non ha alcuna fretta di arrivare ad un’intesa che, a scorrere le dichiarazioni delle ultime settimane pronunciate dal leader statunitense, sembra sempre dietro l’angolo e che in realtà appare tratta da un’opera di Beckett.

La condotta dei diplomatici della Repubblica Islamica, dunque, si presenta simile a quella vista in precedenti occasioni. Con un’enorme differenza. La “melina iraniana”, infatti, costa cara. Teheran ha scoperto che il controllo da esso detenuto sullo Stretto di Hormuz, a cui è seguito il contro blocco americano delle acque del Golfo, è un’arma ben più potente delle testate nucleari che il regime è accusato da decenni di inseguire e infligge danni economici quasi senza precedenti

Proprio la questione dello Stretto è centrale per comprendere lo stallo in corso nelle trattative tra Stati Uniti e Iran, mediate dal Pakistan e da vari Paesi del Medio Oriente. A spiegare quanto sta avvenendo dietro le quinte è l’ex alto funzionario Usa Brett McGurk, il quale in un intervento pubblicato sul sito della Cnn sostiene che Washington e Teheran sarebbero impegnate in due negoziati completamente diversi. La prima tenderebbe a considerare le discussioni con il regime islamico attraverso la “lente del potere” mentre la seconda adopererebbe la “lente del possesso”.

McGurk, che ha ricoperto posizioni di rilievo nel campo della sicurezza nazionale sotto tutti gli ultimi presidenti americani, afferma che Trump punta a costringere l’Iran a cedere alle sue richieste attraverso pressioni economiche e sanzioni. Teheran, invece, mira a costringere lo storico nemico a cedere dopo aver acquisito qualcosa di prezioso ed essersi rifiutata di restituirlo. Una lezione che l’ex funzionario sottolinea di aver imparato in prima persona. McGurk negli ultimi dieci anni ha infatti negoziato in due circostanze il rilascio di ostaggi Usa detenuti dagli iraniani.

Le trattative per la liberazione di ostaggi annullano i vantaggi di potere e il regime teocratico lo sa bene, scrive McGurk secondo cui è esattamente per questo motivo che i pasdaran, a partire dalla rivoluzione del 1979 hanno utilizzato tali prigionieri come merce di scambio con Washington. Secondo quanto constatato dall’ex funzionario, il potere contava meno del possesso e gli Stati Uniti non potevano fare altro che pagare il prezzo stabilito dagli iraniani. Il tempo ha sempre giocato a favore di Teheran e la loro strategia è stata quella di aspettare che gli ostaggi soffrissero e che aumentasse la pressione sulla controparte per ottenere la loro liberazione.

Una dinamica che suona familiare. E lo è per davvero. L’Iran, prosegue McGurk, oggi punta ad applicare la stessa strategia, ma su una scala molto più ampia, avendo preso in ostaggio una delle arterie economiche più importanti del mondo attraverso la quale, prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Il regime degli ayatollah ha quindi il possesso di qualcosa che gli Stati Uniti e il resto del mondo desiderano e non lo cederà finché l’amministrazione repubblicana non pagherà un prezzo esorbitante. Una cifra che, a detta di Mohsen Rezaei, consigliere militare della nuova Guida Suprema, consisterebbe in 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. “Se Trump prende sul serio i negoziati (...)”, ha detto Rezaei, “questi 24 miliardi di dollari rappresentano una prova di fiducia. È una prova che l’America deve superare”.

McGurk sottolinea che la cifra richiesta è quattro volte superiore a quella da lui negoziata durante le trattative che nel settembre 2023 portarono alla liberazione di cinque cittadini americani detenuti nel carcere di Evin (la somma in questione fu poi bloccata in seguito alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre). Oggi, scrive il diplomatico, i colloqui in corso sembrano essere un’altra trattativa per il rilascio di ostaggi, solo che questa volta l’ostaggio è l’economia globale. Certo, il blocco dello Stretto è un’arma a doppio taglio per i pasdaran con pesanti ricadute negative all’interno della Repubblica Islamica ma, come avverte McGurk, “è improbabile che le difficoltà economiche e le sofferenze del popolo iraniano influenzino i nuovi leader di Teheran”. Una considerazione che spiega l’attuale stallo e si basa su un calcolo spietato compiuto dal regime. Cioè che Trump abbia una capacità di resistere alla pressione inferiore a quella dell’Iran e che il tycoon sarà dunque costretto a cedere prima che la situazione economica a Teheran si faccia insostenibile.

Trump: "Nostro elicottero abbattuto da Teheran, risponderemo". Teheran: "Rischio costante per le forze straniere nei pressi di Hormuz". Raid di Israele in Libano

L’escalation tra Israele e Iran resta al centro della crisi mediorientale. L’Idf rivendica la prontezza a nuovi attacchi contro Teheran, mentre il conflitto si estende dal Libano alla Striscia di Gaza: raid israeliani colpiscono Tiro e comandanti della Jihad islamica. Sullo sfondo, gli Stati Uniti seguono il dossier Hormuz dopo lo schianto di un Apache, con l’equipaggio salvo, e Trump assicura che un accordo con l’Iran potrebbe arrivare entro pochi giorni, pur tra nuove tensioni regionali. Ma dopo poche ore rilancia: "Gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco".

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