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Received — 2 June 2026 Il Giornale - Mondo

"White Lives Matter", la rivolta contro il “razzismo verso i bianchi” dopo l’omicidio di Henry Nowak

Prosegue senza sosta il dibattito sull’omicidio di Henry Nowak, il diciottenne ucciso nel dicembre scorso a Southampton dal 23enne Vickrum Digwa. Prima accoltellato a morte in strada, poi scambiato per l'aggressore-razzista e ammanettato mentre agonizzava sul marciapiede. Una vicenda destinata a lasciare un segno profondo nel Regno Unito, ora attraversato dalle denunce e dalla rabbia per una morte che poteva essere evitata. E l’hashtag “White Lives Matter” ha invaso i social.

Al centro della bufera resta il comportamento degli agenti della Hampshire and Isle of Wight Police intervenuti sulla scena dell'aggressione. Secondo quanto emerso durante il processo, Digwa, cittadino britannico di origini indiane e di fede sikh, riuscì inizialmente a convincere i poliziotti di essere lui la vittima di un'aggressione a sfondo razziale. Un depistaggio che avrebbe portato gli agenti a concentrare i sospetti proprio sul giovane Henry, ormai gravemente ferito. La vicenda ha assunto contorni ancora più drammatici dopo la diffusione delle immagini e delle registrazioni audio delle bodycam in dotazione agli agenti. Nei filmati si vede il diciottenne riverso a terra, con le manette di plastica ai polsi, mentre lotta per restare cosciente. Si sentono anche le sue ultime parole: "Non posso respirare". Pochi istanti prima, il ragazzo aveva tentato di spiegare cosa gli fosse accaduto. "Sono stato accoltellato", le sue parole agli agenti. Una frase alla quale uno dei poliziotti risponde: "Non credo proprio, amico".

Testimonianze raccolte nelle ore successive avevano già raccontato gli ultimi momenti di vita del giovane e la confusione che regnava sulla scena del delitto. Alcuni presenti avevano riferito di aver visto gli agenti prestare attenzione all'aggressore prima di comprendere la reale dinamica dei fatti. La famiglia Nowak non intende fermarsi alle scuse ufficiali già presentate dalla polizia durante il procedimento giudiziario. Il padre Mark, la madre e la sorella di Henry chiedono ora risposte e provvedimenti concreti. Non soltanto per l'omicidio del ragazzo, ma per quanto accaduto nei minuti successivi all'aggressione.

Il caso è arrivato anche a Westminster. La ministra competente ha riconosciuto che i familiari "ha diritto a risposte precise" dopo la pubblicazione di un video definito "tragico e scioccante". Nel frattempo il governo di Keir Starmer continua a ribadire l'impegno contro i reati commessi con coltelli e armi da taglio, una delle emergenze più gravi che coinvolgono i giovani britannici.

Attorno alla tragedia si è però sviluppato anche un acceso scontro politico. Esponenti di destra e gruppi radicali hanno accusato le forze dell'ordine di essersi lasciate condizionare da pregiudizi ideologici. La vicenda è stata rilanciata sui social e utilizzata come simbolo di una presunta disparità di trattamento nei confronti delle vittime bianche. Una lettura respinta dai rappresentanti della comunità sikh britannica, che hanno condannato l'omicidio senza esitazioni ma hanno invitato a considerare l'accaduto come la responsabilità individuale di un singolo. Gli stessi leader religiosi hanno inoltre negato che una delle lame utilizzate da Digwa fosse un kirpan, il tradizionale pugnale rituale portato da alcuni fedeli.

Xi muove le navi da guerra: cosa c'è dietro l'esercitazione (con portaerei) nel Mar Cinese

La Cina torna a mostrare i muscoli nel Pacifico occidentale. Negli ultimi giorni il gruppo navale guidato dalla portaerei Liaoning è stato impegnato in una vasta esercitazione nelle acque a est delle Filippine, un’area sempre più strategica nello scenario geopolitico asiatico. La mossa di Pechino arriva in una fase di crescente competizione tra il Dragone e gli Stati Uniti, ma anche mentre Tokyo e Manila rafforzano la loro cooperazione in materia di sicurezza.

Le esercitazioni della Cina

Secondo quanto riferito da Reuters, il ministero della Difesa giapponese ha monitorato la Liaoning e le unità di scorta tra il 26 e il 28 maggio nelle acque a est dell’isola filippina di Luzon. Durante la navigazione, i velivoli e gli elicotteri imbarcati sulla portaerei hanno effettuato circa 170 operazioni di decollo e atterraggio, mentre la formazione navale si è spinta fino a circa 590 chilometri a sud-est dell’isola giapponese di Miyako.

Tokyo ha confermato che il gruppo stava procedendo verso sud-est lungo la fascia orientale delle Filippine. Le esercitazioni di Pechino si inseriscono in una più ampia attività della Marina cinese nel Pacifico occidentale. Nelle scorse settimane, la Liaoning aveva già preso parte ad addestramenti con la nuova fregata Type 054B, una delle piattaforme più moderne entrate recentemente in servizio.

In quell’occasione, la Cina aveva annunciato che il gruppo portaerei sarebbe stato impegnato in missioni di addestramento d’altura, esercitazioni con fuoco reale, operazioni di supporto e attività di ricerca e soccorso, con l’obiettivo dichiarato di migliorare le capacità operative in scenari di combattimento realistici.

Activities of Chinese Navy Aircraft Carrier pic.twitter.com/s0LNPQUDao

— Japan Joint Staff (@JapanJointStaff) June 2, 2026

Un messaggio a Filippine e Giappone

Il Giappone ritiene che queste missioni servano soprattutto ad accrescere la capacità cinese di condurre operazioni aeronavali a lunga distanza, consolidando la presenza di Pechino nelle rotte strategiche del Pacifico. Non solo: le manovre si sono concretizzate in un momento di forte tensione diplomatica tra Cina e Giappone.

Negli ultimi giorni, infatti, Pechino ha criticato duramente Tokyo per il rafforzamento della cooperazione militare con Manila, definita da funzionari giapponesi come un rapporto ormai vicino a una vera alleanza. I due Paesi stanno discutendo nuove forniture militari, inclusa la possibile cessione di sistemi d’arma e unità navali, mentre hanno avviato colloqui sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive.

Sullo sfondo resta la questione di Taiwan, che la Cina considera parte integrante del proprio territorio e che continua a rappresentare il principale potenziale punto di crisi nella regione. Ecco che la presenza della Liaoning a est delle Filippine diventa un messaggio rivolto ai vicini e agli alleati degli Stati Uniti, volto a dimostrare che la Marina cinese è ormai in grado di operare con continuità anche lontano “da casa”.

Teheran: "Scambio di messaggi con gli Usa sospeso da mesi". Trump: "Fake News, colloqui proseguiti anche oggi"

Si complica il fragile equilibrio tra Iran, Stati Uniti e Israele. Secondo media iraniani, da giorni si è interrotto lo scambio di messaggi tra Teheran e Washington, mentre i Pasdaran rivendicano il controllo dello Stretto di Hormuz e minacciano nuovi scenari militari. Dopo l’attacco alla nave Msc Sariska V in Iraq, Netanyahu avverte che il regime iraniano “alla fine crollerà”, mentre da Teheran si parla di guerra “inevitabile”.

Nuove atomiche in Europa: il piano Usa e i Paesi pronti a ospitare le testate

La Nato potrebbe presto aprire una delle discussioni più delicate dalla fine della Guerra Fredda: l’estensione del proprio programma di condivisione nucleare ai Paesi dell’Europa orientale.

Secondo quanto rivelato dal Financial Times e confermato da diverse fonti diplomatiche e militari, gli Stati Uniti avrebbero avviato colloqui informali per valutare la possibilità di coinvolgere nuovi alleati nel sistema che oggi consente a sei Paesi europei di ospitare armamenti nucleari statunitensi sotto controllo americano. Tra i candidati figurano soprattutto la Polonia e alcuni Stati baltici, da anni in prima linea nel chiedere un rafforzamento della deterrenza contro la Russia.

Da un lato la guerra in Ucraina ha riportato il rischio nucleare al centro della sicurezza europea; dall’altro l’amministrazione Trump sta spingendo gli alleati a farsi carico di una quota crescente della difesa convenzionale, alimentando interrogativi sulla futura presenza militare americana nel continente. In questo contesto, l’ombrello nucleare statunitense continua a essere considerato l’elemento irrinunciabile della sicurezza europea.

La richiesta dell’Est europeo: Varsavia guida il fronte dei favorevoli

La Polonia è da tempo il Paese più esplicito nel chiedere un maggiore coinvolgimento nella deterrenza nucleare occidentale. L’ex presidente Andrzej Duda aveva già sollecitato Washington a trasferire sul territorio polacco parte delle capacità nucleari condivise della Nato, sostenendo che l’espansione verso Est sarebbe una risposta naturale al dispiegamento di armamenti nucleari russi in Bielorussia e alla crescente militarizzazione dell’enclave di Kaliningrad.

Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, i colloqui riguarderebbero l’eventuale presenza di basi per velivoli “dual capable aircraft” (DCA), ossia aerei in grado di impiegare sia armamento convenzionale sia bombe nucleari americane. L’interesse non riguarda soltanto Varsavia. Anche alcuni Paesi baltici avrebbero manifestato disponibilità a ospitare infrastrutture collegate alla missione nucleare dell’Alleanza.

La guerra in Ucraina ha modificato profondamente la percezione della sicurezza nella regione. Le ripetute dichiarazioni di Vladimir Putin sulle capacità nucleari russe e il trasferimento di armi atomiche tattiche in Bielorussia hanno rafforzato nei governi dell’Est la convinzione che la deterrenza debba essere resa più visibile e più vicina ai confini della Federazione Russa.

Come funziona il “nuclear sharing” della Nato

Il programma di condivisione nucleare rappresenta uno dei pilastri meno conosciuti ma più importanti dell’architettura di sicurezza occidentale. Nato durante la Guerra Fredda, consente ad alcuni Paesi alleati non dotati di armi nucleari di partecipare alla pianificazione e alle esercitazioni dell’Alleanza relative alla deterrenza atomica, pur senza acquisire il controllo degli ordigni.

Attualmente il sistema coinvolge Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito. Le bombe nucleari rimangono sotto custodia e controllo esclusivo degli Stati Uniti, che mantengono l’unica autorità autorizzata al loro impiego. I Paesi ospitanti, invece, addestrano equipaggi e forze aeree in grado di partecipare a eventuali operazioni e alle esercitazioni della Nato, come la periodica “Steadfast Noon”.

Per la Nato il sistema svolge una funzione politica oltre che militare: consente agli alleati europei di contribuire alla strategia nucleare dell’Alleanza senza sviluppare arsenali nazionali, rafforzando al tempo stesso la credibilità dell’impegno statunitense nella difesa collettiva.

Il nodo strategico: rassicurare l’Europa senza provocare Mosca

Le discussioni in corso riflettono una tensione crescente all’interno dell’Alleanza. Da una parte, molti governi europei temono che il progressivo spostamento dell’attenzione americana verso l’Indo-Pacifico possa ridurre la presenza militare statunitense nel continente. Dall’altra, Washington cerca di rassicurare gli alleati sulla permanenza della propria garanzia nucleare mentre chiede loro di assumere maggiori responsabilità sul piano convenzionale.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, sostiene che esiste una “comprensione comune” sul fatto che, anche se gli Stati Uniti concentreranno maggiormente la loro attenzione su altri teatri strategici, il livello complessivo di deterrenza e difesa in Europa dovrà restare invariato. Le sue parole sono state accompagnate da un avvertimento diretto a qualsiasi potenziale aggressore: un attacco contro l’Alleanza riceverebbe una risposta “devastante”.

Al momento non esiste alcun accordo imminente per ampliare il numero dei Paesi ospitanti e le discussioni restano in una fase preliminare. Tuttavia, il semplice fatto che il tema sia tornato sul tavolo testimonia quanto la sicurezza europea stia entrando in una nuova fase. Se per trent’anni la Nato ha progressivamente ridotto il ruolo delle armi nucleari nel continente, la guerra in Ucraina e il confronto sempre più duro con Mosca stanno spingendo l’Alleanza nella direzione opposta: riportare la deterrenza atomica al centro della propria strategia difensiva.

Putin muove caccia, missili Kinzhal e sottomarini nucleari: cosa c'è dietro le mosse russe in Asia

Negli ultimi mesi la Russia ha intensificato la propria presenza militare nell'Estremo Oriente, schierando nuovi sistemi d'arma nelle aree che si affacciano sul Giappone e rafforzando le proprie capacità navali nel Pacifico. Il timore di Tokyo è che Mosca stia consolidando un nuovo teatro strategico proprio mentre i rapporti tra il Cremlino e la Cina diventano sempre più stretti. La risposta del governo giapponese sta tutta in un conseguente rafforzamento delle difese nell'isola di Hokkaido, il territorio nipponico più vicino alla Federazione Russa.

Cosa succede tra Russia e Giappone

Secondo diverse ricostruzioni rilanciate dall'account X di NEXTA, che segue da vicino gli sviluppi militari di Mosca, il Cremlino avrebbe dispiegato caccia Su-35 e sistemi missilistici antinave nelle isole Curili meridionali, l'arcipelago conteso tra Russia e Giappone dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In primavera sarebbero inoltre stati avvistati velivoli equipaggiati con missili ipersonici Kinzhal nelle vicinanze delle acque giapponesi. Non solo: nel Mare di Ochotsk si registra una presenza crescente dei sottomarini nucleari della classe Borei, tra i pilastri della deterrenza strategica russa. Parliamo di mezzi in grado di trasportare missili balistici armati con numerose testate nucleari e rappresentano una componente fondamentale della triade atomica del Cremlino.

Il ministro della Difesa giapponese Shinjiro Koizumi ha definito le attività militari russe nell'Estremo Oriente "motivo di seria preoccupazione", collegandole anche alla crescente cooperazione strategica tra Mosca e Pechino. Negli ultimi anni, infatti, Russia e Cina hanno aumentato le esercitazioni congiunte nei cieli e nelle acque vicine al Giappone, alimentando i timori di Tokyo per un possibile coordinamento tra le due potenze in caso di crisi regionale.

La contromossa di Tokyo

Le preoccupazioni giapponesi non riguardano soltanto l'attuale dispiegamento di forze. Analisti e osservatori militari ritengono che il Cremlino stia investendo in modo significativo nelle proprie infrastrutture nel Pacifico. La base dei sottomarini nucleari nella penisola della Kamchatka sarebbe stata ampliata, mentre la Marina russa starebbe sviluppando nuove capacità per le operazioni sottomarine profonde.

In questo quadro rientra anche il sottomarino nucleare Khabarovsk, destinato alla Flotta del Pacifico e considerato uno degli asset più avanzati della Marina russa. Di fronte a questo scenario, il Giappone sta modificando una dottrina difensiva che per decenni era rimasta sostanzialmente immutata. Pur essendo limitato dalla propria Costituzione pacifista, il Paese ha avviato programmi per dotarsi di capacità di contrattacco a lungo raggio e ha aumentato in maniera significativa il budget destinato alla difesa.

Negli ultimi nove mesi i caccia giapponesi sono decollati centinaia di volte per intercettare velivoli stranieri nelle vicinanze dello spazio aereo nazionale. L’incubo di Tokyo è del resto uno: doversi trovare a fronteggiare contemporaneamente le pressioni di Mosca a nord e quelle della Cina nel Pacifico occidentale.

Il Libano è la chiave. Pasdaran e Israele soffiano sul fuoco. Ma Donald lo spegne

Un solo elemento lega il governo di Benjamin Netanyahu al regime dei pasdaran ed è la comune avversione per la tregua inseguita negli ultimi cinquanta e passa giorni da Donald Trump. Una tregua che il Presidente Usa ha rimesso in piedi ieri sera telefonando a Bibi e chiedendogli di sospendere il programmato bombardamento di Beirut annunciato ore prima dal premier israeliano.

Ma per capire le difficoltà in cui naviga la Casa Bianca bisogna ricostruire i convulsi sviluppi delle ultime 72 ore. Netanyahu costretto ad andare alle urne a settembre, non può permettersi d'ignorare la sorte degli abitanti del Nord d'Israele costretti all'esodo da missili e droni di Hezbollah. L'Iran invece non può abbandonare al proprio destino quel «Partito di Dio» creato e cresciuto dai Guardiani della Rivoluzione tra il 1982 e il 2000, in concomitanza con l'occupazione israeliana del Sud del Libano. E così il Paese dei Cedri torna ad essere la terra di mezzo su cui rilanciare la guerra e dribblare i tentativi di tregua con l'Iran intessuti dall'amministrazione Trump. Tutto questo s'intreccia con l'avanzata di Tsahal nel Sud del Libano e la simbolica conquista israeliana del castello di Beaufort e di altre roccaforti del Partito di Dio. Un'avanzata a cui i militanti sciiti - incoraggiati secondo fonti americane dai pasdaran - replicano con nuovi missili contro i villaggi del Nord d'Israele e con una serie di attacchi di droni costati la vita ad un soldato israeliano.

L'escalation spinge Netanyahu e il ministro degli Esteri Israel Katz ad annunciare l'imminente ripresa dei bombardamenti sui sobborghi meridionali di Beirut controllati da Hezbollah. Una risposta agli iraniani e ad Hezbollah, ma anche un calcio negli stinchi a Trump che giorni prima ha chiesto a Netanyahu di metter fine agli attacchi su Beirut per permettergli di chiudere un accordo di tregua con l'Iran. Così per qualche ora il buco nero libanese sembra inghiottire tutte le trattative condotte fin qui dagli emissari della Casa Bianca e lasciare Trump con un pugno di mosche in mano. «La violazione della tregua su un fronte - scrive su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi - è una violazione su tutti i fronti». L'agenzia Tasnim, controllata dai pasdaran, annuncia invece la ripresa del blocco di Hormuz e la chiusura «dello stretto di Bab el Mandeb, al fine di punire i sionisti e i loro sostenitori». Parole che sembrano metter a fine ai negoziati con la Casa Bianca e amplificare la crisi globale già innescata dal blocco di Hormuz.

Con conseguenze particolarmente gravi per l'Europa e il nostro Paese. Un blocco di Bab El Mandab per mano delle milizie Houthi - alleate di Teheran - azzererebbe i passaggi attraverso Suez costringendo i mercantili a circumnavigare l'Africa. E questo - oltre a moltiplicare i costi delle merci - spingerebbe le navi a preferire i porti del Nord Europa a quelli italiani. La repentina evoluzione rappresenta anche uno smacco per Trump. Messo con le spalle al muro da nemici e alleati il presidente rischia di dover riprendere gli attacchi a Teheran giocandosi ulteriori consensi sul piano interno. Ecco allora la telefonata in zona Cesarini a Netanyahu e la richiesta, accolta apparentemente dall'alleato israeliano, di bloccare i bombardamenti su Beirut. Resta però drammaticamente aperto il fronte iraniano. Ma Trump per ora minimizza. «Non mi importa se sono finiti» dichiara in un'intervista alla Cnbc affrontano il tema dei colloqui con Teheran. Il conflitto, però, è di nuovo ad un passo. E per un presidente che ha sempre promesso di metter fine alle «guerre infinite» non è un problema da poco.

Colombia, svolta a destra. "El Tigre" sogna da leader

Contro tutti i sondaggi della vigilia, l'avvocato della destra Abelardo de la Espriella ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane con il 43,7% dei voti precedendo il delfino del presidente Gustavo Petro, l'ex comunista Iván Cepeda, 63enne formatosi nella Bulgaria dell'ex Unione Sovietica, fermo al 40,9%. I due si sfideranno al ballottaggio del prossimo 21 giugno, con «El Tigre», come tutti in Colombia chiamano de la Espriella, in una posizione di forza grazie all'endorsement ricevuto da Paloma Valencia, la candidata del Centro Democratico dell'ex presidente Álvaro Uribe, arrivata terza con il 6,9% dei voti.

Il risultato rappresenta un duro colpo per Petro visto anche il basso astensionismo, con oltre 24 milioni di colombiani che si sono recati alle urne per scegliere chi guiderà la Colombia fino al 2030. Il voto di domenica è stato un vero e proprio referendum sull'eredità politica del primo presidente ex guerrigliero di sinistra della storia colombiana e Petro lo ha perso, anche se non lo ha riconosciuto, paventando presunte frodi, un atteggiamento senza precedenti a detta di numerosi osservatori e media colombiani.

Dopo 24 ore sulla stessa linea di Petro e dopo che «El Tigre» aveva subordinato la propria partecipazione a un eventuale confronto televisivo al riconoscimento del risultato elettorale - «Prima riconosci il risultato delle elezioni e poi discutiamo subito» - Cepeda ieri sera ha accettato la sconfitta a modo suo, dicendo che «non ci sono irregolarità sufficienti per parlare di frode». Parole che testimoniano comunque il clima di forte polarizzazione che accompagnerà la campagna in vista del ballottaggio.

Chi è però l'outsider della nuova destra colombiana? Nato a Barranquilla nel 1976, de la Espriella è uno degli avvocati più noti e controversi del Paese, diventato celebre per aver difeso imprenditori, politici e personaggi pubblici in processi mediatici. Estraneo ai tradizionali schemi della politica colombiana, la sua ascesa politica si è sviluppata attorno a tre mantra: ristabilire l'ordine, rilanciare l'economia e combattere l'impunità. Durante la sua campagna elettorale «El Tigre» ha criticato apertamente la strategia della «pace totale» promossa da Petro, sostenendo che i negoziati con diversi gruppi illegali non hanno prodotto risultati e, anzi, abbiano consentito a narcos di rafforzare la loro presenza sul territorio, soprattutto nel Catatumbo, al confine con il Venezuela.

Sul piano economico de la Espriella punta su sostegno alle imprese, riduzione della pressione fiscale e attrazione di investimenti stranieri, presentandosi come il candidato della crescita. Una strategia che gli ha consentito di conquistare il consenso di ampi settori della classe media, preoccupati per il rallentamento economico e per il deterioramento della sicurezza.

Riuscirà «El Tigre» a confermare il consenso raccolto nelle urne in una vittoria storica anche al ballottaggio del 21 giugno? Nessuno lo sa perché la Colombia è la patria del realismo magico e dei sondaggi sbagliati ma una cosa è certa: il Paese si prepara a vivere tre settimane ad altissima tensione.

Mandelson choc: "Starmer allo sbando"

Feroci critiche al governo e interferenze su nomine e strategie politiche. Peter Mandelson fa vacillare il governo Starmer anche da dimesso. L'ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, attualmente sotto inchiesta perché sospettato di aver condiviso con il finanziere pedofilo Epstein informazioni governative, continua a mettere a disagio il premier britannico che l'aveva nominato un anno fa per poi accorgersi di aver fatto un errore madornale. «Fatemi ambasciatore e non ve ne pentirete» è uno dei tanti messaggi che emergono dal secondo fascicolo diffuso ieri sul caso Mandelson. Più di 1.500 pagine, tre volumi, con email, lettere scritte a mano, stralci di conversazioni con segretari di Stato e ministri che rivelano quanto invece il primo ministro avrebbe dovuto pentirsi per quella nomina inappropriata. In questo secondo gruppo di documenti non viene toccata la controversa questione dei controlli di sicurezza sulla candidatura di Mandelson, ma viene alla luce un quadro chiaro del giudizio poco lusinghiero che l'ex ambasciatore aveva del capo di governo e delle sue strategie politiche. I suoi commenti sono sempre critici e velenosi come appare in alcuni messaggi che Mandelson si era scambiato con l'allora ministro per le relazioni intergovernative Pat McFadden. Secondo lui il governo era «assediato e allo sbando». «Non sanno lavorare come una squadra e nessuno di loro sa che cosa Keir pensi o voglia - scrive Mandelson - in realtà la maggioranza di loro pensa che Keir non sappia che cosa vuole». Giudizi assai poco lusinghieri su un primo ministro che, sempre secondo Mandelson, «manca di verve» , e su un esecutivo che va completamente rinnovato e che «necessita di avere degli scopi precisi e più fiducia per andare da qualche parte». In un altro scambio di messaggi Mandelson aveva accusato l'ex Primo Ministro Gordon Brown di aver tentato di danneggiare Starmer politicamente per favorire la sua vice di allora Angela Rayner. Aveva anche definito l'ex ministro alla Sanità Wes Streeting «isterico sulla questione di Gaza e in preda ad una crisi di mezza età». L'ex ambasciatore aveva critiche da fare anche sui cambiamenti alla tassazione sulle scuole private che in un breve scambio di messaggi con la leader della Camera dei Lord, la Baronessa Angela Smith, definì «poco saggia» come peraltro molte delle strategie adottate dall'esecutivo. Ma dai documenti si evince che Mandelson veniva interpellato anche su argomenti che non avevano nulla a che fare con il suo incarico. In un messaggio il Segretario di Stato Peter Kyle lo ringrazia per i consigli avuti relativi all'inserimento di «un linguaggio più positivo sull'intelligenza artificiale» nella sua relazione ad una conferenza sulla sicurezza internazionale di Monaco. Suggerimenti che Mandelson era in grado di dare in quanto in passato era stato consulente di hi tech per varie aziende. Per quanto riguarda il suo incarico Mandelson aveva suggerito di ingraziarsi il vanesio Trump regalandogli una valigetta rossa che ricordasse quella del governo inglese , ma con la scritta «presidente degli Stati Uniti». Dai documenti mancano tutti i messaggi contenuti nel cellulare di Mandelson che lui si è rifiutato di consegnare.

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