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Received — 8 June 2026 Il Giornale - Mondo

Flotilla, il ministro israeliano Ben Gvir indagato a Roma. Lui attacca l'Italia: "Il Paese delle ciabatte". Tajani: "Parole inaccettabili e indegne"

Un esponente del governo israeliano finisce sotto indagine da parte della procura di Roma. Si tratta di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale. Deve rispondere delle accuse gravissime di tortura, sequestro di persona e tentato omicidio. Il fascicolo è stato aperto dopo i fermi degli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla, avvenuti nel maggio scorso.

Ben Gvir contro l'Italia: "Paese delle ciabatte"

Con un post su X Ben Givr ironizza contro l'Italia: "Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte". "Israele - aggiunge citato dai media israeliani - non è un sacco da boxe per un branco di bugiardi sostenitori del terrorismo che fabbricano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti. Non mi lascerò scoraggiare da questa o da qualsiasi altra inchiesta e continuerò a stare orgogliosamente al fianco dei nostri combattenti".

Tajani: "Parole inaccettabili e indegne"

"Non ho parole per commentare ciò che ha detto Ben Gvir nei confronti dell'Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro. L'Italia è un Paese amico di Israele che ha sempre difeso la libertà e la democrazia e respingiamo al mittente qualsiasi offesa o tentativo di denigrare. Le parole di Ben Gvir dimostrano il livello politico e morale di questo signore", ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato con il ministro della Difesa Guido Crosetto. "Dopo gli inaccettabili atti compiuti ai danni degli attivisti della Global Sumud Flotilla, ho chiesto all'Alto Rappresentante Kallas di portare al Consiglio Affari Esteri una proposta di sanzioni nei confronti del ministro Ben Gvir, responsabile politico di quel grave episodio" e "molti Paesi hanno accolto con favore la nostra proposta, a partire dalla Francia e ad esempio il ministro degli Esteri olandese che ho incontrato ieri", ha sottolineato Tajani. "Ne ho parlato con il ministro degli Esteri Barrot nei giorni scorsi" e "ha concordato sull'importanza di dare un segnale forte verso un ministro che non è degno di rappresentare Israele. Vedremo nei prossimi giorni se sarà possibile raggiungere un consenso in Europa, ma desidero rassicurare quest'Aula sul fatto che continueremo ad insistere verso questo obiettivo. Siamo pronti a valutare, con i partner europei, anche misure sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali: siamo in attesa delle proposte della Commissione Europea".

Cosa c'è nell'inchiesta

Oltre alle testimonianze dei partecipanti alla missione, sentiti dai carabinieri del Ros, in mano alla procura ci sono anche il video, girato nel porto di Ashdod, dove si vede Ben-Gvir che si muove tra i partecipanti alla Global Sumud Flotilla e li deride, mentre questi sono in ginocchio con le mani ammanettate dietro alla schiena. Era stato lo stesso Ben Givr a pubblicare quelle immagini sui propri canali social. C'è da dire che altri fascicoli erano stati aperti, in passato, a seguito delle missioni della Flotilla. L’ultimo dopo gli esposti arrivati in seguito all’abbordaggio delle autorità israeliane contro le imbarcazioni partite il 26 aprile dalla Sicilia e fermate la notte del 29 aprile in acque internazionali vicino all’isola di Creta. Un altro procedimento era stato aperto dopo che lo scorso ottobre attivisti e parlamentari italiani che si trovavano a bordo delle navi della Global Sumud Flotilla erano stati fermati in prossimità della costa di Gaza dalle forze israeliane e poi rimpatriati. In quell’ambito i magistrati avevano chiesto al ministero di Giustizia di inoltrare una rogatoria a Israele per chiedere informazioni sulle procedure utilizzate e la catena di comando che ha gestito i fermi. Richiesta di atti che, dopo una comunicazione da parte di via Arenula ai magistrati romani, verrà inoltrata direttamente dall’Ufficio giudiziario di piazzale Clodio.

Il drone ucraino pilotato da 2mila km: come funziona Sting, l’arma che cambia la guerra nei cieli

Per oltre due anni la guerra in Ucraina è stata raccontata come il primo grande conflitto dominato dai droni. Oggi, però, il campo di battaglia sembra essere entrato in una nuova fase: quella della guerra tra droni. Non più soltanto velivoli senza pilota impiegati per colpire obiettivi terrestri, ma sistemi progettati esclusivamente per dare la caccia ad altri UAV, trasformando il cielo in una sorta di arena automatizzata.

In questo contesto si inserisce il risultato annunciato nelle ultime settimane dalla società ucraina Wild Hornets, uno dei gruppi di sviluppo tecnologico più attivi al fianco delle forze di Kiev. Nata come associazione di volontari, inclusi sviluppatori e ingegneri, che raccoglieva donazioni e comprava droni commerciali per i combattenti al fronte, è poi balzata verso la trasformazione in azienda produttrice. Committenti e consulenti? I soldati stessi assieme ai loro reparti.

Il suo drone intercettore Sting ("pungiglione") sarebbe riuscito a essere controllato operativamente da una distanza record di circa 2000 chilometri grazie al sistema di controllo remoto Hornet Vision Ctrl, con il pilota che si trovava addirittura fuori dal territorio ucraino. Secondo quanto comunicato dall'azienda e confermato da diversi media specializzati, il test rappresenta un passaggio cruciale nella trasformazione delle operazioni anti-drone.

Wild Hornets has donated ONE THOUSAND STING interceptors to Ukrainian forces

As part of the “One of a Thousand” initiative, we provided frontline crews with 1,000 STING interceptor drones equipped with the Hornet Vision digital communication system to strengthen Ukraine’s… pic.twitter.com/u3y6qpsFSo

— Wild Hornets (@wilendhornets) May 22, 2026

Il prezzo di partenza va da 1000 fino a 2.500 dollari, e ne vengono prodotti un po’ più di 10mila al mese. Lo Sting è alimentato con una batteria che gli consente di volare per 25 minuti, anche se necessita appena di cinque minuti. Viene pilotato mettendosi in coda al nemico per raggiungerlo, esplodere, in modo da investirlo con lo scoppio e farlo esplodere in volo.

La sfida degli Shahed e la risposta ucraina

L'evoluzione dello Sting è strettamente legata alla crescente minaccia rappresentata dai droni kamikaze Shahed, di progettazione iraniana e prodotti su larga scala anche dalla Russia con la denominazione Geran. Negli ultimi mesi Mosca ha intensificato l'impiego di questi sistemi, utilizzandoli in attacchi di saturazione contro infrastrutture energetiche, depositi militari e grandi centri urbani. Il loro costo relativamente contenuto e la capacità di essere lanciati in sciami hanno spesso messo in difficoltà le tradizionali difese antiaeree, molto più costose.

Per questo Kiev ha investito nello sviluppo di droni intercettori economici e altamente manovrabili. Lo Sting utilizza una testata esplosiva di piccole dimensioni e può neutralizzare il bersaglio sia con l'impatto diretto sia con una detonazione di prossimità. Secondo i dati diffusi dall'azienda, il sistema ha registrato un tasso medio di successo compreso tra l'80 e il 90 %, con giornate operative nelle quali il rapporto è stato di "un lancio, una distruzione". La stessa Wild Hornets sostiene che oltre 3.000 droni nemici siano stati abbattuti nei primi sette mesi di impiego operativo.

L'interesse internazionale attorno a queste piattaforme è cresciuto rapidamente. Analisti occidentali e osservatori militari vedono infatti negli intercettori ucraini una possibile risposta anche alle minacce che arrivano dal Medio Oriente, dove gli Shahed hanno dimostrato la loro efficacia in numerosi teatri di crisi.

Il controllo da 2.000 km e la rivoluzione della guerra distribuita

Il vero salto tecnologico, tuttavia, non riguarda soltanto il drone in sé, ma il modo in cui viene pilotato. Grazie al sistema Hornet Vision Ctrl e all'utilizzo di collegamenti satellitari, gli operatori possono controllare il velivolo a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dal punto di lancio. La Wild Hornets ha mostrato come un pilota situato in un altro Paese sia riuscito a gestire uno Sting impegnato nei cieli dell'Ucraina settentrionale, stabilendo il nuovo record operativo dei 2.000 chilometri.

L'obiettivo è soprattutto quello di proteggere il personale. I piloti di droni sono diventati uno dei bersagli prioritari della ricognizione russa e spesso vengono individuati e colpiti poco dopo l'avvio delle operazioni. Allontanare fisicamente gli operatori dalla linea del fronte significa quindi ridurre drasticamente i rischi e, allo stesso tempo, ampliare la copertura difensiva del territorio. Secondo fonti dell'industria ucraina, in prospettiva i droni potrebbero essere pilotati persino da un altro continente.

Il modello ricorda, su scala ridotta, quello già utilizzato dagli Stati Uniti per i grandi droni strategici come gli MQ-9 Reaper, controllati a migliaia di chilometri di distanza dai teatri operativi. La differenza è che qui si parla di sistemi dal costo di poche migliaia di dollari, pensati per essere prodotti e impiegati in massa.

La nuova corsa globale agli intercettori

L'esperienza ucraina sta attirando l'attenzione di governi e industrie della difesa di tutto il mondo. Il motivo è semplice: la proliferazione dei droni d'attacco a basso costo sta rendendo sempre meno sostenibile l'impiego di missili antiaerei tradizionali, il cui prezzo può superare di decine o centinaia di volte quello del bersaglio da abbattere. Gli intercettori FPV rappresentano invece una soluzione asimmetrica e relativamente economica.

Parallelamente, la corsa tecnologica continua. Le aziende ucraine stanno lavorando a sistemi sempre più veloci e integrati con algoritmi di intelligenza artificiale, mentre la Russia sperimenta versioni più rapide dei propri droni Shahed e introduce contromisure elettroniche per eludere gli intercettori.

In questa prospettiva, il record dei 2000 chilometri annunciato dalla Wild Hornets va oltre il semplice primato tecnico. Segna l'ingresso in un'epoca in cui il combattimento aereo a corto raggio può essere gestito da operatori lontanissimi dal fronte, collegati attraverso reti satellitari e infrastrutture digitali globali. Una trasformazione che potrebbe influenzare non soltanto la guerra in Ucraina, ma il modo stesso in cui saranno concepite le difese aeree del futuro.

“Amicizia eterna”: Xi incontra Kim a Pyongyang e rilancia i rapporti Cina-Corea del Nord

Xi Jinping è atterrato in Corea del Nord nel suo primo viaggio nel Paese dal 2019. Erano sette anni che il leader cinese non metteva piede a Pyongyang. Da quell'ultima volta sono cambiate tantissime cose, a partire dal nuovo aplomb internazionale di Kim Jong Un rilanciato dalla partnership con la Russia di Vladimir Putin, e dalla maggiore vicinanza nordcoreana a Mosca che non a Pechino. Eppure, come ha scritto Xi in un messaggio pubblicato dal Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori nordcoreano, l'amicizia tra Cina e Corea del Nord è e rimarrà "invincibile". I dossier affrontati dai due presidenti, sullo sfondo di un'accoglienza solenne, riguardano la cooperazione economica e politica, nonché il ruolo del Dragone nella penisola coreana.

Xi vola da Kim

Ad accogliere Xi e la consorte, Peng Liyuan, all’aeroporto internazionale di Pyongyang erano presenti Kim e sua moglie, Ri Sol Ju. Dallo scalo, la delegazione si è diretta verso Piazza Kim Il Sung, nel cuore della capitale nordcoreana, dove si è svolta la cerimonia ufficiale di benvenuto. Successivamente, Xi e Peng sono stati accompagnati alla residenza di Stato di Kumsusan, che li ospita durante la visita. Al seguito del presidente cinese figuravano anche il suo più stretto collaboratore, Cai Qi, e il ministro degli Esteri Wang Yi.

Le immagini diffuse dai media hanno mostrato un tappeto rosso steso sulla pista dell'aeroporto, affiancato da una guardia d'onore schierata per l'occasione. Ad attendere la delegazione di Xi c'erano anche dei bambini nordcoreani con dei fiori, pronti a consegnare i tradizionali mazzi di benvenuto. Le strade di Pyongyang sono state addobbate con le bandiere nazionali dei due Paesi e con striscioni recanti slogan come “Lunga vita all'indissolubile amicizia tra la Rpdc (Corea del Nord ndr) e la Cina”.

Xi ha fatto sapere che l'amicizia nata in battaglia, "forgiata nel sangue", e il legame fraterno di fiducia reciproca tra le due nazioni hanno resistito alla prova del tempo e al mutare del panorama internazionale. Il leader cinese si è dunque impegnato ad approfondire la comunicazione strategica e a interagire frequentemente "come tra parenti", anche tra partiti, governi ed eserciti. "Partendo da un nuovo punto di svolta storico, la Cina è disposta a collaborare con la Rpdc per portare le relazioni bilaterali a un livello strategico e promuoverne un maggiore sviluppo, in linea con i tempi", ha sottolineato Xi.

Xi Jinping touched down in Pyongyang, North Korea, today for a 2-day state visit.

Kim rolled out every flag he had for this one.

Writer: Juliepic.twitter.com/FCWd0XrwT9 https://t.co/ODLU7CLdON

— Mario Nawfal (@MarioNawfal) June 8, 2026

“Sostegno incrollabile”

Xi ha effettuato il suo primo viaggio all'estero del 2026 promettendo che la "tradizionale amicizia" tra Cina e Corea del Nord non cambierà. "Il sostegno incrollabile alla causa socialista della Rpdc guidata dal compagno Segretario Generale Kim Jong-un non cambierà; e la ferma determinazione a salvaguardare gli interessi comuni e il contesto strategico favorevole sia della Cina che della Rpdc non cambierà", ha affermato ancora Xi in un lessico istituzionale, auspicando scambi più intensi a tutti i livelli in settori quali la politica estera, le forze dell'ordine e le forze armate.

"Un leader cinese non visita la Corea del Nord solo perché è una visita di dovere. Il viaggio di Xi avrà implicazioni concrete per le relazioni tra Cina e Rpdc", ha spiegato Leif-Eric Easley, professore all'Università femminile Ewha di Seoul, al Washington Post.

La sensazione è che Xi cercherà di dimostrare al mondo intero (Usa in primis) la presa della Cina sulla penisola coreana e il suo ruolo di leadership in tutta l'Asia nord-orientale nell'era della competizione strategica con gli Stati Uniti. Un eventuale ripristino di un'influenza cinese esclusiva sulla Corea del Nord darebbe a Xi un vantaggio nei rapporti con Donald Trump, il quale ha ripetutamente espresso il desiderio di riavviare i negoziati diplomatici con il leader nordcoreano.

“Può demolire la Statua della Libertà? Sì...”. Il retroscena su Trump e i lavori alla Casa Bianca

Donald Trump ha diritto a continuare i lavori per la costruzione della sala da ballo della Casa Bianca e nessun giudice può fermarlo. La posizione senza se e senza ma è stata espressa venerdì, nel corso di un’udienza della Corte d’appello del Distretto di Columbia, da Yaakov Roth, un legale del dipartimento di Giustizia. I membri del collegio composto da tre giudici della Corte federale hanno tempestato di domande il rappresentante dell’amministrazione repubblicana in merito alla sua posizione secondo cui il progetto fortemente voluto dal presidente americano, che ad ottobre dell’anno scorso ha portato alla demolizione della East Wing, non possa essere fermato dai tribunali nemmeno se dichiarato illegale, perché ormai in una fase troppo avanzata e con significativi interessi di sicurezza nazionale in ballo.

“Se si è trattato di una completa illegalità da parte del governo… non c’era modo di fermarla?”, ha chiesto la giudice Patricia Millett, nominata da Barack Obama. “Penso che sia corretto”, ha risposto Roth. “Se il governo decidesse di demolire la Statua della Libertà (…) non si potrebbe fare nulla?”, ha incalzato Millet. “Penso che sia giusto, sì”, la risposta del legale del dipartimento di Giustizia.

I lavori per la costruzione della ballroom, e di un complesso militare nell’area sottostante, procedono a tambur battente. A marzo un giudice federale aveva bloccato il cantiere ma la Corte d’appello del Distretto di Columbia aveva rapidamente sospeso la sentenza, consentendo la ripresa dei lavori in attesa della conclusione del contenzioso.

L’evidente scetticismo di Millett è stato condiviso dal collega Bradley N. Garcia, nominato da Joe Biden. La legittimità dell’azione legale contro il progetto di The Donald, intentata dal National Trust for Historic Preservation che sostiene che i terreni della Casa Bianca (designati come parco nazionale) non possono essere riqualificati senza l’approvazione del Congresso, è stata invece messa in dubbio dalla terza componente del collegio, la giudice Neomi Rao, nominata da Trump.

Il rappresentante del dipartimento di Giustizia ha affermato ai togati che le preoccupazioni “estetiche” del Trust riguardo alla Casa Bianca e alla demolizione dell’Ala Est, una sezione storicamente dedicata, almeno in parte, alla first lady di turno, devono passare in secondo piano rispetto alle questioni di sicurezza nazionale. Roth ha infatti dichiarato che “il bilancio tra danni e interesse pubblico è nettamente a favore di questo progetto” e che “da un lato c’è una preferenza architettonica, dall’altro la sicurezza del presidente degli Stati Uniti”.

Roth ha proseguito spiegando che sarebbe un abuso di potere da parte dei tribunali intraprendere qualsiasi azione per fermare la costruzione della sala da ballo, anche ora che si è ad uno stadio avanzato dei lavori e anche se fosse illegale secondo la legge federale. Il rappresentante dell’amministrazione ha aggiunto che qualora un tribunale dovesse dichiarare illegale il progetto del tycoon, l’unico rimedio spetterebbe al Congresso.

“Questo caso riguarda chi controlla le proprietà federali”, hanno scritto gli avvocati del National Trust in una memoria difensiva. E in effetti, riferendo dell’udienza di venerdì, il New York Times sottolinea che la questione al centro del dibattito giudiziario, più in generale, potrebbe servire da banco di prova per capire se i tribunali faranno valere i poteri di Capitol Hill per arginare le ambizioni di Trump di ricostruire la capitale degli Stati Uniti.

Arrestato il cantante e attore Patrick Bruel: 13 le presunte vittime nell'inchiesta per violenze sessuali

Nuovi sviluppi nell'inchiesta che da mesi coinvolge Patrick Bruel. Il celebre cantante e attore francese è stato posto in stato di fermo stamattina, 8 giugno, nell'ambito delle indagini su una serie di accuse di violenza sessuale avanzate da diverse donne. La notizia è stata confermata dalla Procura di Nanterre, che coordina gran parte delle procedure aperte in Francia. Secondo quanto comunicato dagli inquirenti, l'indagine riguarda attualmente tredici presunte vittime. L'artista, 67 anni, è stato convocato presso gli uffici del primo distretto della polizia giudiziaria di Parigi, dove attualmente viene interrogato dagli investigatori incaricati di fare luce sulle numerose denunce presentate nei suoi confronti.

Le accuse al centro dell'inchiesta

La Procura ha spiegato che il procedimento riguarda inizialmente le denunce presentate da tre donne che accusano Bruel di aggressioni sessuali e tentativi di stupro avvenuti tra il 1997 e il 2001. Con il proseguire delle indagini, però, gli investigatori hanno individuato altre presunte vittime che hanno riferito episodi analoghi, denunciando presunti stupri, tentativi di stupro, aggressioni sessuali e molestie avvenuti sia in Francia sia in Belgio. Secondo le informazioni diffuse dai media francesi, il cantante sarà ascoltato in particolare su alcuni fascicoli recentemente trasferiti presso la Procura di Nanterre, competente territorialmente in quanto Bruel risiede a Neuilly-sur-Seine, alle porte di Parigi.

I casi di cui dovrà rispondere

Tra le vicende che saranno esaminate durante gli interrogatori figura la denuncia presentata da Daniela Elstner, che accusa il cantante di tentato stupro e aggressione sessuale durante un festival cinematografico ad Acapulco nel 1997. Gli investigatori dovranno inoltre approfondire la denuncia di una giornalista che sostiene di aver subito un tentato stupro nel 2000 a Monaco. Tra i casi oggetto dell'inchiesta compare anche quello di un'ex dipendente dell'etichetta discografica di Bruel, che denuncia due presunte aggressioni sessuali risalenti al 2002 e al 2003. A queste si aggiungono una denuncia presentata a Metz per fatti che risalirebbero al 2008 e un'accusa di stupro riferita a un episodio avvenuto nel 2012 durante il Festival del cinema britannico di Dinard. Quest'ultimo fascicolo era inizialmente seguito dalla Procura di Saint-Malo ma è stato successivamente trasferito a Nanterre per riunire tutte le indagini in un unico fascicolo.

Il dossier belga

L'inchiesta francese si è ulteriormente ampliata nei giorni scorsi dopo una comunicazione ufficiale arrivata dalle autorità belghe. La segnalazione riguarda una donna che accusa Patrick Bruel di stupro e aggressione sessuale per fatti che sarebbero avvenuti nel 2010 a Bruxelles. Secondo quanto riportato dalla stampa belga, la donna, all'epoca addetta stampa impegnata nella promozione del film "Comme les cinq doigts de la main", avrebbe denunciato una serie di comportamenti indesiderati che si sarebbero verificati negli studi della RTBF, la televisione pubblica belga. Anche questo episodio rientra ora tra quelli esaminati dagli investigatori.

Almeno tredici presunte vittime identificate

La Procura di Nanterre ha precisato che, allo stato attuale delle indagini, le persone considerate presunte vittime sono tredici. Il numero potrebbe tuttavia aumentare con il proseguire degli accertamenti. Negli ultimi mesi diverse inchieste giornalistiche pubblicate da testate francesi e belghe hanno raccolto le testimonianze di numerose donne che accusano il cantante di comportamenti sessualmente violenti. Secondo quanto emerso, le denunce e le testimonianze riguarderebbero episodi avvenuti in un arco temporale molto ampio, compreso tra il 1991 e il 2015.

La posizione del cantante

Patrick Bruel continua a respingere tutte le accuse. Attraverso i suoi legali, Christophe Ingrain, Céline Lasek e Fanny Colin, l'artista ha ribadito la propria disponibilità a collaborare con la magistratura. "Da diverse settimane aveva fatto sapere di essere a disposizione della giustizia per poter finalmente rispondere nell'ambito della procedura giudiziaria davanti all'autorità competente - hanno dichiarato gli avvocati - Risponderà a tutte le domande degli investigatori e fornirà tutti gli elementi necessari a dimostrare la sua innocenza". Anche in precedenti comunicazioni pubbliche il cantante aveva contestato fermamente ogni accusa, sostenendo di non aver mai costretto alcuna donna ad avere rapporti o comportamenti sessuali contro la propria volontà. Come previsto dalla legge francese, Patrick Bruel è da considerarsi presunto innocente fino a eventuale condanna definitiva.

Le conseguenze sulla sua carriera

L'esplosione del caso ha già avuto conseguenze significative sulla carriera dell'artista. Alla fine di maggio Bruel ha annunciato l'annullamento della maggior parte della tournée che avrebbe dovuto prendere il via a metà giugno. Sono stati inoltre cancellati tre concerti previsti a Montréal. Il cantante ha anche deciso di ritirarsi dalla celebre formazione benefica francese degli Enfoirés, di cui faceva parte da molti anni. Anche alcune rappresentazioni teatrali in cui era impegnato sono state annullate nelle ultime settimane.

Quanto può durare il fermo

Secondo la normativa francese, il fermo disposto nei confronti di Patrick Bruel può durare fino a 48 ore. Al termine degli interrogatori gli investigatori e la magistratura dovranno decidere se disporre il rilascio dell'artista o se procedere con ulteriori provvedimenti giudiziari. Le indagini vanno comunque avanti e saranno gli accertamenti degli inquirenti a stabilire eventuali responsabilità.

Chi è il Patrick Bruel

Patrick Bruel, pseudonimo di Patrick Benguigui, è uno dei personaggi più popolari dello spettacolo francese degli ultimi quarant'anni. Nato il 14 maggio 1959 a Tlemcen, nell'allora Algeria francese, si trasferì in Francia con la madre dopo l'indipendenza algerina. La sua carriera iniziò alla fine degli anni Settanta come attore, ma il grande successo arrivò negli anni Ottanta e Novanta grazie alla musica. Brani come "Casser la voix", "Place des grands hommes" e "Alors regarde" lo hanno trasformato in uno degli artisti più amati dal pubblico francese. Parallelamente alla carriera musicale, Bruel ha lavorato intensamente anche nel cinema e nel teatro, prendendo parte a numerosi film e produzioni televisive. Nel corso degli anni ha ottenuto importanti riconoscimenti nel mondo della musica francese, tra cui la Victoire de la Musique come artista maschile dell'anno. Oltre all'attività artistica, è noto anche come giocatore professionista di poker, disciplina nella quale ha ottenuto risultati di rilievo a livello internazionale. Per decenni è stato considerato una delle figure più influenti e popolari della musica francese contemporanea, con milioni di dischi venduti e una carriera tra canzone, cinema e spettacolo.

Trump: "Chiederò a Netanyahu di non attaccare"

Ieri era il giorno numero 100 della guerra in Iran, partita l'ultimo giorno di febbraio con l'attacco israelo-statunitense al regime teocratico, che ne è uscito decapitato. Pochi avrebbero immaginato che si sarebbe andati in tripla cifra quel sabato di fine inverno. Eppure per Donald Trump, il regista dell'operazione, "questa non è una guerra infinita, è in corso da tre mesi". Trump ha parlato ieri lungamente a Nbc News, lAnche se con pura non-logica trumpiana, il presidente nega di aver mai promesso di tenere fuori gli States dal contesto bellico. "Non ho garantito l'assenza di guerre - ha garantito il tycoon -. Perché mai altrimenti ho dovuto costruire la forza militare più potente del mondo?" Di certo The Donald ha assicurato di non voler ritirare i 50mila soldati impegnati nel conflitto in Medio Oriente prima che si giunga a una conclusione del conflitto. Trump si avventura in un parallelo numerico con la guerra del Vietnam, nella quale gli States persero oltre 58mila soldati. "Qui abbiamo perso 13 persone ed è un numero elevato. Tredici persone: trippe. Ma se guardiamo al Vietnam o una qualsiasi delle ultime sette o otto guerre che hanno causato moltissime vittime, noi ne abbiamo perse 13".

Ma ci sarà l'accordo con Teheran? Trump appare ottimista, le due parti sarebbero "molto vicine" alla firma. "Ci sono un paio di punti ancora da definire, non sono neanche questioni di grande entità" visto che l'Iran "ha accettato il fatto di non dotarsi di armi nucleari", ha detto Trump, precisando di aver voluto voler inserire una clausola che impedisca agli ayatollah anche la possibilità di acquistarle, che Teheran avrebbe accettato dopo un'iniziale riluttanza. E in serata Donald avverte Netanyahu della necessità di non rispondere al fuoco dopo il bombardamento iraniano che, dice, non ha causato vittime. Lo rivela lo stesso Trump, in un colloquio telefonico con il giornalista di Axios, Barak Ravid, riportata dallo stesso reporter su X. Secondo Ravid, Trump ha affermato che una risposta militare israeliana rischierebbe di alimentare ulteriormente il conflitto. "Se Bibi li colpisce di nuovo, tutto continuerà come negli ultimi 47 anni o negli ultimi 3mila". E che l'allarme resta alto lo dimostra anche il fatto che le scuole iraniane oggi rimarranno chiuse,

E a proposito di nucleare, a Nbc Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con l'Iran per recuperare e distruggere il suo uranio. "Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti, porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove". "Se invece - ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca - non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza". Infine Trump ha detto che in caso di accordo, non ci sarebbe automaticamente lo sblocco dei beni di Teheran congelati, pari a 24 miliardi di dollari. "Avverrà in un secondo momento".

I jet di Israele colpiscono Beirut. E l'Iran furioso lancia i missili

La nuvola di fumo non è stata grande, ma sta creando una possibile nebbia mondiale: a Dahiyeh, la base principale delle attività degli Hezbollah, ieri i caccia israeliani hanno colpito un edificio probabilmente parte delle strutture del comando dell'organizzazione. Si parla di due morti e 11 feriti, ancora niente è chiaro fuorché la rabbia iraniana, il terzo, indispensabile protagonista nella vicenda israelo-libanese. Mentre faticosi incontri di pace fra l'ambasciatore israeliano e l'ambasciatrice libanese negli Usa cercano una strada e il presidente Aoun seguita a rivendicare la sovranità dall'Iran, Teheran tiene i fili degli Hezbollah. Nella mattina di domenica, dopo una nottata agitata in cui di nuovo Hezbollah aveva bombardato Israele con razzi e droni, i missili sono stati indirizzati su due cittadine dell'Alta Galilea e sul Kibbutz Neot Mordechai in cui gruppi di bambini si avventuravano in una rischiosa gita scolastica, dopo tanti giorni di cautela e di rifugi. Hanno fatto in tempo a rifugiarsi, ma tutta Israele ha visto filmati i loro pianti e l'inutile tentativo delle maestre di calmarli.

Israele non ne può più, tutto il Nord è occupato dalla violenza del proxy dell'Iran, che però sta trattando con Trump. Il presidente americano nei giorni scorsi ha chiesto a Netanyahu in modo perentorio di lasciar stare Beirut. Ma la disperazione delle famiglie, mentre i soldati seguitano a cadere nel mezzo del cessate il fuoco (solo ieri due ventenni, più di 12 uccisi dalla tregua) non è più contenibile con promesse: Netanyahu, che alla riunione di gabinetto di prima mattina aveva annunciato che Israele non avrebbe sopportato oltre gli attacchi continui, ha dato l'ordine. Nella mattina un altro fronte aveva mostrato la sua faccia, quella del terrorismo interno, nel cuore di Israele, vicino ad Herzlya, pressso Tel Aviv, dove un arabo israeliano armato di un'arma "Carlo" ha attaccato i passanti in una stazione di benzina e poi ha dato loro la caccia durante l'inseguimento: un morto e quattro feriti. Lui, Omar Mandar Yassin, è stato eliminato.

Le conseguenze dell'attacco a Beirut possono diventare mondiali. L'Iran maneggia i suoi proxy come burattini. Dato che aveva imposto come prezzo della prosecuzione della trattativa con Trump che Israele non attaccasse gli Hezbollah, adesso si presenta come il grande vendicatore. Prima Ebraihim Rezai, portavoce del Comitato per la Sicurezza "darà una risposta ferma e dura all'attacco del regime sionista. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati". E già in serata sono scattate le sirene d'allarme in tutto il Paese: due i missili balistici intercettati dall'Iron Dome. Mentre il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, pubblicava su X un'immagine che ritrae le bandiere di Iran e Libano unite. Segno dellasolidarietà di Teheran a Beirut contro gli attacchi israeliani.

Trump non sembra scandalizzato per l'intervento israeliano, ha solo chiesto "obiettivi precisi", ma è consapevole che Netanyahu ha stabilito da ieri una regola precisa: se Hezbollah attacca, Israele va a Dahiyeh. Vediamo se l'Iran si accontenterà di una risposta relativa per non destare l'ira degli Usa, ma ribadire il suo odio e la sua gestione degli Hezbollah, o decidere che di tornare in guerra anche con Trump.

Droni russi su Chernobyl. "Danni molto gravi". Ma non ci sono radiazioni

Tra parole, ipotesi di trattative e accuse incrociate, il conflitto in Ucraina è ben lontano dal fermarsi e, anzi, seguendo lo spartito ormai consolidato da settimane, rischia di avvicinarsi a quella escalation tanto temuta e da più parti evocata. La notte scorsa per esempio un drone russo ha colpito una struttura di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nei pressi della tristemente nota centrale nucleare di Chernobyl, causando un incendio che grazie al pronto intervento delle forze di sicurezza è stato domato evitando conseguenze ben più rischiose con i livelli di radiazione sono rimasti stabili. "Un attacco estremamente vile", secondo Zelensky. Il tutto mentre Kiev prosegue nella sua strategia di attacchi in profondità contro strutture energetiche e petrolifere per fiaccare le forze russe già impantanate sul campo.

"La Russia ha deliberatamente colpito un'infrastruttura nucleare, la sfrontatezza della Russia sia aumentata, superando da tempo ogni limite", ha denunciato Zelensky. "Danni strutturali significativi", riporta l'agenzia internazionale per l'energia atomica. "Attaccare una struttura che ospita grandi quantità di materiale nucleare è come giocare con il fuoco e non deve mai accadere", ha detto il direttore Rafael Grossi parlando di episodio "preoccupante". Un altro attacco è stato lanciato contro Zaporizhzhia, sede della più grande centrale nucleare europea che però non è stata danneggiata. Tre persone invece sono state colpite e uccise da un altro drone mentre aspettavano l'autobus alla fermata. Un'altra persona è rimasta ferita a Balabyne in quello stillicidio ormai quotidiano di raid contro obiettivi civili. Di contro, le forze speciali ucraine rivendicano di aver condotto una serie di attacchi con droni contro il deposito petrolifero di Semykolodezyanska e il terminal petrolifero di Feodosia in Crimea durante la notte. Rivendicati anche blitz nelle regioni occupate di Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhia oltre che nella regione russa di Bryansk.

Ma dopo l'ennesima chiusura al dialogo di Putin che ha rifiutato un confronto diretto con Zelensky per arrivare alla fine dalla guerra, dal Cremlino arrivano segnali discordanti. Il consigliere presidenziale Yuri Ushakov, molto vicino allo Zar, ha fatto sapere che Mosca continua a mantenere "contatti sia pubblici sia privati con il regime di Kiev", contrariamente a quanto fatto intendere dallo stesso Putin. "Le comunicazioni pubbliche sono state mantenute quando abbiamo avuto diverse tornate di trattative", ha aggiunto il consigliere di Putin. Nessuna svolta, ma la conferma che sottotraccia qualcosa potrebbe comunque muoversi. Anche senza l'impegno sbandierato per mesi degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha liquidato la questione ucraina con un "se la vedano tra di loro", dopo aver benedetto e messo il cappello sull'ipotesi di un facci a faccia lanciata da Zelensky, Ma le parole del segretario di Stato Marco Rubio, che ha ribadito il sostegno americano a Kiev certificato anche dal via livbera a un nuovo finanziamento, non sono piaciute a Mosca. Rubio aveva dichiarato al Congresso che gli Stati Uniti non possono essere considerati un mediatore imparziale nel processo di pace ucraino perché Washington sostiene l'Ucraina. "Stiamo tenendo conto delle sua parole", ha detto il portavoce del Cremlino Peskov. "Ci sono diversi punti di vista tra i membri del team, alcuni cercano sinceramente di contribuire a una soluzione pragmatica, mentre altri sostengono una posizione diversa", ha detto. E così, tra un attacco, un'accusa e una polemica, la guerra va avanti.

L'Armenia sceglie (ancora) l'Europa

Il Caucaso meridionale non è più il cortile di casa della Russia. Gli exit poll stanno per essere confermati dai risultati ufficiali, e le elezioni parlamentari armene segnano molto più della vittoria di Nikol Pashinyan: rappresentano la certificazione di un cambiamento geopolitico che da anni si sta consumando nel cuore dell'ex spazio sovietico. Il premier armeno, leader del partito Contratto Civico, si avvia infatti a ottenere un nuovo mandato e, soprattutto, a consolidare la linea di progressivo avvicinamento all'Europa e all'Occidente, sconfiggendo le forze che puntavano a preservare la collocazione filorussa del Paese.

Le rilevazioni diffuse dal ministero degli Interni attribuiscono a Contratto Civico il 55 per cento dei voti, contro il 17,5 della formazione Armenia Forte guidata dal magnate russo-armeno Samvel Karapetyan. Al di là delle percentuali definitive, che saranno note stamattina, il dato politico appare chiaro: la maggioranza degli elettori (ha votato il 58,97 per cento degli aventi diritto, il 10 in più della precedente tornata) ha scelto di confermare l'uomo che, dopo la Rivoluzione di Velluto del 2018, ha avviato il più radicale riposizionamento strategico dell'Armenia dalla fine dell'Unione Sovietica. La posta in gioco andava ben oltre la semplice alternanza di governo. Per la prima volta dopo la traumatica sconfitta del 2023 e la definitiva perdita del Nagorno Karabakh, gli armeni erano chiamati a pronunciarsi indirettamente sulla direzione futura del Paese: continuare il lento ma costante sganciamento dall'orbita russa oppure tornare a cercare protezione sotto l'ombrello del Cremlino. La risposta delle urne sembra indicare che il trauma del Karabakh abbia accelerato, anziché frenato, la trasformazione politica del Paese. Per decenni la sicurezza armena è stata fondata sull'alleanza strategica con Mosca. Tuttavia, durante le crisi che hanno portato alla riconquista azera del Karabakh, la Russia è apparsa come un alleato sempre meno affidabile. Impegnato nella guerra in Ucraina e interessato a preservare i rapporti con Baku e Ankara, il Cremlino non è intervenuto in modo significativo a sostegno di Erevan. E l'opinione pubblica armena ha iniziato a mettere in discussione un paradigma geopolitico considerato intoccabile per oltre tre decenni.

È su questa linea che Pashinyan ha costruito la sua strategia: avvicinarsi progressivamente a Ue e Stati Uniti senza rompere con Mosca. Una vittoria ampia potrebbe ora consentirgli di affrontare il nodo decisivo della riforma costituzionale. Con una maggioranza qualificata vicina ai due terzi dei seggi, il governo avrebbe infatti la forza per modificare alcuni articoli contestati dall'Azerbaigian e aprire la strada a un referendum, passaggio considerato essenziale da Baku per arrivare a un accordo di pace definitivo.

Intanto il messaggio che in queste ore sta arrivando da Mosca è chiaro: l'integrazione europea non viene più considerata una semplice scelta economica, bensì un allineamento politico e strategico ostile agli interessi russi. Le dichiarazioni del vicepremier Alexei Overchuk, che ha invitato gli armeni a "riflettere sulle conseguenze" di un eventuale avvicinamento all'Unione Europea, confermano quanto il Cremlino percepisca il dossier armeno come parte della più ampia competizione con l'Occidente.

Deficit alle stelle e sondaggi in calo, ma Putin non cede. La via è il petrolio

Un tre più uno scavalcato dai fatti e dai "niet" di Mosca. Difficile interpretare diversamente l'incontro di ieri sera a Londra tra il padrone di casa Keir Starmer, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Un incontro al termine del quale i tre leader, auto-nominatisi avanguardia dell'Europa, avrebbero dovuto sottoporre al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivato in serata a Downing Street, le loro idee per una presunta trattativa con la Russia di Vladimir Putin. Un'idea che, come capita ormai dal febbraio 2022, non tiene conto delle reazioni del presidente russo. Un presidente che parlando al foro economico di Pietroburgo ha liquidato come carta straccia la missiva con cui Zelensky proponeva un incontro faccia a faccia. E così siamo alle solite. Il terzetto "europeo" continua a cullarsi in proposte inconcludenti il cui unico risultato è l'ennesima stretta di mano con un presidente ucraino.

Ma l'incontro di Londra è, forse, ancor più surreale. Dimentichi delle delusioni incassate tra il 2022 e 2023 quando una Russia data ormai per quasi sconfitta riprese a mangiarsi i territori del Donbass fino a controllare oggi tutto il Lugansk e l'85 per cento del Donetsk, i tre leader sembrano illudersi che qualche decina di droni arrivati a destinazione tra San Pietroburgo, la Crimea e i territori occupati stiano mettendo in ginocchio la Russia. Di certo quei colpi rendono più difficile gestire i costi di una guerra che, stando a un rapporto del ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, spinge la Federazione verso un deficit di fine anno superiore ai 5mila miliardi di rubli (circa 59 miliardi di euro). E sicuramente quei colpi scuotono sia i vertici militari del Cremlino sia l'opinione pubblica. Ma non nel modo in cui li interpretiamo noi europei. Certo il consenso di Putin è per la prima volta in calo dopo tre anni. Ma la maggior parte dei russi pronti a rimproverargli qualcosa non vuole la fine della guerra bensì una risposta più decisa e determinata agli attacchi di Zelensky.

Dunque in questa situazione è assai difficile che le proposte di dialogo o tregua avanzate da un Europa, convinta di poter semplicemente congelare la linea del fronte, possano portare da qualche parte. La fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perché gli impedirebbe di venir ricordato come il presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Senza contare il disinteresse di Donald Trump distratto dalla questione iraniana. Dunque l'unica possibilità concreta per l'Europa sarebbe quella di riallacciare un dialogo partendo dall'alleggerimento di alcune sanzioni e dal riacquisto del petrolio e del gas russo. Una compromesso già abbozzato nelle scorse settimane da fonti del Cremlino, che ricordano come l'energia russa resti a disposizione degli europei rimasti in bolletta a causa della crisi energetica.

Ma in un Europa dove, nonostante la Brexit, torna a giocare da protagonista una Gran Bretagna forte del petrolio del mare del Nord l'argomento resta un autentico tabù. E così per ora al trio londinese non resta che accontentarsi dell'ennesima foto ricordo con Volodymyr Zelensky.

Fronte congelato e l'Ue al tavolo. Il messaggio di Zelensky a Londra

Dall'apparente disimpegno strategico di Trump all'impegno di una triade europea anglo-franco-tedesca che prova a far fruttare il lavoro degli sherpa militari e diplomatici delle ultime settimane. Come ha detto ieri Zelensky arrivando a Londra per "discutere e concordare i punti chiave", gli argomenti sono ancora una volta "la difesa in caso di guerra, maggiore cooperazione per la sicurezza di tutta Europa nella difesa aerea, e la visione condivisa sulle prospettive diplomatiche: l'Europa secondo il presidente ucraino deve partecipare ai negoziati e dev'essere forte". E dunque dovrebbe associare la propria industria militare sempre di più a quella ucraina. Per mostrarsi uniti ed efficienti. E arrivare all'obiettivo esplicitato ieri a Sky News: congelare le linee del fronte "è la via più rapida" per una tregua per poi spostarsi "in un contesto diplomatico", ha aggiunto Zelensky ribadendo che non cederà il Donbass.

Una spinta per rialzare la testa come Continente è giunta solo in parte ieri a Downing Street: dal padrone di casa Starmer, dal presidente francese Macron e dal cancelliere tedesco Merz. Zelensky ha rivendicato l'apertura al dialogo con Putin ("Io pronto a negoziare, deve rispondere alla mia lettera") e ha chiesto al formato E3 di archiviare la fase di rodaggio della Coalizione dei Volenterosi per avviare un'azione in favore di una pace giusta e duratura. Ma come? Al quadro immaginato da Starmer e Macron mesi fa, si sono aggiunte scelte pragmatiche di Kiev. E queste ha messo sul piatto ieri Zelensky, facendo intendere che, in caso di nuovi sostegni militari all'Ucraina come i 70 miliardi che potrebbero essere annunciati dai Paesi dell'Alleanza atlantica al vertice Nato di Ankara, i costi si abbatterebbero. Il riferimento è ai Drone Deals che prevedono la produzione e fornitura di droni, missili e munizioni, oltre a scambi tecnologici con i sistemi di difesa dei Paesi partner. Le intese con vari Paesi europei renderebbero più facile l'approvvigionamento. E risparmiare.

Nel Regno Unito dove l'agenda di Zelensky oggi prevede anche un incontro con Re Carlo III è già realtà l'apertura di una divisione di Ukrspecsystems vicino alla base aerea della Royal Air Force incastonata nel Suffolk, a Mildenhal, per produrre fino a mille droni al mese una volta a regime; si partirà con 200, attesi entro l'anno. Espansione dell'industria del droni ucraini prevista anche in Germania e Danimarca, entro il 27 con le aziende FirePoint e Skyfall. E c'è soprattutto l'idea di integrare nei sistemi europei a protezione dei cieli oggi schiavi di costosi jet l'intelligenza artificiale gialloblù; già testata sul campo per neutralizzare gli attacchi russi e contrattaccare in territorio della Federazione fino a colpire San Pietroburgo. "Non moriremo in silenzio, diventeremo ogni giorno più forti", la lettura ieri di Zelensky. Che esclude Mosca e Minsk per eventuali colloqui, ma "Putin può scegliere il formato che vuole: con Trump, gli europei o bilaterale". Gli E3, tra affari e diplomazia, cercano di colmare il vuoto lasciato dagli Stati Uniti0 nella ricerca di un'intesa con Mosca, mostrando capacità militare di ultima generazione (efficace e a basso costo con Kiev) e spiragli di dialogo. Dopo la lettera di Zelensky a Putin, questi potrebbero passare nelle mani di Macron, che ha già aperto un canale. O perfino dall'ex proprietario del Chelsea, Roman Abramovich. Zelensky ieri ha infatti confermato che il magnate è stato a Kiev per farsi tramite tra il presidente ucraino e quello russo.

Hotel, miniere e voli: fuga delle aziende straniere. Cuba al collasso senza scorte di cibo e medicine

L'economia di Cuba ormai al collasso riceve l'ennesimo durissimo colpo: dai giganti globali dei pagamenti elettronici agli operatori alberghieri, le aziende straniere stanno abbandonando l'isola, sempre più in crisi tra carenza di carburante, inflazione alle stelle e crollo del turismo. Il tutto mentre l'amministrazione di Donald Trump intensifica la pressione su L'Avana.

Come riporta il Wall Street Journal, secondo la Banca Centrale di Cuba a partire da sabato sono sospese le transazioni di Mastercard e Visa effettuate da visitatori stranieri non statunitensi (agli americani era già vietato utilizzare le proprie carte). Anche i colossi alberghieri si ritirano dal Paese caraibico a causa delle difficoltà energetiche e del calo della domanda: gli spagnoli Iberostar e Meliá hanno annunciato la rinuncia alla gestione di oltre una decina di hotel ciascuno, e la canadese Royalton Hotels & Resorts ha cessato le attività. Vi è incertezza pure sul futuro di Sherritt International, un'importante società mineraria canadese, che sta riconsiderando la propria presenza. Tra i più importanti investitori stranieri a Cuba, l'ex amministratore delegato della società era soprannominato "il capitalista preferito" di Fidel Castro, ma il mese scorso, Sherritt ha dichiarato di voler sospendere le operazioni e rimpatriare il personale.

L'esodo delle aziende straniere segue la cancellazione dei voli da parte di diverse grandi compagnie aeree, dovuta alla carenza di carburante. Air Canada, ad esempio, ha annunciato la sospensione a tempo indeterminato dei voli per l'isola: la compagnia di bandiera di Ottawa a febbraio aveva già comunicato uno stop fino a novembre, ma "data la persistente incertezza politica ed economica", ha deciso di estendere il fermo. Per decenni le aziende straniere hanno accettato i rischi legati all'operatività a Cuba, cercando di inserirsi nei settori del turismo e dell'industria mineraria nonostante il perdurante embargo statunitense, portando valuta pregiata e competenze imprenditoriali di cui il Paese aveva estremo bisogno. Oggi, invece, molte di esse ritengono che i rischi superino i vantaggi, trovandosi ad affrontare sia un collasso economico sempre più grave, sia un'amministrazione Trump decisa a inasprire la pressione.

A maggio, ad esempio, il presidente Usa firmato un ordine esecutivo contro Gaesa, il conglomerato di proprietà dell'esercito cubano, che controlla almeno il 40% dell'economia, inclusi numerosi hotel gestiti in partnership con società straniere, come le catene che ora stanno abbandonando l'isola o riducendo la propria presenza. Inoltre, l'embargo sul carburante ha lasciato Cuba senza gasolio per i generatori utilizzati per sostenere la rete elettrica, con conseguenti interruzioni di corrente fino a 22 ore al giorno e carenza di acqua potabile. E con i trasporti praticamente fermi, il Paese sta anche esaurendo le scorte di cibo e medicine, diventando dipendente dagli aiuti umanitari. Per Ricardo Torres, economista cubano dell'American University di Washington, "siamo a un punto di svolta, un duro colpo per un'economia già indebolita".

“Servono maiale per escludere i musulmani”. La sinistra in Francia vuol censurare i banchetti “patriottici”

Una nuova polemica sta attraversando la Francia in questi giorni per colpa di una serie di eventi, dei banchetti, durante i quali si celebra la tradizione francese. Una società chiamata Le Canon Français, infatti, organizza periodicamente dei banchetti affittando uno spazio privato in un’area industriale a breve distanza dal centro di una città ai quali partecipano migliaia di persone. L’ultimo evento a Colmar, in Alsazia, è stato seguito anche dalla BBC e ha avuto un’affluenza di circa 3500 persone.

Si mangia, si canta e per lo più gli uomini indossano baschi e bretelle, una sorta di divisa rivisitata che richiama l’identità locale. Non sono mai state segnalate risse o problemi di ordine pubblico, anche perché il punto 3 del regolamento recita: "Non imporre le proprie idee politiche". Eppure la sinistra francese ha alzato la voce: questi banchetti sarebbero razzisti e discriminatori. Il motivo? I menù sono principalmente a base di carne di maiale, nel rispetto della tradizione gastronomica francese ricca di arrosti, e, ovviamente, di vino. Questo escluderebbe dai banchetti sia i musulmani che i vegetariani.

A sollevare il tema è stata La France Insoumise, che sostiene anche di avere le prove di cori razzisti durante l’evento: la BBC che ha partecipato all’evento di Colmar, però, sostiene che le uniche canzoni intonate sono state quelle della tradizione locale e di cantanti come Michel Delpech e Joe Dassi che, sebbene appartengano a un’altra epoca rispetto ai partecipanti, tutti tra i 20 e i 30 anni, sono molto amati.

L’altro elemento che sembra disturbare la sinistra francese è il presunto finanziatore di questi eventi, il miliardario Pierre-Edouard Stérin, conservatore che ha fondato un think tank che promuove idee di destra come il ridimensionamento dell'immigrazione, il blocco dell'aborto e la promozione del patrimonio cristiano della Francia.

Ancora una volta la sinistra emerge con il suo lato meno democratico, cercando di intervenire e polemizzare su eventi privati che creano aggregazione sana tra i giovani locali. “Veniamo per quattro cose: atmosfera, amici, alcol e cibo”, ha spiegato un partecipante alla BBC. Una motivazione a quanto pare molto comune tra i giovani che, come fa notare la testata inglese, a Colmar hanno festeggiato senza eccessi. “La folla a Colmar era prevalentemente – ma non esclusivamente – bianca, e molti si dicevano felici di poter festeggiare in modo tradizionale tra amici”, ha riferito la BBC.

Eppure pare che ci sia un’indagine in corso a Caen perché ci sarebbero state denunce di provocazioni razziali. Emma Fourreau, deputata di LFI, al contrario sostiene che questi banchetti siamo “retrogradi, una caricatura”, perché “non rappresentano la Francia moderna, che è un luogo ricco nella sua diversità”. Sebbene i banchetti siano aperti a tutti, basta pagare, e non vi siano selezioni all’ingresso, la sinistra con le sue accuse di razzismo è riuscita a far bloccare l’evento di Quimper, in Bretagna.

Crans-Montana, il finanziatore dei Moretti denunciato per traffico d'armi e riciclaggio

L'inchiesta sulla tragedia del Constellation di Crans-Montana, costata la vita a 41 persone e che ha provocato il ferimento di altre 115 durante la notte di Capodanno, si arricchisce di nuovi sviluppi che potrebbero allargare ulteriormente il perimetro delle indagini. Al centro dell'attenzione c'è Daniel Donnet-Monay, imprenditore svizzero e fondatore della fiduciaria Aags, l'uomo che anni fa contribuì economicamente all'avvio dell'attività imprenditoriale di Jacques e Jessica Moretti, oggi indagati nell'ambito dell'inchiesta sul devastante incendio del locale. Secondo quanto emerso da una denuncia presentata alle procure di Sion, Berna e Parigi da uno degli avvocati che rappresentano le famiglie delle vittime del rogo, Donnet-Monay sarebbe coinvolto in presunte attività di traffico illegale di armi, reclutamento non autorizzato di mercenari in Africa e riciclaggio di denaro in contesti riconducibili a criminali di guerra. Accuse estremamente pesanti che, se confermate, potrebbero gettare nuove ombre anche sulla rapida ascesa economica della coppia Moretti.

Il prestito ai Moretti

Il nome di Daniel Donnet-Monay compare fin dalle prime fasi della storia imprenditoriale dei coniugi Moretti. Fu infatti proprio attraverso la fiduciaria Aags che Jacques e Jessica ottennero un prestito di circa 20 mila euro che consentì loro di rilevare il locale e avviare l'attività che negli anni successivi si sarebbe ampliata fino a comprendere tre esercizi nella rinomata località turistica del Canton Vallese. Secondo quanto ricostruito dalla stampa svizzera, Donnet-Monay non si sarebbe limitato a fornire un sostegno economico iniziale. La sua struttura avrebbe infatti seguito anche aspetti amministrativi, contabili e fiscali delle società riconducibili alla coppia. Un rapporto che, secondo chi indaga, merita ora ulteriori approfondimenti.

La documentazione sparita durante le indagini

Già nelle prime fasi dell'inchiesta sulla strage di Capodanno era emerso un elemento che aveva attirato l'attenzione degli investigatori. Fino alla fine del 2024 la Aags si occupava infatti della gestione fiscale delle società dei Moretti. Quando però la procura di Sion ha richiesto la documentazione contabile e amministrativa relativa alle attività della coppia, il materiale non sarebbe stato disponibile. Secondo quanto riferito, i documenti sarebbero andati persi a causa di un guasto informatico che avrebbe compromesso l'archivio della fiduciaria. Una circostanza che ha inevitabilmente alimentato ulteriori interrogativi.

La società che avrebbe fornito equipaggiamenti militari in Africa

Uno dei punti centrali della denuncia riguarda la Algemira SA, società con sede a Martigny che, secondo il legale delle vittime, farebbe parte della rete societaria riconducibile a Donnet-Monay. Dagli atti emergerebbe che l'azienda avrebbe commercializzato equipaggiamenti destinati alle forze di sicurezza africane. Tra i prodotti presenti nel catalogo figurerebbero granate lacrimogene e accecanti, mirini ottici per fucili automatici come AK-47 e M-16, scudi elettrificati in grado di sviluppare scariche fino a due milioni di volt e droni militari capaci di trasportare carichi fino a 50 chilogrammi. Secondo l'accusa, tali attività potrebbero essere state condotte senza le necessarie autorizzazioni previste dalla normativa svizzera in materia di esportazione e intermediazione di materiale bellico.

I presunti istruttori inviati in Costa d'Avorio

Tra le contestazioni avanzate dall'avvocato compare anche un episodio che risalirebbe al periodo compreso tra il 2017 e il febbraio 2020. Sempre attraverso Algemira SA sarebbero stati inviati in Costa d'Avorio istruttori bielorussi incaricati di addestrare le forze armate locali all'utilizzo e alla manutenzione dei carri armati Cayman. Un'attività che, qualora accertata, potrebbe configurare ulteriori violazioni delle normative internazionali e svizzere in materia di sicurezza e cooperazione militare.

L'altra società finita nel mirino

Le accuse non riguardano soltanto Algemira. Nel dossier presentato alle procure viene citata anche la Vici SA di Losanna, altra società collegata a Donnet-Monay, che secondo il legale avrebbe svolto attività di intelligence non dichiarate. Gli accertamenti dovranno chiarire la natura effettiva di tali operazioni e verificare se siano state svolte nel rispetto delle leggi vigenti.

I rapporti con l'ex gendarme

Ulteriori interrogativi derivano da un contratto di intermediazione datato 17 aprile 2020. Il documento attesterebbe una partnership commerciale tra Algemira SA e Vici SA, entrambe riconducibili a Donnet-Monay, e Robert Montoya, ex gendarme francese che in Francia risulta indagato per favoreggiamento in crimini contro l'umanità. La presenza di questo accordo rappresenta uno degli elementi che gli inquirenti saranno chiamati ad approfondire per comprendere la reale portata delle relazioni commerciali tra i soggetti coinvolti.

Il sospetto di una rete di società

Nella denuncia si parla inoltre di un articolato sistema di società collegate tra loro, con amministratori che avrebbero ricoperto contemporaneamente diversi ruoli all'interno delle varie strutture. Secondo il legale delle vittime, tale meccanismo avrebbe consentito lo scambio di fatture per un valore complessivo di circa 822 mila franchi svizzeri relative a presunte infrastrutture informatiche. Tra gli elementi ritenuti sospetti figurerebbero importi identici, numerazioni sovrapposte e operazioni contabili che potrebbero richiedere ulteriori verifiche.

I prestiti milionari

Sotto osservazione sono finite anche alcune movimentazioni finanziarie interne al gruppo. In particolare, la Swiss Digital Services SA avrebbe incrementato nel giro di un anno il valore attribuito a un software sviluppato internamente, passando da circa 120 mila franchi a oltre 441 mila franchi. Nonostante tale rivalutazione, l'azienda avrebbe continuato a presentare un patrimonio netto fortemente negativo, risultando di fatto sovraindebitata senza che venisse avviata una procedura fallimentare. Gli investigatori stanno inoltre valutando una serie di prestiti concessi tra le società del gruppo. Tra questi figura un finanziamento da 1,8 milioni di franchi accordato alla Vici SA a condizioni considerate particolarmente favorevoli. Secondo la documentazione citata nella denuncia, tali operazioni sarebbero proseguite almeno fino al luglio 2024.

L'ipotesi di riciclaggio

Le accuse mosse contro Donnet-Monay dovranno ora essere esaminate dalle procure di Sion, Berna e Parigi, chiamate a verificare la fondatezza delle contestazioni. Particolare attenzione è rivolta alla magistratura di Sion, che dovrà accertare se la rapida crescita imprenditoriale dei Moretti possa essere stata favorita da capitali di provenienza illecita. Al momento si tratta di ipotesi investigative che dovranno essere confermate o smentite dagli accertamenti giudiziari in corso. Tuttavia, le nuove denunce rischiano di aggiungere ulteriori elementi di complessità in un'inchiesta già estremamente delicata, destinata a fare luce non soltanto sulle responsabilità legate alla tragedia del Constellation, ma anche sui rapporti economici e finanziari che negli anni hanno sostenuto l'attività dei suoi titolari.

Terremoto nelle Filippine, scossa di magnitudo 7.8. Edifici crollati e allerta tsunami

Un terremoto di magnitudo 7.8 ha colpito le Filippine meridionali. Il Pacific Tsunami Warning Center (PTWC), gestito dalla National Oceanic and Atmospheric Administration ha poi emesso un'allerta tsunami lungo le coste delle Filippine, dell'Indonesia, di Taiwan e fino al Giappone. Il presidente Ferdinand Marcos Jr. ha chiesto alla popolazione di evacuare immediatamente verso zone più elevate nelle aree filippine vulnerabili allo tsunami, e anche le autorità indonesiane e malesi hanno emesso avvisi per le rispettive zone costiere.

Il sisma si è verificato a una profondità di 35 chilometri (10 miglia) dalla costa dell'isola di Mindanao, ha precisato l'US Geological Survey (USGS), innescando l'allarme tsunami per il Pacifico. Numerose le scosse di assestamento successive

È di almeno 15 morti e 200 feriti il bilancio provvisorio. La polizia ha segnalato anche il crollo di numerosi edifici. "Molti edifici sono stati colpiti, ma non posso elencarli ora perché siamo impegnati nelle operazioni di soccorso in corso", ha dichiarato il sergente maggiore Robert Dagon della polizia di General Santos City. "Diversi edifici sono crollati. Anche alcune case sono crollate".

"Si tratta di un terremoto di forte intensità e ci aspettiamo danni; abbiamo già visto alcuni edifici danneggiati, a giudicare dai video che abbiamo visionato", ha dichiarato Bacolcol all'Associated Press.L'emittente radiofonica DZRH di Manila ha riferito che il piccolo edificio commerciale che ospitava la sua sede provinciale è parzialmente crollato e che i dipendenti si sono precipitati al piano terra senza riportare ferite. Non è chiaro se altre persone siano rimaste intrappolate sotto le macerie dell'edificio di quattro piani a causa del terremoto, avvenuto prima dell'orario di lavoro. Detriti sono caduti anche da altri edifici, colpendo i taxi a tre ruote parcheggiati al piano inferiore.

Il Centro di allerta tsunami del Pacifico ha dichiarato che onde di tsunami fino a 3 metri (10 piedi) erano possibili su alcune coste delle Filippine. Onde fino a 1 metro (3 piedi) erano possibili su alcune coste dell'Indonesia e della Malesia.Bacolcol ha affermato che onde di 1 metro (3 piedi) sono state monitorate nelle province di Sultan Kudarat e Sarangani dalle stazioni di allerta tsunami terrestri. Onde di minore entità sono state monitorate in almeno un'altra provincia, ha aggiunto."Vi prego di dare ascolto all'allerta tsunami. Spostatevi subito in zone più elevate. Non aspettate. La vostra vita è più importante di qualsiasi cosa lasciate indietro", ha detto Marcos alla popolazione delle province colpite dal terremoto. "Il governo nazionale si sta muovendo e non lasceremo indietro Mindanao", ha affermato Marcos, aggiungendo che le agenzie di risposta alle emergenze erano in stato di allerta per intervenire.

Caccia Nato in volo sul Baltico: abbattuto un drone in territorio lettone

La guerra tra Russia e Ucraina torna ad allargare il fronte della tensione. La Nato ha abbattuto almeno un drone proveniente dalla Russia entrato nello spazio aereo lettone, mentre Kiev denuncia il lancio notturno di 155 droni russi, 124 dei quali intercettati. Mosca sostiene invece di aver abbattuto 310 droni ucraini e accusa Kiev di aver colpito un treno diretto in Crimea. Intanto depositi petroliferi sarebbero stati attaccati in Crimea e a Novorossiysk.

Paura a New York: sei accoltellati stazione Penn Station

Sei persone sono rimaste ferite in un accoltellamento all'interno della Penn Station di New York domenica sera. Lo hanno riferito le autorità. Un uomo sospetto è stato preso in custodia dopo l'attacco, avvenuto intorno alle 19 in uno dei più trafficati snodi di trasporto del paese.

Il vasto complesso ferroviario sotto il Madison Square Garden serve Amtrak, Long Island Rail Road, NJ Transit e le linee della metropolitana di New York ed è utilizzato da centinaia di migliaia di pendolari e viaggiatori ogni giorno. Secondo quanto riferito dai vigili del fuoco della città, i paramedici hanno trovato una vittima con ferite gravi, due con ferite di media entità e due con ferite lievi. Tutte e cinque sono state trasportate al Bellevue Hospital. Un'altra persona, le cui condizioni non sono state immediatamente rese note, è stata trasportata in un altro ospedale.

Le autorità non hanno ancora e rilasciato dettagli su cosa abbia scatenato l'accoltellamento o se le vittime fossero state prese di mira. La violenza è scoppiata mentre New York si preparava per uno dei suoi più grandi eventi sportivi degli ultimi decenni. La partita di lunedì sera tra i New York Knicks e i San Antonio Spurs sarà la prima finale NBA al Madison Square Garden dal 1999 e si prevede che attirerà una folla enorme nell'arena.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di voler assistere alla partita trasmessa in diretta nazionale, il che ha portato a un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza che ha coinvolto i Servizi Segreti, il Dipartimento di Polizia di New York e altre agenzie intorno al Madison Square Garden e agli isolati circostanti. Le autorità non hanno immediatamente indicato se l'accoltellamento avrebbe influito sui piani di sicurezza per la partita.La polizia di Amtrak ha dichiarato di aver avviato un'indagine sull'accoltellamento e di aver arrestato un sospetto. Le autorità non hanno immediatamente reso nota l'identità del sospetto né fornito informazioni su eventuali accuse.

I missili su Beirut poi lo scoppio dell'escalation: così è riesploso lo scontro tra Israele e Iran

Per quasi due mesi il Medio Oriente aveva vissuto in un equilibrio precario. La tregua raggiunta ad aprile tra Stati Uniti e Iran aveva contribuito a raffreddare lo scontro diretto tra Teheran e Israele, ma non aveva mai risolto il nodo più delicato: il Libano e il ruolo di Hezbollah. Proprio lì, nelle periferie meridionali di Beirut controllate dal movimento sciita, si è consumata la crisi che nelle ultime quarantotto ore ha fatto ripiombare la regione sull'orlo di una nuova guerra aperta.

I missili iraniani lanciati contro Israele e la successiva risposta delle Idf contro obiettivi militari nella Repubblica islamica non sono un episodio inatteso, ma il risultato di una tensione accumulata nelle ultime settimane. Da una parte Israele seguita a sostenere che la tregua non limiti la propria libertà di colpire Hezbollah in Libano; dall'altra, Teheran ritiene che l'intesa debba valere su tutti i fronti collegati al conflitto. Due interpretazioni inconciliabili che hanno trasformato Beirut nella miccia dell'ultima escalation.

Beirut, la tregua che nessuno interpretava allo stesso modo

Il punto di rottura è arrivato con il raid israeliano contro la periferia sud di Beirut, storica roccaforte di Hezbollah. L'operazione è stata ordinata dal governo di Benjamin Netanyahu come risposta ai lanci di razzi provenienti dal Libano e considerati una violazione degli accordi di cessazione delle ostilità. Per Israele, infatti, il cessate-il-fuoco non impediva di continuare a colpire le infrastrutture del gruppo sciita quando ritenute una minaccia diretta.

La posizione iraniana, diametralmente opposta. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e altri esponenti della leadership di Teheran avevano sostenuto pubblicamente che la tregua mediata dagli Stati Uniti riguardasse l'intero teatro regionale, compreso il Libano. Un eventuale attacco a Beirut sarebbe quindi stato interpretato come una violazione dell'intesa e avrebbe comportato una risposta diretta. Quando le bombe israeliane sono cadute su Dahiyeh, quella minaccia è diventata realtà.

La risposta di Teheran e il ritorno dello scontro diretto

Poche ore dopo il raid, l'Iran ha scelto di lanciare una decina di missili balistici verso il nord di Israele, nel primo attacco diretto contro lo Stato ebraico dalla tregua di aprile. Secondo le Forze di difesa israeliane, la maggior parte dei vettori è stata intercettata o è caduta in aree disabitate, ma il significato politico dell'operazione è stato inequivocabile: Teheran ha voluto dimostrare che qualsiasi azione contro Hezbollah può trasformarsi in uno scontro aperto con la Repubblica islamica.

I Guardiani della Rivoluzione hanno descritto il lancio come una rappresaglia per l'attacco su Beirut, mentre le autorità iraniane hanno lasciato intendere che ulteriori operazioni israeliane potrebbero provocare una risposta ancora più ampia, coinvolgendo anche droni e altri alleati regionali. La crisi ha così riportato il Medio Oriente allo scenario che Washington cercava di evitare da settimane: quello di un confronto diretto tra Israele e Iran, senza più il filtro delle rispettive forze alleate.

Il contrattacco dell'Idf

La risposta israeliana è arrivata nella notte, quando l'aviazione dell'Idf ha colpito diversi obiettivi militari nell'Iran occidentale e centrale. Secondo le informazioni diffuse dall'esercito israeliano e confermate da fonti statunitensi, i raid hanno preso di mira siti collegati al programma missilistico e alle infrastrutture utilizzate per gli attacchi contro Israele. Washington ha precisato di non aver partecipato all'operazione, pur ribadendo il sostegno al diritto israeliano di difendersi. Il complesso petrolchimico di Karoun, a Mahshahr è fra i siti colpiti da Israele.

Il presidente americano Donald Trump avrebbe tentato di convincere Netanyahu a evitare una controffensiva immediata, nel timore che una nuova escalation potesse compromettere definitivamente il dialogo con Teheran. Ma il meccanismo della deterrenza reciproca sembra ormai essersi rimesso in moto. La vicenda di Beirut dimostra come il Libano sia diventato il principale punto di contatto tra la guerra contro Hezbollah e il confronto strategico tra Israele e Iran: un equilibrio tanto fragile che basta un singolo raid per trascinare l'intera regione sull'orlo di un conflitto più vasto.

Gli Usa spostano gli aerei nel cortile cinese: cosa possono fare i C-130

Gli Stati Uniti rafforzano i rapporti con il Vietnam autorizzando un pacchetto da 100 milioni di dollari destinato al supporto logistico e operativo dei velivoli da trasporto C-130 Hercules. Si tratta di una decisione che potrebbe aprire la strada a una delle più importanti forniture militari statunitensi ad Hanoi degli ultimi anni. Ricordiamo che il Vietnam si trova al centro di una regione sempre più contesa, con il Mar Cinese Meridionale che continua a rappresentare uno dei principali teatri della competizione strategica tra Usa e Cina.

La mossa degli Usa

Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Dipartimento di Stato americano ha approvato una possibile vendita militare estera comprendente servizi di manutenzione, eliche, componenti aeronautici, equipaggiamenti di supporto a terra, materiali di consumo, accessori e programmi di addestramento collegati ai C-130 Hercules.

Il principale contraente sarà RTX Corporation, mentre il velivolo è prodotto da Lockheed Martin. L'autorizzazione arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni del deputato statunitense Michael Baumgartner, secondo cui Washington sarebbe prossima a completare la vendita di tre C-130 al Vietnam. Sebbene né gli Stati Uniti né il governo vietnamita abbiano confermato ufficialmente l'accordo sugli aerei, la direzione apparirebbe ormai chiara.

Per Hanoi si tratterebbe di un passaggio significativo nel processo di diversificazione delle proprie forniture militari. Per decenni le forze armate vietnamite hanno fatto affidamento quasi esclusivamente su equipaggiamenti sovietici e russi, ma le difficoltà di approvvigionamento legate alle sanzioni contro Mosca e il deterioramento del contesto geopolitico hanno spinto il Paese a guardare verso nuovi partner. Oltre agli Stati Uniti, il Vietnam ha intensificato i rapporti con India, Corea del Sud e diversi produttori europei. A proposito di India, nelle scorse settimane Nuova Delhi ha confermato la finalizzazione di un accordo per la fornitura dei missili supersonici BrahMos, un altro tassello del programma di modernizzazione militare vietnamita.

Le caratteristiche dei C-130 Hercules

Cosa possono fare concretamente i C-130 Hercules? Entrato in servizio negli anni Cinquanta e continuamente aggiornato, questo velivolo è considerato uno dei più versatili aerei da trasporto militare mai costruiti. Utilizzato da oltre 70 Paesi, può trasportare truppe, veicoli, rifornimenti e materiali pesanti anche su piste corte o semipreparate, una caratteristica particolarmente utile in un'area composta da arcipelaghi, basi avanzate e infrastrutture limitate.

Il C-130 è impiegato anche per missioni umanitarie, evacuazioni mediche, operazioni di soccorso in caso di calamità naturali e trasporto strategico a medio raggio. Secondo l'aeronautica statunitense, la piattaforma può essere riconfigurata rapidamente in funzione delle esigenze operative, passando dal trasporto di personale a quello di merci o attrezzature specialistiche.

Per il Vietnam, disporre di questi velivoli significherebbe aumentare la capacità di proiezione logistica verso le richiamate aree contese del Mar Cinese Meridionale, oltre che garantire collegamenti più efficienti tra le diverse installazioni militari e migliorare la risposta a emergenze civili e disastri naturali.

"I missili Usa possono colpirci": perché i Typhon spaventano la Cina

La decisione degli Stati Uniti di schierare il sistema missilistico Typhon nel sud del Giappone sta provocando una dura reazione da parte della Cina. A preoccupare Pechino troviamo sia la presenza di nuove capacità militari americane nell'area dell'Indo-Pacifico, sia (forse soprattutto) la posizione scelta per il dispiegamento. Secondo le autorità cinesi, infatti, il sistema potrebbe essere utilizzato per colpire obiettivi sul loro territorio, ma anche per ostacolare i movimenti della propria Marina verso l'oceano Pacifico. Ecco che cosa sta succedendo.

I missili della discordia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i lanciatori Typhon dovrebbero essere schierati il prossimo mese presso la base aerea di Kanoya, nella prefettura giapponese di Kagoshima, nell'ambito di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone.

La posizione è considerata particolarmente sensibile perché si affaccia sul Mar Cinese Orientale e si trova relativamente vicina alla costa cinese. L'analista militare Fu Qianshao, intervistato dal quotidiano di Hong Kong, ha spiegato che i missili da crociera Tomahawk impiegabili dal sistema Typhon hanno una gittata stimata di circa 1.600 chilometri, sufficiente a raggiungere importanti aree urbane e infrastrutturali della Cina orientale, comprese zone vicine a Shanghai e alle province di Fujian e Zhejiang.

Per l'esperto, il rischio non riguarda soltanto eventuali attacchi contro obiettivi terrestri. Il sistema potrebbe infatti essere utilizzato anche contro unità navali, contribuendo a limitare la libertà di movimento della marina cinese in uno dei quadranti strategicamente più importanti della regione.

Le preoccupazioni della Cina

L'altro elemento che alimenta le preoccupazioni di Pechino riguarda lo Stretto di Miyako, il passaggio marittimo tra Okinawa e l'isola di Miyako utilizzato regolarmente dalle navi cinesi per raggiungere il Pacifico occidentale.

Ebbene, secondo Fu, il posizionamento dei Typhon a Kagoshima consentirebbe agli Stati Uniti e ai loro alleati di rafforzare un eventuale blocco di questa rotta cruciale in caso di crisi o conflitto. "Potrebbero usare questo approccio per colpire i nostri obiettivi terrestri da una parte e bloccare i passaggi marittimi vitali dall'altra", ha affermato l'analista.

Non a caso il ministero degli Esteri cinese ha accusato Washington di minacciare la sicurezza strategica regionale, invitando Stati Uniti e Giappone a correggere quella che considera una scelta destabilizzante.

Ricordiamo che il Typhon era già stato dispiegato nelle Filippine nel 2024, suscitando proteste analoghe da parte della Cina. Washington, dal canto suo, continua a rafforzare la propria presenza lungo la cosiddetta "prima catena di isole", l'arco strategico che collega Giappone, Taiwan e Filippine, e che rappresenta uno dei principali fronti della competizione geopolitica tra le due superpotenze.

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