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Received — 6 June 2026 Il Giornale - Mondo

Migranti, Usa avvisano Ue: "Spiagge invase da ideologie pericolose"

L’Europa Occidentale ha un problema di immigrazione irregolare e questo è un dato di fatto inconfutabile. Per troppi anni le politiche buoniste hanno permesso che in Europa entrasse, e permanesse, chiunque, causando enormi danni al tessuto sociale. Solo di recente i Paesi dell’Unione si sono resi conto che quel sistema non è sostenibile e non lo è mai stato, cercando di porre rimedio a quanto fatto. Questo è coinciso con l’arrivo di Giorgia Meloni e di un governo di centrodestra a Palazzo Chigi, che è stato capace di riportare il tema dell’immigrazione al centro dell’agenda europea, anche se non sarà un percorso semplice e, soprattutto, rapido.

Nasce da qui la critica di Peter Hegseth, segretario americano alla Difesa, che oggi ha tenuto un discorso a Colleville-sur-Mer (nord della Francia) in occasione delle celebrazioni per lo Sbarco in Normandia. Ha messo a paragone lo storico evento che vide protagonisti i soldati americani al fatto che “oggi diverse spiagge europee sono prese d'assalto da varie ideologie pericolose: sulle spiagge della Spagna, dell'Italia, della Grecia e della Bulgaria, arrivano barche e uomini”. Quindi, ha proposto una domanda retorica: “Le capitali europee agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?”. Una domanda che resta sospesa ma che tanti europei si sono già posti, dandosi anche delle risposte. Se ancora c’è tempo, questo è molto poco ed è per questo che l’Europa ha approntato il Patto di migrazione e asilo per agevolare le espulsioni e i rimpatri.

Dalle spiagge della Normandia, quindi, Hegseth è tornato sulle polemiche legate alla Nato, dichiarando che “gli Stati Uniti devono mostrare la strada, e lo faremo, ma i nostri alleati devono essere al nostro fianco”. Il segretario alla Difesa ha affermato anche che “l'unica garanzia della pace è la forza” ma non ha fatto alcun cenno al conflitto in corso in Iran o in tutti gli altri scenari di guerra che sono aperti nel mondo. “Gli uomini sepolti qui hanno combattuto in un'alleanza in cui ogni partner ha portato la propria piena capacità, coraggio e sacrificio. Non slogan vuoti, non summit nel lusso, non comunicati”, ha proseguito, parlando di fronte alle croci dei 9.387 militari americani morti nello sbarco in Normandia.

Fondali, cavi e gasdotti: il modello Italia contro la guerra ibrida sottomarina

Al 23esimo forum internazionale “Shangri-La” dell'Istituto Internazionale di Studi Strategici (IISS) a Singapore, tenutosi tra il 29 e il 31 maggio, è stato presentato il documento “Guiding Principles for Underwater Infrastructure Defence Exchanges” (Guide) approvato da 17 Paesi con interessi comuni nella sicurezza delle infrastrutture sottomarine critiche che rappresenta un accordo su principi condivisi e potenziali aree di collaborazione tra gli enti di difesa per rafforzarne la sicurezza.

Il documento è stato sottoscritto da Australia, Brunei, Estonia, Finlandia, Francia, Italia, Lettonia, Lituania, Malesia, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Filippine, Qatar, Singapore, Svezia, Thailandia e Regno Unito. Il Ministero della Difesa di Singapore ha sottolineato in una nota come “la natura interregionale del documento Guide riflette la volontà dei paesi di collaborare su sfide di sicurezza comuni che trascendono le aree geografiche. Il documento è un esempio di come la geografia non rappresenti una barriera e di come i paesi possano collaborare in gruppi flessibili e tematici per definire regole e norme in ambiti emergenti”. Il ministro della Difesa di Singapore ha aggiunto che “oggi, le vie navigabili non sono solo vie di comunicazione per i nostri scambi commerciali, ma sotto la superficie dell'acqua si trovano anche infrastrutture sottomarine cruciali che collegano la nostra rete energetica e quella delle telecomunicazioni”.

Contrasto alla guerra ibrida sottomarina

Com'è noto, le infrastrutture sottomarine come cavi di comunicazione e linee di trasporto di idrocarburi, sono fondamentali per la sicurezza di un Paese e sono esposte a minacce crescenti di interruzioni casuali o deliberate nel contesto delle azioni nella “zona grigia dei conflitti”.

Il taglio di cavi sottomarini di comunicazione è diventato più frequente in alcune zone del globo, provocando disagi che possono diventare dirompenti qualora queste troncature dovessero diventare sistematiche e concomitanti. La protezione delle infrastrutture sottomarine – comprese quelle per l'estrazione di idrocarburi – diventa quindi fondamentale in un mondo sempre più soggetto a questo tipo di minaccia di difficile attribuzione.

Il documento Guide ha fissato alcuni punti molto importanti di azione per la protezione delle infrastrutture sottomarine: l'importanza del coordinamento e della cooperazione tra le diverse parti interessate come i governi e le autorità nazionali competenti degli Stati costieri e degli Stati utilizzatori dei cavi; l'industria privata, come gli operatori di cavi e condotte sottomarine, le parti interessate del settore marittimo; nonché organizzazioni internazionali e non governative come le Nazioni Unite.

Si è certificata anche l'importanza del dialogo col mondo accademico e degli esperti di settore, nonché l'integrazione civile-militare per sviluppare e operare sistemi di controllo e difesa, sempre nel rispetto delle specifiche strutture nazionali e della divisione delle responsabilità all'interno di ciascun Paese, con le autorità civili e gli operatori privati che hanno la responsabilità primaria della progettazione, regolamentazione, costruzione e riparazione delle infrastrutture. Guide ha anche stabilito l’avvio, tra i Paesi aderenti, di un dialogo strutturato e di scambi di esperienze e soluzioni.

L’ispirazione arriva dall’Italia

In buona sostanza, l'accordo ha ripreso l'architettura italiana per lo sviluppo e difesa delle infrastrutture sottomarine che vede nel Polo Nazionale della dimensione Subacquea (Pns) il suo centro principale.

Il nostro Paese, con la legge 9/2026, ha stabilito il contesto giuridico/operativo per inaugurare una robusta architettura interagenzia, alle dipendenze della presidenza del Consiglio, incentrata sulla nascente Agenzia per la sicurezza subacquea (Asas) e sul Pns, che è attivo a La Spezia dal 2023. Questa architettura ha sostanzialmente fornito ispirazione per molti dei principi del Guide: l’Asas, ad esempio, è incaricata di “promuove accordi internazionali… con istituzioni, enti e organismi di altri Paesi”.

Anche l'attenzione data alla cooperazione tra mondo militare, dell'industria e dell'accademia indicata nel Guide è uno dei principi cardine del modus operandi del Pns, dove i tre ambienti nazionali lavorano a stretto contatto. Il Polo è quindi un incubatore di idee, in grado di aggregare e capitalizzare le competenze del mondo accademico, della ricerca e industriale, con un impianto da hub strategico per sviluppare mezzi e competenze per esplorare, conoscere, difendere e valorizzare il mondo subacqueo in modo sostenibile e consapevole.

Per capire quanto il modello italiano sia stato preso a ispirazione, nelle linee guida del Guide si può leggere la volontà di “condividere le migliori pratiche e le conoscenze tecniche attraverso l'organizzazione di scambi di esperti in materia di sicurezza delle informazioni delle infrastrutture sottomarine strategiche tra gli Stati e con le agenzie civili, ad esempio tramite workshop, nonché integrando elementi sulla sicurezza delle informazioni nelle attività multilaterali”. L'enfasi è stata data soprattutto alla cooperazione internazionale, per varare una rete sovranazionale di esperti di settore che possa scambiare punti di contatto e condividere informazioni al fine di facilitare gli impegni intraregionali e migliorare la potenziale risposta a incidenti e crisi relative alla sicurezza delle infrastrutture, qualora se ne presentasse la necessità.

Questo nuovo partenariato internazionale, potenzialmente, amplierà il raggio d'azione “accademico” del Pns tramite gli scambi coi Paesi firmatari, e permetterà anche alla Marina Militare italiana di lavorare a più stretto contatto con quelle dei Paesi sottoscrittori nell'ambito underwater, facendo tesoro delle esperienze maturate ma soprattutto individuando nuovi scenari operativi e relative criticità, con un occhi attento al futuro della seabed warfare.

Faccia a faccia tra navi cinesi e di Taiwan: alta tensione nelle isole contese

Nuovo episodio di tensione nel Mar Cinese Meridionale tra Cina e Taiwan. Secondo quanto riferito dalla Guardia Costiera di Taipei, una nave della Guardia Costiera cinese è entrata nelle acque che Taipei considera soggette alla propria giurisdizione attorno alle isole Pratas, conosciute anche come Dongsha. L’incidente si è verificato nelle prime ore della mattina del 5 giugno e ha dato origine a un confronto ravvicinato tra le unità navali delle due parti.

Il faccia a faccia navale tra Pechino e Taipei

Che cosa è successo? Le autorità taiwanesi hanno dichiarato di aver individuato l’imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. Una motovedetta di Taipei è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla Guardia Costiera di Taiwan e riportata da Newsweek, la nave cinese avrebbe ignorato gli avvertimenti ricevuti e aumentato la velocità, passando da cinque a nove nodi prima di effettuare una brusca virata verso l’interno delle acque rivendicate da Taipei. A quel punto si è sviluppato un vero e proprio stallo tra le due unità, con entrambe le parti impegnate a mantenere la propria posizione.

In una nota ufficiale, l’amministrazione taiwanese ha ribadito che soltanto le sue autorità hanno il diritto di far rispettare la legge nelle acque attorno alle Dongsha, sottolineando che la Repubblica di Cina (Taiwan ndr) e la Repubblica Popolare Cinese “non sono subordinate l’una all’altra”.

Scintille nelle isole contese

Le isole Pratas si trovano circa 400 chilometri a sud-ovest di Taiwan e a poco più di 300 chilometri da Hong Kong. Sebbene siano amministrate da Taipei, vengono rivendicate anche da Pechino e rappresentano uno dei punti più delicati della competizione strategica tra le due sponde dello Stretto. Taiwan mantiene sull’arcipelago una piccola guarnigione di marines, mentre la Cina considera l’isola principale parte integrante del proprio territorio nazionale.

Nelle ultime settimane, tra l’altro, navi da ricerca e pescherecci cinesi sono stati più volte segnalati in prossimità delle coste taiwanesi, costringendo la Guardia Costiera locale a operazioni di monitoraggio e allontanamento.

Per il Taipei Times, gli incidenti registrati attorno alle Dongsha sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni, passando da episodi sporadici a oltre trenta casi annuali. Parallelamente, anche le incursioni aeree e navali cinesi nelle zone limitrofe allo Stretto di Taiwan sono diventate quasi quotidiane. Di fronte a questa crescente pressione, il governo taiwanese sta investendo nel rafforzamento delle proprie capacità di sorveglianza marittima.

Non è un caso che il Consiglio per gli Affari Oceanici di Taiwan abbia ottenuto finanziamenti straordinari superiori a 935 milioni di dollari per l’acquisto di quaranta nuove unità della Guardia Costiera e per l’ammodernamento dei sistemi di monitoraggio.

Aerei, navi e blitz elettronico: la Cina sfida la fregata europea nello Stretto di Taiwan

Altissima tensione nello Stretto di Taiwan. La Cina ha fatto sapere di aver dispiegato unità navali e aeree per seguire e monitorare il transito della fregata olandese De Ruyter, impegnata nel passaggio attraverso il braccio di mare che separa Taiwan dalla Cina continentale. Le autorità del Dragone hanno ribadito la volontà di difendere la propria sovranità e di mantenere alta l’attenzione su ogni attività militare straniera nelle aree che ritengono di interesse nazionale.

Alta tensione nello Stretto di Taiwan

Il Comando del Teatro Orientale dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese ha scritto sui social media che, in meno di due settimane, l'elicottero imbarcato sulla fregata olandese De Ruyter aveva "violato illegalmente lo spazio aereo sopra le isole Xisha (nome cinese delle Isole Paracelso) e successivamente la fregata aveva attraversato lo Stretto di Taiwan".

Il colonnello Xu Chenghua, portavoce del comando di teatro operativo, ha dichiarato che le forze armate cinesi "rimarranno in stato di massima allerta in ogni momento per salvaguardare con fermezza la sovranità e la sicurezza della Cina, nonché la pace e la stabilità regionale". Lo stesso Xu ha aggiunto che le forze navali e aeree "hanno gestito la situazione in modo efficace", senza fornire dettagli. Il post includeva due foto della nave da guerra olandese, una delle quali mostrava anche l'elicottero.

Ma che cosa è successo precisamente? Secondo quanto riferito da Reuters, Pechino ha usato aerei militari e navi da guerra per tracciare e controllare la nave occidentale durante l’attraversamento dello Stretto di Taiwan. Dal canto suo, il governo dei Paesi Bassi ha spiegato che la De Ruyter stava operando nella regione per ragioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche, sottolineando che la missione si è svolta nel pieno rispetto del diritto internazionale.

Che cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale

La vicenda, come detto, è arrivata pochi giorni dopo un altro confronto tra la stessa fregata e le forze armate cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva accusato l’unità olandese di essere entrata illegalmente nell’area delle isole Paracelso e di aver fatto decollare un elicottero in uno spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio e non ha mai escluso il ricorso alla forza per arrivare a una riunificazione con l’isola. Non solo: le autorità cinesi ritengono che lo stretto abbia natura sostanzialmente interna o comunque soggetta alla propria giurisdizione, una posizione contestata da Stati Uniti, Paesi europei e numerosi altri governi, che invece lo considerano una via d’acqua internazionale aperta alla navigazione.

Lo scorso aprile, il ministero della Difesa olandese aveva annunciato che la De Ruyter, una fregata di comando e difesa aerea, avrebbe trascorso cinque mesi nell'Indo-Pacifico per partecipare a operazioni ed esercitazioni internazionali con gli alleati. L'imbarcazione ha un equipaggio di circa 200 persone ed è equipaggiata con un elicottero navale avanzato NH90. Il mese scorso, la nave in questione ha fatto scalo a Manila, dove ha partecipato ad esercitazioni congiunte con la Marina filippina.

A fine maggio, durante il transito nello Stretto di Taiwan dell’imbarcazione olandese, sono scoppiate le tensioni. Secondo quanto riferito dai media cinesi, le forze aeree e navali del Dragone avevano emesso avvertimenti verbali e utilizzato contromisure elettroniche non specificate per allontanare il velivolo alzatosi in volo dalla De Ruyter. È stata la prima volta che l'esercito cinese ha affermato di aver utilizzato questi strumenti contro navi o aerei da guerra stranieri in acque contese.

Fukushima, l’incredibile evasione di un orso: sfugge a trappole, droni e tranquillanti

Continua a tenere con il fiato sospeso la città di Fukushima, nel nord-est del Giappone, dove un orso nero asiatico responsabile del ferimento di quattro persone è riuscito a sfuggire a una vasta operazione di cattura organizzata dalle autorità. Dopo giorni di ricerche, trappole e tentativi di sedazione, l’animale è riuscito a dileguarsi lasciando dietro di sé una scia di interrogativi e preoccupazione tra i residenti. La vicenda ha attirato l’attenzione dei media di tutto il mondo, non solo per la gravità degli attacchi, ma anche per l’incredibile capacità dell’orso di eludere i controlli e trovare una via di fuga.

Gli attacchi nell’area industriale

L’emergenza è iniziata martedì, 2 giugno, mattina nell’area industriale di Sasakino, alla periferia di Fukushima. L’orso è stato avvistato nei pressi di un’acciaieria dove ha aggredito due lavoratori. Uno di loro sarebbe stato scaraventato a terra durante l’attacco. Successivamente l’animale si è spostato tra edifici industriali e abitazioni vicine, colpendo altre persone lungo il suo percorso. In totale quattro individui, di età compresa tra i 20 e gli 80 anni, hanno riportato ferite di varia entità. Alcuni hanno subito lesioni serie e fratture al volto, ma fortunatamente nessuno risulta in pericolo di vita. Le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza e diffuse online hanno contribuito ad aumentare l’allarme e il dibattito sulla crescente presenza degli orsi nelle zone urbanizzate del Paese.

Una caccia senza successo

Dopo gli attacchi, l’orso si è rifugiato all’interno di uno stabilimento di componentistica elettronica. Da quel momento è scattata una complessa operazione per catturarlo. Polizia, cacciatori specializzati e personale di emergenza hanno circondato l’area installando gabbie-trappola e utilizzando esche a base di miele e frutta. È stato autorizzato persino l’impiego di dardi tranquillanti, una misura eccezionale considerando la presenza di materiali infiammabili negli impianti industriali. Tuttavia ogni tentativo si è rivelato inutile. Secondo le ricostruzioni, il proiettile anestetico avrebbe colpito l’orso ma il farmaco non sarebbe stato iniettato correttamente, permettendo all’animale di rimanere attivo e vigile.

La fuga che ha sorpreso tutti

La svolta è arrivata nella notte tra mercoledì e giovedì, quando l’orso è riuscito a evadere dall’edificio in cui si trovava. Secondo quanto riferito dalle autorità municipali, l’animale avrebbe aperto autonomamente una finestra che risultava chiusa. Attorno alla serratura sono stati trovati numerosi segni e graffi che farebbero pensare a una manipolazione diretta del meccanismo di apertura. Una volta aperto il passaggio, l’orso ha danneggiato la rete protettiva installata all’esterno, superato le barriere di sicurezza e infine scavalcato il cancello dello stabilimento, facendo perdere le proprie tracce. Le fotografie diffuse dal Comune mostrano chiaramente la finestra utilizzata per la fuga, la rete lacerata e i segni lasciati dagli artigli sul telaio.

Il sindaco: "È un animale estremamente intelligente"

Ad alimentare ulteriormente la curiosità attorno alla vicenda sono stati alcuni comportamenti osservati durante le operazioni di ricerca. Il sindaco di Fukushima, Yuki Baba, ha raccontato che l’orso sarebbe stato visto mentre beveva acqua direttamente da un rubinetto presente nell’area industriale. Per questo motivo il primo cittadino lo ha definito "estremamente intelligente", sottolineando come l’animale abbia mostrato capacità insolite nel trovare risorse e aggirare gli ostacoli predisposti per catturarlo.

Droni e pattuglie continuano le ricerche

Nonostante la fuga, le operazioni non si sono fermate. Droni, pattuglie di polizia e squadre specializzate continuano a monitorare la zona nel tentativo di localizzare il plantigrado prima che possa avvicinarsi nuovamente alle aree abitate. Le autorità hanno invitato la popolazione alla massima prudenza. Alcune scuole della zona hanno temporaneamente modificato le proprie attività, ricorrendo anche alla didattica a distanza e rafforzando le misure di sicurezza per studenti e personale.

Un problema sempre più grave in Giappone

L’episodio di Fukushima non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi anni il Giappone sta assistendo a un aumento significativo degli incontri tra esseri umani e orsi. Negli ultimi dodici mesi gli avvistamenti hanno superato quota 50 mila, un dato senza precedenti. Dall’inizio del 2026 gli attacchi attribuiti ai plantigradi hanno già provocato almeno tre morti e oltre venti feriti. Ancora più pesante il bilancio del 2025, quando si registrarono più di 230 aggressioni e 13 vittime, il numero più alto mai rilevato nel Paese.

Perché gli orsi si avvicinano sempre più alle città

Gli esperti spiegano che il fenomeno è legato soprattutto alle trasformazioni del territorio. In Giappone vivono principalmente due specie, l’orso bruno, diffuso nell’isola di Hokkaido, e l’orso nero asiatico, presente soprattutto nell’isola di Honshu, dove si trovano sia Tokyo sia Fukushima. La riduzione delle aree boschive, l’abbandono delle campagne e la diminuzione delle risorse alimentari naturali hanno spinto questi animali a spingersi sempre più vicino ai centri abitati. Di conseguenza aumentano gli incontri ravvicinati con l’uomo. Nella maggior parte dei casi gli attacchi non hanno finalità predatorie. Gli orsi reagiscono spesso perché si sentono minacciati o sorpresi dalla presenza umana. Tuttavia, date le dimensioni e la forza di questi animali, anche un’aggressione di natura difensiva può provocare conseguenze gravissime e, in alcuni casi, risultare fatale. La fuga dell’orso di Fukushima è così diventata il simbolo di un’emergenza che il Giappone sta cercando di affrontare con sempre maggiore urgenza, mentre residenti e autorità attendono di sapere dove ricomparirà il plantigrado che è riuscito a mettere in scacco un’intera operazione di cattura.

L'Armenia tra Unione e Russia. Sfida Pashinyan-Karapetyan (con l'endorsement di Trump)

Tra Europa e Russia, tra il peso della storia e l'incertezza del futuro. Domani gli armeni si recheranno alle urne per un voto che potrebbe ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. In gioco non c'è soltanto la maggioranza parlamentare, ma la collocazione geopolitica di un Paese che da anni vive sospeso tra l'eredità sovietica e la tentazione occidentale. Dopo oltre trent'anni di dipendenza politica, economica e militare da Mosca, Erevan si trova infatti davanti a una scelta che molti osservatori descrivono come storica: proseguire il percorso di avvicinamento all'Occidente avviato dal premier Nikol Pasinyan oppure tornare nell'orbita russa sostenuta da una parte consistente delle opposizioni. Il voto assume i contorni di un referendum sulla leadership di Pasinyan, al potere dal 2018 dopo la «rivoluzione di velluto» che pose fine al lungo dominio delle élite post-sovietiche. Il premier ha puntato sulla lotta alla corruzione, sul rafforzamento delle istituzioni e su una progressiva emancipazione da Mosca. La svolta è arrivata dopo la sconfitta nel Nagorno Karabakh e l'offensiva azera del 2023, vissute da molti armeni come la prova dell'inaffidabilità russa. Da allora Erevan ha raffreddato i rapporti con il Cremlino, intensificato

quelli con Bruxelles, Usa e rilanciato il dialogo con Azerbaigian e Turchia.

È questa la linea che oggi divide l'Armenia: da un lato il partito di governo, che vede nella pace con Azerbaigian e Turchia e nell'apertura all'Occidente la chiave per il futuro del Paese; dall'altro le opposizioni, che accusano Pasinyan di aver concesso troppo a Baku e di aver compromesso il rapporto con Mosca senza ottenere sufficienti garanzie di sicurezza.

La campagna elettorale è stata segnata dallo scontro tra Russia e Occidente. Nelle ultime settimane Mosca, attraverso il ministro degli Esteri Lavrov, ha aumentato la pressione su Erevan con minacce economiche e avvertimenti politici, arrivando persino a evocare il precedente ucraino. Dichiarazioni interpretate come tentativo di influenzare il voto. Pasinyan si presenta come il garante della pace e della modernizzazione del Paese, puntando sull'avvicinamento all'Unione Europea, sul rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti e sulla trasformazione dell'Armenia in un hub strategico tra Europa e Asia.

I sondaggi indicano il premier favorito (preferenze fino al 42%), anche grazie a un'opposizione filorussa frammentata tra Armenia Forte di Samvel Karapetyan, l'Alleanza Armenia dell'ex presidente Robert Kocharyan e Armenia Prospera di Gagik Tsarukyan. A rafforzare la sua immagine internazionale è arrivato l'endorsement di Donald Trump, che lo ha definito «un amico e un grande leader» capace di condividere la sua «visione di pace e prosperità». Senza dimenticare che un accordo siglato con Vance durante una visita a Erevan quest'anno aprirebbe la strada alla costruzione di una centrale nucleare da parte di un'azienda Usa.

Gli scenari possibili sono tre. Il più probabile è una riconferma di Pasinyan con una maggioranza sufficiente a governare, che consoliderebbe l'avvicinamento all'Occidente. Più complessa una vittoria senza una maggioranza autosufficiente, che costringerebbe il premier a cercare alleati e renderebbe più difficile portare avanti le riforme necessarie agli accordi con Baku. Infine, un Parlamento frammentato e dominato da opposizioni divise potrebbe aprire una fase di instabilità, rallentando il riavvicinamento a Europa e Stati Uniti.

Odissea nello spazio

Una crepa nella stazione orbitante, emergenza nello spazio. A bordo scatta l'operazione Safe haven (rifugio sicuro). Se si rompe la camera d'aria, è finita. Sono state ore di alta tensione quelle vissute dagli astronauti della Stazione spaziale internazionale (Iss). «C'è una perdita di aria, tenetevi pronti all'evacuazione» comunica la Nasa.

La falla è in un modulo russo della stazione: il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, presenta da tempo crepe e perdite, che fino a oggi sono state arginate il più possibile da Roscosmos, l'agenzia responsabile del programma spaziale russo. Ma evidentemente le «toppe» non sono state sufficienti e ieri sono iniziate le operazioni per un intervento più esteso. Come massima precauzione, la Nasa ha ordinato ai quattro membri della missione SpaceX Crew-12 e all'astronauta americano Chris Williams (in orbita da febbraio) di indossare le tute spaziali pressurizzate e salire sulla navicella Dragon per tutta la durata del cantiere spaziale. L'intervento è durato qualche ora, poi l'equipaggio è rientrato ai posti di comando.

Due le crepe che hanno destato preoccupazione: la seconda si è presentata una settimana fa in corrispondenza dell'arrivo del cargo di rifornimento Progress-95. Roscosmos aveva fatto sapere che si trattava di una perdita pari a circa mezzo chilo di aria al giorno, che ora però sembrava raddoppiata, o almeno peggiorata.

Tutto abbastanza «normale» per gli addetti ai lavori. La stazione spaziale infatti è in attività ininterrottamente dall'anno 2000: 26 anni di onorata carriera, per cui è normale dover riparare qualche «acciacco».

La questione delle perdite è oggetto di monitoraggio da diversi anni, e in passato avrebbe anche evidenziato divergenze tra la Nasa e l'agenzia spaziale russa Roscosmos sulle modalità di intervento. «Ci auguriamo la massima collaborazione» fa sapere l'agenzia spaziale americana tramite l'addetta stampa Bethany Stevens.

Le cause esatte delle crepe non sono ancora state individuate con certezza. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli ingegneri ci sono le possibili microfratture

strutturali sviluppate nel corso degli anni. Il problema è sotto osservazione da oltre cinque anni e rappresenta una delle principali criticità tecniche affrontate dalla stazione negli ultimi tempi.

La vicenda potrebbe mettere in discussione il futuro della Iss. L'avamposto orbitale, frutto della collaborazione internazionale tra Stati Uniti, Russia, Europa, Giappone e Canada, dovrebbe restare operativo almeno fino al 2030. Negli Stati Uniti si discute però della possibilità di estenderne l'attività fino al 2032 per evitare un'interruzione della presenza umana permanente in orbita terrestre in attesa delle future stazioni spaziali commerciali.

In questo momento in orbita nella Expedition 74 ci sono sette astronauti: Sergei Kud-Scerchkov (comandante, Russia), Chris Williams (Usa), Sergei Mikaev (Russia), Jessica Meir (Usa), Jack Hathaway (Usa), Sophie Adenot (Francia) e Andrei Fedyaev (Russia).

"Corpi d'élite in Azerbaijan". Israele e la rete militare segreta

L' Azerbaijan è un Paese speciale: musulmano, sciita, è però un Paese laico, deciso a modernizzarsi, nazionalista, il cui presidente Ilham Aliyeh ha un ottimo rapporto con gli Stati Uniti e con Israele, mentre con l'Iran regna la reciproca diffidenza. La stampa internazionale ha reso noto ciò che era intuibile: i 700 chilometri di confine fra l'Azerbaijan e l'Iran sarebbero presidiati da alcuni siti clandestini del Mossad, parte di una rete diffusa nel Medioriente, da cui Israele potrebbe lanciare operazioni. Può servire nella guerra attuale, potrebbe avere aiutato nell'eliminazione di Rahman Moqadam il capo dell'arruolamento estero dei pasdaran.

I rapporti azeri con Israele sono attivi dalla caduta dell'Urss nel 1991, Israele fra i primi Paesi riconobbe il nuovo Stato, e fra i due si è sviluppato uno scambio prezioso, petrolio e energia dall'Azerbaijan e tecnologia, intelligence, armi da parte israeliana. Gideon Saar ha incontrato Aliyeh a Baku il 26 gennaio. Durante le guerre del Nagorno Karabak, gran parte della capacità militari azere erano israeliane. Il Paese è stato fra i primi acquirenti di Iron Dome; e mentre nel periodo di Biden il rapporto con gli Usa ha sofferto a causa dell'avvicinamento americano all'Armenia, con Trump si è ricostruito un asse parte di una nuova mappa geopolitica, un arco antiegemonia iraniana per l'alleanza con l'Occidente: gli Emirati dal 2020 sono il pilastro della vicenda, con la firma dei Patti di Abramo; Il Bahrain condivide la preoccupazione sull'Iran, la monarchia sunnita tiene a bada la maggioranza sciita; il Marocco ormai è un amico solido dell'Occidente contro la jihad; e poi i partner classici Egitto e Giordania, fra mille vicende alterne, tuttavia restano ancorati alla pace. L'Arabia Saudita alla fine dovrà approdare a un'alleanza occidentale. È concreta l'idea di Trump che molti Paesi islamici siano propensi ad appoggiarsi a Israele contro l'Iran e i suoi feroci proxy. L'Iran prevedeva l'accerchiamento di Israele, e invece la situazione, sempre problematica, è però molto modificata. Nel quadro anche l'alleanza con Somaliland, all'imboccatura sud del Mar Rosso, una delle principali rotte commerciali mondiali, proprio sulla faccia degli Houthi. Per Israele, dunque, oltre al rapporto con gli Usa ci sono cooperazioni strategiche che vanno al di là della difesa: la maggiore, quella con l'India di Narendra Modi che disegna l'Imec, India Middle East Europe Economic Corridor, annunciato nel 2023, che finalmente supera in prospettiva la Belt and Road cinese. Questa prospettiva, e non certo l'estromissione d'Israele coi i boicottaggi, disegna una vera pace.

Caos Libano, anche Bibi ferma l'intesa

Continuano i raid israeliani in Libano, dopo che il leader di Hezbollah Naim Qassem ha definito l'accordo di Washington "una capitolazione e una sconfitta", e Benjamin Netanyahu non ha fatto votare l'ultima versione dell'intesa per il cessate il fuoco mediata dagli Usa. Secondo quanto riportato da Ynet, i ministri hanno criticato la tregua, il cui rinnovo è stato concordato dalle delegazioni israeliana e libanese durante un incontro a Washington mercoledì, e hanno chiesto che venisse sottoposto al voto del Gabinetto prima di accettarne le condizioni. Il premier invece, durante una riunione, ha spiegato che non metterà ai voti il documento finché Hezbollah non ne avrà accettato i termini. "Al momento non c'è alcun accordo. Hezbollah si oppone, quindi non prenderò una decisione", ha detto Netanyahu, mentre continuano gli attacchi dello Stato ebraico in Libano, che hanno provocato 12 morti. Di questi, almeno sette persone sono rimaste uccise in blitz notturni sulla città di Tiro, nel sud.

Sul fronte iraniano, invece, il presidente Usa è tornato a parlare di un potenziale incontro con l'ayatollah Mojtaba Khamenei, che sarebbe "onorato" di vedere. "Se dovessimo raggiungere un accordo, è possibile che io lo incontri - ha detto Trump - Per me andrebbe bene". Un'ipotesi che è stata immediatamente respinta da Teheran. "Penso che dobbiamo essere realisti", ha commentato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sottolineando che peraltro al momento la Guida Suprema deve evitare "una presenza pubblica più significativa per ragioni di sicurezza". Subito dopo gli ha fatto eco il consigliere di Khamenei, Mohsen Rezaei, in un'intervista esclusiva alla Cnn, che lapidario ha detto: "Non accadrà".

Riguardo l'accordo, invece, un alto funzionario della Repubblica islamica ha detto che dipende dalla decisione o meno dell'amministrazione Usa di sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, oltre ad avvertire che gli Stati Uniti "entrerebbero in un tunnel oscuro" qualora dovessero riprendere le ostilità. "I negoziati sono in una situazione di stallo e Trump deve sbloccarla - ha aggiunto Mohsen Rezaei - La palla è nel campo di Trump".

"Con l'Iran vinceremo comunque, o sulla carta o militarmente", ha ribadito invece The Donald, ricordando che tra le condizioni ci sono la riapertura dello stretto di Hormuz e la rinuncia all'arma nucleare. E "se l'Iran uccidesse soldati americani riprenderei gli attacchi. Mi sembrerebbe un'ottima ragione". Secondo la tv saudita Al Arabiya, Teheran ha informato il Pakistan di essere pronto a trasferire parte delle sue scorte di uranio a un paese terzo. Intanto l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha affermato, in un rapporto riservato, che la mancanza di accesso per verificare il materiale nucleare in Iran rappresenta una "preoccupazione per la proliferazione", invitando la Repubblica islamica a "collaborare in modo costruttivo con l'agenzia". "Pur riconoscendo che gli attacchi militari contro le strutture e i siti nucleari iraniani hanno creato una situazione senza precedenti - ha proseguito l'Aiea - è fondamentale che l'agenzia conduca attività di verifica nel Paese senza indugio". Secondo quanto riferito da una fonte diplomatica, l'Aiea non ha rilevato attività presso siti nucleari strategici come Isfahan e Natanz dall'inizio del conflitto in Medioriente a fine febbraio, ma gli è stato negato l'accesso ad alcuni impianti chiave dal giugno dell'anno scorso, quando gli Usa hanno colpito diversi siti atomici.

Putin strappa la lettera di Zelensky. Rabbia Kiev: "Ha scelto la guerra"

"Ora la palla è nel loro campo", dicono da Kiev dopo la lettera aperta di Zelensky a Putin. E da San Pietroburgo, lo Zar l'ha spedita per l'ennesima volta in tribuna. Altro che incontro, altro che apertura al dialogo o possibili spiragli di pace. "Non c'è motivo di incontrare Zelensky. La guerra finirà quando la Russia raggiungerà i suoi obiettivi" Non se ne parla nemmeno. Il "siamo pronti al dialogo" dei giorni scorsi era solo l'ennesimo bluff di uno Zar che, mai così in difficoltà, non ha alcuna intenzione di sedersi al tavolo del negoziato in condizione di difficoltà. Rischiando però di mettersi così in una posizione di ulteriore difficoltà.

C'era attesa per l'intervento di Putin al Forum economico di san Pietroburgo ma le speranze di un'apertura verso la fine della guerra sono andate disattese. Dopo la proposta di un incontro faccia a faccia per chiudere il conflitto, nel suo intervento il presidente russo ha proseguito con la consueta retorica. "Ho dato una rapida occhiata alla lettera di Zelensky contiene effettivamente elementi di maleducazione. È un modo per creare le condizioni per un incontro e per dei negoziati o per creare un contesto in cui qualsiasi incontro diventa impossibile? Credo sia la seconda opzione", ha detto dal palco. Aggiungendo poi che "Zelensky vuole solo cercare di fermare l'offensiva delle truppe russe sul terreno" e che "la Russia proseguirà le sue operazioni finché non verranno raggiunti tutti gli obiettivi". Punto e a capo. Dura e secca la controreplica di Zelensky: "Putin ha scelto, non vuole porre fine alla guerra".

Consapevole che solo ieri il presidente americano Donald Trump aveva lodato l'iniziativa di Zelensky sottoscrivendo l'idea di un incontro tra i due leader (e intestandosene il merito), Putin ha elogiato il tycoon dicendo che "il nostro rapporto si basa sul rispetto reciproco" e che se ci fosse stato lui al posto di Biden "il conflitto in Ucraina probabilmente non ci sarebbe stato". Ma adesso, lo Zar è all'angolo perché l'ennesima chiusura al dialogo non farà certo felice Trump. Oltre che l'Europa, che tra un vertice organizzato e la conferma del sostegno a Kiev, si schiera ancora una volta. "Nessuno desidera la pace più del popolo ucraino e del presidente Zelensky. Il contenuto della sua lettera, ha il nostro pieno sostegno", ha detto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. A San Pietroburgo Putin (che ha anche incontrato l'amico Schroeder che vorrebbe come mediatore) ha cercato di negare le ormai palesi difficoltà economiche della Russia dicendo che "sentiamo critiche da tutte le parti secondo cui tutto è crollato... Siamo scesi allo stesso livello di crescita che registrano i Paesi dell'Eurozona negli ultimi anni", ha detto, criticando le sanzioni dell'Occidente ("sono concorrenza sleale"), e la Ue ("le élite europee stanno provocando il caos") e lanciando poi un attacco diretto (non il primo) al nostro Paese dicendo che con altri Stati è "tra le peggiori realtà nell'Unione europea per debito pubblico".

La guerra, quindi, continua e segue l'ormai solito drammatico spartito. Mentre i droni ucraini minacciano basi militari e strutture energetiche in Russia, nella notte l'esercito di Mosca ha colpito ancora obiettivi civili, tra cui uno stabilimento di Kiev che produceva prodotti alimentari per bambini causando 4 vittime e diversi feriti. Attacchi in serie anche a Dnipro, nel Sumy dove è stata colpita una scuola, e nel Kherson dove un drone ha colpito un'ambulanza che era stata donata dall'Italia. Il video ha fatto rapidamente il giro del web.

Sull'altro fronte, mentre si è realizzato un altro scambio di prigionieri, un drone marino ucraino è esploso nel porto di Costanza, in Romania dove non ci sono stati feriti perché la marina ucraina ha prontamente avvertito le autorità rumene. "Una delle navi senza equipaggio della Marina ucraina ha perso il controllo a causa di un attacco di guerra elettronica nemica. Abbiamo fornito le informazioni necessarie alla Marina rumena al fine di prevenire vittime tra la popolazione civile", ha dichiarato la Marina ucraina confermando che il drone fosse ucraino e che sia stato fatto esplodere al largo e lontano da uomini, mezzi e infrastrutture. Un episodio che conferma come il rischio di incidente al di fuori del campo di battaglia resti comunque alto. In una guerra che sembrava potersi chiudere ma che dalle parti del Cremlino, evidentemente, vogliono continuare ancora a lungo.

Economia frenata e l'ombra degli 007: lo Zar deve coprire i guai della Russia. E insiste sul piano firmato con Trump

La guerra costa. Ma produce solo perdite. A spiegarlo a Vladimir Putin ci ha pensato il ministro delle Finanze Anton Siluanov autore, a metà maggio, di un rapporto in cui si analizzano i buchi di un bilancio federale in cui i 213 miliardi di euro (17mila 600 miliardi di rubli) di spese superano di gran lunga i 141 miliardi (11mila700 miliardi di rubli) di entrate. Una differenza che fin qui nessuno osava mettere nero su bianco. Anche perché lo scorso autunno a Putin era stata presentata una relazione in cui si garantiva la tenuta dell'economia per almeno due anni, nonostante i costi bellici.

La previsione sorvolava su alcuni dettagli fondamentali. Il primo era la caduta dei prezzi del greggio risaliti solo con lo scoppio della guerra in Iran. L'altro era l'intensificazione delle sanzioni indirette Usa e il conseguente ridimensionamento degli acquisti di petrolio e gas russi sui mercati turchi, indiani e cinesi. Senza contare l'inaffidabilità dell'"alleato" di Pechino poco disponibile ad incrementare le quote di gas e petrolio acquistate sul mercato russo. Ma nelle previsioni presentate a Putin mancavano anche i buchi neri di bilancio, ovvero quei rivoli miliardari che nell'era del ministro della Difesa Sergej Shoigu e del suo vice Pavel Popov svanivano nel fiume incontrollato della corruzione. La condanna di Popov a 19 anni di galera, il trasferimento di Sergei Shoigu alla Segreteria del Consiglio di Sicurezza e le successive epurazioni non son bastate a tappare le falle della Difesa. Falle insopportabili in tempo di crisi. E tutto questo mentre i fondi europei utilizzati per l'acquisto sul mercato americano di sistemi di puntamento per missili e droni ad alta tecnologia garantiscono agli ucraini un doppio risultato.

Da una parte, come testimonia l'incursione sulla raffineria di San Pietroburgo, colpiscono in profondità il gigante russo. Dall'altra paralizzano il fronte trasformandolo in un zona grigia profonda dai 25 ai 30 chilometri in cui nessun mezzo e nessuna unità è in grado di avanzare. In tutto questo Putin fa i conti con il malcontento di una parte dell'opinione pubblica e di settori delle forze armate e dei servizi di sicurezza. Un malcontento che - a differenza di quanto si pensa in Europa - non auspica la fine alla guerra, ma bensì l'impegno a combatterla con maggior determinazione e l'impiego di ogni arma a disposizione. D'altra parte la fine delle ostilità senza la conquista totale del Donetsk, controllato oggi all'85% , e senza la firma di accordi che definiscano la zona d'influenza russa e quella della Nato in Europa, resta un'opzione inaccettabile per Vladimir Putin. Anche perchè gli impedirebbe di venir ricordato come il Presidente che riequilibrò i rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica dopo la caduta dell'Urss. Ma non solo. Una vittoria mutilata lo costringerebbe a far i conti con il malcontento di 700mila volontari del fronte ucraino che guadagnano oggi circa 2400 euro al mese, ma tornerebbero a incassare meno della metà senza aver raggiunto il successo auspicato.

Tutte queste ragioni spingono Putin a rilanciare quegli accordi di Anchorage con Donald Trump che prevedevano l'annessione in toto di Donetsk e Lugansk, la fine delle sanzioni e la ripresa dei rapporti con gli Usa. Con un elemento in più. A mettere il silenziatore su quelle intese contribuì, la scorsa estate, la contrarietà dei paesi europei. Che il Cremlino non esitò a definire i peggiori nemici. Ora però qualcosa è cambiato anche su quel fronte. Non a caso il Presidente russo non esclude una mediazione gestita proprio in ambito Ue. Anche perché con la crisi del Golfo il petrolio russo è ridiventato una tentazione assai concreta. Soprattutto in Europa.

La strage di Crans e la chat di Jessica: "Attenti alle candele. Bruciano il soffitto"

"Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla mousse, possono bruciare" il Constellation. Sarebbe questo l'incredibile messaggio inviato da Jessica Moretti ai suoi dipendenti, recuperato dagli inquirenti da una chat whatsapp e mostrato ieri in aula, durante l'interrogatorio incrociato dei gestori del locale. Quello che nella procedura svizzera serve per mettere "a confronto" le loro rispettive versioni sulla tragedia del Constellation e su tutto quello che non torna a questo punto delle indagini.

I coniugi sono entrati nel campus di Sion da un ingresso laterale, scortati dalla polizia. L'interrogatorio davanti ai pm e a 70 avvocati delle parti civili si apre con le dichiarazioni spontanee di Jessica: "Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti". Le ha replicato però una mamma che ha perso il figlio di 16 anni: "Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti - ha detto Laetitia Brodard-Sitre - Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione: quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine, non è questo essere devastati". Parla anche Jacques Moretti, per premettere che "è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare".

Ma poi si passa al cuore dell'indagine. E quel messaggio che viene letto in aula, per gli inquirenti sarebbe una prova che i Moretti fossero consapevoli del rischio incendio dovuto proprio a quella schiuma fonoassorbente. "Si trattava semplicemente di un modo di dire", avrebbero spiegato i due. Versione ritenuta non credibile dai magistrati. Viene mostrato anche un altro messaggio, di Jacques, in cui chiederebbe conferma della chiusura della porta del seminterrato. Ai Moretti sono stati fatti sentire poi altri due audio mandati da Jessica allo staff, che smentirebbero la loro versione secondo cui era una iniziativa dei dipendenti quella di portare le bottiglie ai tavoli sulle spalle dei colleghi, come ha fatto quella notte la cameriera Cyane Panine, morta nell'incendio. I messaggi sarebbero di questo tenore: "Avrei gradito che si facesse" o "potreste farlo". "Non abbiamo mai obbligato nessuno", avrebbe precisato Jessica in lacrime. E avrebbe aggiunto: "Era una consuetudine, ma quando si svolgeva la sfilata c'erano sempre due camerieri preparati a gestire la situazione". Diverse testimonianze avevano già indicato che fosse Jessica Moretti a dare istruzioni.

È stata formalizzata ieri anche un'altra accusa, quella di falso documentale in relazione a una fattura del 2015 da circa 13mila euro, dell'acquisto della schiuma fonoassorbente con cui era stato rivestito il soffitto. Proprio quella da cui sono divampate le fiamme. Per gli inquirenti ci sarebbero tracce di una falsificazione - forse per scopi fiscali - come caratteri riconoscibilmente diversi e macroscopici errori, come l'Iva errata. "Ci chiediamo a partire da quando ci saranno delle dichiarazioni sincere senza fornirci dei documenti falsi, dei documenti che erano stati nascosti chissà dove. Dov'è il rispetto delle vittime?", commenta Romain Jordan, il legale che rappresenta anche l'Italia nella costituzione di parte civile.

Lyhanna uccisa da un pedofilo segnalato nove anni fa

Choc in Francia dopo il ritrovamento del corpo di una bambina di 11 anni scomparsa una settimana fa. Lyhanna Rameau Bernard sarebbe stata vittima di un pedofilo, un uomo con diversi precedenti a accuse di stupro, in particolare su minori, alcune archiviate, noto dal 2017, segnalato più volte e mai fermato. Un caso che ha fatto finire sotto accusa il governo e il sistema giudiziario, sul quale è intervenuto anche il presidente Emmanuel Macron, parlando di "disfunzionamento inaccettabile" della giustizia.

Il cadavere della bambina è stato trovato giovedì in un'azienda agricola abbandonata vicino al villaggio di Puycasquier, nel dipartimento del Gers. I risultati dell'autopsia confermeranno come è stata uccisa. Lyhanna era scomparsa il 29 maggio, quel giorno non era tornata da scuola. Un testimone racconterà di averla vista salire su un'auto guidata da un uomo, che sarà poi identificato e incriminato per sequestro di persona grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza. Jerome Barella, 41 anni, padre di famiglia, aveva lavorato nella fattoria dove è stato trovato il corpo. Conosceva l'undicenne perché era amica di sua figlia, che frequenta la stessa scuola media. Anche i genitori di Lyhanna lo conoscono e avevano imposto alla figlia di stare alla larga da lui dopo che, ad pigiama party in casa sua - secondo quanto raccontato dalla madre della vittima alla stampa - l'uomo avrebbe avuto delle attenzioni particolari nei confronti di Lyhanna e le avrebbe fatto "il solletico". Dopo avrebbe continuato a vederla davanti alla scuola e a portarle la merenda. Tra segnalazioni di molestie su minori a partire dal 2017 e denunce, una delle quali nell'estate del 2025 per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 10 anni, l'uomo poteva essere fermato molto prima. Invece niente. Tanto che dopo la scomparsa di Lyhanna, la mamma della bimba che lo aveva denunciato nel 2025 aveva protestato contro la lentezza della giustizia che non lo aveva ancora neppure mai interrogato.

La vicenda ha suscitato un'ondata di indignazione in Francia, sia nella politica che nella società civile. Macron ha espresso "la solidarietà e l'affetto dell'intera nazione" ai genitori della bambina: "Le cose non sono andate come avrebbero dovuto, questo è ovvio. Non possiamo guardare negli occhi la famiglia di Lyhanna e dire che tutto è andato bene, dobbiamo esaminare le responsabilità collettive, sistemiche e individuali". Il primo ministro Sébastien Lecornu si è detto "particolarmente scioccato" dalle irregolarità giudiziarie segnalate in relazione al rapimento di Lyhann e ha chiesto di verificare "se tutti i segnali d'allarme siano stati presi in considerazione". Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin e il ministro degli Interni Laurent Nuñez hanno tenuto un incontro d'emergenza a Matignon durante il quale si sarebbe parlato di "prove schiaccianti" che sarebbero state ignorate. I due ministri hanno detto di considerare "incomprensibile" che il principale sospettato non sia stato interrogato nell'ambito delle indagini successive alla denuncia di stupro presentata lo scorso agosto. Darmanin ha chiesto scusa alla famiglia di Lyhanna: "Il sistema giudiziario non è riuscito a proteggerla".

Soldati allo stremo, caduti ed elezioni: Kiev può giocare la carta dell'Ue solo con una tregua che sia duratura

R.R., nome di battaglia Mazhor, è stato reclutato per il fronte di Zaporizhzhia nell'ottobre scorso a 49 anni. Dal 27 aprile risulta disperso nei combattimenti vicino alla località di Myrne. La sorella, che vive in Italia, sta disperatamente cercando sue notizie. Uno dei motivi che spinge il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a trovare una via d'uscita negoziale al conflitto, è la drammatica mancanza di uomini da mandare al fronte. Oramai vengono mobilitati soldati sempre più anziani, che non ce la fanno a resistere e sopravvivere. Dall'inizio dell'invasione gli ucraini avrebbero perso 600mila uomini fra morti e feriti. Oggi l'età media in trincea supera i 40 anni. Ogni mese servono 30mila uomini, ma in tre anni e mezzo di guerra non si sarebbbero presentati alle armi in 235mila. Il risultato attuale, su un migliaio di chilometri di fronte, è che diverse unità hanno potenzialità e ranghi ridotti dal 25% al 35%. Il ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, sta attuando un piano accelerato di utilizzo massiccio di droni e mezzi robotizzati sul terreno, che vanno pure all'assalto delle trincee nemiche, per sopperire alla mancanza di personale in armi. Il serbatoio umano, raschiato fino in fondo, non è l'unico motivo che potrebbe spingere Zelensky a trattare con i russi. Nella stessa lettera, non tenera, inviata a Vladimir Putin sottolinea che secondo rapporti di intelligence il nuovo Zar sta valutando la possibilità di prolungare la guerra fino al 2027 e al 2028. Il Cremlino punterebbe a coinvolgere la Bielorussia per aprire di nuovo il fronte Nord, che sarebbe una mazzata per gli ucraini. Negli ultimi 20 mesi i russi sono avanzati in media di appena 75-100 metri al giorno perdendo, più o meno 650 uomini ogni 24 ore. Gli ucraini, però, non sono in grado di riprendere l'iniziativa come nel primo anno e mezzo di guerra quando hanno liberato, con le buone o le cattive, il 50% del territorio occupato dagli invasori. Mosca sta ammassando truppe per l'offensiva estiva, che solleva lo spettro, se non di una Caporetto, di perdite e difficoltà sempre maggiori nel difendere la linea del fronte nel Donbass.

Un altro aspetto di carattere politico, che consiglia Zelensky a trovare una via d'uscita, riguarda la sua popolarità e le future elezioni presidenziali. Il gradimento della popolazione non è più quello bulgaro dei primi anni di guerra, ma fra alti e bassi, conditi da scandali di corruzione, si mantiene attorno al 50%. Il logoramento del conflitto gioca a sfavore e a sfidare Zelensky in future elezioni presidenziali sta scaldando i muscoli l'ex comandate delle forze armate, il generale Valery Zaluzhny, spedito in esilio a Londra, come ambasciatore, proprio da Zelensky. Il presidente in carica sarebbe ancora avanti al primo turno, ma di poco e al ballottaggio potrebbe venire travolto dall'ufficiale considerato una leggenda.

Zelensky non subisce solo la pressione di Trump, ma anche gli alleati europei lo stanno spingendo verso il negoziato. Non a caso domenica il presidente si riunirà con i leader di Regno Unito, Francia e Germania, che hanno preparato un piano per uscire dalla guerra. Sul piatto ci sono pure i soldi: L'Unione europea ha garantito quest'anno a Kiev 90 miliardi di euro, teoricamente in prestito. Un flusso di denaro cruciale per tenere in piedi lo Stato ucraino, che non può continuare in eterno.

E Zelensky sa bene che il traguardo dell'Ucraina nella Ue, diventerà realtà non certo con un paese in guerra, ma solo con una tregua duratura se non sarà possibile parlare di pace con la P maiuscola.

Il programma del viaggio apostolico in Spagna

Papa Leone XIV si trova in Spagna per il suo viaggio apostolico. Si tratta del quarto viaggio internazionale del suo pontificato. Il Santo Padre è atterrato questa mattina, intorno alle 10.00, all'Aeroporto Internazionale Adolfo Suárez di Madrid-Barajas, dove ha ricevuto un'accoglienza ufficiale. Presso il Padiglione di Stato ha trovato ad attenderli il Re Felipe VI e la Regina Letizia, accompagnati dal premier spagnolo Pedro Sanchez e alcuni ministri. È iniziato così il viaggio apostolico del Pontefice, che resterà in Spagna fino al 12 giugno. In questo periodo, Prevost visiterà non solo Madrid, ma anche Barcellona, Gran Canaria e Tenerife. Con Papa Leone XIV siamo alla nona visita di un Pontefice nel Paese iberico. L'ultima volta è stata 15 anni fa, quando fu Benedetto XVI a recarsi a Madrid in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù.

Per la giornata di oggi è prevista una cerimonia di benvenuto presso il Palazzo Reale di Madrid. A seguire, intorno alle 12.00, ci sarà una visita di cortesia alla Famiglia Reale e poi alle principali autorità spagnole. In questa occasione, il Santo Padre terrà il suo discorso, che sarà pronunciato in spagnolo. Successivamente, nel pomeriggio, il Papa farà visita alla struttura del progetto sociale Cedia 24 Horas. In serata, ci sarà invece una veglia di preghiera con i giovani in Plaza de Lima. Nella giornata di domani, alle 10.00, si terrà una messa in Plaza de Cibeles a Madrid, seguita dalla processione del Corpus Domini.

È inoltre previsto che nel corso del suo soggiorno Papa Prevost si recherà a Barcellona per inaugurare la Torre di Gesù Cristo, la più alta della Sagrada Familia. Questo avverrà in concomitanza della morte dell'architetto Antoni Gaudì. Inoltre, stando a quanto riferito dalla Sala Stampa della Santa Sede, Prevost incontrerà le vittime di abuso da parte del clero spagnolo. Dall'11 al 12 giugno, infine, Papa Leone XIV concluderà il suo viaggio a Gran Canaria e Tenerife. Durante la sua presenza nell'arcipelago il Pontefice visiterà i centri di accoglienza e incontrerà i migranti lì ospitati.

Massiccio attacco di droni ucraini su Mosca e San Pietroburgo, Zelensky: "I nostri attacchi stanno funzionando"

San Pietroburgo e la regione di Leningrado sono finite nel mirino di un massiccio attacco con droni, mentre almeno cinque velivoli sono stati intercettati alle porte di Mosca. Sul fronte diplomatico, il Pontefice esprime preoccupazione per l'escalation in Ucraina e sollecita una soluzione negoziata per porre fine alla guerra.

Trump, i video virali e il giallo del farmaco scomparso: la salute del presidente torna al centro del dibattito americano

Da anni Donald Trump ha trasformato la propria immagine fisica in un elemento della sua comunicazione politica. L’energia durante i comizi, i ritmi di lavoro rivendicati dai collaboratori e perfino l’attenzione quasi maniacale all’aspetto esteriore sono diventati parte integrante del suo marchio personale. Proprio per questo, nelle ultime ore, due episodi apparentemente distinti hanno riacceso negli Stati Uniti il dibattito sulla salute del presidente: il video diventato virale in cui sembra assopirsi nello Studio Ovale e la scomparsa dalla sua cartella clinica del farmaco contro la caduta dei capelli che, secondo le precedenti comunicazioni mediche, assumeva regolarmente.

Il tema non riguarda soltanto il gossip politico. Negli Stati Uniti la trasparenza sulle condizioni di salute del comandante in capo è tradizionalmente considerata una questione di interesse pubblico, tanto più quando il presidente è il più anziano mai entrato alla Casa Bianca.

l video nello Studio Ovale e la battaglia della narrazione

Le immagini che hanno fatto il giro dei social mostrano Trump durante un evento ufficiale nello Studio Ovale dedicato alla politica energetica. Per alcuni secondi il presidente tiene gli occhi chiusi e il capo leggermente reclinato, alimentando l’ipotesi che si sia addormentato davanti alle telecamere. Il filmato è stato rilanciato da influencer, commentatori politici e media internazionali, diventando in poche ore uno degli argomenti più discussi della rete.

La Casa Bianca ha reagito con estrema durezza, sostenendo che il presidente non stesse dormendo ma semplicemente sbattendo le palpebre o abbassando lo sguardo durante l’intervento, accusando gli avversari politici di manipolare le immagini per costruire una narrativa sulla sua presunta fragilità fisica. Anche il segretario di Stato Marco Rubio è intervenuto pubblicamente per difendere la resistenza e i ritmi di lavoro del presidente.

Eppure il caso si inserisce in una discussione più ampia che accompagna ormai da mesi la politica americana. Dopo che l’età e le condizioni cognitive di Joe Biden avevano dominato il dibattito pubblico durante la precedente campagna elettorale, oggi anche Trump si trova a dover fare i conti con interrogativi analoghi. Numerosi medici intervistati dalla stampa americana hanno sottolineato che episodi ricorrenti di sonnolenza pubblica meriterebbero maggiori chiarimenti clinici, pur senza avanzare diagnosi sulla base dei soli video.

Il mistero del finasteride sparito dalle cartelle cliniche

Quasi in contemporanea con il caso del video, un altro dettaglio ha attirato l’attenzione dei media statunitensi. Nella più recente documentazione sanitaria resa pubblica dalla Casa Bianca non compare più la finasteride, il farmaco utilizzato contro la caduta dei capelli che i precedenti report medici indicavano come parte della terapia abituale del presidente.

Il farmaco è largamente prescritto negli Stati Uniti sia per il trattamento dell’alopecia androgenetica sia, a dosaggi differenti, per alcune patologie prostatiche. L’assenza del medicinale dall’ultimo aggiornamento sanitario non prova necessariamente che Trump abbia interrotto la terapia: potrebbe trattarsi di una modifica nelle modalità di rendicontazione oppure di una decisione clinica ordinaria. Tuttavia, la mancata spiegazione ufficiale ha inevitabilmente alimentato nuove speculazioni.

Secondo il Washington Post, il presidente aveva assunto il farmaco per anni e la sua scomparsa dalla lista dei medicinali rappresenta una novità rispetto alle comunicazioni diffuse in passato. La Casa Bianca, almeno finora, non ha fornito chiarimenti dettagliati sulla questione.

La salute dei leader come terreno di scontro politico

La vicenda dimostra quanto la salute dei presidenti americani sia diventata un campo di battaglia politica e mediatica. Se fino a pochi mesi fa erano i Democratici a dover fronteggiare i dubbi sull’età di Biden, oggi è il leader repubblicano a subire un controllo costante di ogni gesto, esitazione o dettaglio delle proprie cartelle cliniche.

Nella comunicazione contemporanea, un breve video di pochi secondi può trasformarsi in un caso internazionale e una semplice omissione in un documento sanitario può alimentare settimane di discussione. Al di là delle interpretazioni politiche, allo stato attuale non esistono elementi ufficiali che certifichino problemi di salute tali da compromettere l’attività del presidente.

Esiste però una crescente richiesta di trasparenza, alimentata dalla convinzione che la condizione fisica e cognitiva di chi guida la principale potenza mondiale non possa essere considerata un fatto esclusivamente privato. Negli Stati Uniti, dove l’età media della classe dirigente continua ad aumentare, il tema sembra destinato a restare centrale anche nei prossimi mesi.

Germania, 14enne “decapitato” da richiedente asilo palestinese

Jermaine B. aveva solo 14 anni ma è stato ucciso poche settimane fa a Memmingen, nel Land della Baviera, pochi chilometri a sud rispetto a Stoccarda e a pochi a nord-ovest rispetto a Monaco. A togliergli la vita, secondo quanto emerso, è stato un richiedente asilo palestinese, Qais Saleh, 37enne presumibilmente nato ad Abu Qash in Cisgiordania, che si trovava armato nell’edificio abbandonato in cui è stato trovato il corpo del piccolo, colpito alla gola. Jermaine era scomparso da casa alcuni giorni prima e per cercarlo erano stati fatti alzare in volo anche gli elicotteri ma solo dopo 3 giorni le forze dell’ordine l’hanno ritrovato.

Alcuni media tedeschi parlano di “decapitazione” del ragazzino o, comunque, di ferite talmente profonde da essere assimilabili a un simile brutale gesto. Jermaine era un appassionato di edilizia, amava i cantieri e le demolizioni: avrebbe voluto fare quello quando sarebbe diventato grande, seguendo le orme del padre, e forse non è un caso che sia stato trovato in un capannone abbandonato e semi-distrutto. Le indagini devono ancora far luce sui rapporti, non è escluso che l’omicida conoscesse il 14enne o che, comunque, non lo avesse già incontrato prima. Nonostante Saleh si fosse visto rifiutare la richiesta di asilo dalla Germania si trovava ancora nel Paese con lo status di “Duldung”, ossia una permanenza tollerata per quei soggetti che, benché non abbiano diritto all’asilo, non può essere espulso perché privo dei documenti. Nemmeno i precedenti penali erano bastati per farlo espellere.

All’arrivo degli agenti, Saleh si trovava in un armadio all’interno del capannone e quando è stato scoperto ha brandito il coltello per aggredire la polizia. In quel momento gli agenti sono stati colti di sorpresa, tanto che l’uomo è riuscito a darsi alla fuga ed è stato ritrovato solo dopo alcune ore a seguito di una segnalazione. È stato raggiunto ma alla vista dei poliziotti ha tentato una nuova fuga fin quando non si è reso conto di essere braccato: a quel punto non ha esitato a estrarre il coltello puntandolo contro gli agenti. Nonostante le intimazioni di gettare l’arma ha continuato a brandire il coltello e gli agenti hanno aperto il fuoco, neutralizzandolo. Saleh è poi morto in ospedale. Il suo arrivo in Germania risale al 2017: fa parte di quell’ampia frazione di irregolari che attraversa la rotta balcanica partendo dalla Grecia per arrivare alle porte dell’Europa occidentale. Prima di fare domanda di asilo in Germania l’aveva già presentata in Belgio e nei Paesi Bassi ma, in entrambi i casi, era stata respinta.

Non si conoscono le ragioni per le quali non sia stata accettata ma probabilmente ci sono stati forti motivi ostativi per i quali tre Paesi non hanno riconosciuto a un migranti della Cis Giordania l’asilo per motivi umanitari, considerando la situazione della zona. Tra le ragioni potrebbe esserci anche la non accertata nazionalità, che per un corto circuito ne ha impedito anche il rimpatrio nonostante fosse da anni formalmente espulso. Nel momento in cui è stato fermato era in possesso del permesso di soggiorno temporaneo rinnovato a febbraio per tre mesi, che gli sarebbe scaduto il 18 maggio, pochi giorni dopo l’omicidio. La Germania ha provato ad appellarsi al regolamento di Dublino, facendo valere la regola del primo ingresso in Europa nel Paese ellenico, in modo tale da spostare la responsabilità della sua gestione sulla Grecia ma non c’è riuscita, in quanto i greci hanno sostenuto che Dublino non fosse applicabile nel caso di Saleh. Il caso di Jermaine ha aperto un’ampia discussione in Germania sul sistema d’asilo e sulla necessità di una riforma, che a partire dal prossimo 12 giugno dovrebbe attuata in tutta Europa grazie al nuovo Patto di migrazione e Asilo dell’Unione europea.

"Il Mossad spia Witkoff e alti vertici americani". Le accuse degli Usa a Israele

Sale nuovamente la tensione tra Stati Uniti e Iran nell'area strategica dello Stretto di Hormuz. Il Centcom ha riferito che nella notte le forze americane hanno abbattuto quattro droni d'attacco iraniani considerati una minaccia per il traffico marittimo e successivamente hanno colpito alcune postazioni radar di sorveglianza costiera iraniane a Goruk e sull'isola di Qeshm.

La risposta di Teheran non si è fatta attendere. Secondo il comando militare statunitense, l'Iran ha lanciato sette missili verso Kuwait e Bahrein: sei sarebbero stati intercettati, mentre il settimo non avrebbe raggiunto il bersaglio. Washington ha inoltre smentito le affermazioni iraniane secondo cui sarebbe stato colpito il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrein.

Sul fronte diplomatico, restano bloccati i colloqui tra i due Paesi. Mohsen Rezaei, consigliere militare della guida suprema iraniana, ha dichiarato alla Cnn che un eventuale accordo dipende dalla decisione dell'amministrazione Trump di sbloccare 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Secondo Teheran, 12 miliardi dovrebbero essere liberati alla firma di un'intesa preliminare e altri 12 in una fase successiva.

Attriti tra Usa e Israele: stando a diversi rapporti di intelligence e del Pentagono, Witkoff e altri alti negoziatori sono stati intercettati dal Mossad durante le loro trattative per cercare di raggiungere un accordo di pace con l'Iran

Attacchi oltre l’orizzonte e piattaforme fantasma: la nuova corsa agli abissi di Russia e Cina

La guerra sottomarina sta vivendo una nuova fase di centralità negli equilibri militari internazionali. Dall’Artico all’Indo-Pacifico, le principali potenze navali stanno investendo in piattaforme sempre più sofisticate, capaci di combinare furtività, autonomia operativa e capacità di attacco a lungo raggio. In questo scenario s’inseriscono due sviluppi che stanno attirando l’attenzione delle comunità strategiche occidentali: il successo di un lancio condotto dal nuovo sottomarino nucleare russo Arkhangelsk nel Mare di Barents e l’apparizione di una misteriosa unità cinese caratterizzata da un design radicalmente innovativo. Due episodi distinti che riflettono l’ importanza della dimensione subacquea nella competizione tra grandi potenze.

Cosa sappiamo

Il recente lancio di un missile antinave P-800 Oniks da parte del sottomarino nucleare Arkhangelsk rappresenta una dimostrazione concreta delle capacità raggiunte dalla componente subacquea della Flotta del Nord russa. L’unità, appartenente al Progetto 885M Yasen-M, ha eseguito il tiro in immersione nel Mare di Barents contro un bersaglio navale posto a oltre 200 chilometri di distanza, completando con successo l’intera sequenza d’ingaggio.

L’aspetto più significativo dell’attività non riguarda tanto la distanza percorsa dal vettore, quanto la capacità di effettuare un attacco oltre l’orizzonte mantenendo l’armamento in assetto occultato. In uno scenario operativo reale, questo tipo di missione presuppone l’integrazione di una complessa catena di acquisizione e trasmissione dati, nella quale sensori navali, piattaforme aeree, assetti spaziali e reti di comando e controllo cooperano per fornire una soluzione di tiro aggiornata.

Dall’analisi emerge che l’Arkhangelsk è entrato in servizio alla fine del 2024 ed è considerato una delle piattaforme più avanzate oggi disponibili per la Marina russa. La classe Yasen-M è stata sviluppata per ridurre sensibilmente la segnatura acustica rispetto alle generazioni precedenti, incrementando al contempo la flessibilità operativa. Oltre alle tradizionali missioni antisommergibile e anti-superficie, questi battelli sono progettati per condurre attacchi di precisione a lunga distanza, operazioni di raccolta informativa e missioni di deterrenza in aree strategicamente sensibili.

Il missile P-800 Oniks, conosciuto in ambito NATO come SS-N-26 Strobile, costituisce uno degli strumenti principali della dottrina russa di negazione d’area marittima. Grazie alla velocità supersonica e al profilo terminale a bassa quota, il sistema riduce drasticamente la finestra temporale disponibile alle difese navali avversarie per individuare, tracciare e neutralizzare la minaccia.

Il Mare di Barents e la difesa del bastione strategico russo

La scelta del Mare di Barents come area di esercitazione non è casuale. Questo settore rappresenta il fulcro della strategia navale russa nell’Artico e ospita alcune delle infrastrutture militari più importanti del Paese, comprese le basi dei sottomarini strategici schierati nella Penisola di Kola.

Da decenni Mosca sviluppa il concetto di “bastion defense”, una dottrina finalizzata a proteggere le aree di pattugliamento dei sottomarini lanciamissili balistici attraverso un sistema multilivello composto da forze navali, difese costiere, copertura aerea, guerra elettronica e sensori distribuiti. In questo dispositivo, i battelli Yasen-M svolgono un ruolo essenziale, agendo sia come elemento offensivo sia come componente avanzata della difesa marittima.

Per la NATO il problema strategico non si limita alla minaccia rappresentata dai missili. La vera sfida consiste nell’individuare e tracciare queste piattaforme prima che possano generare una soluzione di tiro. Ciò richiede un costante impiego di assetti ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), pattugliatori marittimi, reti sonar, velivoli antisommergibile e gruppi navali dedicati alla lotta subacquea.

L’allargamento dell’Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia ha ulteriormente accresciuto l’importanza del teatro artico e nordatlantico, rendendo il controllo delle linee di comunicazione marittime e degli accessi al Mare di Norvegia una priorità crescente per entrambe le parti.

Il nuovo sottomarino cinese apre interrogativi sulle future capacità della PLAN

Mentre la Russia continua a perfezionare le proprie capacità, la Cina procede lungo una direttrice differente, puntando sull’innovazione progettuale e sull’espansione quantitativa della propria flotta subacquea. Recenti immagini satellitari provenienti dai cantieri Jiangnan di Shanghai hanno infatti rivelato una nuova unità di grandi dimensioni che non corrisponde ad alcuna classe finora nota.

L’armamento presenta una configurazione esterna particolarmente avanzata, caratterizzata da una prua estremamente affusolata, impennaggi poppieri a X e da una struttura superiore ridotta al minimo. L’assenza della tradizionale torretta rappresenta l’elemento più insolito e potrebbe indicare la ricerca di una minore resistenza idrodinamica e di una riduzione della traccia acustica e radar.

Le dimensioni stimate, circa 120 metri di lunghezza per 10-11 metri di larghezza, suggeriscono una piattaforma destinata a operazioni oceaniche di lunga durata. Gli analisti stanno cercando di stabilire se l’unità sia effettivamente il nuovo Type 095, il sottomarino nucleare d’attacco atteso da anni, oppure il primo esemplare di una classe completamente inedita.

Anche il sistema di propulsione resta oggetto di speculazioni. Le caratteristiche sembrano compatibili con un reattore nucleare convenzionale, ma alcuni osservatori ritengono possibile l’impiego di soluzioni ibride derivate dai programmi cinesi di propulsione indipendente dall’aria di nuova generazione. Qualunque sia la risposta, il progetto conferma l’accelerazione impressa da Pechino alla modernizzazione della People’s Liberation Army Navy.

L’emersione quasi simultanea di nuove piattaforme presso i cantieri di Shanghai e Huludao rafforza inoltre la percezione di una capacità industriale ormai in grado di sostenere programmi multipli in parallelo. Una dinamica che continua ad ampliare il divario produttivo rispetto a gran parte delle marine occidentali e che potrebbe modificare significativamente il bilancio delle forze subacquee nell’Indo-Pacifico nel corso del prossimo decennio.

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