Normal view

Received — 5 June 2026 Il Giornale - Mondo

Rubio ricorda Tienanmen e fa infuriare Pechino. Gli Usa: "La censura non cancella il passato"

A meno di un mese dalla visita di Donald Trump a Xi Jinping a Pechino, si rialza la tensione tra Usa e Cina, questa volta per i fatti di Tienanmen.

Alla vigilia della repressione del 4 giugno 1989, il segretario di stato americano Marco Rubio (nella foto) ricorda "il 37mo anniversario del giorno in cui il Partito comunista cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". "Il Pcc tenta attivamente di censurare i fatti, ma il mondo non dimenticherà mai - afferma il numero uno della diplomazia Usa - Oggi commemoriamo il coraggio del popolo cinese, ucciso mentre cercava di esercitare le proprie libertà fondamentali, così come quello di coloro che continuano a subire persecuzioni mentre cercano verità e giustizia per quegli eventi".

Il 4 giugno truppe e carri armati del Dragone sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici dalla piazza di Pechino, dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche. Il bilancio esatto delle vittime resta ignoto, ma si stima possano essere state diverse centinaia, mentre alcuni collocano il numero dei morti addirittura tra 400 e oltre 2mila.

Da allora, i vertici comunisti hanno cercato di cancellare ogni menzione pubblica della repressione, tra la censura online e i media stranieri ammoniti per la copertura dell'anniversario.

Il massacro è ancora un tabù coperto dal segreto di Stato. E ora, il governo cinese vieta alle madri delle vittime e alle loro famiglie di andare al cimitero di Pechino a piangere le vittime dell'esercito. E lancia un duro attacco a Rubio, accusandolo, secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, di distorcere i fatti. "Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un'ingerenza negli affari interni del Paese", sottolinea Mao.

Poi aggiunge che Pechino "è fortemente insoddisfatta di ciò", e invita il segretario di Stato a "cessare le sue manovre di scontro ideologico e porre fine alle sue ingerenze negli affari interni con il pretesto della democrazia e dei diritti umani". Rubio, invece, ricorda gli "studenti, lavoratori e altri civili cinesi che persero la vita, i quali si erano riuniti per esercitare i propri diritti naturali e per rivendicare riforme democratiche, nonché l'accertamento delle responsabilità in merito alla corruzione. Ricordiamo le loro vite e onoriamo la loro eredità".

E ribadisce come "il loro coraggio, di fronte a un pericolo certo, ci ricorda che i principi di libertà, democrazia e autodeterminazione non sono esclusivamente americani. Sono principi umani che il Pcc non può cancellare".

La repressione di piazza Tienanmen rimane un argomento estremamente delicato nella Cina a regime comunista, ma anche nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, dove negli ultimi anni Pechino si è adoperata per soffocare ogni forma di commemorazione pubblica, mentre per decenni, prima dell'entrata in vigore di una legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, si teneva una veglia annuale a lume di candela. Proprio in quel luogo, Victoria Park, i giornalisti hanno notato negli ultimi due giorni una massiccia presenza della polizia, blocchi stradali e agenti in borghese che hanno fermato e perquisito alcuni attivisti.

A Taiwan, invece, si commemora il massacro con vari eventi pubblici, e il presidente Lai Ching-te afferma che la Cina dovrebbe "riconoscere la verità" su quanto accaduto il 4 giugno 1989.

"Spero sinceramente - sottolinea in un post su Facebook - che la Cina possa affrontare l'incidente di 37 anni fa, riconoscere la verità, lenire il dolore e aprire la porta alla riconciliazione e al dialogo".

Received — 4 June 2026 Il Giornale - Mondo

Trump ottimista sull'Iran. "L'intesa già nel weekend"

Rimane elevata la tensione tra Usa e Iran, con nuovi raid reciproci, ma Donald Trump continua a professare ottimismo su un esito positivo dei negoziati, con una firma che può scattare "già nel weekend", e il capo della diplomazia americana Marco Rubio definisce l'operazione militare "conclusa". Ribadendo poi il messaggio che eventuali attacchi sono "di natura puramente difensiva" e volti a proteggere le navi mercantili civili che tentano di attraversare lo stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti l'altra notte hanno attaccato l'isola di Qeshm, colpendo una torre radio di Teheran, come conferma il Centcom, che ha parlato di azioni "difensive". E ha spiegato che le forze Usa hanno intercettato e abbattuto tre droni iraniani lanciati verso marinai civili che stavano transitando nelle acque regionali, e tre missili lanciati al Bahrein. La Repubblica islamica ha reagito lanciando missili contro la nave Panaya e prendendo di mira Kuwait e Bahrein. "Abbiamo danneggiato la base della Quinta Flotta e preso di mira una base aerea nella regione", rivendicano i pasdaran, ma Washington replica che è "falso".

Il presidente Trump, intanto, conferma il suo ottimismo, sostenendo che i colloqui si stanno "evolvendo rapidamente" e che l'Iran ha "già concordato che non avranno armi nucleari". Il tycoon in un'intervista al podcast con Miranda Devine del Washington Post dice di credere che la guida suprema Mojtaba Khamenei sia "assolutamente coinvolto" nel processo decisionale su come porre fine alla guerra, e che "mi piacerebbe incontrarlo, e probabilmente ci incontreremo prima o poi, a seconda di come si evolveranno le cose". Anche secondo il segretario di stato Marco Rubio l'ayatollah - succeduto al padre Ali Khamenei, rimasto ucciso nella prima ondata di attacchi di Usa e Israele - è vivo e "sempre più attivo", precisando tuttavia che tutte le comunicazioni tra gli Stati Uniti e il leader dell'Iran "sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari". Proprio questo aspetto fa sottolineare al titolare di Foggy Bottom la difficoltà di veicolare messaggi all'interno del governo di Teheran. Trump, da parte sua, afferma che gli Stati Uniti "non hanno bisogno" delle loro forze sul terreno, e la sua guerra sta andando bene anche senza la necessità di inviare truppe. "Abbiamo annientato gran parte del loro esercito solo con i bombardamenti - prosegue - Non abbiamo mandato nessuno sul campo".

Poi, il comandante in capo ride delle teorie secondo cui sarebbe stato ingannato dal premier Benjamin Netanyahu per dare il via all'operazione militare. "Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare - assicura al Wp - Ho iniziato perché non possiamo permettere che l'Iran si doti di un'arma nucleare". E questo "riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso".

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che qualsiasi attacco a Beirut scatenerà una "ripresa della guerra su vasta scala". E il vicepresidente del Parlamento Mojtaba Nikzad ripete che "la delegazione iraniana insiste sul nostro diritto all'arricchimento dell'uranio, sulla revoca delle sanzioni e sul risarcimento dei danni". "Non abbiamo negoziato sul programma missilistico - sostiene ancora - Non è corretto dire che ci limitiamo a combattere, ma non dialoghiamo. Le linee rosse tracciate dalla Guida sono all'ordine del giorno. Conduciamo trattative con gli Usa se necessario, ma non ci fidiamo delle promesse".

Received — 3 June 2026 Il Giornale - Mondo

Spinta Trump: "È ora dell'intesa". Ma Netanyahu minaccia Teheran

L'intervento di Donald Trump ha salvato in extremis i colloqui con l'Iran scongiurando il rischio che il tavolo delle trattative saltasse per colpa dell'escalation di Israele in Libano contro Hezbollah. E ora il presidente americano è fiducioso che si possa chiudere un accordo la prossima settimana: "Le notizie secondo cui la Repubblica Islamica dell'Iran e gli Stati Uniti avrebbero interrotto i colloqui alcuni giorni fa sono infondate ed errate". Il tycoon riferisce che sono proseguite "senza interruzioni": "Non si sa mai dove porteranno ma come ho detto all'Iran: È ora, in un modo o nell'altro, che voi facciate un accordo. Fate questo da 47 anni e non si può permettere che continui ancora a lungo!".

Le mosse del tycoon per impedire il fallimento dei negoziat hanno evitato il peggio, dopo che i combattimenti nel Paese dei cedri sono diventati un punto critico, con l'Iran che considera il conflitto una violazione del cessate il fuoco con gli Stati Uniti. D'altro canto Netanyahu, che dovrà affrontare le elezioni entro la fine dell'anno, è sotto pressione interna per continuare la campagna militare in Libano, e i prossimi giorni rappresenteranno un banco di prova per le rassicurazioni del comandante in capo Usa sul fatto che l'alleato ascolterà le sue richieste. Intanto, ieri, una persona è rimasta uccisa in un attacco di droni contro un'auto ad Ansar, nel sud del Paese, e altri sei corpi, di cui quelli di tre bambini, sono stati recuperati dalle macerie di un'abitazione vicino a Saïda. Bibi ha poi avvertito che "il regime del terrore iraniano è destinato a scomparire dal mondo, e noi lo aiuteremo a raggiungere questo obiettivo".

L'accordo per l'estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire nel corso della "prossima settimana", ha detto Trump in un'intervista ad Abc, sottolineando che potrebbe essere "persino migliore di una vittoria militare". "Le cose sembrano mettersi bene. Non è una cosa semplice, per loro non è una cosa facile. Non è facile neanche dal nostro punto di vista, ma stiamo ottenendo quello che ci serve", ha assicurato il comandante in capo. Anche il segretario di Stato Usa Marco Rubio si è detto convinto che un accordo potrebbe concretizzarsi oggi, domani o la prossima settimana. Durante una deposizione alla Commissione Affari Esteri del Senato, Rubio ha ribadito che l'Iran aspirerebbe a costruire un'arma nucleare e sarebbe sul punto di sviluppare uno scudo di armi convenzionali che gli consentirebbe di perseguire l'obiettivo. Sulla possibilità di raggiungere un'intesa per porre fine alla guerra, non ha nascosto le difficoltà dei negoziati indiretti, pur ribadendo che è possibile. A suo parere, inoltre, il leader supremo Mojtaba Khamenei, ferito negli attacchi americani e non più apparso in pubblico, è vivo e sempre più attivo: "Ci sono segnali che indicano un suo crescente coinvolgimento", ha spiegato.

A Washington è inoltre iniziato il nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano, dopo che Trump ha detto di aver ricevuto da entrambe le parti l'impegno a favorire una de-escalation. Il quarto incontro tra i rappresentanti dei due Paesi, che non intrattengono relazioni diplomatiche, si sta svolgendo presso il Dipartimento di Stato ed è previsto che duri due giorni: tra i partecipanti ci sono l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, l'inviata libanese Nada Hamadeh Moawad, e Daniel Holler, alto consigliere del segretario di Stato. Secondo il board editoriale del Wall Street Journal, l'Iran ha indotto l'inquilino della Casa Bianca a "salvare Hezbollah. Minacciando le trattative, il regime ha spinto gli Usa a legare le mani a Israele". Per il giornale, intervenendo tra le parti, Trump "ha scelto di evitare l'escalation e continuare il dialogo".

❌