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Received — 5 June 2026 Il Giornale - Mondo

Area 51 torna al centro del mistero: circola un’immagine di un jet sconosciuto

La recente diffusione di una presunta immagine termica catturata nei pressi di Area 51 ha riacceso l’attenzione internazionale sulle attività sperimentali condotte nello spazio aereo altamente classificato del Nevada. Il materiale, emerso online anche all’interno di circuiti digitali dedicati all’osservazione a distanza di installazioni sensibili, mostrerebbe un velivolo non identificato in volo notturno a bassa quota. Sebbene la qualità del frame sia limitata dalle caratteristiche del sensore termico utilizzato, la configurazione aerodinamica del soggetto ha immediatamente alimentato ipotesi di correlazione con i programmi di sesta generazione attualmente in sviluppo negli Stati Uniti.

Cosa sappiamo

Dall’analisi emerge che l’immagine sarebbe stata acquisita da un dispositivo a infrarossi di fascia avanzata, impiegato per l’osservazione passiva a distanza. Le riprese, secondo le ricostruzioni disponibili, provengono dall’area collinare a sud di Rachel, zona storicamente utilizzata per il monitoraggio non intrusivo delle attività di Area 51. In tale contesto, il velivolo appare in assetto estremamente basso e in condizioni operative notturne, fattore che rende complessa la lettura della firma termica e introduce margini significativi di incertezza analitica. Le autorità militari statunitensi, interpellate in merito, non hanno fornito alcuna conferma né smentita, mantenendo il consueto regime di opacità informativa che caratterizza le attività del sito.

Possibili connessioni con il programma NGAD

Sul piano tecnico, la configurazione del velivolo suggerisce un’impostazione aerodinamica riconducibile a schemi di riduzione della segnatura radar di nuova generazione. Alcuni elementi visivi rimanderebbero a soluzioni già associate ai concetti sviluppati nell’ambito del programma Next Generation Air Dominance (NGAD program), da cui è derivato il futuro caccia Boeing F-47, attualmente in fase di sviluppo avanzato per l’US Air Force. La possibile presenza di superfici canard e di un’ala a geometria lambda richiama inoltre esperienze sperimentali precedenti, incluse quelle riconducibili ai dimostratori X-plane, sviluppati per ridurre i rischi ingegneristici dei programmi operativi.

Tra test e segretezza: lo sviluppo dei programmi aerospaziali militari

Secondo alcuni analisti l’osservazione rientra nel modello tipico dei programmi di sviluppo aerospaziale classificati negli Stati Uniti, caratterizzati da fasi estese di validazione tecnologica su piattaforme dimostrative, funzionali alla riduzione del rischio prima dell’impiego operativo.

Attività di questo tipo, si apprende, “potrebbero” coinvolgere storicamente attori industriali primari come Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman, sotto la supervisione di enti di ricerca militare quali DARPA. In parallelo, l’evoluzione dei programmi navali F/A-XX e l’utilizzo di infrastrutture come Edwards Air Force Base confermano un’accelerazione del ciclo di sperimentazione aeronautica. In questo scenario, anche osservatori civili hanno recentemente evidenziato come punti di osservazione storici, tra cui Tikaboo Peak, risultino sempre più limitati, segnalando una crescente restrizione dello spazio informativo attorno alle attività di test. Tuttavia, allo stato attuale, non esistono elementi verificati che consentano di attribuire con certezza il velivolo ripreso a un programma specifico, lasciando aperto il campo a molteplici interpretazioni nel più ampio scacchiere della competizione aerospaziale tra grandi potenze.

Xi vola in Corea del Nord: perché la Cina ha “bisogno” di Kim (e cosa c'entra Putin)

Le indiscrezioni degli ultimi giorni hanno trovato conferma: Xi Jinping effettuerà un viaggio di Stato in Corea del Nord l'8 e il 9 giugno. Si tratta del primo viaggio dell'anno all'estero del leader cinese, che volerà a Pyongyang per incontrare Kim Jong Un e affrontare alcuni dei dossier più caldi. In cima all'agenda di Pechino troviamo la questione nucleare. Già, perché mentre il presidente nordcoreano continua a ripetere di voler rafforzare il proprio arsenale militare, considerando le armi atomiche il cuore del riarmo nazionale, Xi teme il rischio di un'escalation che possa compromettere il dialogo in corso con Donald Trump. Il Dragone cercherà poi di recuperare terreno nelle “amicizie” del governo nordcoreano dopo che Kim ha stretto solidi rapporti con la Russia di Vladimir Putin.

Perché Xi vola da Kim

L'ultima trasferta nordcoreana di Xi risale a sette anni fa. "Entrambe le parti sfrutteranno la visita come un'opportunità per promuovere un maggiore sviluppo delle relazioni tra Cina e Corea del Nord, al passo con i tempi", ha spiegato il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Mao Ning, durante una conferenza stampa. Ricordiamo che 65 anni fa Pechino e Pyongyang hanno firmato un trattato di cooperazione e mutua assistenza, vincolandosi legalmente a fornire all'altro supporto militare in caso di attacco. Con il passare del tempo, soprattutto dopo la pandemia di Covid, il governo nordcoreano si è tuttavia avvicinato maggiormente alla Russia tra l'invio di aiuti militari al Cremlino per la guerra in Ucraina e un incremento degli scambi commerciali.

La Federazione Russa è partner della Cina, ma il messaggio che Xi vuole inviare al mondo intero, in primis agli Stati Uniti e poi anche allo stesso Putin, è che il Dragone resta ancora oggi l'attore principale nella questione nordcoreana. I servizi ferroviari passeggeri tra Pechino e Pyongyang sono ripresi a marzo, dopo una sospensione di sei anni dettata dalla pandemia, e Air China ha riavviato i voli tra le due città. Le prenotazioni sono però ancora limitate ad alcuni viaggiatori d'affari e studenti (ancora esclusi i turisti cinesi).

Per quanto riguarda la Corea del Sud, Seoul considera il viaggio di Xi esclusivamente come uno scambio bilaterale di alto livello, non allineato a Mosca. "Non interpretiamo questo come una mossa coordinata dei tre Paesi, né siamo certi di come possa essere collegata al vertice tra Stati Uniti e Cina", ha affermato un funzionario della Casa Blu a Reuters. Attenzione però, perché l'imminente vis a vis tra Xi e Kim segue gli incontri che il leader cinese ha avuto con Trump e Putin: un chiaro segnale che esiste un filo rosso che collega la partita coreana al Cremlino e pure a Washington.

La missione cinese e il gioco a tre con la Russia

Il New York Times ha scritto che durante la sua visita a Pyongyang, Xi si troverà di fronte a un Kim rinvigorito, "la cui alleanza con la Russia ha ridotto la sua dipendenza dalla Cina". Dal punto di vista di Pechino, il leader cinese potrebbe sfruttare la trasferta nordcoreana per proiettare verso l'esterno l'immagine di un fronte unito sino-russo-nordcoreano da contrapporre all'Occidente. C'è però un'altra lettura da non trascurare. Il Dragone vorrebbe riaffermare la propria influenza su un vicino che si è avvicinato al Cremlino.

E la Corea del Nord cosa avrebbe da guadagnare? Qualora Kim riuscisse a mantenere un equilibrio tra Russia e Cina, Pyongyang potrebbe sentirsi ancora meno vincolata nel portare avanti il suo programma di armi nucleari. Questo, va da sé, potrebbe destabilizzare una regione in cui gli alleati degli Stati Uniti sono già preoccupati per il rafforzamento militare della Cina e per la capacità di Washington di onorare i propri accordi di Difesa.

"Non c'è dubbio che i cinesi siano preoccupati per quanto si stiano avvicinando i rapporti tra Corea del Nord e Russia", ha affermato al Nyt John Delury, storico dell'Asia nord-orientale e ricercatore senior presso l'Asia Society di Seul. "Questo viaggio contribuisce a scongiurare in qualche modo tale avvicinamento ed è un modo per Xi di reinserirsi nella questione", ha concluso l'esperto.

Choc in Francia: trovata morta Lyhanna, 11 anni. Fermato il padre di un’amica già segnalato per pedofilia

Sgomento e incredulità scuotono la Francia per un evento tragico che si sarebbe potuto evitare: dopo la segnalazione della scomparsa lo scorso 29 maggio, le autorità francesi hanno confermato il ritrovamento del corpo senza vita di Lyhanna Rameau Bernard, una bambina di soli 11 anni di cui non si avevano più notizie dopo l’uscita da scuola nella località di Fleurance, città non lontano da Tolosa.

I sospetti più che fondati

Il cadavere della piccola, come riportano i media francesi, è stato trovato nascosto in una fattoria abbandonata a 15 chilometri da casa sua: anche se l’autopsia è in corso in queste ore per il riconoscimento, i vestiti corrispondono esattamente a quelli che indossava il giorno in cui è svanita. L’indignazione sociale è esplosa del tutto quando è stato rivelato il nome del principale sospettato: Jérome Barella, uomo di 41 anni e padre di due bambine che frequentavano la stessa scuola di Lyhanna. Sembrerebbe che una di loro due fosse anche la migliore amica della piccola scomparsa. Il sospettato adesso si trova in custodia cautelare. Venerdì scorso l’uomo l’avrebbe prelevata con la sua auto ai margini del centro educativo e quella è stata l’ultima volta che è stata vista viva.

Le denunce rimaste vane

Sfruttando questa conoscenza, l’uomo si sarebbe guadagnato nel corso del tempo la fiducia di Lyhanna invitandola a un pigiama party a casa sua, dove, secondo quanto raccontato dalla madre della vittima alla stampa, l’uomo le preparava piatti speciali e le faceva “il solletico”. Barella sarebbe un pedofilo già noto alla polizia francese dal 2017 visto che su di lui pendono numerose segnalazioni e inchieste per violenza sessuale su minori. Il passato di Barella è più che oscuro visto anche il licenziamento da un Istituto scolastico per comportamenti inappropriati con un’alunna mentre nel 2025 è stato denunciato per la violenza su una bambina di 10 anni.

La negligenza del sistema giudiziario francese, però, ha lasciato quelle pratiche in un cassetto consentendo all’aggressore di rimanere libero e di continuare a insidiare altri minori. Sembra incredibile ma la madre della bambina di 10 anni aveva presentato una denuncia esattamente un anno fa, giugno 2025, sentendosi rispondere dalla polizia francese che “li stavo infastidendo. Se non avessi smesso di chiamare, avrebbero denunciato me per molestie”, ha raccontato.

Le parole di Macron

Alla tv francese Bfm, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato che "le cose non sono andate come avrebbero dovuto andare" per Lyhanna. "Non possiamo accettare quello che è successo, non possiamo guardare le nostre famiglie e dire loro che tutto è andato bene, è falso, come voi sono sconvolto da quello che è successo", ha confidato il capo dello Stato. In questo senso ha sottolineato che c’è "una disfunzione. Sono emerse delle falle, che devono essere chiarite, e le responsabilità devono essere chiarite", ha dichiarato il capo dello Stato dal Montenegro, dove si trova attualmente in viaggio.

“Circolare penale non applicata”

La circolare penale che dà priorità alle vittime minorenni “non è stata applicata dal procuratore di Auch" nella gestione delle denunce contro Jerome B., il sospettato nell'indagine sulla morte di Lyhanna”, ha riferito a Bfmtv una fonte vicina al caso.

“È necessario proseguire la mobilitazione in merito agli atti commessi contro i minori: la violenza fisica o sessuale deve essere oggetto di particolare vigilanza e di trattamento prioritario”, si legge nella circolare penale firmata dal Custode dei Sigilli Gérald Darmanin e diffusa lo scorso gennaio.

Sébastien Lecornu, Primo ministro francese, si è detto "choccato" dalle irregolarità giudiziarie segnalate in relazione al rapimento di Lyhann e vuole sapere "se tutti i segnali d'allarme siano stati presi in considerazione". Lecornu vuole andare a fondo alla vicenda per capire "se tutti i segnali di allarme siano stati presi in tempo, se tutte le procedure abbiano funzionato come avrebbero dovuto e se le priorità fossero corrette".

L'indignazione a corrente alternata per la fine del bianco Nowak

Certo, George Floyd. E tutto quello che è venuto dopo. Con i pugni battuti sul petto. Con le piazze Black lives matter. Con i politici, gli opinionisti e chiunque cercasse qualche secondo di visibilità, tutti giù in ginocchio. Perché si era inculcato nel loro cervello che, in quanto bianchi, erano intrinsecamente razzisti, portatori di un passato colonialista, addirittura suprematisti per via di quello che c'era scritto nel loro dna. Ma, se allora pensavamo di aver visto tutto, ci sbagliavamo di grosso. Perché era solo l'inizio del contagio ideologico.

Nel 2020 (in realtà già prima) aveva iniziato ad abbattersi sull'Occidente un'ondata violentissima di politicamente corretto che, poi, con il dilagare dell'ideologia woke e dell'agenda Dei, ha fatto dell'anti-razzismo un male cieco. È, infatti, successo che, anziché battersi perché bianchi, neri e altre minoranze venissero trattati tutti allo stesso, i bianchi venissero demonizzati e finissero loro stessi vittime di un razzismo al contrario. Un razzismo, e questo è probabilmente il risvolto più assurdo di questa storia, che in molti casi viene perpetrato da bianchi su altri bianchi perché, talmente terrorizzati da essere bollati come razzisti, si schierano in modo acritico dalla parte della minoranza di turno.

Non troverete nessuno di quelli che lo fecero per Floyd, in ginocchio per Henry Nowak. Eppure nel 2020, nonostante la morte dell'afroamericano fosse avvenuta a svariate migliaia di distanza, la polizia inglese non aveva esitato a cospargersi il capo di ceneri. Si sentivano così scossi per quanto successo a Minneapolis da scrivere «Piani in materia di razzismo» per «comprendere il trauma del passato» e attuare «un vero cambiamento». E quel cambiamento è oggi sotto gli occhi di tutti: un 18enne, esanime a terra, che viene ammanettato e con le manette al polso collassa fino alla morte. Il tutto perché chi lo aveva ripetutamente accoltellato, un sikh di origini indiane, aveva detto di aver subito un'aggressione razzista. Ora che il processo è chiuso e Vickrum Digwa è stato condannato all'ergastolo, è stato annunciato un supplemento d'inchiesta sui poliziotti che hanno arrestato Henry per capire se il loro operato ha contribuito ad accelerare il decesso del 18enne. Ora, mentre la polizia dell'Hampshire fa le indagini interne, sarebbe opportuno che tutto l'Occidente si interroghi sul proprio fallimento. Non lo ha fatto quando Iryna Zarutska è stata accoltellata da un nero in una metropolitana del Nord Carolina e lì lasciata morire dissanguata. Non lo ha fatto nemmeno quando Charlie Kirk è stato messo a tacere con una pallottola in una università dello Utah. Perché, in quanto bianchi (lui con l'aggravante di essere un conservatore), erano considerati vittime di serie B. Potrebbe farlo ora, guardando all'orrore subito da Henry Nowak, e interrompere così questa spirale autolesionista di odio contro i bianchi imposta dai cantori (bianchi) del woke. Un'occasione per tornare tutti più obiettivi, ma soprattutto una battaglia che non è solo culturale ma soprattutto di sopravvivenza.

Il regime al tracollo economico. E la faida superfalchi-riformisti fa "impazzire" la trattativa

«Lo spirito da leader martire» ha impedito ad Ali Khamenei di «rifugiarsi nei bunker». Così il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi racconta ad Al Mayadeeen, una tv libanese vicina ad Hezbollah, la scomparsa della Suprema Guida dilaniata dalle bombe israeliane la mattina del 28 febbraio scorso. Un racconto in prima persona, visto che quel giorno Araghchi era nel bunker della Suprema Guida in attesa di riferirgli i risultati delle trattative con gli americani condotte a Ginevra. Ma proprio l'essere stato messo in attesa ha salvato Araghchi. «Nel momento del martirio di Ali Khamenei, mi trovavo nel suo ufficio, ma l'ala in cui eravamo è rimasta illesa. Quando sono uscito dalle macerie, il mio solo pensiero è stato per lui. Continuavo a chiedermi se fosse stato colpito o si fosse salvato». Quel colpo fatale sulle prime non diede i risultati sperati. Anzi la nomina di Mojtaba Khamenei, il figlio della Suprema Guida sopravvissuto all'attacco nonostante le gravi ferite, è sembrata irrigidire il regime e regalare maggior potere a pasdaran e falchi ultra conservatori.

Oggi però l'apparente monoliticità sembra sul punto di sfaldarsi. Il primo ad ammetterlo è proprio Mojtaba Khamenei. «I nemici dell'Iran dopo la sconfitta sul campo - scrive in una lettera la Suprema Guida - cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». A chi si rivolge? Capirlo non è difficile. Il primo ad aver creato «divisioni interne» opponendosi prima alla nomina del figlio di Ali Khamenei e poi all'egemonia dei pasdaran è stato il presidente Masoud Pezeshkian. Eletto nonostante la passata fede «riformista», Pezeshkian è ormai un presidente di facciata. Non a caso, in una lettera di fine maggio indirizzata all'invisibile Suprema Guida, ha offerto le proprie dimissioni motivandole con l'impossibilità di svolgere il proprio ruolo. Una proposta che non è stata presa in considerazione per non rendere evidente la profondità dello scontro interno. L'uscita di Pezeshkian gli è valsa però numerosi attacchi. Tra i più duri quello del deputato Kamran Ghazanfari, un superfalco pronto ad accusarlo di aver trattato il cessate il fuoco e accettato il negoziato con gli Usa senza l'autorizzazione della Suprema Guida.

Ma gli strali dell'ala dura evidenziano anche le crepe interne al gruppo conservatore. Nei giorni scorsi l'ayatollah Jafar Sobhani, vicino ai vertici del potere, ha elogiato la trattativa con Washington. «Dobbiamo appoggiare i negoziati ed ottenere dei buoni risultati», ha detto l'ayatollah spiegando che una «buona trattativa» risponde all'interesse nazionale. Ma quel che fa più paura a Mojtaba e ai pasdaran suoi alleati sono i motivi di queste divisioni ovvero i timori di un tracollo economico. Chi, come Pezeshkian, punta a negoziare teme il collasso economico di un Paese dove il contro-blocco americano di Hormuz e le mancate vendite di petrolio hanno azzerato le entrate e dove oltre un milione di iraniani hanno perso il lavoro e dove mezzo chilo di formaggio - venduto a marzo a 4 milioni e 500mila rial (meno di 3 euro) - si compra oggi a circa 8 milioni di rial. Tra due mesi Teheran non avrà più petrolio da vendere alla Cina. Una situazione da incubo che rischia di portare il Paese al collasso se, come previsto, le scorte di valuta estera si esauriranno entro due mesi. Del resto Pezeshkian lo ripete da settimane. «La guerra principale si combatte sul fronte dell'economia».

Balzo del Dow Jones: i mercati scommettono sul successo della pace

Scoppia la pace tra Russia e Ucraina? Il mercato sembra crederci a giudicare da come si sono mossi gli indici a Wall Street nella seconda parte della seduta con il Dow Jones che ha messo improvvisamente il turbo battendo un nuovo record per poi chiudere in rialzo dell'1,73% fino a 51.561,93 punti. Più prudente l'andamento del Nasdaq che ha archiviato la giornata poco sotto la parità (-0,09%) rallentato dal sell-off nel settore dei semiconduttori. Gli acquisti sono scattati quando è stata resa nota la lettera aperta indirizzata al Cremlino da Volodymyr Zelensky in cui il leader ucraino avanza la proposta di un faccia a faccia con Vladimir Putin. Una mossa che arriva proprio mentre lo zar da San Pietroburgo (dove si trova per il forum economico dello Spief, la cosiddetta Davos russa) sembra aprire alla pace con l'Ucraina dopo oltre quattro anni di guerra, rilanciando l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder come mediatore.

Del resto, anche i falchi in Russia hanno cominciato a mettere in discussione l'operazione militare speciale in Ucraina e gli obiettivi del Cremlino e a chiedere pubblicamente la fine della guerra, come ha scritto il Wall Street Journal, sottolineando che, di fronte a questa svolta, come anche allo stallo al fronte, e alla débacle degli attacchi dei droni ucraini, o la minaccia degli attacchi come il 9 maggio, l'interrogativo è se Putin prenderà atto della nuova realtà e abbandonerà il suo obiettivo di liquidare lo Stato ucraino indipendente.

L'approccio più pragmatico riconosce i limiti del potere militare russo e ha raccolto consensi nel blocco di potere economico che chiede il ritorno a una qualche forma di normalità. Ad alimentare la speranza sul finale della giornata è stato anche l'intervento di Donald Trump che si è detto «felice» del gesto di Zelensky. «Credo che noi abbiamo molto a che fare con questo», ha dichiarato il presidente parlando nello Studio Ovale. «Sarebbe bello se si incontrassero, dovrebbero farlo», ha aggiunto. Rispondendo sui possibili compromessi tra Mosca e Kiev, il tycoon ha scelto di non entrare nei dettagli: «Non è qualcosa di cui parlare pubblicamente, non è così che si negozia», ha affermato, aggiungendo tuttavia che «entrambi dovranno fare concessioni» e che avrebbe già avanzato alcune ipotesi in tal senso. Il presidente ha quindi ribadito la necessità di un accordo rapido, ricordando che «ogni mese muoiono circa 25 mila soldati». Sullo sfondo, resta la guerra in Medio Oriente. Ma sempre nella serata di ieri il prezzo del petrolio ha confermato i ribassi del 3-4% in scia alle notizie che vedono un Trump riluttante a riprendere una guerra su vasta scala in Iran e più propenso a raggiungere un accordo di pace. Il future sul Brent per consegna agosto ha reagito con una discesa del 3,3% a 94,74 dollari, mentre il West Texas Intermediate (WTI) per consegna luglio ha segnato un ribasso del 3,7% a 92,45 dollari. L'inquilino della Casa Bianca avrebbe confessato ai suoi collaboratori che il cessate il fuoco con l'Iran sta reggendo, nonostante gli scontri sporadici, ma avrebbe anche avvertito che porrà fine alla tregua, se l'Iran ucciderà soldati americani.

Le vite del popolo oppresso e deluso

Raccontare la storia di se stessa e del suo Paese travolto dalla rivoluzione islamica e dall'avvento di Khomeini al potere con un fumetto. Così Marjane Satrapi ha raccontato la realtà in Persepolis, un disegno originale ed emozionante che lei stessa contribuì a trasformare in un film di animazione. Pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, il libro racconta l'infanzia iraniana, l'adolescenza viennese, il ritorno a Teheran e il successivo trasferimento in Francia. Satrapi ha spiegato di aver scritto il libro per reagire all'immagine stereotipata dell'Iran diffusa in Occidente, senza voler realizzare un trattato politico né una storia ufficiale del Paese. Le rivoluzioni, le guerre e le dittature non vengono descritte attraverso i loro protagonisti politici ma attraverso gli effetti che producono nella vita quotidiana. I personaggi centrali sono una famiglia, una bambina, una nonna, un gruppo di amici, una generazione. Tradotto in oltre venti lingue, venduto in milioni di copie, adottato nelle scuole e nelle università, Persepolis è diventato uno dei libri più influenti degli anni Duemila, dando tra l'altro definitiva legittimità al formato del graphic novel come forma narrativa. Il disegno di Satrapi è descritto come essenziale, con figure sono ridotte all'indispensabile e un bianco e nero che domina ogni pagina con una precisa strategia narrativa. Al cinema, nel 2007, insieme a Vincent Paronnaud realizza l'adattamento animato di Persepolis che ottiene un successo internazionale straordinario, vince il Premio della Giuria al Festival di Cannes e viene candidata all'Oscar come miglior film d'animazione.

Una mossa rumorosa che resterà ininfluente

Donald Trump non può opporre il veto alla risoluzione concorrente appena approvata in applicazione della War Power Resolution del 1973 (Wpr). Tuttavia, proprio questa natura giuridica espone tale atto a una debolezza strutturale: la Corte Suprema già nel 1983 ha infatti sancito l'incostituzionalità di provvedimenti intesi a scavalcare l'autorità presidenziale. D'altra parte, la mancanza di una chiara parte lesa rende difficile un immediato intervento della Corte Suprema. In questo limbo, Trump dovrebbe ritenersi autorizzato a ignorare la risoluzione. Nel caso, il fronte democratico si troverebbe di fronte quattro ipotetici percorsi, tutti politicamente o giuridicamente proibitivi.

Il primo è il blocco del finanziamento delle operazioni militari iraniane. Questa opzione richiede però una legge che andrebbe incontro a un veto presidenziale ovviabile solo con un'inverosimile maggioranza dei due terzi in entrambi i rami del Congresso.

Il secondo è la via giudiziaria. Quando pure una maggioranza dei due terzi riuscisse a superare il veto presidenziale, la leadership del Pentagono potrebbe stornare fondi da altri capitoli di spesa per finanziare il conflitto. Il Congresso potrebbe allora trascinare la leadership in tribunale per aver utilizzato fondi in modo non autorizzato. A quel punto si creerebbe la parte lesa necessaria per investire della questione la Corte Suprema, che, sulla base dell'articolo due, finirebbe con il dichiarare incostituzionali le disposizioni centrali della Wpr, dando così ragione al Pentagono e al presidente.

Il terzo è il rifiuto dei Democratici di approvare l'intero bilancio federale. Si tratterebbe però di un suicidio politico nell'imminenza delle elezioni di midterm.

Il quarto è la messa in stato d'accusa del presidente, ma è difficile configurare il mancato rispetto di una risoluzione concorrente come quell'alto crimine o misfatto richiesto dalla Costituzione. Inoltre, la condanna richiederebbe una maggioranza dei due terzi al Senato, un traguardo fuori discussione nel contesto attuale. Ne consegue che senza una maggioranza a prova di veto e con la Corte Suprema a fare da scudo alla Casa Bianca, la mossa del Congresso è tanto rumorosa quanto ininfluente.

Addio alla creatrice di Persepolis. "Distrutta dalla morte del marito"

Lo sguardo fiero e diretto. I capelli neri e liberi. Arguta e spensierata. È lei, Marjane Satrapi, in un celebre scatto che la ritrae mentre fuma una sigaretta. La scrittrice, artista e regista franco-iraniana divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla graphic novel e al film Persepolis, è morta all'età di 56 anni. "Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e l'amore della sua vita", si legge in una dichiarazione. Secondo il settimanale francese Le Point, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi. Satrapi, schietta critica del governo teocratico iraniano, è conosciuta per la sua opera Persepolis che racconta la storia della sua giovinezza a Teheran, segnata dalle restrizioni imposte dalla leadership islamica iraniana dopo la rivoluzione del 1979, prima di essere mandata in Europa dai genitori. Dopo la morte del marito, Satrapi ha creato una fondazione per sostenere gli studenti stranieri che desiderano venire a Parigi per studiare cinema. La sua pagina Instagram era composta da una serie di immagini che formavano la frase "Perché ho perso l'amore della mia vita", insieme a una foto del marito e all'annuncio della fondazione.

Marjane Satrapi è nata il 22 novembre 1969 a Rasht, ed è cresciuta a Teheran. Aveva antenati aristocratici, il padre era un ingegnere e la madre una stilista, erano cosmopoliti. Milioni di lettori hanno acquistato i suoi libri. In Persepolis esplora la vita interiore degli iraniani moderni. La graphic novel è stata adattata per un film del 2007, candidato all'Oscar e vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes. I suoi disegni in bianco e nero, intensi, si ispirano sia ai fumetti contemporanei che alle miniature persiane. "Quando ero studentessa, avevo una cosa chiara: sarei stata povera. Avrei vissuto in una soffitta, mangiato pasta tutto il tempo e non avrei mai viaggiato, ma avrei lavorato a qualcosa che amavo. Con Persepolis, non pensavo nemmeno che avrei trovato un editore", aveva raccontato. L'opera è diventata una pietra miliare del fumetto, paragonabile solo a Maus di Art Spiegelman. Dalla forte personalità, Satrapi diceva sempre quello che pensava. "Poiché considero i diritti umani superiori al mio punto di vista personale, combatto per la libertà. E voglio che le donne possano indossare il velo, anche se lo detesto", aveva dichiarato. Si vestiva sempre con colori scuri, come nel suo celebre fumetto, pubblicato in bianco e nero.

L'anno scorso, ha rifiutato la Legion d'Onore francese. "Trovo molto difficile comprendere la politica francese verso l'Iran", ha affermato, criticando il diniego dei visti ai giovani iraniani "che amano la libertà, mentre i figli degli oligarchi iraniani passeggiano per Parigi come se fosse Saint-Tropez senza alcun problema". Satrapi si è dedicata a documentare pure i disordini del 2022 seguiti alla morte, in custodia della polizia, di Mahsa Amini. "Ci negano persino i diritti umani fondamentali. Non hai il diritto di ballare, non hai il diritto di cantare". Professò spesso il suo amore per Parigi. "Mi piace vivere lì perché posso fumare ovunque, ma le cose cambieranno". Scriveva spesso del suo vivere lontana dall'Iran. "Teheran, con tutta la sua bruttezza, sarà per sempre ai miei occhi la sposa di tutte le città del mondo".

Il voto del Congresso che lega le mani a Trump

Un "voto inutile", "anti patriottico", opera di "quattro cattivi repubblicani" che, "insieme a tutti i Democratici", "dovrebbero vergognarsi". Donald Trump ha atteso la mattina del giorno dopo per diffondere sui social media la sua rabbia per il voto della Camera dei Rappresentanti che mercoledì sera ha messo un freno ai suoi poteri di guerra (per legge limitati a 60 giorni, più 30 giorni per il ritiro in sicurezza delle truppe), imponendogli di chiedere l'approvazione del Congresso per proseguire le operazioni militari contro l'Iran. Un voto per lo più simbolico, che fa seguito a quello analogo del Senato del mese scorso (anche in questo caso ci sono state quattro defezioni tra i Repubblicani), che non ha alcuna possibilità concreta di limitare i poteri del commander in chief: Trump può opporre il suo veto presidenziale e al Senato non ci sono i 60 voti necessari per superare il veto. Eppure, si tratta di un segnale inequivocabile del malcontento che serpeggia tra le fila dei Repubblicani, che rischiano di pagare un prezzo altissimo nelle elezioni di midterm. Sul voto di novembre, Trump ha già detto la sua: "Non me ne importa niente". Idem riguardo alle difficoltà finanziarie delle famiglie americane, che ora a causa della guerra si trovano alle prese con prezzi paragonabili ai picchi inflazionistici dell'era Biden. "Non ci penso neanche un po'", si è lasciato scappare l'altro giorno. Una gaffe che i Democratici stanno già sfruttando nei loro spot elettorali. Del resto, dall'inizio del suo secondo mandato, Trump non ha fatto mistero della scarsa considerazione che ha per il Congresso.

È il motivo per cui, subito dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha spinto affinché i soldi necessari per realizzare la sua agenda politica (tagli fiscali, lotta all'immigrazione) fossero tutti contenuti nel famoso Big Beautiful Bill, la mega legge approvata lo scorso anno. "Ho detto: Mettete tutto in un unico disegno di legge e, se riusciamo a portarlo a termine, siamo a posto per quattro anni. Non avremo più bisogno del Congresso", disse all'epoca. La realtà è però diversa. Perfino Trump, di tanto in tanto, ha "bisogno" del Congresso. È il caso del Fondo anti-strumentalizzazione da 1,8 miliardi di dollari, che nelle intenzioni del presidente doveva risarcire i suoi alleati e sostenitori che ritengono di essere stati ingiustamente perseguiti dall'amministrazione Biden. Lo sconcerto bipartisan è stato tale, considerando che i soldi sarebbero potuti andare a ricompensare perfino gli autori dell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che la Casa Bianca è stata costretta a ritirarlo. Stessa sorte per il miliardo di dollari chiesto al Congresso per finanziare le misure di sicurezza della nuova Ballroom della Casa Bianca, il Salone delle Feste da oltre 8mila metri quadri con il quale Trump intende lasciare la sua impronta sulla residenza presidenziale. Segnali ai quali, in questi ultimi giorni, se ne sono aggiunti altri. Il primo, martedì, in Iowa, stato agricolo duramente colpito dalla guerra commerciale con la Cina e dai costi alle stelle del diesel e dei fertilizzanti che dovrebbero transitare lungo lo Stretto di Hormuz. Il candidato a governatore sostenuto da Trump, Randy Feenstra, è stato sconfitto nelle primarie repubblicane dal moderato Zach Lahn. Qui, nel 2024, il tycoon vinse con un margine record di oltre 13 punti. È la prima battuta d'arresto in una campagna in cui gli endorsement di Trump sono finora risultati decisivi, rimodellando il partito in vista di midterm in un esercito di candidati Maga, che rischiano però di alienare ulteriormente il voto moderato e degli indipendenti.

L'altro segnale è l'irritazione, anch'essa bipartisan, che ha accolto la nomina da parte di Trump del fedelissimo Bill Pulte, attualmente a capo dell'agenzia federale per i mutui e senza alcuna esperienza specifica, a direttore ad interim della National Intelligence. In questo clima, non c'è alcuna possibilità che possa essere confermato dal Senato.

Rubio ricorda Tienanmen e fa infuriare Pechino. Gli Usa: "La censura non cancella il passato"

A meno di un mese dalla visita di Donald Trump a Xi Jinping a Pechino, si rialza la tensione tra Usa e Cina, questa volta per i fatti di Tienanmen.

Alla vigilia della repressione del 4 giugno 1989, il segretario di stato americano Marco Rubio (nella foto) ricorda "il 37mo anniversario del giorno in cui il Partito comunista cinese ordinò alle proprie truppe di attaccare migliaia di manifestanti pacifici all'interno e nei dintorni di Piazza Tienanmen". "Il Pcc tenta attivamente di censurare i fatti, ma il mondo non dimenticherà mai - afferma il numero uno della diplomazia Usa - Oggi commemoriamo il coraggio del popolo cinese, ucciso mentre cercava di esercitare le proprie libertà fondamentali, così come quello di coloro che continuano a subire persecuzioni mentre cercano verità e giustizia per quegli eventi".

Il 4 giugno truppe e carri armati del Dragone sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici dalla piazza di Pechino, dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche. Il bilancio esatto delle vittime resta ignoto, ma si stima possano essere state diverse centinaia, mentre alcuni collocano il numero dei morti addirittura tra 400 e oltre 2mila.

Da allora, i vertici comunisti hanno cercato di cancellare ogni menzione pubblica della repressione, tra la censura online e i media stranieri ammoniti per la copertura dell'anniversario.

Il massacro è ancora un tabù coperto dal segreto di Stato. E ora, il governo cinese vieta alle madri delle vittime e alle loro famiglie di andare al cimitero di Pechino a piangere le vittime dell'esercito. E lancia un duro attacco a Rubio, accusandolo, secondo la portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, di distorcere i fatti. "Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un'ingerenza negli affari interni del Paese", sottolinea Mao.

Poi aggiunge che Pechino "è fortemente insoddisfatta di ciò", e invita il segretario di Stato a "cessare le sue manovre di scontro ideologico e porre fine alle sue ingerenze negli affari interni con il pretesto della democrazia e dei diritti umani". Rubio, invece, ricorda gli "studenti, lavoratori e altri civili cinesi che persero la vita, i quali si erano riuniti per esercitare i propri diritti naturali e per rivendicare riforme democratiche, nonché l'accertamento delle responsabilità in merito alla corruzione. Ricordiamo le loro vite e onoriamo la loro eredità".

E ribadisce come "il loro coraggio, di fronte a un pericolo certo, ci ricorda che i principi di libertà, democrazia e autodeterminazione non sono esclusivamente americani. Sono principi umani che il Pcc non può cancellare".

La repressione di piazza Tienanmen rimane un argomento estremamente delicato nella Cina a regime comunista, ma anche nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, dove negli ultimi anni Pechino si è adoperata per soffocare ogni forma di commemorazione pubblica, mentre per decenni, prima dell'entrata in vigore di una legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, si teneva una veglia annuale a lume di candela. Proprio in quel luogo, Victoria Park, i giornalisti hanno notato negli ultimi due giorni una massiccia presenza della polizia, blocchi stradali e agenti in borghese che hanno fermato e perquisito alcuni attivisti.

A Taiwan, invece, si commemora il massacro con vari eventi pubblici, e il presidente Lai Ching-te afferma che la Cina dovrebbe "riconoscere la verità" su quanto accaduto il 4 giugno 1989.

"Spero sinceramente - sottolinea in un post su Facebook - che la Cina possa affrontare l'incidente di 37 anni fa, riconoscere la verità, lenire il dolore e aprire la porta alla riconciliazione e al dialogo".

In Libano la regia degli ayatollah. Hezbollah spara sulla tregua

Accordo respinto. La milizia sciita che rappresenta il "gioiello della corona" dell'asse filo-Iran, Hezbollah, boccia l'intesa di cessate il fuoco raggiunta fra il governo di Beirut e quello di Tel Aviv. E in Libano non si vede tregua all'orizzonte. Nonostante gli annunci ottimistici, le speranze di pace sono totalmente contraddette dai fatti. I razzi e i droni di Hezbollah continuano a martellare il nord di Israele, con le sirene di allarme che sono tornate a suonare appena pochi minuti dopo la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyanu nell'area tartassata dai terroristi sciiti. Allo stesso tempo, le bombe israeliane non smettono di colpire il Sud del Paese dei cedri. Il Libano si conferma fronte di guerra ancora aperto e caldissimo nel conflitto fra Israele ed Hezbollah, ma soprattutto il vero pomo della discordia nelle trattative per un'eventuale pace fra Stati Uniti e Iran. Tutto ciò a dispetto dell'intesa raggiunta a Washington fra governo libanese e israeliano

Dopo l'ennesimo round di negoziati a Washington, durato altre 9 ore, nella notte fra mercoledì e giovedì, il governo di Beirut e quello di Tel Aviv hanno infatti annunciato di aver raggiunto un accordo per il rinnovo del cessate il fuoco del 16 aprile, anche se il fuoco fra le due parti non si è mai fermato in questi due mesi. L'intesa è subordinata alla "cessazione completa" degli attacchi di Hezbollah e all'allontanamento di tutti i suoi membri dal Libano meridionale, a nord del fiume Litani. L'accordo prevede inoltre la creazione di "zone pilota" in cui le forze armate libanesi "assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo qualsiasi attore non statale", leggasi proprio Hezbollah, il "Partito di Dio", contro il quale Israele ha avviato un'escalation militare, che dal 2 marzo ha già provocato oltre 3500 morti.

Appena poche ore dopo l'annuncio gravido di speranze, l'esercito libanese ha effettivamente iniziato a entrare nelle aree da cui l'esercito israeliano dovrebbe ritirarsi. Ma i droni israeliani hanno continuato a martellare il Sud del Paese. E i razzi e i droni di Hezbollah hanno proseguito a puntare sul nord di Israele. Ai combattenti islamisti è arrivato l'ordine di scuderia del leader Naim Qassem, che ha definito i negoziati "vergognosi", "una resa e una sconfitta" e ha chiesto il ritiro completo delle forze israeliane da tutto il territorio libanese. Un rifiuto del cessate il fuoco previsto e coordinato proprio con il grande regista del disordine e del terrorismo mediorientale: l'Iran. Non a caso il regime degli ayatollah, tramite i Guardiani della Rivoluzione, ha ribadito che "la richiesta di base della resistenza è il ritiro del regime occupante alla posizione che deteneva prima dell'inizio della guerra dei 40 giorni". "Non ci sarà pace nella regione - dicono - senza il ritiro di Israele dal Libano".

Di contro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha spiegato che "Israele continuerà per il momento le proprie operazioni di terra nel sud del Libano e non consentirà il ritorno dei residenti libanesi sfollati dalle aree interessate dalle attività militari". Tra i due contendenti è un'escalation anche di minacce. Hezbollah avverte che colpirà Tel aviv e Haifa, se Israele attaccherà di nuovo Beirut. Israele minaccia di bombardare la capitale libanese se i terroristi attaccheranno. La tregua è solo sulla carta.

"L'attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall'approvazione definitiva", ha specificato fiducioso il presidente libanese Joseph Aoun, convinto che il cessate il fuoco rappresenti "l'ultima opportunità" prima di un accordo complessivo da concordare nei nuovi colloqui del 22 giugno.

A sei mesi dalla fine della missione Onu in Libano, il Paese resta nel caos e sotto le bombe. Un soldato serbo di Unifil è rimasto ucciso, secondo gli israeliani da un colpo di mortaio di Hezbollah, e due militari spagnoli feriti.

Anche nella Striscia di Gaza si continua a morire. Almeno nove le vittime, fra cui quattro bambini, in un raid delle Idf sulla città di Gaza. Un incontro tra Hamas e i mediatori per la tregua, previsto per ieri in Egitto, è stato rinviato a domenica. I terroristi chiedono a Israele di fermare gli attacchi.

L'apertura di Putin: "Ora negoziamo". Zelensky: "Vediamoci". Trump: "Bellissimo"

Una tregua sembra una chimera. La pace ancor di più. E allora, nel momento in cui il conflitto in Ucraina sembra non poter finire mai, scendono in campo i leader. Vladimir Putin prova il bluff e si dice aperto al negoziato nonostante le sue pretese rimangano su posizioni massimaliste. Volodymyr Zelensky decide di "vedere" e gli scrive una lettera aperta proponendo un faccia a faccia per concludere immediatamente la guerra. Un botta e risposta serrato e nel giro di poche ore che potrebbe rappresentare la tanto attesa svolta mentre il conflitto va avanti secondo uno spartito chiarissimo: Kiev colpisce in profondità le infrastrutture energetiche russe forte di uno sviluppo tecnologico notevole, la Russia replica con attacchi indiscriminati sulle città colpendo sempre più spesso obiettivi civili, anche per nascondere quella difficoltà sul campo ormai palese.

Lo Zar, dalla sua San Pietroburgo colpita nei giorni scorsi dai droni ucraini, è tornato a parlare di un possibile negoziato, spiegando che Trump avrebbe sollecitato la Russia a compiere alcune concessioni. "Mosca è disponibile a fare compromessi, purché anche l'Ucraina accetti di farne", ha detto Putin, pur sostenendo che le forze russe stiano avanzando "lungo tutto il fronte" e che il Paese disponga di tutte le risorse necessarie per i propri obiettivi militari. Dichiarazioni che, dopo oltre quattro anni di conflitto, sono smentite dai fatti, al punto da arrivare ad ammettere che le difese aeree russe sono da migliorare. Ma le parole di Putin sono già state sentite e risentite più volte senza mai arrivare a reali concessioni da parte di Mosca. Con lo Zar che tra l'altro ribadisce: "Non siamo contrari a Kiev nell'Ue, siamo contrari alla trasformazione dell'Ue in un blocco militare" e ribadisce di volere l'impresentabile Schroeder come mediatore. Passa pochissimo e Zelensky replica con una lettera aperta: "Ora la scelta è tua. Basta con la guerra. L'Ucraina propone di porre fine a questa guerra con dignità e con garanzie", scrive il leader di Kiev che chiede "un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro", dice Zelensky ipotizzando Svizzera, Turchia o Paesi arabi come campo neutro. "Sono i leader a risolvere le questioni chiave. È sempre stato così e lo sarà sempre. Propongo di fissare una data precisa - incalza - L'Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati", ipotesi già esclusa dallo Zar. Zelensky poi spiega che "dobbiamo stabilire quale futuro attende le generazioni di ucraini e russi che verranno dopo di noi" e attacca frontalmente: "Se non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l'Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza. Non è una minaccia, è un fatto. Puoi fermare la tua guerra". Con il Cremlino che replica provocatoriamente: "Ok, venga a Mosca quando vuole", ipotesi già esclusa da Zelensky.

Una possibile svolta benedetta anche da Donald Trump, che mette in parte Putin spalle al muro in caso di bluff: "Sono contento che stiano parlando di incontrarsi. Credo che il mio contributo in tal senso sia stato notevole - ha detto il tycoon - Entrambi dovranno scendere a compromessi, l'ho suggerito io e ho avuto un ruolo determinante nella vicenda". Il tycoon poi lancia l'ennesima frecciata all'Europa: "Non abbiamo bisogno di loro, non ci hanno aiutato in Iran".

Nel quadro di dialogo potenziale, cozzano le parole del ministro degli Esteri russo Lavrov: "Siamo pronti a negoziare, ma non troviamo con chi parlare, non vediamo disponibilità al dialogo dall'altra parte. Non riusciamo a trovare interlocutori con cui poter dialogare". Lavrov che rilancia gli improponibili accordi di Anchorage tra Russia e Usa che prevedevano di fatto una resa incondizionata di Kiev e il consigliere presidenziale russo Dmitriev che riferisce di aver avuto una conversazione telefonica con l'inviato Usa Witkoff e con il genero del presidente Kushner, più che per un dialogo, per accordi relativi a un tunnel che colleghi la Russia e gli Stati Uniti attraverso lo Stretto di Bering che Dmitriev definisce imminente. Ma in campo, ora ci sono i leader. Se Putin prova a bluffare, Zelensky cerca di stanarlo. Ma finché al tempo delle parole non seguirà il tempo dei fatti, resterà il tempo della guerra, delle bombe, dei missili e dei droni.

Se sono gli ebrei di sinistra a criminalizzare Israele

Non è un problema da poco quando sono gli ebrei stessi a partecipare alla criminalizzazione dello Stato d'Israele, accuse che includono genocidio e colonialismo. La sincera esclamazione dell'ambasciatore Yehiel Leiter a proposito di JStreet ("un cancro nella comunità ebraica") è stata commentata come un gesto di nervosismo. In realtà è una presa di posizione che individua un danno letale nel corpo stesso del popolo ebraico, un attentato alla sua unità in un momento difficilissimo. Leiter parla di JStreet, Anna Foa, Gad Lerner, Pappe, Bernie Sanders da cui Israele viene visto come un Paese razzista e guerrafondaio, fascista e colonialista. Israele avrebbe deviato dal sionismo e anche dall'ebraismo. Quello vero è il loro.

In parallelo alla denuncia Leiter ha anche presentato un pamphlet sulle menzogne che dal 7 ottobre criminalizzano di Israele: costruite con malizia, sparse con una grande macchina del fango. L'alibi ebraico in Usa e in Europa ha fornito libri, film, manifestazioni, firme a migliaia che le rafforzano perché "lo dicono gli ebrei stessi". Ripropongono che loro non odiano Israele, ma Netanyahu è guerrafondaio e fascista. Forse se il governo fosse di sinistra, lo stato sarebbe non solo più democratico ma molto più ebraico. Non conta se Israele non conosce repressione antidemocratica, né tantomeno se è il nemico a aggredire come nel caso degli Hezbollah: la guerra è effetto della perfidia di Netanyahu. I cosiddetti "valori" ebraici divengono un'indicazione per la resa, l'aggressione jihadista resta sconosciuta. Di fatto la sinistra ebraica propone una delegittimazione di Israele ebraica, dimentica che ha sempre cercato una soluzione politica offrendo parte del territorio dal 1948, promuove l'idea woke basata sul concetto di vittime e oppressori, di diritti umani violati: i valori sono tutti occupati, l'autodifesa ne è espulsa.

Israele deve ascoltare in silenzio la condanna del governo e dell'esercito mentre Anna Foa prepara Il suicidio di Israele, bestseller. JStreet suggerisce al Congresso il taglio dei fondi e delle armi, Netanyahu e Trump sono mostrificati e l'Iran diventa un interlocutore antimperialista. Tikkun Olam, la cura del mondo, diventa per JStreet o la Foa retaggio privato di un ebraismo che cerca una condivisione coi palestinesi, due stati per due popoli, sgombero dei Territori. La fame di consenso, di tv, ha disegnato schieramenti sempre più larghi di accusatori: il prezzo è abbracciare accuse sempre più pesanti. Fino al 2024 JStrett rifiutava l'accusa di genocidio, ora l'ha praticamente fatta sua. L'alma mater di questo atteggiamento è nel giornale Haaretz, sullo sfondo del New York Times. In definitiva, gli ebrei contro Israele gettano una bomba nell'orgoglio ebraico, santificano il matrimonio fra progressismo e giudaismo che nacque sulla base storica della guerra al nazifascismo per poi essere subito violata dal comunismo antisemita, già per Marx gli ebrei erano il male capitalista.

La sinistra ebraica attuale dimentica che Ben Gurion e poi Rabin avevano soprattutto a cuore la salvaguarda della nazione. Ho conosciuto Shimon Peres: il tema della sicurezza era parte di lui, un socialista che realizzò la bomba atomica, indispensabile deterrenza alla follia del nemico. L'educazione degli anni '60 e '70 ci consegna un concetto degradato dei diritti umani, che disconosce la civiltà giudaico-cristiana madre della democrazia in nome di un umanitarismo che mette alla pari le civiltà autoritarie come quella di Hamas con quella di Israele e anzi le idolatra perché più deboli. Dunque, gli ebrei che combattono dalla trincea assediata di Israele non sarebbero più veramente ebrei, i veri ebrei sono quelli di sinistra portabandiera di un giudaismo migliore. La cosa che più duole è che l'ignorante denigrazione del popolo ebraico stesso intimidisce gli ebrei stessi con opinioni sradicate da ogni realtà. Solo Sinwar, forse, poteva immaginare Israele come lo vede la Foa: per lei, ebrea, Israele è peggio del fascismo, perché quei "pazzi scatenati pensano di essere mossi da Dio come burattini" per affermare la loro supremazia. Ormai Israele è razzista. I suoi campioni sono i "coloni" di cui disegna un ritratto fantasioso. Ma certo, la vera ebrea è lei. Leiter ha alzato il velo su un pericolo.

Kiev istituisce l'unità Scorpio: cosa sappiamo della nuova forza speciale della polizia militare ucraina

Le Forze Armate ucraine stanno rafforzando in modo progressivo il proprio sistema di sicurezza interna, con un’attenzione crescente alla gestione della disciplina, alla protezione delle infrastrutture militari e al contenimento delle vulnerabilità che possono emergere nelle retrovie operative. In questo processo s’inserisce la creazione della nuova unità speciale Scorpion, pensata per garantire capacità di intervento rapido all’interno del dispositivo militare.

L’annuncio è stato diffuso dalla Vijskova sluzhba pravoporyadku ZSU, organismo della polizia militare incaricato del mantenimento dell’ordine e della disciplina nelle Forze Armate ucraine. La nascita del nuovo reparto risponde all’esigenza di disporre di uno strumento in grado di intervenire con tempestività nelle situazioni critiche che interessano la sicurezza interna, in particolare nei casi di sabotaggio, violazioni disciplinari gravi e minacce rivolte alle infrastrutture militari.

Cosa sappiamo

Secondo fonti ufficiali la Scorpion è stata concepita come unità di pronto impiego integrata nei distaccamenti zonali della polizia militare, con una struttura flessibile e una capacità di reazione rapida su scala territoriale. Il suo impiego è previsto nei casi in cui si verifichino eventi che richiedono un intervento immediato e non gestibile attraverso i normali canali di controllo disciplinare.

Il mandato include la prevenzione e la repressione dei reati militari, il monitoraggio delle violazioni del regolamento interno e la tutela del patrimonio delle Forze Armate ucraine. Particolare attenzione è rivolta alla protezione di asset considerati strategici, come armamenti, mezzi, depositi e infrastrutture logistiche, elementi essenziali per la continuità delle operazioni sul terreno.

Questa forza speciale è inoltre chiamata ad agire in presenza di possibili azioni di sabotaggio o di minacce dirette contro installazioni militari sensibili. In questi casi, l’obiettivo è ridurre i tempi di risposta e contenere l’impatto di eventuali vulnerabilità interne sul funzionamento complessivo del sistema difensivo.

Impiego sotto legge marziale e contrasto alle minacce ibride

Con l’attivazione della legge marziale o dello stato di emergenza, il raggio d’azione viene ampliato. Il reparto può essere impiegato anche nel supporto alle operazioni di contrasto a gruppi di ricognizione e sabotaggio, operando in coordinamento con le strutture già responsabili della sicurezza e della difesa territoriale.

Sotto questi auspici, l’unità non si limita alla gestione delle emergenze interne, ma contribuisce anche al contenimento di minacce ibride che si sviluppano al di fuori del fronte tradizionale e che incidono direttamente sulla stabilità delle retrovie.

Nel contempo, la nuova creatura di Kiev svolge anche un ruolo nel mantenimento della disciplina interna delle Forze Armate, intervenendo nei casi in cui sia necessario ristabilire rapidamente condizioni di ordine e garantire la continuità funzionale delle unità.

Valenza strategica nel sistema di sicurezza ucraino

La decisione di costituire questa unità riflette il rafforzamento della dimensione interna della sicurezza militare ucraina, in risposta a un quadro in cui la gestione delle minacce non si limita più alla sola dimensione frontale.

Secondo analisti, in questa condizione, la polizia militare assumerà un ruolo più strutturale nella stabilità del sistema difensivo, mentre unità specializzate come la Scorpion rappresenteranno uno strumento per garantire tempi di reazione più rapidi, maggiore controllo delle situazioni critiche e rafforzamento della resilienza complessiva delle Forze Armate.

Putin: "Lettera di Zelensky maleducata, non ci sono motivi per incontrarlo". La replica: "Sceglie la guerra". Starmer: "Mosca può attaccare la Nato nel 2030"

La guerra in Ucraina torna al centro della giornata con nuovi attacchi russi nella notte: tre le vittime in diverse regioni del Paese, mentre Kiev riferisce l’abbattimento di 198 droni su 216 lanciati da Mosca. Negli Stati Uniti la Camera approva un pacchetto di aiuti e sanzioni contro la Russia. Intanto Londra lancia l’allarme sui rischi di escalation e in Romania un drone navale esplode nel porto di Costanza senza causare feriti. La Nato monitora la situazione.

New York cancella mamma e papà: ora sono “genitori gestanti” (o “non gestanti”)

Prima hanno riscritto il vocabolario. Poi la storia. Ora tocca alla famiglia. A New York, dove il politicamente corretto è ormai diventato una specie di burocrazia dell’assurdo, i democratici hanno approvato una legge che cancella dai testi normativi le parole “madre” e “padre”. Non perché siano offensive, non perché siano incomprensibili, ma perché, secondo la religione woke, la realtà biologica va sempre sottoposta a revisione ideologica.

Come riportato dal New York Post, il termine “mother” verrebbe sostituito con “gestating parent”, cioè “genitore gestante”, mentre “father” diventerebbe “non-gestating parent” o semplicemente “parent”. Tradotto: la mamma non è più mamma, è un soggetto amministrativo dotato di funzione gestazionale. Il papà invece viene ridotto a categoria residuale, quasi un accessorio lessicale da aggiornare nei moduli del tribunale. In altri termini, siamo alla trasformazione della lingua in un laboratorio politico permanente.

Il bello, si fa per dire, è che tutto questo accade mentre New York combatte con problemi ben più concreti: tasse alte, costo della vita, sicurezza, bollette, degrado urbano, bilanci approvati in ritardo. Ma l’urgenza dei legislatori progressisti è un’altra: togliere “mother” e “father” dalle leggi. Come se le famiglie newyorkesi si svegliassero la mattina sconvolte dal fatto che nei codici esistano ancora mamma e papà.

I promotori della norma – che ora passerà al vaglio della governatrice Kathy Hochul (che ama presentarsi come la “first mom governor” di New York) per il via libera definitivo – spiegano che il cambiamento servirebbe ad adeguare il linguaggio giuridico ai casi di maternità surrogata, alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso e alle nuove configurazioni familiari.

Così la madre diventa “genitore gestante”. Una formula che sembra uscita non da una legge sulla famiglia, ma da un manuale sanitario o da un verbale di laboratorio. La paternità diventa “parentage”. Il “putative father” diventa “alleged parent”. Ogni legame viene sterilizzato, ogni identità viene diluita, ogni parola affettiva viene sostituita da un’espressione burocratica. Naturalmente chi protesta viene subito sospettato di oscurantismo. Eppure qui non si tratta di negare diritti a nessuno. Si tratta di difendere il buonsenso da una politica che confonde l’inclusione con la rimozione della realtà. Una legge può benissimo disciplinare famiglie adottive, omogenitoriali, casi di surrogacy e situazioni complesse senza trasformare la madre in una perifrasi da ufficio anagrafe.

"È la cultura woke fuori controllo. È una gara a chi la spunta", il j’accuse di Gerard Kassar, Presidente del Partito Conservatore dello Stato: "È un esempio di quanto sia fuori sintonia la legislatura di New York. È uno spreco di tempo inutile". Kassar ha affermato che il disegno di legge, che non pone limiti di genere, probabilmente innescherà una serie di altre proposte simili, e ha definito le priorità dei legislatori statali completamente sbagliate.

Il candidato repubblicano alla carica di governatore Bruce Blakeman ha colto l'occasione al volo. “I democratici guidati da Kathy Hochul hanno continuato la loro dichiarazione di guerra alle famiglie di New York, cancellando i termini affettuosi di ‘mamma’ e ‘papà’ e sostituendoli con ‘genitore in gravidanza e genitore non in gravidanza’. Questa follia finirà quando sarò governatore”, le sue parole. I repubblicani che hanno votato contro il disegno di legge presentato dai democratici lo hanno definito oltraggioso, ma anche tra i dem serpeggia il malumore. “Ho una parola che possiamo usare per questo: inutile”, il commento di un politico ai microfoni del Post.

Ahinoi l’ossessione woke ha bisogno di simboli. E pochi simboli sono più potenti della parola “madre”. Per questo va neutralizzata. Perché richiama il corpo, la nascita, il legame primario, la differenza sessuale. Tutte cose che l’ideologia fluida tollera solo se tradotte in linguaggio neutro. La realtà, però, ha un difetto: resiste. Le madri continueranno a chiamarsi madri. I padri continueranno a chiamarsi padri. Con buona pace dei legislatori iper-progressisti.

Crans-Montana, Jessica Moretti: "Contro di noi solo falsità". La madre di una delle vittime: "Voglio risposte"

"Sono qui perché voglio risposte, vogliamo risposte". Laetitia Brodard-Sitre, la mamma di Arthur, 16enne morto a Capodanno nel rogo del Constellation, a Crans-Montana, partecipa oggi all'interrogatorio di Jacques e Jessica Moretti, nell'aula del politecnico di Sion. "In questa tragedia - dice, accompagnata dal suo avvocato - ho perso il mio figlio Arthur, ed è per questo che mi sono vestita in bianco e ho la sua foto sul cuore, a sinistra. Ci sono 41 angeli che se ne sono andati, ci sono ancora 115 feriti che sono in ospedale, in terapia intensiva e che sono gravemente ustionati, alcuni ancora in choc settico e non li si riconosce più".

Arthur era una promessa del calcio giovanile della squadra FC Lutry, paese del Cantone di Vaud, sul lago Lemano. "Oggi sono qui per lui - spiega Laetitia - ma anche per suo fratello Benjamin, il mio secondo figlio, che è vivo, perché vive le conseguenze di questo dramma, tutti i giorni si vive con queste conseguenze, genitori, fratelli, sorelle, nonni e le zie: ha bisogno di risposte, ho bisogno di risposte, abbiamo bisogno di risposte. Siamo qui oggi perché sono passati cinque mesi, ora siamo venuti a conoscenza di molte cose, e ho bisogno di capire lo stato d'animo di Jessica e Jacques Moretti".

"Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti". Lo ha detto Jessica Moretti, rendendo una dichiarazione spontanea in apertura dell'interrogatorio, in corso a Sion. Presenti la procuratrice generale aggiunta del Cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di avvocati delle parti civili, la donna viene sentita in un confronto con il marito Jacques Moretti, nell'ambito dell'inchiesta sul rogo del Constellation, il discobar di Crans-Montana di cui sono proprietari. L'imprenditrice ha assicurato di voler collaborare con gli inquirenti e ha evidenziato di aver sempre risposto alle domande.

"Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti! Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione: quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine, non è questo essere devastati". Così Laetitia Brodard-Sitre, madre di Arthur, 16enne morto a Capodanno nel rogo del Constellation, a Crans-Montana, presente oggi all'interrogatorio dei coniugi Moretti, ha replicato alle dichiarazioni spontanee rese da Jessica in apertura dell'audizione.

Durante l'interrogatorio, la procura del Cantone del Vallese ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Secondo quanto è trapelato gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all'acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e da cui a Capodanno si è sviluppato l'incendio che ha causato la morte di 41 persone.

Hormuz non basta più: così il Golfo prepara le rotte per aggirare il ricatto dell’Iran

Dopo l’ultima crisi in Medio Oriente e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, le potenze del Golfo si stanno concentrando nel trovare nuove rotte per aggirare il braccio di mare, strategica via commerciale mondiale. Piani di emergenza sono ormai essenziali. Un tempo attraverso Hormuz si trasportava un quinto del petrolio globale. Adesso verrà ridefinito il modo in cui l'energia raggiunge ogni angolo del globo in modo sicuro. Il mezzo? La costruzione di rotte alternative per neutralizzare lo Stretto come arma di ricatto degli ayatollah. I Paesi del Golfo stanno investendo miliardi in nuovi oleodotti, ferrovie e centri di stoccaggio energetico per superare un eventuale blocco futuro dello Stretto.

mappa controllo hormuz

La chiusura di Hormuz è una delle conseguenze più durature e nocive del conflitto. Diverse petroliere navigano attraverso lo Stretto con localizzatori di posizione spenti per evitare attacchi iraniani. I prezzi dell'energia sono aumentati a causa della sua interruzione, provocando il razionamento del carburante in alcuni paesi e i timori di una recessione economica mentre l'inflazione sale. L’idea ora è quella di riorganizzare la mappa logistica della regione, attraverso il trasporto su gomma, ferroviario e la costruzione di nuovi porti.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq hanno avviato piani per ampliare i propri oleodotti. Saranno necessari però nuovi accordi con Giordania, Siria e Turchia in materia di sicurezza, transito e diritti di esportazione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Teheran ha ampliato in modo significativo la sua definizione dello Stretto e, di conseguenza, l'area marittima su cui rivendica il controllo. La Marina dei Pasdaran ha pubblicato una mappa il 4 maggio che mostra una nuova zona di controllo che comprende gran parte della costa del Golfo di Oman degli Emirati Arabi Uniti. Quella mossa ha coinciso con un attacco con droni contro una petroliera Adnoc e un fuoco di sbarramento sulla zona petrolifera di Fujairah, che il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha definito una "trasgressione inaccettabile" e un "ricatto economico”. Le Guardie Rivoluzionarie hanno poi annunciato un'ulteriore espansione, ridefinendo lo Stretto come una "vasta area operativa".

Il conflitto ha dimostrato che "troppa energia mondiale transita ancora attraverso pochi punti critici", ha affermato Sultan Al Jaber, ministro dell'industria e delle tecnologie avanzate degli Emirati Arabi Uniti, durante un forum dell'Atlantic Council. Questo, ha aggiunto, sta ora spingendo Abu Dhabi “ad accelerare i piani per aggirare lo Stretto di Hormuz”. "La sicurezza energetica non riguarda più solo la capacità di continuare a produrre", ha spiegato Al Jaber, che è anche a capo del colosso petrolifero statale Adnoc. "Riguarda le rotte, l’accesso e lo stoccaggio”. Gli Emirati Arabi Uniti si stanno già muovendo.

Hanno utilizzato per le loro esportazioni di petrolio un oleodotto che transita verso Fujairah, una città portuale strategica situata al di fuori dello Stretto di Hormuz. La struttura ha una capacità di esportazione di 1,8 milioni di barili al giorno. A maggio, Abu Dhabi ha annunciato l'intenzione di accelerare i piani per un secondo oleodotto lungo la stessa rotta per raddoppiare la sua capacità di esportazione attraverso il porto di Fujairah entro il 2027, espandendo notevolmente la sua capacità di bypassare Hormuz.

Ma non finisce qui. Dopo la sua uscita dall’Opec e la maggiore indipendenza nella produzione energetica Abu Dhabi vuole espandere le proprie esportazioni anche verso l’Asia. Pure l'Arabia Saudita sta ampliando l’utilizzo del suo oleodotto Est-Ovest che attraversa orizzontalmente il paese e porta il petrolio prodotto sulla costa est verso il porto di esportazione di Yanbu, sulla costa ovest che dà sul mar Rosso. Riad sta anche potenziando anche quest’ultimo per far fronte al maggiore flusso. Gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita sono gli unici produttori del Golfo che esportano greggio al di fuori dello Stretto.

L'Oman ha una lunga costa sul Golfo dell'Oman, mentre Kuwait, Iraq, Qatar e Bahrein sono quasi del tutto dipendenti dal corso d'acqua per le spedizioni. Anche Muscat sta attuando la stessa strategia con i suoi porti. "L'eredità della crisi si tradurrà nella costruzione di infrastrutture per aggirare lo Stretto di Hormuz", ha affermato Hamad Hussain, economista specializzato in materie prime presso la società di ricerca londinese Capital Economics. "Ormai il vaso di Pandora è stato aperto, dato che la minaccia, a lungo paventata, di una chiusura effettiva dello Stretto da parte dell'Iran si è ora concretizzata".

La Svizzera del Medio Oriente sotto assedio: Oman stretto tra Iran, raid e pressioni di Trump

(Da Muscat) In Oman, uno dei Paesi mediorientali più vicini al conflitto e allo stallo in corso nello Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran, l’atmosfera che travolge chi proviene dall’esterno è surreale. Quasi sospesa, come nell’occhio di un ciclone, a causa delle distensioni (poche) e delle minacce (tante) alternate a ritmo quotidiano dall’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump e dal regime dei pasdaran. Solo nella notte tra 4 e 5 giugno il porto di Al-Fahal è stato costretto a interrompere le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un'esplosione probabilmente causata da un attacco di droni. Nonostante questo clima chi, in un contesto ad alta fluidità, si aspetta di trovare un Sultanato sull’orlo di una crisi di nervi rimane però deluso. Che si passi dal moderno aeroporto della capitale omanita o dai piccoli villaggi del Paese, è infatti difficile riscontrare tracce di nervosismo tra le autorità o tra la popolazione locale. Una circostanza che fa apparire quanto accade nello Stretto quasi un affare di un altro pianeta.

Caos calmo

Calma e ordine. Al tempo della guerra di Trump, è così che si presenta la vita nel Sultanato agli occhi dei suoi visitatori. Gli abitanti di Muscat, città bianca e senza grattacieli per legge - al contrario delle sue luccicanti sorelle mediorientali -, sembrano più preoccupati dall’afa (insolita in questo periodo dell’anno) che non dal possibile riavvio delle ostilità.

Non che in Oman il tema del conflitto non faccia capolino nelle conversazioni con la gente del posto. Talal, una guida turistica, spiega al Giornale che "l'Oman è come la Svizzera del Medio Oriente e siamo amici di tutti". Parole pronunciate con un misto di pacatezza e orgoglio. In risposta alle ultime esternazioni di Trump, arrivato di recente a minacciare Muscat per le sue presunte trattative con l'Iran sulla cogestione dello Stretto, un tassista afferma che il presidente americano è solo un chiacchierone e alla fine non farà nulla. Poco importa che lo stesso autista aggiunga subito (e senza un filo di preoccupazione) che nessuno sa davvero quali potrebbero essere le prossime mosse del tycoon.

Si vive così in Oman, con la gente del posto che continua a ripetere che, pur essendo vicino al fronte di guerra, il loro Paese “è sicuro”. Un leitmotiv che lega varie dichiarazioni di residenti di Muscat raccolte dal Giornale. Le stesse fonti ci tengono anche a precisare che, nonostante l’incertezza della situazione, il turismo è in una fase di lenta ripresa. Lo testimoniano le folle di viaggiatori, dai tanti occidentali alla moltitudine di visitatori provenienti dall’Asia meridionale, che affollano gli alberghi di lusso e i centri commerciali della capitale omanita.

Il senso di sicurezza che gli omaniti avvertono, e trasmettono, trova peraltro conferma nel numero di attacchi lanciati nelle fasi più dure del conflitto dall’Iran contro il Sultanato (una manciata rispetto alle centinaia di raid con droni e missili sferrati da Teheran contro gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in primis). Per quanto gli omaniti, almeno in pubblico, sminuiscano ogni preoccupazione per la guerra - condivisa, nel villaggio globale, tanto dall’albergatore di Dallas quanto dal coltivatore di riso del Delta del Mekong -, nel Sultanato l’attenzione per ciò che avviene nella regione è comunque alta. Ma non isterica. Non è un caso che in uno dei tanti negozietti di souvenir della storica città di Nizwa, a circa due ore di macchina da Muscat, una televisione sia accesa su Al Jazeera. Sul piccolo monitor scorrono immagini dell’area al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran e riprese delle operazioni militari israeliane in Libano. Nessuno però guarda il notiziario.

Un intermediario in crisi

L’Oman è uno dei più importanti mediatori della regione mediorientale. È infatti in questo Paese che negli anni Ottanta si svolsero i negoziati per la fine del conflitto tra Iran e Iraq. Decenni dopo, nel 2015, fu Muscat a facilitare le comunicazioni tra il regime dei pasdaran e l’amministrazione Obama che portarono all’accordo sul nucleare poi ripudiato da Trump durante il suo primo mandato. Più di recente, alla vigilia della guerra in Iran, il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi è stato tra i negoziatori principali tra Stati Uniti e Iran. Il giorno prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, Al Busaidi ha incontrato a Washington il vicepresidente americano JD Vance per informarlo che i colloqui con gli iraniani avevano compiuto importanti progressi. Troppo poco e troppo tardi per il tycoon che subito dopo ha dato luce verde all’opzione militare.

La guerra in Iran accende i riflettori sulle relazioni tra Oman e Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha riportato nelle scorse ore che le recenti minacce di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent contro Muscat hanno scioccato le autorità omanite. Specie se si considera la storia dei rapporti tra le due nazioni. Il Sultanato è stato il secondo Paese arabo, dopo il regno del Marocco, a stabilire nella prima metà dell’Ottocento relazioni diplomatiche con Washington. Chi fa visita al National Museum nella capitale dell’Oman può avere contezza dei profondi legami che uniscono i due Paesi ammirando il cannone realizzato attorno al 1850 dalla fonderia Cyrus Alger & Co. di Boston su ordine dell’allora Sultano Sayyid Said bin Sultan al-Busaidi.

A Trump, uomo d’affari che negozia solo alle sue condizioni, si sa, la storia interessa poco. Per il commander in chief sono altri gli aspetti che contano e nel caso dell’Oman, a pesare nel giudizio del miliardario, è il fatto che l’alleato intrattenga relazioni (secolari) con un acerrimo nemico dell’America come l’Iran. E così quello che era considerato un utile messaggero in delicate trattative internazionali, adesso, almeno per la Casa Bianca, è diventato parte del problema. Gli statunitensi, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbero infatti facendo pressioni sul Paese mediorientale affinché prenda una posizione chiara e interrompa le relazioni con la Repubblica Islamica. Il ministro dell’Informazione Abdulla Al-Harrasi ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il suo Paese “è pronto a collaborare con gli Stati Uniti e con tutti i partner responsabili per promuovere la stabilità, prevenire disordini e salvaguardare i nostri interessi strategici”.

Gestire il tycoon

La Svizzera del Medio Oriente starebbe già studiando come rispondere alle bordate del tycoon, forse lanciando un’offensiva di pubbliche relazioni volta a dimostrare l’impegno dell’alleato omanita a favore dell’aumento del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Quanto alla causa principale dell’ira del presidente Usa - una valutazione dell'intelligence su un possibile piano congiunto di Muscat e Teheran per imporre pedaggi alle navi che passano da Hormuz - l’Oman ha sin qui negato ogni addebito.

L’uragano Trump ha mandato dunque in crisi la linea ufficiale omanita, amici di tutti e nemici di nessuno. L’Oman, però, sin qui si sarebbe mosso nel solco della sua “neutralità attiva”, pur con qualche inusuale presa di posizione dovuta alle iniziative internazionali, spericolate e senza precedenti, intraprese dal leader Usa. Tra queste, l’intervento del ministro degli Esteri omanita che a marzo, dalle pagine dell’Economist, ha definito fuori controllo la politica estera Usa. Un’esternazione che ha reso evidente come non sia l’Oman ad essere cambiato, bensì la superpotenza.

Al largo di Muscat, intanto, decine di navi si stagliano all’orizzonte. Chi di giorno, sfidando le temperature roventi, si avventura in una passeggiata sulla corniche non può non notarle. Il blocco nello Stretto non c’entra, spiegano i residenti della capitale. Per vedere l’ingorgo di mercantili ripreso ormai quotidianamente dai media bisognerebbe spostarsi di circa 500 chilometri più a nord, nell’exclave di Musandam che si affaccia, appunto, su Hormuz e che sino a pochi mesi fa era conosciuta più per il suo soprannome (la “Norvegia d’Arabia”) che non per la sua vicinanza ad una delle giugulari energetiche più pericolose del pianeta. Da Muscat la guerra è lontana. E per un attimo, tra un Inshallah e l’altro e a condizione che ci si astenga dal compulsare i profili social di Donald Trump, sembra proprio che sia così.

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