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Received today — 14 June 2026 Il Giornale - Mondo

“Sembrava la macchina volante di Harry Potter”: ecco cosa dicono i nuovi file sugli Ufo del governo Usa

La verità è (di nuovo) là fuori. Il Pentagono ha pubblicato venerdì la terza tranche di documenti classificati relativi ad avvistamenti di oggetti volanti non identificati. Ufo, secondo il vecchio acronimo (“Unidentified flying object”), sempre più spesso rimpiazzato da un altro, UAP, che sta per “Unidentified anomalous phenomena”. La pubblicazione in questione è parte di un progetto fortemente voluto da Donald Trump, arrivata, curiosamente, nello stesso giorno in cui è approdato nelle sale cinematografiche il nuovo film di Steven Spielberg, “Disclosure day”, dedicato proprio agli alieni.

72 gli X-files, o presunti tali, rilasciati dal dipartimento della Guerra e datati tra gli anni ‘40 e l’anno in corso che, sottolineano i media americani, dimostrano come il governo Usa abbia indagato su avvistamenti inspiegabili non solo negli Stati Uniti ma anche in altre parti del mondo. I documenti appena desecretati contengono segnalazioni presentate dai comuni cittadini e rapporti sugli oggetti volanti provenienti sia dalla Cia che dall’Fbi.

I file caricati sul sito del Pentagono, come già successo in occasione delle pubblicazioni dei precedenti documenti, non contribuiscono più di tanto a fare luce su un mistero che a partire dal secondo dopoguerra ha catturato l’attenzione della società americana, prima di diventare un fenomeno globale. Non aiuta il fatto che alcuni dei rapporti rilasciati facciano più sorridere che riflettere. Come riferisce infatti Nbc News, in un promemoria del dipartimento della Guerra di inizio giugno si legge che un “agente federale delle forze dell’ordine” operante negli “Stati Uniti occidentali” ha riferito di aver visto un oggetto nel cielo nel 2023 che assomigliava all’”auto volante della serie di Harry Potter”. Nello stesso promemoria sono incluse immagini generate dall’intelligenza artificiale di ciò che l’agente afferma di aver visto accompagnate da una precisazione: “si prega di notare che queste immagini sono state generate due anni e mezzo dopo gli eventi”. Un altro avvistamento che ha sollevato alcune perplessità è quello, nel 2022, di un Ufo a forma di patata.

C’è da dire che comunque gli avvistamenti degli Ufo vengono presi sempre più sul serio. “I materiali qui archiviati”, recita il comunicato presente sul sito del Pentagono, “riguardano casi irrisolti, il che significa che il governo non è in grado di giungere ad una conclusione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati”. Tra i documenti desecretati 29 appartengono all’Fbi, 18 alla Cia, 12 al dipartimento della Difesa, 11 alla Nasa, uno alla “comunità dell’intelligence e un altro ad un’agenzia governativa statunitense non specificata.

Tra i file che attirano l’attenzione ce n’è uno relativo ad un avvistamento inspiegabile avvenuto nel 2008 presso l’aeroporto di Harare nello Zimbabwe. “Le persone discutevano se l’avvistamento fosse un dispositivo avanzato di un governo straniero o di origine extraterrestre", si legge in un documento redatto dalla Cia. “Ad un certo punto durante l’osservazione”, l’oggetto avrebbe emanato dei raggi per poi ascendere “a più alte latitudini” e sparire dalla visuale. “Questo incidente (...)”, prosegue il documento dell’agenzia di Langley “ha comportato la decisione di mettere lo Zimbabwe (...) in stato di allerta elevata”.

Un altro documento fa riferimento alla convocazione da parte della Cia di un “Comitato consultivo scientifico sugli oggetti volanti non identificati” e contiene corrispondenze e rapporti risalenti ai primi anni Cinquanta. Il gruppo di esperti di tale Comitato stabilì che “i dischi volanti non rappresentavano una minaccia fisica diretta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” ma il vero pericolo era invece rappresentato da una “stampa sensazionalistica” che dava risalto agli avvistamenti. All’epoca, gli esperti raccomandarono dunque che il fenomeno degli avvistamenti venisse smentito a livello ufficiale per “privare l'argomento Ufo del suo mistero”. A distanza di quasi 80 anni tale mistero sembra però ancora lontano dall’essere risolto.

Agenti locali, piani ambiziosi e il ruolo di Vance: ecco i segreti della guerra del Mossad contro l’Iran

Una macchina inarrestabile in grado di influenzare il corso della guerra e della pace su molteplici fronti mediorientali. Così viene descritto il Mossad, l’agenzia di spionaggio israeliana, da Yonah Jeremy Bob, autore, assieme ad Elliot Kaufman, di un libro di prossima uscita, “In the War Room: The Inside Story of Israel’s Fight Against Hamas and the Iranian Axis”, contenente alcune indiscrezioni inedite sullo scontro tra Tel Aviv e il regime degli ayatollah. Un articolo pubblicato da Jeremy Bob sul Jerusalem Post ripercorre alcune delle rivelazioni del libro spaziando dalla lotta ad Hezbollah a quella avviata con la missione Epic Fury senza tralasciare i piani segreti degli 007 dello Stato ebraico volti a fermare il programma nucleare dei pasdaran. Gli autori del volume in questione hanno attinto a fonti interne al Mossad e all’Idf per cercare di fare luce su alcune delle più sofisticate operazioni di intelligence della storia moderna. Che, peraltro, è presumibile immaginare siano ancora in corso.

Il rilascio delle anticipazioni del libro è coinciso quasi con il termine, martedì scorso, del mandato di David Barnea alla guida dell’agenzia di spionaggio di Tel Aviv. Barnea ha ricoperto il delicato incarico per cinque anni, durante i quali, oltre ai due conflitti contro Teheran, Israele ha reagito alla strage di Hamas colpendo duro a Gaza i miliziani appartenenti all’organizzazione terroristica (e la popolazione nella Striscia) e gli operativi di Hezbollah in Libano. Sino ad arrivare a colpire i capi dei due proxy del regime teocratico.

Uno dei maggiori successi del Mossad è rappresentato proprio dall’uccisione di Hassan Nasrallah, il leader, per oltre 30 anni, del partito di Dio. L’eliminazione di Nasrallah, neutralizzato il 27 settembre del 2024 da 85 bombe sganciate dagli aerei delle forze di Tsahal sul suo compound a Beirut, si è consumata pochi giorni dopo un’altra spettacolare operazione israeliana. Quella degli esplosivi impiantati nei dispositivi di comunicazione dei membri di Hezbollah.

Dieci gli anni impiegati da Mossad e dall’Idf per arrivare a Nasrallah. Un risultato, come avvenuto più di recente in Iran, ottenuto grazie al contributo fornito dalle risorse di Tel Aviv sul campo: agenti locali al servizio dell’intelligence israeliana, oltre ad iraniani che lavoravano con Hezbollah. Stanare il capo dello Stato nello Stato senza di loro non sarebbe stato possibile. Tali operativi infatti hanno dovuto spesso dirigersi direttamente in aree appena bombardate dall’Idf, spesso per effettuare una valutazione dei danni causati dai raid o, come si legge nell’articolo del Jerusalem Post, per piazzare i dispositivi che hanno aiutato a rintracciare e ad uccidere Nasrallah. Barnea aveva bisogno di conoscere l’esatta ubicazione del bunker e della posizione di Hezbollah nell’area fortificata. Nel 2025, Tel Aviv ha insignito questi agenti di un riconoscimento ufficiale per il loro insostituibile lavoro. Le loro identità sono ancora coperte dal massimo segreto.

Altre rivelazioni riguardano più da vicino la lotta nell’ombra di Tel Aviv contro la testa della piovra, l’Iran. Nel corso degli anni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha presieduto a riunioni col Mossad e con l’Idf per cercare di fermare il programma nucleare della Repubblica Islamica. In un primo momento, Bibi avrebbe assegnato agli 007 la responsabilità principale di sventare la minaccia di Teheran. Un piano allo studio prevedeva che l’agenzia di intelligence dello Stato ebraico guidasse un’operazione “per distruggere simultaneamente gran parte del programma nucleare iraniano”.

Nel 2024 però Netanyahu decise che questo piano era troppo ambizioso e irrealistico. In particolare, fonti vicine a Barnea affermano che l’operazione non sarebbe andata avanti anche perché nessuno credeva che decine di agenti locali, quindi iraniani, potessero essere impiegati in una missione così estesa senza far trapelare informazioni. Inoltre, nel frattempo, la strage del 7 ottobre aveva distolto risorse, tempo e attenzione verso Gaza.

Non meno impressionanti le indiscrezioni che riguardano la missione Epic Fury e che chiamano in causa l’alleato americano. Le già menzionate fonti vicine al direttore del Mossad sostengono che, “per molti versi”, gli Stati Uniti sono stati gli ideatori del piano di rovesciare il regime degli ayatollah utilizzando i curdi al fine di avviare un’offensiva di terra. Israele era pronto a fornire supporto aereo ai curdi, i quali avevano ricevuto sia da Tel Aviv che da Washington armi e addestramento militare.

Non è ancora del tutto chiaro se il presidente americano Donald Trump sia stato convinto a porre il veto sull’operazione da alcuni dei più alti funzionari della sua amministrazione o dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Fonti israeliane hanno accusato elementi di spicco all’interno della Casa Bianca di aver fatto trapelare il piano a Erdogan, permettendo così al leader turco di contattare per tempo il suo omologo statunitense e fermare il piano. In molti indicano che l’autore della soffiata sarebbe stato il vicepresidente JD Vance. Un’insinuazione smentita dal diretto interessato.

Quanto alla ricostruzione, apparsa sui media nelle scorse settimane, secondo cui sarebbe stato il direttore del Mossad, a febbraio, a convincere Trump che il regime iraniano sarebbe crollato subito, Barnea avrebbe precisato di non aver mai assicurato un tale esito in tempi così rapidi. Per il capo uscente dell’agenzia di intelligence israeliana, la caduta della dittatura islamica è un effetto che potrebbe verificarsi ad un anno di distanza, o più, dalla fine della guerra. Ad una condizione: che The Donald mantenga una forte pressione sull’Iran. E pare che l’ex signore delle spie israeliane sia ancora convinto che andrà così.

Ecco perché il Libano rischia una nuova guerra civile

Alla fine il nodo libanese è venuto al pettine. Il fronte dimenticato del conflitto, avviato il 28 febbraio dagli attacchi israelo-americani contro l’Iran, è tornato di prepotenza d’attualità dopo che domenica scorsa le forze di Tsahal hanno spostato l’obiettivo delle loro operazioni militari dall’area meridionale del Paese dei cedri a Dahiyeh, il quartiere della capitale del Libano considerata la roccaforte di Hezbollah, il gruppo sciita alleato del regime degli ayatollah. La mossa di Tel Aviv ha provocato la reazione iraniana e un crescendo di raid e ritorsioni, sfociate, poco prima di nuovi devastanti raid americani contro la Repubblica Islamica, nell’annuncio di un accordo tra gli storici nemici. Ma che posto trova il Libano nei negoziati e nell’intesa che potrebbe essere firmata già nelle prossime ore a Ginevra?

Per provare a dare una risposta occorre fare un passo indietro. Ad aprile, quando è scattato il fragile cessate il fuoco in vigore sulla carta sino ad oggi, gli israeliani hanno chiarito che non si applicava al Libano. E infatti lo Stato ebraico aveva continuato a lanciare attacchi contro obiettivi situati in territorio libanese. Da Teheran si era però subito fatto sapere che il Libano doveva essere parte integrante dell’accordo. Il limbo che ne era conseguito si era trascinato sino al recente superamento da parte di Israele della “linea rossa” (i già menzionati raid contro Beirut) con le autorità del regime teocratico che avevano colto l’occasione, a suon di missili, per ricordare come ogni soluzione del conflitto passa non solo dal dossier nucleare o dalla risoluzione dell’impasse nello Stretto di Hormuz ma anche dal Libano.

Nuovo accordo si diceva. Non sono molti i dettagli del memorandum d’intesa, mediato da Pakistan e Qatar e annunciato nella notte tra giovedì e venerdì, ma, dalle indiscrezioni trapelate, si apprende che il previsto cessate il fuoco di 60 giorni riguarderà, senza ambiguità, anche il Libano. Tel Aviv, che occupa già una parte del Libano meridionale, avrebbe accolto con un certo scetticismo la notizia dell’accordo supportato da Donald Trump. Il timore delle autorità dello Stato ebraico, riferisce Axios, è che l’amministrazione americana possa limitare la loro libertà d’azione contro Hezbollah e pretendere di essere consultata prima di ogni attacco. Un alto funzionario statunitense ha provato a rassicurare l’alleato affermando che se l’organizzazione sciita dovesse lanciare razzi contro Israele e se l’Iran dovesse continuare ad armare i miliziani libanesi, ciò rappresenterebbe una violazione dell’accordo. Da ciò ne discenderebbe che quanto accadrà a Beirut avrà la stessa importanza di quanto accadrà a Teheran.

Sta di fatto che anche ieri i caccia dello Stato ebraico hanno continuato a colpire in Libano (300 i raid israeliani compiuti nell’ultima settimana) mentre Hezbollah ha proseguito ad attaccare l’Idf e a lanciare razzi contro il nord di Israele. Secondo gli esperti, Washington, pur appoggiando l’estensione del cessate il fuoco al Paese dei cedri, lascerebbe comunque a Tel Aviv la possibilità di realizzare gli attacchi che ritiene necessari, in base ad un’ampia interpretazione della legittima difesa. Una prova di ciò la si è già avuta con la tregua tra Israele e il governo libanese mediata dagli Usa e annunciata ad inizio giugno. Un accordo non sottoscritto da Hezbollah, che sfugge al controllo delle autorità centrali al punto da essere definito uno Stato nello Stato.

Proprio il cessate il fuoco firmato da Beirut pone il governo di fronte ad una sfida quasi impossibile: riprendere il controllo del territorio e disarmare e smantellare l’organizzazione filo iraniana. “Sappiamo come inizierebbe un tentativo di disarmare Hezbollah ma non sappiamo come finirebbe”, dichiara al Wall Street Journal Khalil Helou, ex generale dell’esercito del Libano. Difficile insomma che il partito di Dio, che sta attuando nuove tattiche contro Israele, possa seguire gli ordini del governo di Beirut. Un esempio fra tutti. Quando ad inizio marzo le autorità nazionali hanno annunciato al gruppo il divieto delle attività militari, l’organizzazione sciita ha ignorato quanto prescritto e ha cominciato ad attaccare Israele, manifestando così il sostegno al regime dei pasdaran.

E adesso, in un contesto ad alta fluidità, il Paese dei cedri rischia di ripiombare nel caos degli anni più bui della guerra civile che, tra il 1975 e il 1990, devastò una nazione considerata all’epoca la Svizzera del Medio Oriente. Dall’inizio dell’operazione Epic Fury, l’invasione israeliana del Libano meridionale e i raid aerei hanno infatti costretto oltre un milione di persone ad abbandonare le loro case e molti di loro vivono attualmente nelle tende della capitale. I musulmani sfollati di fede sciita vengono emarginati dal resto della popolazione per timore che possano attirare i raid di Tel Aviv nei quartieri e nelle città abitate da cristiani, drusi e musulmani sunniti.

Il governo libanese ha poche carte da giocare per mantenere l’ordine. Esso non può contare su ampie risorse finanziarie e persino le sue forze armate sono deboli e i militari malpagati. Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, Hezbollah sarebbe riuscita ad infiltrarsi persino nelle organizzazioni di sicurezza del Libano. Oltretutto, i soldati libanesi non vogliono essere percepiti come complici di Israele e molti non hanno voglia di mettersi contro i propri connazionali, anche se esponenti del partito di Dio. Washington, consapevole delle difficoltà, avrebbe in cantiere l’istituzione di un sistema che permetterebbe ad unità militari libanesi di ricevere addestramento ed equipaggiamento necessari per dare la caccia ad Hezbollah, in modo che tale compito non sia più svolto dall’Idf.

E se il Libano si trova al centro di un’intricata tela di trattative e trame geopolitiche, alla gente del posto non resta che chiedersi “dov’è lo Stato?”. Un interrogativo affidato al Wall Street Journal da Ali al-Dayekh, il quale nel conflitto ha perso la casa e il panificio in cui lavorava, che aggiunge subito una risposta alla sua domanda. Tanto chiara quanto disarmante. “Siamo soli”, dice Ali. La guerra in Libano è forse tutta qui.

Received — 12 June 2026 Il Giornale - Mondo

Trump taglia caccia e navi dal fianco est della Nato: così il tycoon prepara il disimpegno in Europa

Nuova picconata dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump al sistema di sicurezza europeo nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Stando infatti a quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti starebbero infatti pianificando di ridurre “significativamente” il numero di caccia e navi da guerra messi sin qui a disposizione per le operazioni dell’Alleanza Atlantica nel Vecchio Continente. Un'iniziativa che, sottolinea il quotidiano Usa, accelererebbe il processo di ridimensionamento della protezione offerta dall’America agli alleati europei negli ultimi otto decenni e limiterebbe la capacità della Nato di lanciare attacchi a lungo raggio e di condurre attività di sorveglianza.

La decisione della Casa Bianca - che arriva mentre alle porte dell’Europa il conflitto in Ucraina, ancora lontano dalla sua conclusione, supera in durata il primo conflitto mondiale - sarebbe stata già comunicata agli alleati ad inizio giugno in un documento scritto. Notevole la prevista riduzione dei mezzi militari Usa nel Vecchio Continente. Gli F-16 e F-15 passerebbero da 150 a 100, gli aerei da ricognizione marittima scenderebbero a 15 unità dalle attuali 26. Degli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo al momento stazionati in Europa non ne rimarrebbe neanche uno. Nel documento visionato in parte dal New York Times si notificherebbe inoltre lo spostamento di un sottomarino per il lancio di missili, di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e alle decine di caccia che partecipano al gruppo navale, e di uno dei due gruppi di bombardieri destinati sino ad ora alla difesa europea.

Le indiscrezioni di stampa in questione, alcune delle quali sono state pubblicate per la prima volta dal quotidiano tedesco Die Welt, hanno il merito di rappresentare con chiarezza come e in quale misura Donald Trump intenda realizzare il più volte annunciato ritiro dell’impegno americano dalla Nato. Allo stato attuale non si conoscono le tempistiche del ridimensionamento Usa anche se i funzionari americani consultati dal New York Times hanno affermato che avverrà molto presto, ben prima di quanto previsto dagli alleati europei.

Al di qua dell’Atlantico, la mossa improvvisa del Pentagono ha sollevato diverse preoccupazioni. Ad esempio, gli esperti sostengono che il ritiro Usa potrebbe compromettere le capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo. Gli addetti ai lavori avvertono che sebbene gli europei possiedano capacità missilistiche simili, i missili costituiscono un deterrente maggiore per Mosca quando vengono impiegati da Washington, poiché gli europei potrebbero essere più restii ad impiegarli. Una situazione che, tra i vari scenari potrebbe portare la Russia ad azzardare un’escalation nel Vecchio Continente.

I tagli che gli Stati Uniti si apprestano ad eseguire dovrebbero comunque essere mitigati in parte dal fatto che le truppe Usa continueranno a costituire una delle maggiori forze Nato in Europa. Inoltre i Paesi dell’Alleanza, consapevoli delle minacce rivolte più volte da Trump ai membri dell’organizzazione, hanno già avviato un processo di riarmo nazionale. Che si sia lontani da una situazione ottimale lo dimostrano però le dimissioni rassegnate nelle ultime ore dal ministro della Difesa britannico, John Healey, il quale ha accusato il premier Keir Starmer di non spendere abbastanza per la difesa della nazione.

lI ministro della Difesa britannico lascia e attacca Starmer: “Non protegge la nazione”

Il governo britannico perde pezzi. Nelle ultime ore le dimissioni rassegnate dal ministro della Difesa John Healey, in polemica con il premier britannico Keir Starmer, aprono un nuovo fronte di crisi per Downing Street, già alle prese con le ricadute derivanti dalla sconfitta alle elezioni amministrative del 7 maggio e con le recenti proteste anti-immigrazione in Irlanda del Nord. “Non sei stato in grado, e il Tesoro non ha voluto, di impegnare le risorse di cui la nazione ha bisogno per difendere il Paese in questo momento di crescenti minacce”. Questo il pesante atto d’accusa, contenuto nella lettera in cui John Haley ha annunciato il passo indietro, rivolto al premier laburista. “Abbiamo bisogno di un nuovo modo di governare e ne abbiamo bisogno subito”, ha scritto il ministro dimissionario chiarendo quale sia la posta in gioco.

Anche il ministro delle Forze armate Al Carns e i due assistenti parlamentari di Healey hanno rassegnato le dimissioni. “Healey silura Starmer”, titola oggi, di conseguenza, il Daily Telegraph (quotidiano conservatore) mentre anche il Guardian, punto di riferimento per la sinistra d’Oltremanica, riconosce che le dimissioni choc del ministro della Difesa spingono il premier sull’orlo del precipizio. Lo psicodramma consumatosi giovedì a Londra mina la credibilità di Starmer e rischia di distruggere la sua residua autorità politica, sottolinea sempre il Guardian.

Il punto di rottura ruoterebbe attorno al dibattito sulla quota del Pil da destinare alle spese per il settore della difesa. Nel suo j’accuse, Healey non ha lasciato spazio ad interpretazioni. “Avete concordato di spendere il 3,5% del Pil entro il 2035, fino alla prossima revisione della spesa”, ha scritto l’ex responsabile della Difesa sostenendo però che la percentuale debba salire al 3% entro il 2030 e ciò richiede dei piani precisi e non un semplice impegno futuro post-elettorale. Nella sua lettera, l’ex ministro ha rivelato che il governo intende aumentare le spese di appena lo 0,08% del Pil tra il prossimo anno e il 2030, passando dal 2,6% al 2,68%.

Haley si sarebbe convinto a gettare la spugna, una reazione che avrebbe comunque colto di sorpresa Downing Street, dopo aver visionato, lunedì, la versione finale del Piano per gli investimenti per la difesa, non ancora pubblicato, che, a detta del ministro dimissionario, non prevederebbe un adeguato stanziamento di fondi per le forze armate.

Poco dopo l’inizio della nuova crisi a Londra, Starmer ha nominato il nuovo ministro della Difesa, Dan Jarvis, dichiarando che il suo primo dovere è “garantire la sicurezza del popolo britannico”. “Farò sempre tutto il necessario per proteggere la nostra sicurezza nazionale”, ha aggiunto il premier britannico che ha rivendicato come il suo governo stia “realizzando il maggior aumento continuativo della spesa per la difesa dalla Guerra Fredda”.

È ancora il Guardian a riassumere la situazione di crisi in cui sembra precipitato il governo di Sua Maestà. Molti parlamentari laburisti, inclusi vari ministri del governo, ritengono che il tempo a disposizione di Starmer sia agli sgoccioli mentre, oltre a vari appuntamenti internazionali (tra cui, a luglio, il vertice Nato in Turchia), incombe una sfida tutta interna al partito. Andy Burnham, attuale sindaco di Manchester, viene sempre più considerato il grande favorito alla successione a Downing Street. Il “re del nord”, come è ormai noto Burnham, dovrà però, in base alle regole di Londra, farsi prima eleggere in Parlamento. Cosa che potrebbe avvenire già la prossima settimana, in caso di vittoria del sindaco alle elezioni suppletive di Makerfield.

Stretto di Hormuz, nucleare e fondi congelati: ecco cosa prevede l’intesa con l’Iran

Questa volta l’intesa che dovrebbe porre fine alle ostilità tra Washington e Teheran sembra davvero a portata di mano. “Da quanto so la Guida Suprema ha approvato l’accordo”, ha dichiarato dallo Studio Ovale Donald Trump, che già in passato ha annunciato almeno 38 volte l’imminenza di una svolta nei negoziati e che ieri aveva minacciato nuovi pesanti raid contro il regime degli ayatollah. “Non avranno, né acquisteranno o svilupperanno in alcun modo o forma, armi nucleari”, ha aggiunto il tycoon, il quale poco dopo ha precisato che con l’Iran “abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo” e che l’intesa è “praticamente fatta”.

Nonostante l’ottimismo di The Donald, tanti aspetti dell’accordo, che dovrebbe essere firmato in Europa nel weekend dal vice presidente JD Vance, sono ancora tutti da chiarire. E la situazione nello Stretto di Hormuz appare tutt'altro che definita (nelle prime ore di venerdì le forze Usa avrebbero abbattuto due droni d’attacco iraniani lanciati verso imbarcazioni in transito nello Stretto).

I particolari dell’intesa annunciata da Trump non sono stati resi ufficialmente noti, ma, non per la prima volta dall’avvio dell’operazione Epic Fury, è il ben informato Barak Ravid a rivelarne alcuni dettagli. Secondo un diplomatico di uno dei Paesi mediatori e un funzionario statunitense consultati dal giornalista di Axios, il memorandum d’intesa tra i due storici nemici prevede la riapertura immediata e senza pedaggi dello Stretto di Hormuz e l’estensione del cessate il fuoco per 60 giorni, anche in Libano. Washington punterebbe ad un ritorno ai volumi di traffico pre-conflitto nell’area entro 30 giorni (da qui, prima del 28 febbraio, transitava il 20% del petrolio globale) e sarebbe pronta a revocare il suo blocco navale scattato ad aprile.

Fonti Usa avrebbero dichiarato in precedenza ad Axios che, dopo la riapertura dello Stretto, l’amministrazione repubblicana concederebbe deroghe temporanee alle sanzioni che permetterebbero alla Repubblica Islamica di vendere greggio per 60 giorni. L’allentamento delle misure punitive proseguirebbe in caso di rispetto dell’accordo iniziale e di dimostrazione di “buona fede” nei negoziati successivi da parte di Teheran.

L’accordo, mediato da Qatar e Pakistan, affronta anche l’annosa questione nucleare. Il testo che dovrebbe essere firmato a breve include riferimenti alle scorte di uranio arricchito di Teheran ma qualsiasi azione sul programma nucleare iraniano dipenderebbe da un secondo accordo più dettagliato. L’Iran, come anticipato da Trump, avrebbe acconsentito ad impegnarsi a non acquisire armi atomiche e a risolvere la controversia relativa al combustibile radioattivo. Stando a quanto riferito da un funzionario statunitense, il presidente americano avrebbe concordato sull’ipotesi di diluire l’uranio arricchito all’interno della Repubblica Islamica e sotto la supervisione degli ispettori dell’Onu.

Al momento non è chiaro se il memorandum negoziato stabilisca le modalità di sblocco dei miliardi di dollari iraniani congelati all’estero. Teheran avrebbe insistito per ricevere, immediatamente al momento della firma di qualsiasi accordo iniziale, una parte dei fondi, mentre Washington avrebbe risposto che i pagamenti verrebbero erogati a rate in base al rispetto delle intese. Negli ultimi giorni Stati Uniti, Iran e Qatar avrebbero discusso di un meccanismo che consentirebbe al regime teocratico di accedere a parte dei suoi fondi congelati in Qatar per l’acquisto di beni umanitari.

La firma dell’intesa, scrive Axios, sarebbe così imminente che quattro aerei C-17 dell’aeronautica militare statunitense sarebbero già partiti per l’Europa. Nelle loro stive ci sarebbero le attrezzature per il possibile viaggio del vice di Trump. La cerimonia della firma potrebbe svolgersi a Ginevra nei prossimi giorni.

Le fonti del sito Usa precisano che l’accordo è stato approvato ai massimi livelli dalla parte iraniana, ma probabilmente non dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Un aspetto che potrebbe essere legato al macchinoso sistema di comunicazione interno volto a proteggere la sicurezza di Khamenei. A darne conto è l’agenzia Bloomberg, secondo cui internet funziona a singhiozzo (un messaggio di Whatsapp può impiegare anche 48 ore per essere recapitato) e le trattative passano per i mediatori del Pakistan che consegnano le proposte di Washington o ricevono le risposte iraniane tramite telefonate o visite di persona a Teheran. A quel punto entrerebbero in gioco i corrieri che per coprire le loro tracce impiegano giorni per raggiungere il loro destinatario. Un sistema che il capo della Casa Bianca, abituato ad una comunicazione tempestiva via social, può soltanto lontanamente immaginare.

Received — 11 June 2026 Il Giornale - Mondo

Uranio, ispezioni e chiusura dei siti nucleari: ecco cosa vuole Trump dall’Iran

In attesa di capire l’impatto sugli sforzi diplomatici internazionali determinato dalla serie di attacchi e ritorsioni tra i due storici nemici e mentre Donald Trump minaccia di colpire duramente anche stanotte il regime dei pasdaran, i negoziati su una delle questioni più spinose al centro dei colloqui volti a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, sembrano ripartire, con qualche notevole differenza, dal punto in cui erano stati lasciati alla vigilia dell’inizio dell’operazione Epic Fury.

Ma andiamo con ordine. Appena 48 ore fa, un’eternità per gli standard a cui ci ha abituato il presidente Trump, il New York Times ha riportato che le discussioni intavolate con gli iraniani dai consiglieri di The Donald si stanno focalizzando su quattro punti ben precisi, i quali, stando a quanto affermato dalle fonti del quotidiano (funzionari e diplomatici Usa informati sulle trattative), dovrebbero bloccare il programma nucleare della Repubblica Islamica, con una scadenza tutta da definire.

La prima richiesta avanzata dalla squadra statunitense riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con la possibilità di scendere a 15 anni. Secondo gli insider del New York Times, gli iraniani avrebbero controproposto una sospensione di 10 anni. Deadline che comunque dovrebbero passare sotto le forche caudine dello Studio Ovale. A metà maggio infatti il presidente Trump ha dichiarato che accetterebbe un’intesa di 20 anni e pertanto il compromesso con Teheran non sarebbe da dare per scontato.

Al secondo punto dei negoziati c’è la disponibilità degli Stati Uniti a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per diluire le scorte di uranio arricchito dell’Iran. Il ruolo attivo di Washington non sarebbe però ben visto dalle autorità del regime teocratico che, invece, sarebbero disposte ad accettare gli americani solo in qualità di osservatori. “Lo porteremo via o lo distruggeremo, che sia in loco o altrove”, ha detto il tycoon la scorsa settimana. Un dettaglio non da poco riguarda poi il quantitativo di combustibile radioattivo da diluire: tutte le 11 tonnellate di uranio, ha chiarito pubblicamente il segretario di Stato Usa Marco Rubio, e non solo la mezza tonnellata di materiale quasi adatto alla costruzione di bombe.

La terza richiesta avanzata dai diplomatici statunitensi ai rappresentanti della Repubblica Islamica riguarda la necessità che l’Iran smantelli i suoi principali siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan, colpiti nel 2025 da Washington nel corso dell’operazione Midnight Hammer. Teheran si sarebbe mostrata disponibile a smantellare due impianti ma pretenderebbe di lasciarne uno operativo, anche per dimostrare di non aver rinunciato a quello che considera ormai da decenni il suo diritto all’arricchimento.

L’ultimo punto discusso dai negoziatori dei due Paesi riguarda la possibilità che gli ispettori internazionali conducano ispezioni a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, all’interno dell’Iran. Il New York Times sottolinea che non è chiaro se il governo iraniano acconsentirà in quanto molti dei siti nucleari sospetti si trovano all’interno di basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, dove spesso è stato impedito l’accesso agli ispettori.

Se l’Iran accettasse i quattro limiti al programma nucleare, scrive il quotidiano Usa, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti rispetto ad alcune delle concessioni ottenute da Teheran nei negoziati del 2015. Come si può ben immaginare, l’accordo, oltre a dipendere in parte da come verrà chiusa la questione del blocco di Hormuz, richiederebbe la cooperazione del regime in ogni fase. Altra incognita è se il capo negoziatore della Repubblica Islamica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, riuscirà a non essere scavalcato dai Guardiani della Rivoluzione e da altri politici dell’ala più dura.

Sta di fatto che i negoziatori americani, almeno sino alla vigilia della nuova escalation, avrebbero manifestato un certo ottimismo sull’andamento dei negoziati. L’inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno fatto visita giovedì al laboratorio nucleare Oak Ridge, nel Tennessee, per valutare quali attrezzature e competenze sarebbero necessarie per diluire l’uranio del regime islamico e avrebbero inoltre incontrato decine di esperti del dipartimento dell’Energia e dell’intelligence che stanno pianificando le modalità per recuperare e neutralizzare il carburante radioattivo iraniano.

L’ottimismo americano non sarebbe del tutto immotivato. Infatti, secondo il ben informato Barak Ravid di Axios, si era già vicini ad un accordo preliminare con l’Iran alla fine del mese scorso ma Trump, dopo una riunione alla Casa Bianca del 29 maggio, avrebbe deciso di inviare agli iraniani una richiesta di due emendamenti alla bozza di memorandum d’intesa. Accettare di ridurre il grado di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni e impegnarsi a non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Queste quanto preteso dal leader Usa che, in cambio, si sarebbe detto disposto ad accettare il degradamento dell’uranio arricchito sul suolo iraniano, sotto la supervisione dell’Aiea. Di qui, le trattative con il regime si sarebbero dilungate sino ad arrivare allo stallo attuale.

Se la “strategia del pazzo” applicata da Washington sembra aver contagiato in parte anche la nuova leadership della Repubblica Islamica, più militare e oltranzista della precedente, è impossibile non notare che, pur con alcune importanti differenze, i punti al centro del negoziato (tra questi lo smantellamento dei siti nucleari) assomigliano a quelli che Witkoff e Kushner stavano già discutendo con gli iraniani a Ginevra a fine febbraio. Se qualcosa è cambiato, e non in meglio per Washington, è sicuramente l’accresciuto potere negoziale di Teheran che, adesso, oltre a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio, può contare sul ricatto di Hormuz per condizionare l’esito dei colloqui. Un risultato che, con tutta probabilità, l’autore dell’Arte di fare affari non aveva messo sufficientemente in conto.

Received — 9 June 2026 Il Giornale - Mondo

“Applica la strategia dell’ostaggio”: ecco perché i negoziati non piegano Teheran

Il protrarsi dei negoziati tra Washington e Teheran e il ritorno, per iniziativa dei pasdaran, ad uno stato di guerra tra Israele e Iran, rientrato dopo ore ad altissima tensione, sembrano confermare come il regime degli ayatollah senta di avere dalla sua parte il fattore tempo. Al contrario dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump che ogni giorno deve fare i conti con il malumore crescente, anche interno alla base Maga, di chi contesta il conflitto e i suoi costi economici, e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, le quali potrebbero condannare il tycoon ad un ultimo biennio alla Casa Bianca da anatra zoppa.

Teheran è maestra nell’arte del traccheggiare al tavolo delle trattative (come peraltro già accaduto nel corso dei colloqui, durati anni, che precedettero la firma, al tempo della presidenza Obama, dell’accordo sul nucleare, ripudiato poi da The Donald) e non ha alcuna fretta di arrivare ad un’intesa che, a scorrere le dichiarazioni delle ultime settimane pronunciate dal leader statunitense, sembra sempre dietro l’angolo e che in realtà appare tratta da un’opera di Beckett.

La condotta dei diplomatici della Repubblica Islamica, dunque, si presenta simile a quella vista in precedenti occasioni. Con un’enorme differenza. La “melina iraniana”, infatti, costa cara. Teheran ha scoperto che il controllo da esso detenuto sullo Stretto di Hormuz, a cui è seguito il contro blocco americano delle acque del Golfo, è un’arma ben più potente delle testate nucleari che il regime è accusato da decenni di inseguire e infligge danni economici quasi senza precedenti

Proprio la questione dello Stretto è centrale per comprendere lo stallo in corso nelle trattative tra Stati Uniti e Iran, mediate dal Pakistan e da vari Paesi del Medio Oriente. A spiegare quanto sta avvenendo dietro le quinte è l’ex alto funzionario Usa Brett McGurk, il quale in un intervento pubblicato sul sito della Cnn sostiene che Washington e Teheran sarebbero impegnate in due negoziati completamente diversi. La prima tenderebbe a considerare le discussioni con il regime islamico attraverso la “lente del potere” mentre la seconda adopererebbe la “lente del possesso”.

McGurk, che ha ricoperto posizioni di rilievo nel campo della sicurezza nazionale sotto tutti gli ultimi presidenti americani, afferma che Trump punta a costringere l’Iran a cedere alle sue richieste attraverso pressioni economiche e sanzioni. Teheran, invece, mira a costringere lo storico nemico a cedere dopo aver acquisito qualcosa di prezioso ed essersi rifiutata di restituirlo. Una lezione che l’ex funzionario sottolinea di aver imparato in prima persona. McGurk negli ultimi dieci anni ha infatti negoziato in due circostanze il rilascio di ostaggi Usa detenuti dagli iraniani.

Le trattative per la liberazione di ostaggi annullano i vantaggi di potere e il regime teocratico lo sa bene, scrive McGurk secondo cui è esattamente per questo motivo che i pasdaran, a partire dalla rivoluzione del 1979 hanno utilizzato tali prigionieri come merce di scambio con Washington. Secondo quanto constatato dall’ex funzionario, il potere contava meno del possesso e gli Stati Uniti non potevano fare altro che pagare il prezzo stabilito dagli iraniani. Il tempo ha sempre giocato a favore di Teheran e la loro strategia è stata quella di aspettare che gli ostaggi soffrissero e che aumentasse la pressione sulla controparte per ottenere la loro liberazione.

Una dinamica che suona familiare. E lo è per davvero. L’Iran, prosegue McGurk, oggi punta ad applicare la stessa strategia, ma su una scala molto più ampia, avendo preso in ostaggio una delle arterie economiche più importanti del mondo attraverso la quale, prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Il regime degli ayatollah ha quindi il possesso di qualcosa che gli Stati Uniti e il resto del mondo desiderano e non lo cederà finché l’amministrazione repubblicana non pagherà un prezzo esorbitante. Una cifra che, a detta di Mohsen Rezaei, consigliere militare della nuova Guida Suprema, consisterebbe in 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. “Se Trump prende sul serio i negoziati (...)”, ha detto Rezaei, “questi 24 miliardi di dollari rappresentano una prova di fiducia. È una prova che l’America deve superare”.

McGurk sottolinea che la cifra richiesta è quattro volte superiore a quella da lui negoziata durante le trattative che nel settembre 2023 portarono alla liberazione di cinque cittadini americani detenuti nel carcere di Evin (la somma in questione fu poi bloccata in seguito alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre). Oggi, scrive il diplomatico, i colloqui in corso sembrano essere un’altra trattativa per il rilascio di ostaggi, solo che questa volta l’ostaggio è l’economia globale. Certo, il blocco dello Stretto è un’arma a doppio taglio per i pasdaran con pesanti ricadute negative all’interno della Repubblica Islamica ma, come avverte McGurk, “è improbabile che le difficoltà economiche e le sofferenze del popolo iraniano influenzino i nuovi leader di Teheran”. Una considerazione che spiega l’attuale stallo e si basa su un calcolo spietato compiuto dal regime. Cioè che Trump abbia una capacità di resistere alla pressione inferiore a quella dell’Iran e che il tycoon sarà dunque costretto a cedere prima che la situazione economica a Teheran si faccia insostenibile.

Received — 8 June 2026 Il Giornale - Mondo

“Può demolire la Statua della Libertà? Sì...”. Il retroscena su Trump e i lavori alla Casa Bianca

Donald Trump ha diritto a continuare i lavori per la costruzione della sala da ballo della Casa Bianca e nessun giudice può fermarlo. La posizione senza se e senza ma è stata espressa venerdì, nel corso di un’udienza della Corte d’appello del Distretto di Columbia, da Yaakov Roth, un legale del dipartimento di Giustizia. I membri del collegio composto da tre giudici della Corte federale hanno tempestato di domande il rappresentante dell’amministrazione repubblicana in merito alla sua posizione secondo cui il progetto fortemente voluto dal presidente americano, che ad ottobre dell’anno scorso ha portato alla demolizione della East Wing, non possa essere fermato dai tribunali nemmeno se dichiarato illegale, perché ormai in una fase troppo avanzata e con significativi interessi di sicurezza nazionale in ballo.

“Se si è trattato di una completa illegalità da parte del governo… non c’era modo di fermarla?”, ha chiesto la giudice Patricia Millett, nominata da Barack Obama. “Penso che sia corretto”, ha risposto Roth. “Se il governo decidesse di demolire la Statua della Libertà (…) non si potrebbe fare nulla?”, ha incalzato Millet. “Penso che sia giusto, sì”, la risposta del legale del dipartimento di Giustizia.

I lavori per la costruzione della ballroom, e di un complesso militare nell’area sottostante, procedono a tambur battente. A marzo un giudice federale aveva bloccato il cantiere ma la Corte d’appello del Distretto di Columbia aveva rapidamente sospeso la sentenza, consentendo la ripresa dei lavori in attesa della conclusione del contenzioso.

L’evidente scetticismo di Millett è stato condiviso dal collega Bradley N. Garcia, nominato da Joe Biden. La legittimità dell’azione legale contro il progetto di The Donald, intentata dal National Trust for Historic Preservation che sostiene che i terreni della Casa Bianca (designati come parco nazionale) non possono essere riqualificati senza l’approvazione del Congresso, è stata invece messa in dubbio dalla terza componente del collegio, la giudice Neomi Rao, nominata da Trump.

Il rappresentante del dipartimento di Giustizia ha affermato ai togati che le preoccupazioni “estetiche” del Trust riguardo alla Casa Bianca e alla demolizione dell’Ala Est, una sezione storicamente dedicata, almeno in parte, alla first lady di turno, devono passare in secondo piano rispetto alle questioni di sicurezza nazionale. Roth ha infatti dichiarato che “il bilancio tra danni e interesse pubblico è nettamente a favore di questo progetto” e che “da un lato c’è una preferenza architettonica, dall’altro la sicurezza del presidente degli Stati Uniti”.

Roth ha proseguito spiegando che sarebbe un abuso di potere da parte dei tribunali intraprendere qualsiasi azione per fermare la costruzione della sala da ballo, anche ora che si è ad uno stadio avanzato dei lavori e anche se fosse illegale secondo la legge federale. Il rappresentante dell’amministrazione ha aggiunto che qualora un tribunale dovesse dichiarare illegale il progetto del tycoon, l’unico rimedio spetterebbe al Congresso.

“Questo caso riguarda chi controlla le proprietà federali”, hanno scritto gli avvocati del National Trust in una memoria difensiva. E in effetti, riferendo dell’udienza di venerdì, il New York Times sottolinea che la questione al centro del dibattito giudiziario, più in generale, potrebbe servire da banco di prova per capire se i tribunali faranno valere i poteri di Capitol Hill per arginare le ambizioni di Trump di ricostruire la capitale degli Stati Uniti.

Received — 7 June 2026 Il Giornale - Mondo

L’élite russa contro Putin: “È arrivato il momento di concludere la guerra”

La guerra della Russia contro l’Ucraina, giunta al quinto anno, ha ormai superato in durata il conflitto che contrappose l’Unione Sovietica alla Germania nazista. E mentre lo stallo sui negoziati mediati dagli Stati Uniti si protrae e Kiev incalza Mosca con attacchi in profondità sul territorio della Federazione, il Wall Street Journal riferisce che personalità autorevoli all’interno dell’establishment russo hanno rotto il muro del silenzio che circonda l’operazione militare speciale lanciata da Vladimir Putin per esprimere la loro contrarietà alla prosecuzione della guerra.

Tra queste, spicca l’opinione di Oleg Tsaryov, ex parlamentare ucraino fuggito in Russia nel 2014 e uno dei principali candidati che il Cremlino avrebbe voluto insediare alla guida di un regime fantoccio filorusso a Kiev nel 2022. Tsaryov, che a Mosca è considerato tra i più noti esponenti della corrente dei falchi, ha pubblicato lo scorso mese un messaggio su Telegram in cui ha avvertito che la propaganda russa ha alimentato una pericolosa illusione di una vittoria inevitabile contro l’Ucraina. “I professionisti che hanno creato una realtà alternativa”, si legge nel messaggio di Tsaryov, “hanno convinto non solo la popolazione, ma anche loro stessi, che l’illusione che hanno inventato sia davvero la realtà. Prima o poi, questi mondi di illusione e realtà si scontreranno. E ora sta accadendo nella forma più dolorosa”.

Un’altra voce fuori dal coro che ha espresso forti riserve sul conflitto è quella dello storico ed ex funzionario russo Aleksey Chadaev, ora a capo del centro di ricerca Ushkuynik sulla guerra con i droni, il quale ha affermato che proseguire con l’attuale linea “non è solo una strada verso una “non vittoria”, ma verso una sconfitta su vasta scala”. Chadaev ha quindi chiesto una pausa affinché Mosca possa riorganizzarsi in vista del prossimo round.

A schierarsi contro la strategia del Cremlino c’è poi Vasily Kashin, analista alla guida del Centro per gli studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca. L’esperto ha pubblicato a maggio un discusso articolo sulla principale rivista di politica estera della Russia nel quale ha spiegato che l’Ucraina, anche a causa del numero delle perdite subite, rimarrà inevitabilmente un Paese anti-russo e filo-occidentale. Kushin ha inoltre messo nero su bianco che l’obiettivo di insediare un regime amico a Kiev non è più realistico e, citando gli eventi in Iran, ha dichiarato che anche l’assassinio di Zelensky e dei vertici militari e civili ucraini, porterebbe al potere una generazione di leader “più attivi, ambiziosi e radicali”.

Sempre secondo il Wall Street Journal, gli analisti russi sostengono che l’approccio più pragmatico, che riconosce i limiti della potenza militare di Mosca, è presente in alcuni settori del Cremlino. Tra questi l’influente vice capo di Stato maggiore Sergey Kiriyenko, il servizio di intelligence esterna SVR e gli operatori economici che vogliono un ritorno, per quanto possibile, alla normalità. Il quotidiano americano sottolinea comunque che le critiche di una parte dell’establishment della Federazione non sono condivise da tutti e c’è comunque chi preme per un’escalation contro i Paesi baltici e altrove e chi vorrebbe trasformare la Russia in una sorta di “ibrido ortodosso tra la teocrazia iraniana e il totalitarismo nordcoreano”.

Il grande interrogativo di fondo nella discussione in corso rimane però la posizione di Putin. Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, spiega che alcune persone a Mosca stanno “iniziando a rendersi conto che continuare il conflitto per un altro anno o due non migliorerebbe significativamente la posizione negoziale della Russia. Per loro sta diventando sempre più chiaro che è giunto il momento di porvi fine”. “Il dibattito tra le élite sulla questione sta cominciando ad essere normalizzato, pur con tutte le riserve del caso in termini di lealtà”, prosegue Gabuev che si chiede se il capo del Cremlino si renda conto “di essere in un vicolo cieco e che la guerra sta diventando sempre meno efficace”. “Non lo sappiamo”, aggiunge l’esperto. Che in conclusione precisa che “nulla indica che abbia cambiato idea”.

Received — 5 June 2026 Il Giornale - Mondo

La Svizzera del Medio Oriente sotto assedio: Oman stretto tra Iran, raid e pressioni di Trump

(Da Muscat) In Oman, uno dei Paesi mediorientali più vicini al conflitto e allo stallo in corso nello Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran, l’atmosfera che travolge chi proviene dall’esterno è surreale. Quasi sospesa, come nell’occhio di un ciclone, a causa delle distensioni (poche) e delle minacce (tante) alternate a ritmo quotidiano dall’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump e dal regime dei pasdaran. Solo nella notte tra 4 e 5 giugno il porto di Al-Fahal è stato costretto a interrompere le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un'esplosione probabilmente causata da un attacco di droni. Nonostante questo clima chi, in un contesto ad alta fluidità, si aspetta di trovare un Sultanato sull’orlo di una crisi di nervi rimane però deluso. Che si passi dal moderno aeroporto della capitale omanita o dai piccoli villaggi del Paese, è infatti difficile riscontrare tracce di nervosismo tra le autorità o tra la popolazione locale. Una circostanza che fa apparire quanto accade nello Stretto quasi un affare di un altro pianeta.

Caos calmo

Calma e ordine. Al tempo della guerra di Trump, è così che si presenta la vita nel Sultanato agli occhi dei suoi visitatori. Gli abitanti di Muscat, città bianca e senza grattacieli per legge - al contrario delle sue luccicanti sorelle mediorientali -, sembrano più preoccupati dall’afa (insolita in questo periodo dell’anno) che non dal possibile riavvio delle ostilità.

Non che in Oman il tema del conflitto non faccia capolino nelle conversazioni con la gente del posto. Talal, una guida turistica, spiega al Giornale che "l'Oman è come la Svizzera del Medio Oriente e siamo amici di tutti". Parole pronunciate con un misto di pacatezza e orgoglio. In risposta alle ultime esternazioni di Trump, arrivato di recente a minacciare Muscat per le sue presunte trattative con l'Iran sulla cogestione dello Stretto, un tassista afferma che il presidente americano è solo un chiacchierone e alla fine non farà nulla. Poco importa che lo stesso autista aggiunga subito (e senza un filo di preoccupazione) che nessuno sa davvero quali potrebbero essere le prossime mosse del tycoon.

Si vive così in Oman, con la gente del posto che continua a ripetere che, pur essendo vicino al fronte di guerra, il loro Paese “è sicuro”. Un leitmotiv che lega varie dichiarazioni di residenti di Muscat raccolte dal Giornale. Le stesse fonti ci tengono anche a precisare che, nonostante l’incertezza della situazione, il turismo è in una fase di lenta ripresa. Lo testimoniano le folle di viaggiatori, dai tanti occidentali alla moltitudine di visitatori provenienti dall’Asia meridionale, che affollano gli alberghi di lusso e i centri commerciali della capitale omanita.

Il senso di sicurezza che gli omaniti avvertono, e trasmettono, trova peraltro conferma nel numero di attacchi lanciati nelle fasi più dure del conflitto dall’Iran contro il Sultanato (una manciata rispetto alle centinaia di raid con droni e missili sferrati da Teheran contro gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in primis). Per quanto gli omaniti, almeno in pubblico, sminuiscano ogni preoccupazione per la guerra - condivisa, nel villaggio globale, tanto dall’albergatore di Dallas quanto dal coltivatore di riso del Delta del Mekong -, nel Sultanato l’attenzione per ciò che avviene nella regione è comunque alta. Ma non isterica. Non è un caso che in uno dei tanti negozietti di souvenir della storica città di Nizwa, a circa due ore di macchina da Muscat, una televisione sia accesa su Al Jazeera. Sul piccolo monitor scorrono immagini dell’area al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran e riprese delle operazioni militari israeliane in Libano. Nessuno però guarda il notiziario.

Un intermediario in crisi

L’Oman è uno dei più importanti mediatori della regione mediorientale. È infatti in questo Paese che negli anni Ottanta si svolsero i negoziati per la fine del conflitto tra Iran e Iraq. Decenni dopo, nel 2015, fu Muscat a facilitare le comunicazioni tra il regime dei pasdaran e l’amministrazione Obama che portarono all’accordo sul nucleare poi ripudiato da Trump durante il suo primo mandato. Più di recente, alla vigilia della guerra in Iran, il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi è stato tra i negoziatori principali tra Stati Uniti e Iran. Il giorno prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, Al Busaidi ha incontrato a Washington il vicepresidente americano JD Vance per informarlo che i colloqui con gli iraniani avevano compiuto importanti progressi. Troppo poco e troppo tardi per il tycoon che subito dopo ha dato luce verde all’opzione militare.

La guerra in Iran accende i riflettori sulle relazioni tra Oman e Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha riportato nelle scorse ore che le recenti minacce di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent contro Muscat hanno scioccato le autorità omanite. Specie se si considera la storia dei rapporti tra le due nazioni. Il Sultanato è stato il secondo Paese arabo, dopo il regno del Marocco, a stabilire nella prima metà dell’Ottocento relazioni diplomatiche con Washington. Chi fa visita al National Museum nella capitale dell’Oman può avere contezza dei profondi legami che uniscono i due Paesi ammirando il cannone realizzato attorno al 1850 dalla fonderia Cyrus Alger & Co. di Boston su ordine dell’allora Sultano Sayyid Said bin Sultan al-Busaidi.

A Trump, uomo d’affari che negozia solo alle sue condizioni, si sa, la storia interessa poco. Per il commander in chief sono altri gli aspetti che contano e nel caso dell’Oman, a pesare nel giudizio del miliardario, è il fatto che l’alleato intrattenga relazioni (secolari) con un acerrimo nemico dell’America come l’Iran. E così quello che era considerato un utile messaggero in delicate trattative internazionali, adesso, almeno per la Casa Bianca, è diventato parte del problema. Gli statunitensi, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbero infatti facendo pressioni sul Paese mediorientale affinché prenda una posizione chiara e interrompa le relazioni con la Repubblica Islamica. Il ministro dell’Informazione Abdulla Al-Harrasi ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il suo Paese “è pronto a collaborare con gli Stati Uniti e con tutti i partner responsabili per promuovere la stabilità, prevenire disordini e salvaguardare i nostri interessi strategici”.

Gestire il tycoon

La Svizzera del Medio Oriente starebbe già studiando come rispondere alle bordate del tycoon, forse lanciando un’offensiva di pubbliche relazioni volta a dimostrare l’impegno dell’alleato omanita a favore dell’aumento del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Quanto alla causa principale dell’ira del presidente Usa - una valutazione dell'intelligence su un possibile piano congiunto di Muscat e Teheran per imporre pedaggi alle navi che passano da Hormuz - l’Oman ha sin qui negato ogni addebito.

L’uragano Trump ha mandato dunque in crisi la linea ufficiale omanita, amici di tutti e nemici di nessuno. L’Oman, però, sin qui si sarebbe mosso nel solco della sua “neutralità attiva”, pur con qualche inusuale presa di posizione dovuta alle iniziative internazionali, spericolate e senza precedenti, intraprese dal leader Usa. Tra queste, l’intervento del ministro degli Esteri omanita che a marzo, dalle pagine dell’Economist, ha definito fuori controllo la politica estera Usa. Un’esternazione che ha reso evidente come non sia l’Oman ad essere cambiato, bensì la superpotenza.

Al largo di Muscat, intanto, decine di navi si stagliano all’orizzonte. Chi di giorno, sfidando le temperature roventi, si avventura in una passeggiata sulla corniche non può non notarle. Il blocco nello Stretto non c’entra, spiegano i residenti della capitale. Per vedere l’ingorgo di mercantili ripreso ormai quotidianamente dai media bisognerebbe spostarsi di circa 500 chilometri più a nord, nell’exclave di Musandam che si affaccia, appunto, su Hormuz e che sino a pochi mesi fa era conosciuta più per il suo soprannome (la “Norvegia d’Arabia”) che non per la sua vicinanza ad una delle giugulari energetiche più pericolose del pianeta. Da Muscat la guerra è lontana. E per un attimo, tra un Inshallah e l’altro e a condizione che ci si astenga dal compulsare i profili social di Donald Trump, sembra proprio che sia così.

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