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Received today — 10 June 2026 Il Giornale - Mondo

L'Idf bombarda il Libano: 30 morti. Teheran abbatte un elicottero Usa

Un continuo stop-and-go. Una estenuante alternanza fra il rischio di escalation e le speranze di pace. Un Apache abbattuto dagli iraniani e nuovi attacchi israeliani sul Libano tornano a minacciare la fragile tregua fra Stati Uniti e Iran, ma soprattutto la pace di lungo termine che Washington e Teheran cercano ancora, a fatica. A distanza di meno ventiquattr'ore di fuoco, in cui il Medioriente ha rischiato nuovamente la guerra regionale, e dopo l'intervento decisivo del presidente americano per fermare l'escalation fra Teheran e Tel Aviv, Donald Trump promette una risposta, "necessaria" all'attacco che nella notte fra lunedì e martedì ha abbattuto un elicottero Apache dell'esercito statunitense, colpito da un drone Shahed iraniano mentre era alle prese con il pattugliamento dello stretto di Hormuz. I due piloti sono stati tratti in salvo dopo circa due ore, grazie a un drone navale. Ma l'episodio e la risposta promessa da Trump lasciano presagire nuovi scontri. Tutto ciò mentre Israele non rinuncia alla sua offensiva sul sud del Libano, che prosegue con ostinazione.

Come garantito al presidente americano e agli israeliani, Benjamin Netanyahu frena infatti "per ora" sulla risposta ai missili iraniani e sull'attacco a Beirut, ma tira dritto con l'offensiva nel Libano meridionale. Bibi desiste al momento da nuovi attacchi sull'Iran e sulla capitale libanese, ma continua a martellare l'area del Libano a sud del fiume Litani. In sole ventiquattrore sono state circa 30 le vittime e oltre 133 i feriti, di cui almeno 9 nella città di Tiro, dopo l'ordine di evacuazione lanciato già dal mattino dalle Idf, le Forze armate israeliane. Per la prima volta, l'annuncio ai civili diffuso dall'esercito israeliano ha riguardato anche il quartiere cristiano dell'antica città, scatenando il panico perché inatteso. Israele ritiene che Hezbollah operi o si nasconda in zona. Il messaggio è chiaro: colpiremo ovunque si trovino gli estremisti filo-Iran e i cristiani devono scegliere se allontanarli o subire l'offensiva.

Appena un giorno dopo che le ostilità tra Iran e Israele hanno minacciato di far saltare la tregua, anche le operazioni israeliane in Libano tornano dunque a minacciare il fragile cessate il fuoco in vigore da due mesi. L'Iran considera infatti lo stop alle armi nell'intera regione la condizione necessaria e indispensabile per un accordo di pace con gli Stati Uniti. Ma il capo di stato maggiore dell'Idf, Eyal Zamir, avverte che "l'attacco condotto in Iran è stato una preparazione per un colpo molto più significativo e potente". L'offensiva non si ferma: "Il tentativo iraniano di imporre le proprie condizioni e cambiare la realtà fallirà", spiega Zamir, che rimarca l'intenzione di colpire Hezbollah, oltre che la "prontezza e preparazione immediate per un ritorno ai combattimenti in Iran".

Eppure l'accordo Usa-Iran potrebbe arrivare entro due-tre giorni, insiste ottimista Trump. Ma è la 38esima volta che lo ripete, denuncia Cnn, mentre i rischi di un'escalation restano e la popolarità dei leader si erode: secondo un recente sondaggio il 61% degli israeliani non vuole che Netanyahu si ricandidi. Nel mirino, intanto, finisce anche l'estremismo israeliano. La Francia vieta l'ingresso al ministro Bezalel Smotrich, e con Regno Unito, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Norvegia impone nuove sanzioni contro individui e organizzazioni legati alla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania. Per Israele si tratta di misure "vergognose".

Received — 5 June 2026 Il Giornale - Mondo

In Libano la regia degli ayatollah. Hezbollah spara sulla tregua

Accordo respinto. La milizia sciita che rappresenta il "gioiello della corona" dell'asse filo-Iran, Hezbollah, boccia l'intesa di cessate il fuoco raggiunta fra il governo di Beirut e quello di Tel Aviv. E in Libano non si vede tregua all'orizzonte. Nonostante gli annunci ottimistici, le speranze di pace sono totalmente contraddette dai fatti. I razzi e i droni di Hezbollah continuano a martellare il nord di Israele, con le sirene di allarme che sono tornate a suonare appena pochi minuti dopo la visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyanu nell'area tartassata dai terroristi sciiti. Allo stesso tempo, le bombe israeliane non smettono di colpire il Sud del Paese dei cedri. Il Libano si conferma fronte di guerra ancora aperto e caldissimo nel conflitto fra Israele ed Hezbollah, ma soprattutto il vero pomo della discordia nelle trattative per un'eventuale pace fra Stati Uniti e Iran. Tutto ciò a dispetto dell'intesa raggiunta a Washington fra governo libanese e israeliano

Dopo l'ennesimo round di negoziati a Washington, durato altre 9 ore, nella notte fra mercoledì e giovedì, il governo di Beirut e quello di Tel Aviv hanno infatti annunciato di aver raggiunto un accordo per il rinnovo del cessate il fuoco del 16 aprile, anche se il fuoco fra le due parti non si è mai fermato in questi due mesi. L'intesa è subordinata alla "cessazione completa" degli attacchi di Hezbollah e all'allontanamento di tutti i suoi membri dal Libano meridionale, a nord del fiume Litani. L'accordo prevede inoltre la creazione di "zone pilota" in cui le forze armate libanesi "assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo qualsiasi attore non statale", leggasi proprio Hezbollah, il "Partito di Dio", contro il quale Israele ha avviato un'escalation militare, che dal 2 marzo ha già provocato oltre 3500 morti.

Appena poche ore dopo l'annuncio gravido di speranze, l'esercito libanese ha effettivamente iniziato a entrare nelle aree da cui l'esercito israeliano dovrebbe ritirarsi. Ma i droni israeliani hanno continuato a martellare il Sud del Paese. E i razzi e i droni di Hezbollah hanno proseguito a puntare sul nord di Israele. Ai combattenti islamisti è arrivato l'ordine di scuderia del leader Naim Qassem, che ha definito i negoziati "vergognosi", "una resa e una sconfitta" e ha chiesto il ritiro completo delle forze israeliane da tutto il territorio libanese. Un rifiuto del cessate il fuoco previsto e coordinato proprio con il grande regista del disordine e del terrorismo mediorientale: l'Iran. Non a caso il regime degli ayatollah, tramite i Guardiani della Rivoluzione, ha ribadito che "la richiesta di base della resistenza è il ritiro del regime occupante alla posizione che deteneva prima dell'inizio della guerra dei 40 giorni". "Non ci sarà pace nella regione - dicono - senza il ritiro di Israele dal Libano".

Di contro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha spiegato che "Israele continuerà per il momento le proprie operazioni di terra nel sud del Libano e non consentirà il ritorno dei residenti libanesi sfollati dalle aree interessate dalle attività militari". Tra i due contendenti è un'escalation anche di minacce. Hezbollah avverte che colpirà Tel aviv e Haifa, se Israele attaccherà di nuovo Beirut. Israele minaccia di bombardare la capitale libanese se i terroristi attaccheranno. La tregua è solo sulla carta.

"L'attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall'approvazione definitiva", ha specificato fiducioso il presidente libanese Joseph Aoun, convinto che il cessate il fuoco rappresenti "l'ultima opportunità" prima di un accordo complessivo da concordare nei nuovi colloqui del 22 giugno.

A sei mesi dalla fine della missione Onu in Libano, il Paese resta nel caos e sotto le bombe. Un soldato serbo di Unifil è rimasto ucciso, secondo gli israeliani da un colpo di mortaio di Hezbollah, e due militari spagnoli feriti.

Anche nella Striscia di Gaza si continua a morire. Almeno nove le vittime, fra cui quattro bambini, in un raid delle Idf sulla città di Gaza. Un incontro tra Hamas e i mediatori per la tregua, previsto per ieri in Egitto, è stato rinviato a domenica. I terroristi chiedono a Israele di fermare gli attacchi.

Received — 3 June 2026 Il Giornale - Mondo

Il grande gelo

"Bibi-sitter" lo hanno definito spesso, per sottolineare come, già in occasione della firma del cessate il fuoco a Gaza, Donald Trump avesse dovuto fare da baby-sitter all'amico e alleato Benjamin Netanyahu, detto Bibi. Il riferimento è a un vecchio spot elettorale di successo del primo ministro israeliano, che si presentava come il leader perfetto "per badare ai bambini di Israele". La conclusione è che già mesi fa era evidente come il presidente americano e la sua squadra si fossero lanciati in una supervisione serrata delle mosse del leader israeliano, per evitare deragliamenti, fughe in avanti e azioni politiche e militari estreme, capaci di far saltare il tavolo della trattativa indiretta con Hamas prima e l'agognata intesa di pace poi. Adesso il copione si ripete con l'Iran. Donald Trump cerca l'accordo con Teheran e non può permettersi che le scelte del premier amico danneggino i negoziati e sbarrino la strada verso un'intesa con i vertici della Repubblica islamica.

È in questo contesto che Trump, anche questa volta nel ruolo di Bibi-sitter, ha dovuto alzare il telefono nella convulsa giornata di lunedì, per fermare l'annunciata offensiva israeliana in Libano, nel sud di Beirut roccaforte di Hezbollah, ed evitare il rischio altissimo che l'azione militare voluta da Netanyahu facesse saltare le trattative con l'Iran. I resoconti del giornalista israeliano Barak Ravid per il sito statunitense Axios sono impietosi. Frasi fortissime, che Trump avrebbe pronunciato fuori dai denti, con il suo tono diretto e scurrile, consapevole di rivolgersi a uno stretto alleato e ostinato nel voler recapitare un messaggio più chiaro possibile. Furioso per la prospettiva di nuovi raid sul sobborgo Dahyeh di Beirut, dopo l'ordine di evacuazione dell'esercito israeliano, Trump a un certo punto avrebbe urlato a Netanyahu: "You're fucking crazy"; "sei fottutamente pazzo". "Se non fosse per me, saresti in galera", riferimento ai guai giudiziari di Bibi, accusato di corruzione in patria, e per il quale il tycoon si è speso chiedendo al presidente israeliano Isaac Herzog di concedergli la grazia. Poi un esplicito: "Ti sto salvando il culo". E un altrettanto schietto: "Adesso tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per colpa di questa storia". Netanyahu avrebbe risposto con un disciplinato: "Ok, ok, assicurati solo che tutto sia sistemato".

All'indomani dello stop che sembra aver salvato per ora la trattativa con Teheran, un membro dello staff del premier israeliano ha minimizzato sui toni e sulla gravità dei contenuti della chiamata, precisando che le telefonate tra Washington e Gerusalemme lunedì sono state due, una alle 19 e una a mezzanotte e che l'ultima è stata la più "tesa". Poco importa. Perché è evidente a tutti che, dopo la chiamata del presidente americano, Bibi ha fatto marcia indietro. Ed è evidente che la strategia dei due leader, e il contesto politico in cui si muovono, stanno creando tensioni e imbarazzo sull'asse Washington-Tel Aviv. Trump è disposto a rinunciare alla battaglia contro Hezbollah in Libano, pur di portare a casa un'intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz e lo stop al nucleare iraniano. Netanyahu considera la guerra contro la milizia sciita libanese fondamentale per la salvezza di Israele. I due leader amici hanno inoltre orizzonti politici differenti. Trump teme le ripercussioni elettorali di una guerra che gli americani hanno mal digerito e che, più va avanti, più ha ripercussioni economiche che rischiano di danneggiarlo gravemente in vista del voto di Midterm a novembre. Bibi, invece, alla vigilia delle elezioni d'autunno che definiranno la sua carriera, deve garantire sicurezza ai civili israeliani minacciati dai razzi e dai droni di Hezbollah e ha il ministro Itamar Ben Gvir, che potrebbe essere cruciale per il ritorno al governo, che lo incalza e chiede di "tornare alla guerra spietata a Beirut. Anche senza l'ok di Trump".

Received — 2 June 2026 Il Giornale - Mondo

Trump frena i raid di Netanyahu (per salvare i negoziati in Iran)

Ancora una volta Donald Trump frena la furia anti-Hezbollah di Benjamin Netanyahu dopo che, con un effetto domino dirompente, l'offensiva militare delle forze israeliane in Libano ha rischiato di travolgere le trattative fra Stati Uniti e Iran e di alimentare una pericolosa escalation. Nel mezzo, il dramma dei civili, decine di migliaia di libanesi in fuga dal Paese sotto attacco, mentre altrettanti israeliani già dall'autunno 2023 sono costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa degli attacchi della milizia sciita filo-Iran.

È il primo pomeriggio in Italia, quando l'agenzia di stampa iraniana Tasnim, la più vicina ai Guardiani della Rivoluzione islamica, i pasdaran, annuncia lunedì che i contatti indiretti fra Stati Uniti e Iran sono sospesi fino alla "immediata cessazione delle operazioni aggressive e brutali di Israele a Gaza e in Libano". Teheran si dice pronta a chiudere completamente lo Stretto di Hormuz e anche lo Stretto di Bab al-Mandab, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, per "punire i sionisti e i loro sostenitori".

A riportare tutto al punto di partenza, anzi persino un passo indietro, è il "gioiello della Corona" dell'Asse iraniano: Hezbollah, il partito-milizia che rappresenta l'asset strategico più importante della regione per l'Iran e che dal 7 ottobre 2023 non smette di lanciare razzi e droni kamikaze sul nord di Israele, scatenando la durissima risposta israeliana. Una reazione talmente violenta che nelle ore più "calde" di ieri l'esercito israeliano, Tsahal, dopo aver martellato il sud del Libano e issato il giorno prima la bandiera israeliana sul castello libanese di Beaufort, tagliando in due il Paese dei cedri, lancia un ordine di evacuazione anche per il sobborgo Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah nel sud di Beirut. Una mossa avviata nonostante l'amministrazione americana avesse già chiesto a Netanyahu di non colpire la capitale libanese, per evitare ulteriori complicazioni, sia nelle trattative fra Usa e Iran che nei negoziati fra Beirut e Tel Aviv, questi ultimi previsti oggi e domani a Washington. Ma il ministro della Difesa israeliano Israel Katz spiega che "se non c'è pace nel nord di Israele, non ci sarà pace nella capitale libanese". Nonostante una tregua iniziata il 17 aprile e prorogata più volte, le Forze Armate israeliane e i miliziani del "Partito di Dio" si combattono da mesi, accusandosi di violazioni reciproche del cessate il fuoco.

Alla fine di una convulsa giornata, Trump annuncia di aver parlato con Netanyahu e, tramite rappresentanti di alto livello, anche con Hezbollah. Garantisce che "non ci saranno truppe israeliane dirette a Beirut" e spiega che i colloqui con Teheran "proseguono a ritmo serrato". Dopo il tycoon, il deputato di Hezbollah, Hassan Fadlallah, afferma il sostegno a un "cessate il fuoco completo in tutto il Libano", definito il "preludio al ritiro delle truppe israeliane da tutto il territorio libanese".

A spiegare quanto il fronte libanese sia importante per l'Iran era stato il presidente del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf: "Israele pagherà il conto per l'escalation in Libano". Come lui il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: "Il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti è inequivocabilmente su tutti i fronti, compreso il Libano". Il messaggio è un chiaro tentativo di fermare l'offensiva sulla capitale libanese, una richiesta a Trump di contenere Netanyahu. Condita con una minaccia agli israeliani: "Se Beirut sarà attaccata, colpiremo il nord di Israele", dicono gli iraniani. Alla fine gli Stati Uniti fermano Israele, almeno per ora. I raid su Beirut sono "rinviati", spiegano fonti israeliane. L'Onu, "molto preoccupata per l'escalation", riunisce in via emergenziale nella serata di ieri il Consiglio di Sicurezza.

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