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Dall’ambiente al sociale, ecco chi è stato premiato agli Impact Award

8 June 2026 at 17:01

Si è svolta la seconda edizione dell’Impact Award, promosso da Polimi Graduate School of Management in collaborazione con il centro di ricerca Tiresia e con il sostegno di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).

Premiate le iniziative capaci di trasformare le sfide ambientali e sociali in opportunità per il Paese, generando impatti tangibili per persone, comunità e territori.

L’evento si è tenuto presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano con la partecipazione del presidente di Cdp, Giovanni Gorno Tempini, dell’amministratore delegato di Cdp, Dario Scannapieco, e della Rettrice del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto, che hanno consegnato il riconoscimento ai rappresentanti dei sette progetti vincitori.

L’Impact Award si articola in più categorie: Pmi, Imprese, Infrastrutture, Pubblica Amministrazione – con riconoscimenti distinti per l’impatto ambientale e sociale – e Cooperazione internazionale.

I sette progetti vincitori sono stati scelti per la capacità di produrre benefici misurabili per l’ambiente e le persone, grazie a soluzioni innovative che rispondono a bisogni concreti con effetti positivi e duraturi.

L’iniziativa è rivolta ai soggetti attivi in tali ambiti che hanno siglato un accordo di finanziamento con Cassa depositi e prestiti.

La giuria, composta da esperti di sostenibilità e innovazione provenienti dall’imprenditoria, dal settore pubblico, ma anche dal mondo accademico e dal terzo settore, ha selezionato i vincitori a partire da una rosa di 20 finalisti.

“La sfida più grande per aziende e Istituzioni è coniugare competitività e sostenibilità, garantendo al tempo stesso una transizione che non lasci indietro nessuno”, ha spiegato il presidente Giovanni Gorno Tempini.

“Cdp ha un approccio equilibrato e pragmatico: sosteniamo lo sviluppo del Paese facilitando l’accesso al credito e indirizzando i finanziamenti verso progetti capaci di produrre impatti positivi. Inoltre, guardiamo all’innovazione che oggi più che mai richiede un impegno di sistema. Le esperienze che premiamo insieme al Politecnico di Milano con l’Impact Award sono un esempio chiaro del legame tra sostenibilità e trasformazione digitale”.

Dario Scannapieco poi ha sottolineato che “i vincitori e i finalisti della seconda edizione dell’Impact Award raccontano casi concreti di realtà che
progettano il futuro in chiave sociale e green, generando impatti reali e misurati grazie anche alle nostre metodologie di valutazione e al lavoro con il Politecnico di Milano. Come emerso dalla ricerca DOXA, aziende ed Enti continuano a vedere gli investimenti in sostenibilità come possibilità dicrescita nel medio-lungo periodo. Il compito di CDP è quello di mettere a disposizione risorse e competenze per promuovere un circolo virtuoso verso una transizione giusta”.

La Rettrice Donatella Sciuto ha affermato che “come università tecnologica impegnata per il bene comune, crediamo che l’impatto vada oltre i risultati ottenuti; è importante anche la capacità di generare nuova conoscenza e opportunità per i territori. L’Impact Award riconosce non solo ciò che è stato fatto, ma anche il potenziale di crescita delle persone e delle iniziative premiate per renderne gli effetti ancora più solidi, trasformando esperienza e conoscenza in valore condiviso”.

I progetti vincitori

Categoria PMI
Simpro S.p.A. (Piemonte): ha realizzato un edificio industriale per azzerare la quasi totalità dei consumi energetici, grazie a un impianto fotovoltaico, un sistema geotermico e strutture per la mobilità elettrica.

Categoria Imprese Ambientale
Damiano S.p.A. (Sicilia): ha sviluppato l’efficientamento idrico del processo produttivo lungo la filiera della frutta secca, la digitalizzazione del magazzino e la creazione di un reparto dedicato agli allergeni.

Categoria Imprese Sociale
Esaote S.p.A. (Liguria): ha creato e commercializzato un dispositivo di risonanza magnetica per la chirurgia del glioma cerebrale, collaborando con neurochirurghi e utilizzando tecnologie innovative.

Categoria Infrastrutture

E-Distribuzione S.p.A. (Lazio): ha investito nel potenziamento della rete di distribuzione elettrica nazionale, migliorando la qualità, l’efficienza del servizio e rafforzandone la resilienza climatica.

Categoria PA Ambientale
ABC Napoli (Campania): ha realizzato una piattaforma di ultima generazione per ridurre le perdite della rete idrica, migliorando l’efficienza del servizio e la gestione sostenibile della risorsa acqua.

Categoria PA Sociale
ARCA Puglia Centrale (Puglia): ha avviato la riqualificazione del patrimonio residenziale pubblico, con priorità all’eliminazione delle barriere architettoniche e all’accessibilità degli alloggi.

Categoria Cooperazione Internazionale
XacBank (Mongolia): ha ampliato il portafoglio prestiti a sostegno delle micro, piccole e medie imprese mongole, in particolare a guida femminile e giovanile e nelle aree rurali, e di progetti green e della filiera del cashmere sostenibile.

La ricerca

Nel corso della premiazione è stata anche presentata l’indagine “Sostenibilità, competitività e impatto” curata da DOXA1, parte del Gruppo Ipsos, da dove emerge come, in uno scenario globale caratterizzato dall’incertezza, le aziende orientate a investire in sostenibilità e gli Enti locali
dedichino maggiore attenzione alla dimensione sociale e di governance, pur senza trascurare la componente ambientale.

La quota delle imprese, Pmi incluse, che dichiara di voler – nei prossimi tre anni – aumentare gli investimenti nel benessere e nella tutela dei lavoratori (offrendo smart working, flessibilità dell’orario lavorativo, welfare aziendale e formazione), raggiunge il 66%, in incremento
dal 44% degli ultimi tre anni.

Cresce il numero delle realtà imprenditoriali che mirano ad accrescere l’impegno per la salute e la salvaguardia dei dipendenti anche in termini di sicurezza: 53% dal 44% del triennio precedente.

In aumento infine le percentuali relative agli investimenti per migliorare la governance (39% dal 33%). L’indicazione per una riduzione dell’impatto ambientale invece, diminuisce pur restando prioritaria, passando al 69% dall’89%.

Maggiore attenzione alla componente sociale si rileva anche per gli enti locali: il 35% dei Comuni che investono in sostenibilità sono intenzionati a rendere più attrattivi i loro territori in termini di infrastrutture e servizi (era al 26% nei tre anni passati) mentre rimane costante l’impegno per la riduzione dell’impatto ambientale (69%).

La ricerca evidenzia inoltre come per l’intero campione degli intervistati la sostenibilità non rappresenti più solo un fattore reputazionale ma sia percepita sempre più come una leva economico-finanziaria nel medio-lungo periodo: in particolare per il 30% delle imprese migliora le performance finanziarie e per il 26% facilita l’accesso ai fondi pubblici ed europei.

Infine, per accelerare gli investimenti, l’81% delle aziende e il 93% dei Comuni ritiene necessario un supporto, con risorse e competenze, soprattutto nella fase di progettazione tecnica ed economica.

 

Scaf, il caccia franco-tedesco non volerà mai. Ora Berlino guarderà al Gcap?

8 June 2026 at 16:49

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.

“Il fallimento del programma Scaf/Fcas dimostra la difficoltà del collaborare con l’industria francese, e più in generale con la Francia, le quali non hanno evidentemente ancora maturato una visione moderna del concetto di collaborazione, inteso come lavorare assieme anziché come partecipazione minoritaria in un programma in tutto e per tutto francese”, ha detto Gregory Alegi, storico e docente presso la Luiss Guido Carli, parlando con Airpress“In questo senso”, prosegue Alegi, “lo scenario del caccia è lo stesso che abbiamo visto nel passato recente con l’idea del carro armato europeo. Riuscire a superare questa mentalità è un elemento fondamentale in una fase storica in cui costruire una difesa europea è una priorità assoluta; anche sotto il profilo industriale, senza il quale non può esserci una vera sovranità”.

Prospettiva condivisa anche da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), il quale riconduce questa decisione anche alla rinnovata postura tedesca sulla difesa. “È evidente che, con la decisione di Berlino di investire massicciamente nel settore della difesa, l’alleanza franco-tedesca, che era basata sulla supremazia francese, non poteva andare avanti”.

E adesso?

La domanda che si pone tutta l’industria della difesa europea è cosa succederà ai due protagonisti di questo naufragio. I percorsi di Parigi e Berlino sembrano ora destinati a divergere nettamente. Per la Francia, la traiettoria più probabile è quella del ritorno a un programma nazionale. Non sarebbe la prima volta, il Rafale (oggi considerato uno dei caccia di quarta generazione più capaci al mondo) nacque proprio quando Parigi decise sfilarsi dal programma Eurofighter con gli altri partner europei e, in generale, la preferenza francese per soluzioni interamente nazionali è ben nota.

Per la Germania, invece, il discorso è più articolato, e potenzialmente più interessante per l’Italia. Già negli scorsi mesi era emerso che il cancelliere Merz aveva sondato la disponibilità dell’Italia ad accogliere Berlino nel programma Gcap (il Global Combat Air Programme, sviluppato con Regno Unito e Giappone) durante il bilaterale Italia-Germania di gennaio. A dicembre 2025, il ministro Guido Crosetto aveva già dichiarato davanti al Parlamento che la Germania avrebbe potuto probabilmente aderire al progetto in futuro, aggiungendo che anche Australia, Arabia Saudita e Canada avevano manifestato interesse. Il programma Gcap sarebbe peraltro strutturalmente compatibile con la scelta tedesca degli F-35, essendo stato pensato anche per Paesi che già utilizzano o utilizzeranno il caccia americano. Un dettaglio non irrilevante per Berlino, che negli ultimi anni ha investito nella flotta Lockheed Martin. I vantaggi non sarebbero solo per la Germania però. Un ingresso di Berlino nel programma porterebbe infatti investimenti pubblici e capacità tecnologico-industriali private che renderebbero il programma ancora più solido.

“Se la Germania si sgancia”, aggiunge Nones, “Berlino torna a essere un attore estremamente importante per le altre possibili collaborazioni, perché nemmeno con i suoi massicci investimenti può pensare di fare tutto da sola”. Procedendo in autonomia, la Germania “rischierebbe di ritrovarsi con una frammentazione completa del mercato europeo e questo ripropone la possibilità di cercare nuovi accordi con i tedeschi. Non solo sul Gcap, ma ad esempio anche sul progetto di elicottero anti-carro, settore in cui l’Italia ha il programma più avanzato in ambito europeo”.

Restano però degli ostacoli. Innanzitutto, le prime acquisizioni del Gcap sono previste non prima del 2035 (e forse anche dopo il 2040), il che renderà necessaria una pianificazione di bilancio a lungo termine. I tre Paesi fondatori (Italia, Regno Unito e Giappone) dovranno poi trovare un accordo politico su come e quando aprire il programma ai nuovi partecipanti, proprio onde evitare la ripetizione di dinamiche analoghe a quelle dell’Fcas/Scaf. Ma il naufragio definitivo del caccia franco-tedesco, per quanto telefonato, cambia ora le carte in tavola e, per il Gcap (ormai unico programma di sesta generazione in Europa) potrebbe essere la migliore notizia degli ultimi anni.

Su Mps spinta da Oltralpe. La partita vera? Le Generali. Sapelli legge il risiko bancario

8 June 2026 at 16:41

Un pomeriggio domenicale ha riacceso improvvisamente il risiko bancario italiano. Movimenti veloci, in un gioco di incastri ancora tutto da decifrare ma che potrebbe cambiare dal profondo la geografia del credito tricolore. Con le Borse che dormivano, ha preso vita e corpo l’assalto al Monte dei Paschi, reduce dalla scalata, vittoriosa, a Mediobanca e dall’uscita di scena, felpata, del Tesoro. A incamminarsi verso Rocca Salimbeni ha cominciato Banco Bpm che, con l’assedio di Unicredit ormai alle spalle, ha avanzato una proposta di matrimonio all’ex banca toscana, una fusione tra pari, da un anno custode dell’ambitissimo 13% di Generali proprio grazie alle nozze con Piazzetta Cuccia. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e nel pomeriggio a muovere è stata Intesa Sanpaolo, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni Mps da 30,6 miliardi.

C’è chi ha letto nella contromossa di Intesa, nella quale avrà un ruolo attivo anche Bper, il cui principale azionista è Unipol, la volontà di proteggere le Generali, che fungono da sempre da forziere del risparmio italiano, oltre a essere uno dei maggior acquirenti e sottoscrittori di titoli di Stato italiani. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il principale socio del Banco è la francese Crédit Agricole, terzo gruppo bancario europeo e incline a scorribande lungo la Penisola. E, dal momento che chi prende Siena mette anche un piede nelle Generali, la presenza di azionisti stranieri potrebbe diventare decisamente ingombrante. Anche per lo stesso esecutivo.

Le voci di corridoio raccontano di un apprezzamento di Palazzo Chigi per l’ingresso di Intesa nella partita per l’istituto guidato dal ritrovato Luigi Lovaglio, anche se sia Carlo Messina, ceo di Intesa e Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, hanno più che altro preferito sottolineare, incontrando gli analisti in queste ore, sia la qualità dell’operazione Intesa-Bper-Mps, sia la profonda natura italiana della stessa. Particolare quest’ultimo che per il governo potrebbe fare la differenza: non è certo un caso che lo stesso Messina, sempre nel confronto con gli analisti, abbia paventato per il Banco criticità in odore di golden power proprio per la presenza dei francesi nell’azionariato di Piazza Meda. In questo gioco di incastri di partecipazioni che, come ricordato due giorni fa anche dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, apre scenari interessanti ma anche, in potenza, rischiosi, resta da capire se tutti questi movimenti, alla fine, porteranno a un sistema bancario migliore perché più solido. Formiche.net ne ha discusso con l’economista e storico Giulio Sapelli.

“Sicuramente Intesa si è mossa per arginare Bpm, che poi sarebbe la Francia. Voglio dire, l’offensiva sul Monte dei Paschi viene chiaramente da Oltralpe”, premette l’economista. “Non è certo un mistero che il grande sogno francese, ma anche tedesco, è sempre stato quello di mettere le mani sul risparmio italiano. Certamente Intesa ha un biglietto da visita, un’etichetta italiana, Bpm non ce l’ha, nei fatti è una banca francese. Ciò fa una certa differenza nell’ambito di questo tipo di operazioni. L’obiettivo, nemmeno a dirlo, sono sempre le Generali, con il loro risparmio e i prodotti di bancassicurazione. Non dobbiamo mai dimenticare che nei momenti di crisi, la bancassicurazione è un qualcosa di molto ricercato”, spiega Sapelli.

Il quale allarga lo spettro all’intero risiko italiano. “Mi pare evidente che questi incroci di partecipazioni, Banco, Intesa, Mps, nascondano anche dei rischi. Si parla di Generali, certo, ma non solo. Per esempio, trovo ancora incredibile che Mps abbia trovato i soldi per aggredire Mediobanca. Forse Mediobanca non era più Mediobanca e Mps non era più Mps. Verrebbe da dire che c’è da ricostruire un’immagine del sistema bancario nazionale. Oggi non abbiamo più un sistema, per esempio, di istituti locali, con un movimento cooperativo che è in crisi. E questo in un momento storico in cui soffiano venti di guerra. Allora se dobbiamo fare delle fusioni, se dobbiamo fare quello che dice Draghi e cioè portare avanti il consolidamento bancario, bisogna farlo bene”.

L’economista spiega poi come questa vicenda, quella di Mediobanca, rifletta un cambiamento più ampio. “Il profilo e l’obiettivo dell’operazione, pur innaturali, rappresentano bene la trasformazione del capitalismo italiano. Oggi non è più né carne né pesce: non è riuscito ad aggregarsi attorno a grandi industrie, ormai scomparse dal mercato. Le famose 1.300 imprese di Mediobanca, pur finite progressivamente in un contenitore sempre più fragile, rappresentavano un glorioso conglomerato di piccole e medie imprese artigianali. Ma queste non hanno saputo fare il salto dimensionale, né hanno alle spalle un sistema bancario in grado di sostenerle”.

La nuova vittoria di Pashinyan porta l’Armenia sempre più vicina all’Europa

8 June 2026 at 16:34

I risultati elettorali in Armenia non lasciano dubbi su come lo Stato caucasico guardi al futuro. Le elezioni parlamentari tenutesi nel fine settimana hanno infatti consegnato una nuova vittoria al primo ministro in carica Nikol Pashinyan e al suo partito Contratto Civile, mentre la piattaforma di opposizione Strong Armenia del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan si è fermata a circa un quarto dei seggi parlamentari. Il risultato rappresenta un successo significativo per il leader armeno, che negli ultimi anni ha progressivamente ridefinito la politica estera del Paese, puntando sulla cooperazione con l’Occidente, sulla normalizzazione dei rapporti con i vicini regionali, e sull’allontanamento da Mosca.

Subito dopo la pubblicazione dei risultati Pashinyan ha commentato l’esito del voto, ribadendo che la sua priorità resta il raggiungimento di un accordo definitivo con l’Azerbaigian e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, due obiettivi che considera indispensabili per garantire stabilità e prosperità al Paese. Secondo la sua visione, il lungo conflitto sul Nagorno-Karabakh ha intrappolato l’Armenia in una condizione di isolamento, militarizzazione e dipendenza strategica dalla Russia. La sconfitta del 2023 e la perdita definitiva dell’enclave contesa hanno rappresentato un trauma nazionale, ma Pashinyan ha cercato di trasformare quell’evento in un punto di svolta, sostenendo che solo l’accettazione della nuova realtà geopolitica possa consentire all’Armenia di costruire un futuro più sicuro.

La questione del Karabakh è d’altronde stata al centro della campagna elettorale. Le forze di opposizione hanno infatti accusato il premier di aver abbandonato territori storicamente considerati parte dell’identità nazionale armena e di aver ceduto alle pressioni dell’Azerbaigian. Tuttavia, una parte consistente dell’elettorato sembra aver privilegiato il desiderio di stabilità rispetto alle rivendicazioni nazionaliste. Dopo oltre trent’anni di tensioni e conflitti intermittenti, molti cittadini considerano la pace una priorità assoluta, anche a costo di accettare compromessi dolorosi. Nonostante il successo elettorale, Pashinyan non dispone però della maggioranza qualificata necessaria per modificare autonomamente la Costituzione, un aspetto rilevante perché Baku continua a chiedere la rimozione di alcuni riferimenti che potrebbero essere interpretati come rivendicazioni territoriali sul Nagorno-Karabakh, considerandola una condizione essenziale per la firma di un accordo di pace definitivo.

Le elezioni rappresentano anche un nuovo capitolo nel deterioramento dei rapporti tra Yerevan e Mosca. Molti armeni hanno maturato una profonda disillusione nei confronti della Russia dopo che il Cremlino non è intervenuto per impedire la riconquista azera del Nagorno-Karabakh, nonostante la presenza di contingenti di pace russi nella regione. La crisi di fiducia ha spinto il governo armeno a sospendere la partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’alleanza militare guidata dalla Russia, in quella che è stata la più grave frattura nei rapporti bilaterali dalla fine dell’Unione Sovietica. Nelle settimane precedenti al voto, funzionari armeni e osservatori indipendenti hanno accusato Mosca di aver tentato di influenzare il processo elettorale attraverso campagne di disinformazione e sostegno ai candidati filorussi. Parallelamente, la Russia ha introdotto restrizioni commerciali che hanno colpito diversi settori dell’economia armena, dai prodotti agricoli al celebre brandy nazionale, aumentando la pressione economica sul governo di Yerevan.

Al contrario, la vittoria di Pashinyan è stata salutata con entusiasmo dalle istituzioni europee, che vedono nell’Armenia uno dei pochi esempi di pluralismo politico e competizione democratica in una regione dominata da leadership autoritarie. Negli ultimi anni il premier ha più volte indicato l’integrazione europea come una prospettiva strategica di lungo periodo e ha espresso l’auspicio che il Paese possa un giorno avvicinarsi all’Unione europea. Bruxelles ha già incrementato il proprio sostegno politico ed economico, annunciando un pacchetto di assistenza da 50 milioni di euro per aiutare l’Armenia a resistere alle pressioni economiche russe. Anche gli Stati Uniti hanno assunto un ruolo crescente nel Caucaso meridionale, sostenendo gli sforzi diplomatici per una pace tra Armenia e Azerbaigian e contribuendo a rafforzare il posizionamento internazionale del governo armeno.

Al Forum Machiavelli prende forma la nuova equazione della difesa

8 June 2026 at 16:33

La quinta edizione del Forum Machiavelli Difesa, a Roma, ha restituito il quadro di una difesa chiamata a cambiare tempi, strumenti e linguaggio. Il tema scelto per il 2026, “Qualità e quantità: affrontare e vincere le sfide di massa e innovazione”, ha attraversato il confronto tra governo, Forze armate e industria, sullo sfondo di conflitti ibridi, droni, aerospazio, cybersicurezza e nuove forme di pressione sotto soglia.

Sicurezza e sistema Paese

Il punto di partenza è la natura delle minacce. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le ha descritte come “sempre più pervasive, sempre più difficili da individuare, sempre più capaci di produrre effetti concreti sulla sicurezza dei cittadini e sulla tenuta delle nostre democrazie”. Da qui discende una trasformazione della Difesa che non può limitarsi all’acquisto di nuove tecnologie. La digitalizzazione, ha avvertito il ministro, “deve tradursi in un cambiamento reale, non solo tecnologico, ma soprattutto mentale”.

Il passaggio riguarda lo strumento militare, ma anche ciò che gli sta intorno: industria, università, centri di ricerca, imprese. Isabella Rauti ha ricondotto il tema alla capacità del sistema Paese di sostenere nel tempo lo sforzo richiesto dai nuovi scenari. “La tecnologia è una condizione necessaria, ma non sufficiente”, ha spiegato la sottosegretaria alla Difesa. La qualità serve a garantire vantaggio operativo e superiorità informativa, ma “è la quantità che garantisce durata, resilienza, rigenerazione delle forze e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo”.

In questa cornice, gli investimenti diventano anche una questione politica. Il presidente della commissione Difesa del Senato, Maurizio Gasparri, ha ricordato che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e industriali, ma soprattutto si lega alla sicurezza collettiva: “Senza investimenti nella difesa non c’è libertà, non c’è vita e non c’è futuro”.

Dati, spazio e droni

La trasformazione passa poi dalla capacità di vedere, decidere e reagire più rapidamente. Per il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Antonio Conserva, dati, spazio e resilienza cyber sono ormai la base della difesa futura. I sistemi di comando e controllo dovranno raccogliere ed elaborare informazioni da sensori, velivoli, droni e assetti spaziali. “Senza questa infrastruttura, basata su dati certi e digitali prontamente disponibili al decisore, non si va da nessuna parte”, ha osservato il generale.

I conflitti in corso mostrano anche come mezzi a basso costo possano modificare in profondità il campo di battaglia. In Ucraina, ha ricordato Conserva, i droni con visuale in prima persona stanno creando una “kill zone” che rende “quasi impossibile la manovra terrestre per come l’abbiamo intesa fino ad oggi”. La loro diffusione, anche presso attori non statuali, segnala una “democratizzazione dell’uso delle tecnologie” che obbliga a ripensare difesa e deterrenza.

Lo stesso tema si riflette nel dominio marittimo. Giuseppe Berutti Bergotto ha indicato nei mezzi senza pilota una direttrice inevitabile di sviluppo. Le crisi attuali dimostrano che “servono dei mezzi nuovi”, ma la questione non è sostituire le piattaforme tradizionali. Per il capo di Stato maggiore della Marina, la priorità è farle dialogare con i sistemi unmanned: “È la connessione, quello che nel futuro farà la differenza”.

Industria e produzione

La capacità militare dipende infine dalla velocità con cui industria e istituzioni riescono a programmare, produrre e rigenerare scorte. Nel ragionamento di Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, la risposta passa da una cooperazione europea più concreta, da procedure di acquisto meno rigide e da una maggiore continuità nei programmi comuni. Occorre, ha spiegato, “mettere a fattor comune anche attività di procurement in Europa”, mentre l’aumento progressivo dei finanziamenti resta “mandatorio”.

Ancora più netto il richiamo di Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, alla capacità di adattamento del sistema produttivo. Italia ed Europa, ha osservato, non sono pronte “alla guerra che vediamo combattere oggi” e, allo stesso tempo, “non saremo pronti neanche alla prossima”. Il punto critico resta la lentezza con cui il sistema riesce a reagire: “Siamo diventati lenti nell’aumentare la produzione e lenti nel concepire e fare conto delle nostre idee”.

Dal Forum resta l’immagine di una difesa chiamata a muoversi su più piani nello stesso tempo. Non basta inseguire l’innovazione, se mancano capacità produttiva, continuità negli investimenti e riserve sufficienti a sostenere crisi prolungate. È su questo equilibrio, tra tecnologia, industria e massa, che si misura oggi la credibilità dello strumento militare.

La linea rossa per il Pd si chiama politica estera. Parla Petruccioli

8 June 2026 at 16:13

L’addio della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno al Partito democratico non è stata una sorpresa per Claudio Petruccioli, già presidente Rai ed ex dirigente storico della sinistra italiana. Evidenzia un malcontento che in tanti manifestano, spiega in una conversazione con Formiche.net, sia fuori che dentro il Pd. E c’è una “linea rossa” insuperabile che i riformisti devono tracciare, che è quella dell’europeismo e dell’atlantismo, oltre la quale non si può andare. Tradotto: il Pd non può inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle solo per tenere compatta la coalizione, perché a rischiare sarebbe l’Italia intera.

Cosa pensa dell’addio al Pd di Pina Picierno?

Non posso dire che mi abbia sorpreso. Però vorrei fare una premessa. Io non sono iscritto a nessun partito: sono un elettore e guardo alle cose con le preoccupazioni di un elettore. Nei prossimi anni saremo chiamati a scegliere chi governerà il Paese in una fase decisiva per l’Italia, per l’Europa e per il mondo. Eppure conosco molte persone che non sanno per chi votare. Da una parte c’è il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, dall’altra un centrosinistra che appare diviso e nel quale la leadership politica sembra oscillare tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Molti elettori moderati e riformisti vedono limiti e inadeguatezze in entrambi gli schieramenti. In questo contesto si colloca la scelta di Pina Picierno. Non è la sola ad aver lasciato il Partito democratico negli ultimi anni e mesi, ma la sua uscita ha un significato particolare.

Perché?
Non ha detto di voler passare dall’altra parte, ha detto che così non si può andare avanti e che il problema non è soltanto vincere le elezioni, ma chiedersi con quale progetto di governo. A mio avviso ha posto una questione reale: la credibilità di un eventuale governo del campo largo su temi fondamentali come l’Ucraina e l’Europa. Sono due questioni strettamente collegate e per me rappresentano un criterio essenziale di scelta. Molti, anche tra coloro che condividono le sue preoccupazioni, le hanno posto una domanda legittima: “E dopo?”. Qual è la prospettiva politica che segue alla critica? È una domanda che vale per Picierno, ma vale anche per chi è rimasto nel Pd sostenendo che la battaglia vada combattuta dall’interno. Io penso però che il punto sia un altro.
Quale?
Qual è la linea rossa? Se il Pd riuscirà a correggere la propria posizione e ad affermare con chiarezza una linea europeista e atlantica, bene. Ma se questo non accadrà, fino a che punto i riformisti saranno disposti a seguirne la strategia? Perché la risposta che arriva dalla segreteria Schlein è sostanzialmente questa: per battere la destra bisogna tenere unita la coalizione, e quindi bisogna tenere conto delle posizioni di Conte. Ma il problema non è stare o non stare con Conte. Il problema è quale linea prevale nella coalizione. Se prevale una linea chiara sull’Ucraina, sull’Europa e sulla difesa europea, allora sarà Conte eventualmente a dover decidere se accettarla. Se invece, per tenere insieme la coalizione, il Pd continua a inseguire le posizioni del Movimento 5 Stelle, allora il problema diventa serio. Per questo la domanda “e dopo?” non riguarda soltanto Picierno. Riguarda anche chi è rimasto nel Pd. Se la linea politica non cambia, qual è il limite oltre il quale i riformisti non sono più disposti a seguire il partito?
Quindi la linea rossa da tracciare si chiama politica estera?

Per come la vedo io, sarebbe dannoso per l’Italia sia un altro governo della destra sia un governo del campo largo incapace di esprimere una posizione credibile e coerente sui grandi temi internazionali. I prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e non possiamo permetterci ambiguità.

Arturo Parisi parlando con Formiche.net ha detto che con le vecchie identità si fa poca strada e che servono nuove riforme e nuovi riformatori all’altezza delle sfide del presente. Cosa ne pensa?

Sono d’accordo. Però cerco di partire dalle questioni più concrete. La domanda posta a Picierno (“e dopo?”) è giusta. Ma deve valere per tutti. Chi sostiene che bisogna restare nel Pd e cambiarlo dall’interno deve spiegare come intende farlo e soprattutto su quali contenuti. Prendiamo l’esempio più evidente: Ucraina, Europa e difesa europea. Qual è oggi la posizione del campo largo su questi temi? Qual è la posizione che dovrebbe avere un governo credibile per l’Italia e per l’Europa? Prima ancora di discutere di nuove identità politiche, bisogna dare una risposta a queste domande. Senza una risposta chiara, il problema della credibilità di governo resta aperto.

Picierno ha lanciato Spazio Pubblico, un movimento che ha ricevuto apprezzamenti da Calenda, Marattin e altri esponenti dell’area riformista ed europeista. Pensa che sia possibile mettere insieme queste realtà, al di là dei personalismi?

Se tutte queste persone, che su molti temi dicono sostanzialmente le stesse cose, riuscissero a costruire un’iniziativa comune, sarebbe certamente meglio della situazione attuale. Non penso che da sola sarebbe la soluzione di tutti i problemi. Bisogna essere realistici sui limiti di ciascuno. Tuttavia potrebbe rappresentare una presenza politica più forte e visibile, capace di costringere tutti gli altri attori a confrontarsi con questioni che oggi vengono spesso eluse. In questo senso sarebbe utile, perché introdurrebbe nel dibattito una voce capace di porre con chiarezza e determinazione problemi che molti elettori avvertono, ma che troppo spesso la politica preferisce non affrontare.

Dal cyberspazio alla finanza. Come le stablecoin stanno riscrivendo il primato del dollaro

8 June 2026 at 16:08

La Banca centrale europea ha recentemente acceso un faro su uno degli sviluppi più importanti della trasformazione economica in corso: la crescita delle stablecoin e il loro possibile impatto sull’ordine monetario internazionale. A prima vista il fenomeno può apparire tecnico. In realtà riguarda una delle dimensioni fondamentali del potere nell’era digitale ossia il controllo delle infrastrutture attraverso cui circola il valore economico. Le stablecoin sono token digitali emessi da soggetti privati e ancorati a valute tradizionali. La quasi totalità del mercato è oggi denominata in dollari statunitensi. Tether (Usdt) e Usd Coin (Usdc) rappresentano la parte predominante di questo ecosistema, mentre le stablecoin denominate in euro occupano una posizione marginale. La questione centrale non riguarda soltanto il mercato delle criptovalute. Riguarda la progressiva diffusione di una forma di moneta digitale che viene utilizzata per trasferire valore, effettuare pagamenti, conservare liquidità e operare nei mercati finanziari digitali. Quando milioni di utenti utilizzano stablecoin, stanno di fatto utilizzando dollari digitali privati. È qui che emerge una differenza strategica tra le principali potenze economiche. L’Europa ha scelto una strada centrata sulla regolamentazione e sul progetto dell’euro digitale. La Cina ha seguito una traiettoria simile attraverso lo sviluppo dello yuan digitale sotto il controllo della banca centrale. Gli Stati Uniti hanno invece favorito un ecosistema fondato prevalentemente sull’iniziativa privata, consentendo al mercato di sviluppare strumenti che, pur non essendo emessi direttamente dalla Federal Reserve, estendono la presenza globale del dollaro. Il risultato è uno dei più interessanti paradossi della storia economica contemporanea. 

La rivoluzione delle criptovalute era nata con l’ambizione di emanciparsi dalle valute statali e dagli intermediari tradizionali. A distanza di pochi anni, la tecnologia che avrebbe dovuto ridurre il ruolo delle valute sovrane rischia invece di rafforzare la posizione della valuta dominante del sistema internazionale, difatti il dollaro non viene sostituito ma digitalizzato e integrato all’interno delle nuove infrastrutture della rete. La vera innovazione non consiste quindi nell’esistenza delle stablecoin, bensì nella loro capacità di trasformare il dollaro in una moneta compatibile con l’economia digitale globale. Per la prima volta nella storia una valuta può diventare contemporaneamente mezzo di pagamento, strumento di regolamento finanziario e componente integrata di piattaforme digitali distribuite su scala planetaria. Da questo punto di vista, le stablecoin rappresentano molto più di un semplice prodotto finanziario. Esse costituiscono una nuova infrastruttura monetaria. La Bce sottolinea correttamente alcuni rischi. La migrazione dei depositi bancari verso le stablecoin potrebbe ridurre la raccolta stabile degli istituti di credito. Una perdita di fiducia potrebbe provocare riscatti improvvisi e costringere gli emittenti a liquidare rapidamente le attività detenute a garanzia. Inoltre, la diffusione di questi strumenti potrebbe influenzare la trasmissione della politica monetaria, modificando la circolazione della liquidità e incidendo sui meccanismi di finanziamento dell’economia reale. Tuttavia, esiste una dimensione ulteriore che merita attenzione. Le stablecoin stanno progressivamente creando una nuova fonte di domanda per il debito pubblico americano. Per garantire il valore dei token emessi, società come Tether e Circle detengono infatti consistenti quantità di titoli del Tesoro statunitense. Più cresce l’adozione delle stablecoin, maggiore diventa la domanda di Treasury. Più aumenta la domanda di Treasury, più si rafforza l’ecosistema finanziario che sostiene il ruolo internazionale del dollaro. Si genera così un circuito di retroazione che ricorda, in forma digitale, il meccanismo che per decenni ha caratterizzato il sistema dei petrodollari. L’economia digitale, quindi, produce domanda di stablecoin che a loro volta producono domanda di titoli del Tesoro. I Treasury rafforzano la credibilità del sistema monetario americano e il sistema monetario americano, a sua volta, sostiene la diffusione globale delle stablecoin. Il fenomeno assume quindi una dimensione geopolitica. 

Per oltre settant’anni il predominio del dollaro si è fondato su una combinazione di potenza economica, mercati finanziari profondi, capacità militare e centralità del commercio internazionale. Oggi a questi fattori si aggiungono nuovi elementi: data center, cloud computing, blockchain, capacità computazionale e piattaforme digitali. La moneta, di conseguenza, sta progressivamente diventando un’infrastruttura tecnologica, e chi controlla l’infrastruttura controlla una parte crescente del potere. Al riguardo, si osservano tre modelli differenti. Bitcoin rappresenta la moneta nativa di Internet, fondata sulla decentralizzazione e sull’assenza di un’autorità centrale. Le valute digitali emesse dalle banche centrali rappresentano la risposta pubblica degli Stati alle trasformazioni tecnologiche. Le stablecoin costituiscono invece una soluzione ibrida ossia private nell’emissione, ma ancorate alla credibilità delle valute sovrane. Ad oggi questa soluzione gravita quasi interamente attorno al dollaro. Ed è proprio questo il punto strategicamente più rilevante perché la competizione non riguarda soltanto quale moneta verrà utilizzata nel futuro ma quale infrastruttura monetaria verrà adottata dall’economia digitale globale. L’Europa rischia di trovarsi di fronte a un problema simile a quello già osservato in altri settori tecnologici. Mentre il continente discute regolamentazione, governance e architetture istituzionali, il mercato potrebbe consolidare rapidamente standard de facto fondati su strumenti privati denominati in dollari. Quando l’euro digitale sarà pienamente operativo, una parte significativa dell’economia digitale potrebbe avere già adottato altre soluzioni. Nelle trasformazioni tecnologiche il vantaggio del primo arrivato conta spesso più della perfezione del progetto. La questione appartiene quindi alla geopolitica della moneta e, più in generale, alla geopolitica del cyberspazio. Chi determina la moneta utilizzata su Internet influenza i pagamenti digitali, il risparmio globale, i flussi finanziari, l’accesso al credito e, in ultima analisi, la distribuzione del potere economico. 

La vera novità non è che Internet stia adottando il dollaro, è che il dollaro sta diventando il linguaggio monetario nativo dell’economia digitale globale. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, gli Stati Uniti potrebbero ottenere nel cyberspazio ciò che ottennero nel secondo dopoguerra attraverso Bretton Woods ossia la capacità di proiettare potenza economica globale attraverso l’infrastruttura stessa del sistema. Le stablecoin potrebbero così trasformare Internet nella più grande infrastruttura privata di diffusione del dollaro mai esistita. E forse la storia ricorderà questa fase non come l’epoca dell’ascesa delle criptovalute, ma come il momento in cui il dollaro entrò definitivamente nell’architettura digitale del mondo.

Sette anni di interferenze Gps sull’Europa. Colpa di Mosca?

8 June 2026 at 15:49

Negli scorsi anni è stato registrato un fenomeno strano. A intervalli irregolari, per qualche secondo alla volta, il rapporto segnale-rumore dei ricevitori Gps crollava su un’area enorme che si estendeva dalla Finlandia alla Polonia e dalla Groenlandia al Canada, per poi tornare normale. Una disfunzione troppo breve per fare scattare un allarme e per finire nei report operativi, visibile soltanto in alcuni glitch dei grafici che mostravano l’attività del segnale. Poi, alcuni ricercatori dell’Università del Texas e di Stanford hanno deciso di studiare più a fondo questo fenomeno, concentrandosi su 75 giorni distinti tra il 2019 e il 2026 in cui erano stati registrati questi malfunzionamenti, avvenuti negli stessi istanti in decine di stazioni lontane tra loro migliaia di chilometri. Capendo che l’origine di questi malfunzionamenti non venisse dalla terra, ma dallo spazio.

Identificarla era però un altro problema. La durata degli eventi (compresa tra i tre e i cinque secondi) non permetteva di registrare abbastanza informazioni per poter risalire direttamente alla fonte del fenomeno. Ma nel febbraio di quest’anno, il gruppo ha ricevuto i campioni grezzi a banda larga catturati da due ricevitori (uno ad Amsterdam e uno a Trondheim) durante un evento del febbraio 2026. Con quella risoluzione, i ricercatori hanno potuto calcolare la differenza nei tempi di arrivo del segnale interferente ai due siti con precisione micrometrica, facendo confronti mirati per escludere ogni candidato inadatto fino a trovare il responsabile: un satellite militare russo in orbita di Molniya appartenente alla costellazione Eks, cioè il sistema di early warning missilistico di Mosca.

Ed è qui che la storia diventa più carica di implicazioni. Il segnale interferente non è centrato esattamente sulla frequenza GPS L1, ma circa due megahertz sopra. Gli eventi si concentrano nei giorni feriali e nelle ore lavorative e si ripetono con cadenza apparentemente periodica da sette anni. Secondo alcuni osservatori tutto questo potrebbe suggerire (il condizionale è d’obbligo, perché non esistono prove dirette dell’intento) che questi fenomeni siano dei test periodici di una capacità di guerra elettronica spaziale che mira a degradare la navigazione satellitare su scala continentale. Se quel segnale, invece di essere leggermente spostato di frequenza e attivo per pochi secondi, venisse sintonizzato con precisione e mantenuto attivo, la navigazione aerea e marittima su un intero continente potrebbe andare simultaneamente in blackout. Interessante notare che in alcuni eventi compare una seconda banda parzialmente sovrapposta al sistema cinese BeiDou, come se questo stesso test stia venendo condotto non solo per essere pronti ad un eventuale uso contro l’Occidente, ma anche ad uno contro la Repubblica Popolare Cinese.

Ma ci sono anche altre teorie. “Ogni volta che si aggiunge un payload ad un satellite si aumenta la sua complessità, complessità che potrebbe compromettere totalmente il suo corretto funzionamento. In questa tipologia di satelliti, che sono estremamente sensibile, è veramente difficile vedere l’inserimento di un componente così ‘superfluo’ rispetto al funzionamento del sistema. Ad oggi non risulta pubblicamente che né gli Stati Uniti, né la Cina, né tantomeno la Russia abbiano testato satelliti con una simile conformazione” spiega a Formiche.net Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology. Che fornisce una possibile spiegazione alternativa: “Gli Eks potrebbero avere un payload di comunicazione secondario in banda bassa pensato per garantire ridondanza nelle comunicazioni con i nodi a terra del sistema di allerta missilistica, anche in condizioni atmosferiche avverse, dato che le frequenze più basse penetrano nubi, neve e ostacoli fisici molto più facilmente di quelle in banda X. Nel caso in questione potrebbe essere che ci sia un continuo broadcast del satellite, per segnalare a terra che tutto va bene, e quando il satellite passa sopra l’Europa quel segnale esso generi un’interferenza. Non me la sento però di dire che lo stiano facendo apposta”.

Ucraina, i cinque pilastri di Londra. Così l’Europa prova a tornare al tavolo

8 June 2026 at 15:12

A Londra l’Europa prova a riprendersi un posto al tavolo negoziale sulla guerra in Ucraina. Durante un incontro tenutosi nella capitale inglese tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, quello francese Emmanuel Macron, il premier britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friederich Merz, i leader europei hanno definito una piattaforma comune per il raggiungimento di soluzione diplomatica del conflitto che infuria dal 2022, individuando cinque condizioni considerate indispensabili per raggiungere una “pace giusta e duratura” con la Russia, in quello che viene considerato il tentativo più concreto degli ultimi mesi di rilanciare il protagonismo europeo in un processo negoziale dominato dagli Stati Uniti e caratterizzato da risultati limitati.

I cinque pilastri individuati nella dichiarazione congiunta diffusa al termine del vertice riprendono in larga misura i contenuti della lettera aperta inviata nei giorni scorsi da Zelensky al presidente russo Vladimir Putin. Il primo riguarda l’accettazione da parte di Mosca di un cessate il fuoco immediato e completo. Il secondo prevede l’avvio di negoziati basati sull’attuale linea di contatto tra le forze russe e ucraine, congelando di fatto le posizioni militari raggiunte sul campo (proposta che lo stesso Zelensky ha recentemente definito il modo più rapido per trasferire il conflitto dal piano militare a quello diplomatico). La terza condizione riguarda le garanzie di sicurezza per l’Ucraina nel dopoguerra, che devono essere “robuste e legalmente vincolanti”, e accompagnate dal dispiegamento di una forza multinazionale incaricata di monitorare e far rispettare l’eventuale cessate il fuoco, in linea con quanto promosso sino ad ora dalla “coalizione dei volenterosi”. Il quarto elemento affronta la questione delle riparazioni, ribadendo che gli asset russi congelati all’estero dovranno rimanere immobilizzati fino alla fine della guerra e finché Mosca non avrà fornito un risarcimento per i danni causati dall’invasione. Infine, l’ultimo punto sottolinea che qualsiasi accordo dovrà tutelare gli interessi di sicurezza europei, aggiungendo che eventuali disposizioni che riguardino l’Unione europea o la Nato dovranno essere approvate rispettivamente dagli Stati membri dell’Ue e dagli Alleati dell’Alleanza Atlantica.

L’intento di riaffermare il ruolo dell’Europa nella definizione dell’ordine di sicurezza continentale emerge in modo netto da queste proposte. Non a caso lo stesso Zelensky, arrivando a Londra, ha dichiarato che “l’Europa deve essere inclusa nei negoziati e deve essere forte”. Già nella sua lettera a Putin, poi, il presidente ucraino aveva sostenuto che i Paesi europei dovessero partecipare al processo diplomatico in quanto attori in grado di influenzare concretamente l’evoluzione del conflitto.

Anche le dichiarazioni dei leader europei arrivano coese e vanno nella stessa direzione. Macron ha recentemente affermato che, essendo i maggiori sostenitori dello sforzo bellico ucraino, gli europei dovranno inevitabilmente sedere al tavolo delle trattative quando arriverà il momento di discutere un piano di pace. Anche il presidente finlandese Alexander Stubb, nei giorni scorsi, ha chiesto all’Europa di assumere una posizione più attiva nella diplomazia verso Mosca.

Al netto della volontà mostrata dagli attori del Vecchio continente, resta tuttavia da capire quanto spazio esista realmente per un negoziato. Putin ha finora respinto sia l’ipotesi di un cessate il fuoco sia la proposta di incontro diretto avanzata da Zelensky, con il Cremlino che continua a ritenere che le condizioni sul terreno militare siano favorevoli alla Russia e non ha mostrato segnali concreti di disponibilità a compromessi sostanziali.

 

La maxi commessa rumena spinge Rheinmetall e valorizza anche l’Italia

8 June 2026 at 15:09

Rheinmetall consolida la propria posizione nella difesa europea con una commessa da 5,7 miliardi di euro firmata con l’esercito rumeno. Il contratto copre mezzi terrestri, difesa aerea, munizioni e unità navali, confermando la capacità del gruppo tedesco di proporsi come fornitore integrato su più segmenti operativi. L’operazione rafforza il ruolo di Rheinmetall in un mercato della difesa sempre più orientato a programmi ampi, nei quali piattaforme, sistemi di protezione e produzione industriale avanzano insieme.

L’accordo rientra nel programma Safe, lo strumento pensato per sostenere il rafforzamento delle capacità di difesa attraverso investimenti comuni e maggiore cooperazione industriale. Per Rheinmetall, questo passaggio aggiunge rilievo alla commessa, perché lega la crescita del gruppo alla trasformazione della domanda europea di sicurezza. La fornitura risponde alla necessità di rafforzare capacità considerate decisive, in particolare la protezione da minacce aeree ravvicinate, droni, razzi, artiglieria e mortai, e inserisce l’azienda in un percorso di modernizzazione che combina esigenze operative, investimenti locali e costruzione di filiere produttive.

Dai veicoli Lynx alla produzione locale

Il cuore del pacchetto è rappresentato dai veicoli da combattimento Lynx, che saranno forniti in diverse versioni, dai blindati per il trasporto truppe alle configurazioni specialistiche. A questi si affiancano sistemi di difesa aerea, munizioni di medio calibro, componenti per munizioni e unità navali. Le consegne dovrebbero partire nel 2028 e concludersi nel 2030, mentre Rheinmetall continuerà a garantire il mantenimento operativo dei Gepard già in servizio.

La dimensione industriale è parte integrante dell’intesa. Rheinmetall prevede investimenti per diverse centinaia di milioni di euro in Romania, con migliaia di nuovi posti di lavoro e il coinvolgimento di oltre 200 subappaltatori. Più della metà della produzione dovrebbe avvenire nel Paese o insieme ad aziende locali. Questo elemento dà alla commessa un peso ulteriore, perché lega l’acquisizione di capacità militari alla costruzione di competenze produttive e di una filiera più radicata sul territorio.

Il ruolo di Rheinmetall Italia

Nel programma entra anche Rheinmetall Italia, con un contratto da 981,95 milioni di euro per sistemi anti-drone e di difesa aerea a corto raggio. La fornitura comprende Skynex, Skyranger 35 e Millenium, destinati alla protezione di forze, mezzi, navi e infrastrutture. È una componente rilevante della commessa sia per il valore economico sia per il profilo produttivo, perché assegna alla controllata italiana un ruolo diretto in un segmento oggi centrale della difesa europea.

I tre sistemi coprono funzioni complementari nella difesa aerea ravvicinata e nella protezione anti-drone. Skynex è pensato per l’impiego terrestre contro razzi, artiglieria, mortai e sistemi aerei senza pilota. Skyranger 35 porta la stessa logica su una piattaforma mobile a corto raggio, mentre Millenium estende la protezione ravvicinata al dominio navale. I materiali disponibili indicano valore, quantità e finalità della fornitura, ma non dettagliano configurazioni tecniche e passaggi operativi. Per Rheinmetall Italia, il contratto rappresenta un rafforzamento industriale concreto dentro una commessa europea di grande scala.

Più sole e più vento in Italia (ma senza Cina). La pioggia di incentivi Ue

8 June 2026 at 14:59

Incentivi, e tanti, alle rinnovabili italiane. Il che, in tempi di petrolio a 100 dollari al barile e gasolio oltre i due euro non è proprio una cattiva notizia. Se poi, come già fatto in questi mesi, è possibile estromettere i produttori di pannelli solari made in China dalle gare per i sussidi, il gioco è fatto. La Commissione europea ha approvato, nell’ambito del quadro degli aiuti di Stato del Clean Industrial Deal, un piano italiano da 23 miliardi di euro a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Ora, la misura, hanno chiarito da Bruxelles, “contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette e al raggiungimento dell’obiettivo in materia di energie rinnovabili fissato a livello Ue per il 2030”. Nello specifico, il piano tricolore mira a sostenere la costruzione di impianti che generano energia elettrica utilizzando energia eolica onshore, solare, idroelettrica e biogas. Gli impianti dovrebbero aggiungere un totale di 37,15 GW di capacità di energia elettrica rinnovabile, pari a circa il 48% dell’attuale capacità di fonti rinnovabili in Italia. Tutto questo significa, essenzialmente, più energia verde per lo stivale.

La misura “contribuirà in modo significativo all’obiettivo di decarbonizzazione dell’Italia, che prevede di raggiungere il 39,4% del consumo finale lordo di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030 e contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia elettrica e la dipendenza dell’Unione dalle importazioni energetiche, in linea con gli obiettivi definiti nel Clean Industrial Deal e nel piano Repower Eu”, viene sottolineato dalla stessa Commissione. Nel dettaglio, gli aiuti saranno erogati sotto forma di pagamenti variabili nell’ambito di contratti per differenza bilaterali, che prevedono un bonus per ogni kWh di energia elettrica prodotto e immesso in rete, sulla base di un cosiddetto prezzo di riferimento.

In sostanza, se i prezzi di mercato dell’energia elettrica saranno inferiori al prezzo di riferimento, lo Stato pagherà la differenza. Se saranno superiori, le imprese rimborseranno la differenza. I contratti avranno una durata di 20 anni mentre gli aiuti saranno concessi sulla base di una procedura di gara trasparente e non discriminatoria, in cui i beneficiari presenteranno offerte sul prezzo di riferimento necessario per la realizzazione di ciascun singolo progetto. Ed è molto probabile che i pannelli con componentistica cinese, se non addirittura prodotti nel Dragone, restino fuori dai giochi.

Cosa penso dell’appello di Picierno ai riformisti

8 June 2026 at 14:29

Il bipolarismo italiano sta vivendo probabilmente il momento più difficile dell’intera stagione della Seconda Repubblica. Proprio mentre il Paese è chiamato a confrontarsi con profondi cambiamenti geopolitici, economici e tecnologici, emergono con evidenza tutti i limiti di un sistema politico sempre meno capace di interpretare il cambiamento e di governarlo.

L’uscita di Pina Picierno dal PD ed il suo appello ai riformisti e liberali tutti a unirsi per superare il bipolarismo è assai significativo dei possibili cambiamenti futuri. La promessa dell’alternanza, che avrebbe dovuto garantire stabilità e chiarezza programmatica, si è progressivamente logorata. I due poli, pur contrapponendosi sul piano elettorale, finiscono spesso per convergere su impostazioni che ostacolano lo sviluppo del Paese.

Le componenti populiste che ne costituiscono la parte prevalente condividono infatti una visione fondata sull’espansione della spesa pubblica, sull’uso sistematico di bonus e sussidi e su politiche orientate più al consenso immediato che alla crescita duratura. Non meno significativa è l’ambiguità che attraversa entrambi gli schieramenti nei confronti dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica.

Si denunciano le insufficienze dell’Unione Europea, ma allo stesso tempo si respingono quelle cessioni di sovranità indispensabili per costruire una politica economica, fiscale e di difesa comune. Eppure solo un’Europa più integrata può consentire ai suoi Stati membri di affrontare con efficacia le sfide poste dalle grandi potenze globali e dalle tensioni internazionali. Ne deriva una politica spesso oscillante e contraddittoria, incapace di offrire una visione strategica all’altezza dei tempi. I mutamenti in corso rendono dunque sempre più evidente la necessità di una ristrutturazione del sistema politico italiano.

Occorre ricostruire alleanze fondate su autentiche affinità programmatiche e non su convenienze elettorali: politiche fiscali eque, sostegno alla crescita, qualità della spesa pubblica, convinto europeismo e lealtà atlantica dovrebbero rappresentare i pilastri di una nuova proposta di governo. La crisi del bipolarismo si manifesta anche nella crescente distanza tra cittadini e istituzioni. Quasi metà dell’elettorato sceglie ormai l’astensione, segnalando una sfiducia che indebolisce la stessa qualità della democrazia. Ma le defezioni non riguardano soltanto gli elettori.

Sempre più spesso figure autorevoli abbandonano partiti divenuti strutture chiuse, dominate dalla fedeltà ai leader più che dal confronto delle idee. Emblematico è il caso di Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. Da tempo denuncia il progressivo allontanamento del Partito Democratico dalla vocazione originaria immaginata da Walter Veltroni: un progetto capace di riunire le grandi culture riformiste e democratiche dell’umanesimo italiano.

L’appello rivolto da Picierno va oltre la vicenda personale. Esprime la domanda crescente di una aggregazione politica capace di coniugare Europa federale, economia sociale di mercato, innovazione, sostenibilità del welfare, diritti e doveri. In altre parole, la ricerca di una via d’uscita da un bipolarismo sempre più sterile. Forse è proprio qui che si intravede il primo segnale della politica che verrà: non la riproposizione di schieramenti esausti, ma la costruzione di un’alternativa capace di riconnettere cittadini e istituzioni, restituire credibilità alla democrazia e preparare l’Italia alle decisive sfide del XXI secolo.

IA, semiconduttori, droni e spazio. Cosa racconta il budget Difesa Usa per il 2027

8 June 2026 at 12:27

Droni, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, reattori nucleari mobili e manifattura avanzata. È questa, in estrema sintesi, la direzione indicata dalla House Armed Services Committee (Hasc) del Congresso, che nei giorni scorsi ha approvato la propria versione del National Defense Authorization Act (Ndaa) per l’anno fiscale 2027. Il provvedimento autorizza circa 1.150 miliardi di dollari per la Difesa e rappresenta il primo passaggio di un iter legislativo che dovrà ancora attraversare il voto dell’intera Camera, il confronto con il Senato e la successiva riconciliazione tra i due testi, ma offre già adesso degli spunti interessanti per capire quali saranno le priorità della Difesa a stelle e strisce per il prossimo anno. Vale la pena ricordare che le cifre definitive e la distribuzione finale delle risorse potranno cambiare nei prossimi mesi, tuttavia il messaggio è evidente: l’attenzione si sta spostando sempre più verso quelle tecnologie considerate decisive per un eventuale confronto ad alta intensità con la Cina.

Droni ovunque

Se c’è un tema che trova spazio nell’intero documento è quello dei sistemi senza equipaggio. La commissione chiede di pianificare la creazione di una formazione sperimentale per integrare droni destinati a missioni di intelligence, sorveglianza, ricognizione e attacco di precisione. Parallelamente, il Defense Autonomy Working Group dovrà sviluppare anche una vera e propria dottrina per l’impiego operativo di droni e formazioni autonome. Il Congresso vuole inoltre accelerare l’adozione di droni kamikaze a lungo raggio, ottenere una roadmap per il dispiegamento di unità navali senza equipaggio (Usv) e ricevere aggiornamenti sui programmi dedicati ai grandi droni subacquei. Tra gli emendamenti compare anche una richiesta per valutare sistemi di autopilota basati sull’IA e uno stanziamento aggiuntivo destinato a migliorare l’operatività dei droni nelle condizioni estreme dell’Artico.

L’IA è ormai trasversale

L’intelligenza artificiale compare in numerosi passaggi del testo, ma non tanto sotto forma di grandi programmi dedicati quanto come tecnologia abilitante e trasversale da integrare anche nelle strutture già esistenti. Il Congresso chiede al Pentagono una valutazione sull’utilizzo dei modelli open-weight per applicazioni militari, tema particolarmente sensibile in un momento in cui il dibattito sull’IA si concentra sul rapporto tra modelli proprietari e modelli aperti. Parallelamente, l’intelligenza artificiale sarà impiegata anche per sviluppare programmi per raccogliere dati provenienti dai centri addestrativi e utilizzarli per migliorare le attività addestrative e decisionali. 

Sul fronte industriale, un altro emendamento esplora l’impiego dell’IA nei processi di manifattura avanzata per accelerare la produzione di missili e munizioni, come già si sta vedendo nel caso delle cosiddette dark factory. Particolarmente rilevante è poi la disposizione che attribuisce come principio generale al Dipartimento della Difesa i diritti di utilizzo su software, dati e documentazione tecnica sviluppati nell’ambito dei contratti federali. 

Quantum e spazio 

Se l’IA rappresenta una priorità ormai consolidata, anche le tecnologie quantistiche stanno rapidamente guadagnando spazio nelle discussioni del Congresso. Tra le misure approvate figurano il sostegno alla ricerca sul quantum computing a trappole ioniche dell’Air Force, programmi dedicati alle comunicazioni quantistiche, alle attività di sviluppo delle reti di quantum networking e ai progetti della Space Force focalizzati su sistemi di posizionamento, navigazione e sincronizzazione basati su tecnologie quantistiche. Alcuni emendamenti chiedono inoltre di valutare l’impiego di radar quantistici e di comprendere quale contributo queste tecnologie possano offrire in ambienti caratterizzati da comunicazioni disturbate o assenti, i cosiddetti scenari Ddil (Denied, disrupted, intermittent and limited). Nel dominio spaziale, il testo autorizza la Missile Defense Agency a sviluppare e dimostrare un intercettore eso-atmosferico (probabilmente in ottica Golden Dome) e sostiene iniziative per accelerare sul fronte delle capacità ipersoniche off the shelf. Tra le misure più futuristiche compare anche la commissione di uno studio sulla propulsione nucleare nello spazio, una tecnologia potenzialmente decisiva per aumentare autonomia, velocità e capacità di manovra dei veicoli spaziali dei Guardiani della Space Force.

Semiconduttori, terre rare e startup

Un’altra, consistente, parte del documento riguarda la base industriale della difesa. Diversi emendamenti intervengono sulle catene di approvvigionamento di semiconduttori e materiali critici, mentre altri promuovono l’utilizzo di magneti permanenti privi di terre rare provenienti dalla Cina e il recupero di antimonio per applicazioni militari. Particolare attenzione viene dedicata anche alla manifattura avanzata. Il Congresso vuole esplorare l’impiego della produzione additiva per missili e munizioni e valutarne l’impatto sulla cantieristica navale. Un altro filone riguarda la cosiddetta “distributed shipbuilding”, ovvero la possibilità di distribuire parte della produzione navale su una rete più ampia di fornitori e siti produttivi. Parallelamente, diverse disposizioni mirano a semplificare l’accesso delle startup e delle aziende non tradizionali ai contratti del Pentagono, ampliando le attività della Defense Innovation Unit e dei programmi OnRamp. Sul piano delle capacità abilitanti, c’è anche la crescente attenzione verso l’energia. La commissione ha chiesto infatti l’avvio di un programma per dispiegare un piccolo reattore nucleare mobile nell’Indo-Pacifico e ha auspicato la conduzione di attività di ricerca sull’idrogeno, sulla fusione e sulle tecnologie ibride elettriche. 

Gli Usa si preparano alla prossima guerra

Benché l’iter di approvazione per il budget del Pentagono nel 2027 sia ancora agli inizi, la direzione che queste previsioni di spesa tracciano è chiara ed evidenzia come anche il Congresso stia registrando il profondo mutamento che sta interessando gli affari militari. Massa, automazione e resilienza industriale, dall’Ucraina all’Iran, stanno emergendo come gli elementi-chiave dei conflitti odierni, a loro volta connessi alle nuove tecnologie come fattori trasversali, da integrare tanto nelle nuove piattaforme quanto nei protocolli operativi già esistenti. Ed è altresì chiaro come questi focus rappresentino una risposta diretta alla modernizzazione militare portata avanti da Pechino, basata su standard analoghi ma, a onor del vero, in corso di implementazione da più tempo. Per una volta, è Washington a inseguire il Dragone.

Eni e Petronas si alleano per il polo degli idrocarburi nel sud est asiatico

8 June 2026 at 12:05

Eni e Petronas, la compagnia petrolifera malese, hanno ufficialmente costituito una nuova joint venture paritetica che riunisce attività chiave in Indonesia e Malesia. Searah, questo il nome della nuova realtà, è pronta a diventare operativa a soli sette mesi dalla firma dell’accordo di investimento del 3 novembre 2025 e a sedici dal protocollo d’intesa annunciato nel febbraio 2025.

Searah unirà portafogli, competenze e esperienza regionale complementari con l’obiettivo “di garantire creazione di valore a lungo termine e eccellenza operativa in Indonesia e Malesia”, hanno spiegato da Eni. Con un portafoglio di 19 asset di produzione e sviluppo di gas, 14 in Indonesia e 5 in Malesia, Searah partirà da una produzione iniziale di oltre 300 mila boe/giorno, con l’obiettivo di superare i 500 mila boe/giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni. “Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita, guidati dalla nostra eccellenza nell’esplorazione e nella realizzazione dei progetti, nonché dalla nostra costante attenzione alla tecnologia e all’innovazione”, ha chiarito il ceo di Eni, Claudio Descalzi.

Tengku Muhammad Taufik, presidente e amministratore delegato di Petronas ha invece sottolineato come la costituzione di Searah “è in linea con la crescente attenzione di Petronas verso una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse, unita a un impiego del capitale più agile e a una maggiore enfasi sulla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del valore del gas. Facendo leva sui portafogli e le capacità complementari della nostra società e di Eni, Searah ambisce a raggiungere la profondità operativa, la resilienza finanziaria e la capacità di crescita dei due partner per affrontare in modo affidabile e responsabile i crescenti bisogni energetici della regione, contribuendo al contempo alla sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine in Indonesia e Malesia”.

In ogni caso, c’è anche altre il fronte africano che funge da altra gamba del riassetto energetico italiano. Solo pochi mesi fa, infatti, Eni ha infatti effettuato due nuove scoperte a gas e condensati in Libia a seguito di una campagna esplorativa avviata negli ultimi mesi. Due strutture geologiche adiacenti, Bahr Essalam South 2 e Bahr Essalam South 3 sono state investigate con successo rispettivamente dai due pozzi B2 16/4 e C1-16/4 a circa 85 km dalla costa, in ca 200 metri d’acqua, e 16 km a sud del giacimento di gas Bahr Essalam. Come hanno spiegato dal Cane a sei zampe i livelli mineralizzati sono stati rinvenuti in entrambi i pozzi nella Formazione Metlaoui, nota per essere la principale formazione produttiva dell’area.

Trump rivendica il controllo su Israele, ma la tregua con l’Iran vacilla

8 June 2026 at 12:02

La tregua tra Israele e Iran ha superato nelle ultime ore il test più duro dalla sua entrata in vigore ad aprile. Nella notte tra domenica e lunedì, l’esercito israeliano ha colpito obiettivi militari nell’Iran occidentale e centrale, compreso un impianto petrolchimico a Mahshahr, dopo che Teheran, nella serata di domenica, aveva lanciato una serie di missili contro il territorio israeliano. L’Iran ha presentato l’attacco come una risposta ai blitz israeliani in Libano, dove da qualche giorni è in corso una nuova offensiva e anche domenica erano stati colpiti obiettivi nell’area meridionale di Beirut: tutti target legati a Hezbollah, sostiene Israele, che rivendica il diritto di colpire l’organizzazione sciita legati ai Pasdaran come protezione dell’interesse nazionale.

Che il Libano fosse l’ago della bilancia della tregua in corso, che ovviamene coinvolge anche gli Stati Uniti, lo aveva spiegato già Orna Mizrahi, senior researcher dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv; di come tutte le crisi mediorientali fossero indissolubilmente concatenante ne aveva parlato Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V. Non stupisce dunque che le dinamiche in Libano vadano a toccare il fragilissimo equilibrio con Teheran, attorno a cui si cercando di costruire un quadro pragmatico per ricostruire l’equilibrio nella regione; tanto meno stupisce che, come conseguenza diretta dell’attacco iraniano, il COGAT (la divisione delle forze armate israeliane che regola gli accessi alla Striscia di Gaza) abbia annunciato domenica la chiusura dei valichi da e per Gaza fino a nuovo ordine, inclusi Rafah e Kerem Shalom, confermando come ogni escalation regionale si rifletta anche sul dossier palestinese.

Il rischio di una nuova escalation regionale c’è, per questo dietro la cronaca militare emerge una partita politica più ampia che coinvolge direttamente Washington. Tanto che in un’intervista telefonica al Financial Times, Donald Trump ha minimizzato l’impatto degli attacchi iraniani sul negoziato in corso con Teheran e ha ribadito la propria intenzione di perseguire un accordo più ampio. Ancora più significativo è stato il messaggio rivolto indirettamente a Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha sostenuto che il premier israeliano non avrebbe altra scelta che accettare un eventuale accordo negoziato dagli Stati Uniti con l’Iran. ”Sono io a decidere”, ha affermato Trump, rivendicando apertamente la leadership del dossier.

La dichiarazione arriva in un momento delicato che precede gli attacchi di queste ultime ore, e forse ne è in qualche modo matrice. Da settimane l’amministrazione americana lavora per trasformare la tregua raggiunta con Teheran in primavera in un’intesa più strutturata che affronti due questioni centrali: il futuro dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano. Gli attacchi delle ultime ore avrebbero potuto interrompere questo percorso. Trump, invece, ha scelto di separare il negoziato dalla nuova mini-crisi militare, insistendo sul fatto che i due binari debbano restare distinti.

Il problema è che la credibilità di questa strategia non dipende soltanto dalle intenzioni della Casa Bianca. A Teheran cresce infatti la convinzione che il nodo principale non sia raggiungere un accordo, ma potersi fidare della sua durata. L’esperienza del ritiro americano dall’intesa nucleare del 2015 – voluto propio da Donald Trump durante il suo primo mandato – continua a pesare sui calcoli della leadership iraniana. In questo quadro, la diplomazia viene osservata con sospetto. Una parte dell’establishment iraniano teme che eventuali concessioni sul nucleare o sulla sicurezza possano ridurre gli strumenti di deterrenza del paese senza offrire garanzie sufficienti contro future pressioni militari.

Da qui deriva l’importanza attribuita da Teheran a tre leve considerate essenziali: la capacità di influenzare il traffico nello Stretto di Hormuz, il mantenimento di un’opzione nucleare reversibile e la possibilità di imporre costi ai propri avversari attraverso una rete regionale che comprende alleati e gruppi armati attivi in diversi teatri del Medio Oriente.

Gli eventi delle ultime ore riflettono questa logica. L’Iran ha reagito al nuovo blitz israeliano in Libano cercando di dimostrare di poter colpire direttamente Israele. Israele ha risposto colpendo il territorio iraniano per riaffermare la propria capacità di deterrenza. Entrambe le parti stanno cercando di modificare il calcolo strategico dell’avversario, aumentando il prezzo di eventuali future iniziative militari.

In questo contesto, Trump sta tentando di svolgere un ruolo che va oltre quello tradizionale di un’America che detta le regole. Le sue dichiarazioni suggeriscono la volontà di convincere Teheran che Washington sia in grado di controllare il comportamento israeliano e quindi di garantire la sostenibilità di un accordo. È un messaggio rivolto tanto agli iraniani quanto agli alleati regionali degli Stati Uniti.

Resta da capire quanto questa pretesa corrisponda alla realtà. Proprio gli sviluppi che hanno portato alla crisi attuale mostrano i limiti dell’influenza americana. Nonostante i ripetuti tentativi di Washington di contenere le tensioni sul fronte libanese, Israele ha continuato a condurre operazioni contro Hezbollah. Il bombardamento nei pressi di Beirut che ha preceduto la risposta iraniana dimostra quanto sia difficile separare i diversi fronti del conflitto. Libano, Iran, Yemen (da cui, fronte Houthi, sarebbe partito almeno uno dei missili diretti verso Israele nelle ultime ore), Iraq e Gaza appaiono sempre più come elementi di un’unica architettura regionale.

Anche il contesto politico israeliano restringe i margini di manovra. Netanyahu si trova sotto la pressione di una coalizione che chiede una risposta dura a ogni attacco proveniente dall’Iran o dai suoi alleati. Allo stesso tempo, l’opposizione lo accusa di indebolire la deterrenza israeliana qualora non reagisse con sufficiente fermezza. In queste condizioni, la possibilità che Washington possa imporre unilateralmente una linea di moderazione resta tutt’altro che scontata.

La tenuta della tregua dipenderà quindi da fattori che vanno ben oltre il numero di missili intercettati o la portata dei danni provocati dagli ultimi attacchi. La questione centrale riguarda la capacità degli Stati Uniti di costruire un accordo percepito come credibile da entrambe le parti.

Trump sostiene che il negoziato possa proseguire indipendentemente dall’escalation. Ma la crisi degli ultimi giorni mostra quanto sia difficile separare diplomazia e deterrenza in una regione dove ogni cessate il fuoco viene costantemente messo alla prova da dinamiche locali, pressioni politiche interne e rivalità strategiche che nessun accordo, da solo, può cancellare.

Tutti gli incroci (geopolitici e commerciali) tra Italia e Usa

8 June 2026 at 11:03

Dal 15 al 17 giugno 2026, Giorgia Meloni sarà al G7 che si svolgerà a Évian-les-Bains, in Francia alla presenza dei capi di Stato e di governo di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti. La Francia detiene la presidenza del gruppo fino al 2026. Donald Trump ha dichiarato che parteciperà al vertice, per questa ragione Emmanuel Macron potrebbe far precedere il G7 da un bilaterale con il presidente americano, si parla o di una cena a Versailles o di una partita a golf. Sul tavolo ci saranno vari dossier, tutti complicati e per certi versi interconnessi: lo stallo nella guerra in Iran, l’accusa americana agli alleati della Nato di averlo deluso in Medio Oriente, le relazioni con Canada e Giappone da calibrare, il caso Ucraina.

Verso il G7: i temi in agenda

Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato invitato dalla Francia al vertice del G7, ma non si sa se sarà presente e soprattutto non si sa come potrà reagire Trump. Un altro fronte delicato è quello relativo ai dazi che si mescolerà verosimilmente con l’intelligenza artificiale e con le catene di approvvigionamento di minerali critici. Sul primo punto il presidente ha detto agli amministratori delegati delle aziende tecnologiche che gli Stati Uniti potrebbero acquisire una piccola quota di proprietà nei giganti dell’intelligenza artificiale, “in modo che il popolo americano possa beneficiare dei vantaggi derivanti dalla crescita di quelle che diventeranno aziende da mille miliardi di dollari”. Sul secondo, è ormai chiaro che Ue e Stati Uniti dipendono quasi interamente dalla Cina per l’approvvigionamento della maggior parte dei minerali utilizzati nelle loro catene di produzione per la difesa: una criticità su cui il G7 dovrà dare risposte. Sul punto si segnala l’iniziativa di India e Regno Unito che hanno lanciato l’Osservatorio globale sulla catena di approvvigionamento dei minerali critici per migliorare la cooperazione e la condivisione tecnologica.

Crosetto a Washington

Il ministro della Difesa Guido Crosetto avrà un vertice bilaterale con il Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, il 15 giugno. Un’occasione per ragionare sulla gestione delle spese per gli armamenti, sulla crisi in Ucraina e sull’utilizzo delle basi americane in Italia. Intervistato pochi giorni fa dal New York Times, ha fornito un’anticipazione delle questioni più importanti, con in cima l’idea di un patto, accanto alla Nato, a guida europea, senza gli Usa. Si rende necessario “costruire un’Europa continentale della difesa”, ha detto. Per cui il suo viaggio negli Stati Uniti abbraccia il rilancio della proposta italiana per il nuovo disegno della difesa europea, nel solco della convinzione che è alla base delle policies di Palazzo Chigi, ovvero implementare il pilastro europeo dell’alleanza senza far regredire di un millimetro il legame transatlantico. Tutti temi che, di fatto, anticipano il Nato Summit in programma nel luglio prossimo ad Ankara.

Di nuovo Tajani-Rubio

La missione di Crosetto a Washington precederà di pochi giorni l’Italy-Us Business, Investment, Science and Innovation Forum in programma a Miami il 22 giugno a cui parteciperà il ministro degli esteri Tajani. In Florida ci sarà anche intervento del segretario di Stato Marco Rubio, che celebrerà la robustezza commerciale dei rapporti bilaterali fra Italia e Stati Uniti. Ad aprile 2026 l’export italiano extra Ue ha fatto registrare un corposo balzo in avanti, verso paesi come Usa, Cina e Mercosur: la crescita è dell’11,3% su base annua. Le vendite verso gli Stati Uniti segnano un +12,1%. Il mercato a stelle e strisce rimane il primo saldo commerciale positivo per l’Italia grazie ad un avanzo di 2,832 miliardi di euro ad aprile.

Quattro le aree tematiche del meeting di Miami: tecnologie di frontiera per il futuro come IA, quantistica, cybersecurity, energia e spazio; industria avanzata, ovvero automazione, robotica industriale, agritech, medicale e biotecnologie; mobilità e infrastrutture resilienti come energia; trasporto aereo, marittimo e terrestre; creatività e lifestyle, ovvero agroalimentare, design&arredo, moda, cultura e sport. Tra l’altro il mercato statunitense è parte integrante del Piano d’Azione per l’Export varato dalla Farnesina tra i mercati maturi ad alto potenziale, nella consapevolezza che i rapporti economici con gli Stati Uniti sono improntati ad una forte integrazione commerciale, industriale e tecnologica.

Retribuzioni trasparenti o solo traslucide? Cosa cambierà nel mondo del lavoro

8 June 2026 at 11:03

Immaginiamo una norma semplice, nata con le migliori intenzioni: meno tasse per le imprese più giovani, per premiare chi entra sul mercato. L’obiettivo è chiaro, la risposta del sistema molto meno. Una parte degli operatori, per alleggerire il carico fiscale, comincerà a costituire nuove società con il solo scopo di “apparire giovani”. Il tratto che la norma voleva premiare, l’età dell’impresa, smette di indicare ciò che dovrebbe e diventa un obiettivo da fabbricare. Non è una fantasia. In Francia molte regole del lavoro scattano a 50 dipendenti e i dati sull’intera popolazione delle imprese mostrano un fenomeno netto: un addensamento di aziende appena sotto la soglia e un vuoto appena sopra, perché alcune che sarebbero cresciute preferiscono restare piccole per non varcare il confine (Garicano, Lelarge & Van Reenen, 2016). È un costo che ricade, come tassa implicita, sul lavoro, pagato soprattutto dai lavoratori.

La difficoltà di legiferare non sta nel decidere cosa si vuole, ma nel prevedere come un sistema di attori si riassesta quando cambiano le regole del gioco. È un problema antico. Merton lo chiamava il “problema delle conseguenze inattese dell’azione organizzata” e osservava che è proprio l’azione formalizzata, quella che enuncia scopi e procedure, a generarle con maggiore facilità (Merton, 1936). In economia, è la critica di Lucas: i parametri stimati sotto un certo regime non restano invariati quando il regime muta, perché chi vi opera cambia comportamento (Lucas, 1976). In una formula diventata proverbiale, quando una misura diventa un obiettivo cessa di essere una buona misura (Goodhart, 1975; Campbell, 1979; Strathern, 1997).

Oggi entra in vigore in Italia il decreto che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza retributiva (D.Lgs. 96/2026; Direttiva UE 2023/970). Non interessa qui descriverne gli articoli, ma piuttosto che cosa fa sul piano del meccanismo: rende le decisioni sulle retribuzioni osservabili, contestabili e giustificabili. Vieta di chiedere ai candidati lo stipendio pregresso, impone una fascia retributiva negli annunci, riconosce al lavoratore il diritto di conoscere i criteri e i livelli medi, obbliga i datori di lavoro con oltre 100 dipendenti a misurare il divario di genere e prevede una valutazione congiunta quando il divario, non giustificato da criteri oggettivi, supera il 5% e non viene corretto. Una norma di questo tipo agisce soprattutto sull’informazione disponibile e sul costo di ogni scelta discrezionale e solo in parte, attraverso la correzione obbligatoria sopra il 5%, sugli esiti che dichiara di voler correggere. Per il resto, ciò che osserveremo non sarà l’obiettivo, bensì il nuovo equilibrio.

Proviamo a ipotizzare il modello che emergerà, gli attori e le forze in campo.

La norma muove 3 grandezze: l’osservabilità (cosa diventa visibile), la giustificabilità (quanto costa difendere una differenza) e la comparabilità (dove si traccia il confine tra le categorie messe a confronto). Su queste leve agiscono 3 attori. L’impresa minimizza una somma di voci: il monte salari, il rischio legale e reputazionale, il costo di dover motivare ogni decisione. Il lavoratore massimizza la retribuzione e il senso di equità, pur con informazioni parziali. Gli intermediari (consulenti del lavoro e società di consulenza e payroll) vendono conformità standardizzata. Pur volendo sperare in un sorprendente e straordinario miglioramento dell’intero sistema, il mio pessimismo e l’esperienza mi portano a pensare che la risposta che può derivare da queste condizioni sia di 2 tipi, da non confondere: un adattamento di equilibrio, in cui l’impresa ricalcola le proprie mosse senza violare nulla e, purtroppo, un aggiramento della metrica, in cui sposta valore sulle voci meno misurate.

La derivazione più importante riguarda la compressione. Quando la retribuzione diventa visibile, un aumento concesso a una persona diventa un precedente che altri possono invocare. L’impresa, che prevede la reazione, si fa più dura nelle trattative individuali e concede meno. La ricerca sugli effetti di equilibrio stima che, in media, i salari scendano di circa il 2%, con un effetto che quasi sparisce in assenza di contrattazione individuale, come sotto contrattazione collettiva o con retribuzioni già fissate a monte (Cullen & Pakzad-Hurson, 2023). L’esperienza danese aggiunge un dettaglio scomodo: l’obbligo di pubblicare le statistiche di genere ha ridotto il divario di circa il 13%, ma soprattutto ha rallentato la crescita dei salari maschili, senza far crescere quelli delle donne (Bennedsen et al., 2022). Non sempre è così: in alcuni casi i salari delle donne sono davvero cresciuti, ma il pattern dominante è la chiusura del divario verso il basso.

Il settore pubblico mostra la stessa dinamica. In California, dove gli stipendi municipali sono stati resi pubblici, le retribuzioni dei dirigenti più pagati sono scese di circa il 7% e le dimissioni sono aumentate del 75% (Mas, 2017), per l’avversione dell’opinione pubblica agli stipendi elevati più che per un effetto di maggiore responsabilità: un meccanismo che il settore pubblico italiano, esposto alla pressione mediatica, conosce bene. Un effetto distinto ma convergente tocca il merito: negli atenei statunitensi la trasparenza ha aumentato equità e uguaglianza e, al tempo stesso, ha indebolito il legame tra retribuzione e prestazione individuale (Obloj & Zenger, 2022). L’uguaglianza, quando arriva, può portare con sé meno premi per le differenze di prestazione.

Il contesto italiano qui non è solo un fattore attenuante, è una variabile a doppio taglio. L’evidenza tedesca mostra che la legge sulla trasparenza del 2017 ha ridotto il divario soltanto nelle imprese dotate di consiglio aziendale (Betriebsrat) e contrattazione collettiva, mentre, laddove quelle istituzioni mancavano, il divario inspiegato è cresciuto (Vaccaro et al., 2024). In Austria un obbligo di soli rapporti interni, privo di pubblicità e di una rappresentanza che li attivasse, non ha prodotto effetti, con stime che escludono una riduzione oltre 0,4 punti (Gulyas, Seitz & Sinha, 2023). La trasparenza non corregge da sola: serve un attore che traduca l’informazione in pressione negoziale.

L’Italia, con una copertura contrattuale tra le più estese d’Europa (Ocse-Aias; Istat) e un sistema diffuso di Rsu, possiede un canale analogo, sebbene con poteri di codeterminazione più limitati rispetto a quelli tedeschi; questo è il lato favorevole. Il lato avverso è che il decreto concede una presunzione di conformità a chi applica i Ccnl rappresentativi e fa dipendere la valutazione di pari valore dalla classificazione collettiva. La stessa istituzione che potrebbe trasformare i dati in contrattazione può così diventare un timbro che certifica l’esistente, specie laddove la classificazione storica sottovaluta i lavori a maggiore presenza femminile. Il minimo tabellare resta poco aggredibile dalla compressione e la differenziazione si concentra nello strato individuale, nei superminimi e nei premi ad personam, che la comparazione di pari valore coglie meno, anche se la rendicontazione aggregata ne registra una parte. L’esito dipende da una sola domanda: se la rappresentanza interrogherà i numeri o si limiterà a ratificarli.

Altri effetti inattesi meritano maggiore attenzione rispetto ai costi di adempimento, che sono evidenti. Il primo è il contenzioso esplorativo: per provare una discriminazione serve il dato individuale del collega comparabile, ma quel dato è protetto dalla privacy, una tensione segnalata anche dal Garante in sede di parere. Il lavoratore può allora agire non tanto per vincere, quanto per ottenere in giudizio ciò che la norma gli consegna solo in forma aggregata. Il secondo è l’omologazione: gli intermediari diffondono procedure identiche e migliaia di imprese diverse adottano lo stesso modello di copia-incolla, riducendo la varietà organizzativa senza migliorare l’equità. Il terzo riguarda le soglie. Gli obblighi pieni scattano a 100, 150 e 250 dipendenti, ed è lo stesso riflesso dell’esempio iniziale, rovesciato: lì si fabbricava un requisito, qui se ne evita uno, restando sotto soglia, frammentando società, esternalizzando le funzioni più femminilizzate.

Sarebbe ingiusto considerare solo i rischi. Il pezzo potenzialmente più utile della norma è quello di cui si parla meno: la fascia retributiva obbligatoria negli annunci. È una forma di trasparenza fra datori diversi, non fra colleghi, e questo tipo di trasparenza tende a intensificare la concorrenza salariale e ad aumentare i salari di chi cambia lavoro (Cullen, 2024). Conviene però non sopravvalutarla: la sola informazione salariale negli annunci agisce sul livello delle retribuzioni, non sulle scelte occupazionali e, da sola, non scardina la segregazione che incanala uomini e donne verso settori e mansioni diversi. La stessa norma contiene così una leva che comprime verso il basso e un’altra che spinge verso l’alto, perché riunisce dispositivi diversi sotto un’unica parola. Sarà interessante vedere come si comporteranno i lavoratori di un’azienda quando sapranno a “quanto” l’azienda è disponibile ad assumere un nuovo collega o una nuova collega.

Resta il rischio più sistemico: colpire il bersaglio sbagliato. Il divario retributivo orario in Italia è tra i più bassi d’Europa, intorno al 5% contro una media dell’Unione dell’11% (Eurostat; Istat). Ma un divario basso non significa un mercato del lavoro più paritario: riflette anche una delle occupazioni femminili più basse del continente, intorno al 53% nella fascia d’età 15-64 anni (Inapp), con una selezione delle donne occupate verso profili a più alto potenziale, come ricorda la stessa Commissione europea. L’indicatore che tiene insieme la paga oraria, le ore lavorate e il tasso di occupazione, il divario complessivo di reddito, supera invece il 40% (Eurostat). Lo stesso scarto si vede ai vertici: le quote di legge hanno portato le donne oltre il 40% nei consigli di amministrazione delle società quotate, ma solo al 4% tra gli amministratori delegati. La regola ha colpito l’indicatore visibile senza spostare il potere reale. Una metrica costruita sul salario orario, all’interno di categorie comparabili, misura bene proprio la grandezza che da noi è quasi piatta e lascia in ombra ciò che pesa sul reddito di una vita: la partecipazione, il part-time involontario, le interruzioni di carriera e l’accesso ai ruoli apicali.

Una cautela è doverosa. Nessuno studio ha ancora misurato la trasparenza in un’economia a copertura contrattuale quasi universale come quella italiana e la stessa evidenza tedesca, la più vicina, riguarda un Paese con una copertura assai più bassa. Nel nostro caso stiamo in parte ragionando per estrapolazione e questo non indebolisce l’analisi, ma ne mostra la necessità: anticipare la risposta del sistema è ciò che la prudenza impone prima dei dati. Esiste però un esito che smentirebbe questa lettura: se il canale della rappresentanza si attiverà davvero, a restringersi sarà il divario complessivo di reddito, non quello orario già piatto. È il dato da guardare tra qualche anno. Il pericolo, altrimenti, non è la trasparenza, ma una trasparenza povera, formalizzata e isolata, che insegna alle organizzazioni a governare l’indicatore anziché le sue cause; in altre parole: ci aspettavamo trasparenza e avremo, invece, la retribuzione traslucida. Passerà la luce dell’intenzione e della volontà, ma l’immagine della realtà resterà confusa.

Una norma vive nel comportamento che induce, non nell’intenzione che la ispira. Scrivere una buona regola in un sistema complesso significa immaginare in anticipo come reagiranno gli attori e progettare di conseguenza. Misurare non è correggere. Rendere visibile una differenza non equivale ad averla compresa. La parte difficile comincia il giorno dopo l’entrata in vigore.

La Cina non molla Pirelli. Sinochem ricorre al Tar contro il Golden power

8 June 2026 at 10:21

Chi pensava che Pechino fosse pronta a gettare la spugna, forse dovrà ricredersi. Perché il game over può attendere. A due mesi dal blitz del governo di Giorgia Meloni a mezzo golden power, il riassetto di Pirelli torna improvvisamente in discussione. China National Tire & Rubber Corporation (Cnrc), controllata dalla holding cinese Sinochem e Marco Polo International Italy hanno infatti notificato due distinti ricorsi di identico contenuto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio contro, tra gli altri, la presidenza del Consiglio, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ed altri ministeri.

Motivo? In particolare, annullare proprio quel provvedimento con cui Palazzo Chigi ha imposto ai soci cinesi severe prescrizioni, in vista della prossima assemblea del 25 giugno, ad oggi confermata. Nello specifico Sinochem potrà proporre agli azionisti della Bicocca solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri), di cui due indipendenti (contro gli attuali 8 su 15). Se eletti, poi, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie.

Da Pirelli continua comunque a trapelare una certa serenità (anche dalla Borsa, con il titolo Pirelli rimasto tonico per tutta la mattinata). Il gruppo della Bicocca non sembra infatti preoccupato, e anzi, ha tenuto nella prima mattina dell’8 giugno a precisare che i ricorsi non incidono sul regolare svolgimento dell’assemblea degli azionisti in programma il prossimo 25 giugno, convocata tra l’altro per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Le liste dei candidati sono già state depositate dagli azionisti nel rispetto di quanto stabilito dal decreto contestato da Sinochem (azionista al 34%) e, come la società ha già comunicato al mercato, l’iter assembleare seguirà i tempi previsti.

Una mossa, quella dei cinesi, che arriva dopo mesi di confronto tra l’azionariato riconducibile al Dragone e le autorità italiane, decise ad applicare il golden power per contenere l’influenza di Pechino su un’azienda considerata strategica sul piano industriale e tecnologico. Ma soprattutto, mai dimenticare la posta in gioco: il mercato americano, dove Pirelli vende i suoi pneumatici di ultima generazione, dotati di tecnologia cyber tyre. Da quando negli Stati Uniti è entrata in vigore la nuova normativa che impone alle aziende partecipate da soci cinesi e che vendono tecnologia applicata all’industria dell’auto statunitense di ridurre sotto una certa soglia la presenza del Dragone, per Pirelli si è imposta una scelta.

Falliti i negoziati con Sinochem per diluirsi (dallo spin off delle attività cyber tyre, la prima tecnologia proprietaria che trasforma lo pneumatico in sensore per monitorare stato gomme, abitudini guida, condizioni stradali e altro, fino allo spostamento della quota cinese in un trust), la Bicocca rischiava di perdere un mercato essenziale per il suo business. Il prezzo era troppo alto per un’azienda simbolo del made in Italy. Per questo il governo Meloni ha attivato i poteri speciali del golden power per limitare l’influenza di Sinochem. Ma la campanella non è ancora suonata.

L’apostolato dell’arcivescovo Fulton Sheen, presto beato, attraverso i mass-media

8 June 2026 at 10:21

Papa Leone XIV incontrando a Roma, il 1° giugno 2026, i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie, ha suggerito di guardare all’esempio del Venerabile arcivescovo statunitense Fulton John Sheen, che verrà beatificato, a St. Louis nel Missouri, il prossimo 24 settembre. Aggiungendo di essere testimone in prima persona della sua opera di evangelizzazione, che “per decenni ha brillato (anche) attraverso i mezzi radiofonici e televisivi”.

Come scrive nella sua autobiografia, La mia vita. Un tesoro in un vaso d’argilla (a cura di G. Vassallo, Edizioni Ares, 2025), monsignor Sheen nel suo lavorare nella televisione nazionale commerciale, a differenza della precedente esperienza radiofonica, “non parlava più in nome della Chiesa e sotto il patrocinio dei suoi vescovi (…) Non si trattava più di una presentazione diretta della dottrina cristiana (in un linguaggio semplice e chiaro), ma di un discorso propedeutico a essa che doveva partire da qualcosa comprensibile a tutti. Così, in quegli anni televisivi, gli argomenti spaziavano dal comunismo, all’arte, alla scienza, all’umorismo, all’aviazione, alla guerra, ecc. Partendo da un interesse comune al pubblico e a lui, procedeva gradualmente dal noto all’ignoto all’ignoto o alla filosofia morale e cristiana”. Facendo leva su questo metodo – “lo stesso (…) usato da San Paolo ad Atene” – sapendo essere “simpatico ed esigente a un tempo” (G. Vassallo), è riuscito a raggiungere il vasto pubblico televisivo americano con il programma Life is Worth Living così come ha concorso a moltissime conversioni alla fede cattolica. La sua popolarità era tale che ha ricevuto nel 1952 l’Emmy Award, uno dei più importanti premi radiotelevisivi. Nonostante i significativi dati di ascolto registrati, non ha mai però ridefinito sé stesso e il proprio ministero sulla base di questi ultimi, semmai, per sua stessa ammissione, sempre attraverso la fedeltà quotidiana all’“Ora Santa”, pratica di adorazione eucaristica.

Ora, senza nulla togliere al suo profilo altrettanto di successo di autore di saggi teologici e opere di spiritualità, si intende qui mettere in rilievo il ruolo di pioniere cattolico nell’uso della radio e della televisione per l’evangelizzazione e l’insegnamento. Con una postilla, prendendo in prestito le parole dell’attuale arcivescovo di New York, S. E. Mons. Ronald A. Hicks: “l’intera vita dell’arcivescovo Sheen è stata dedicata a fare discepoli e a diffondere la buona notizia del Vangelo (…) Da sacerdote nella sua Diocesi di origine, Peoria; da professore alla Catholic University of America; da Direttore nazionale della Società per la Propagazione della Fede; da vescovo  ausiliare di New York; da vescovo di Rochester (….) si è sempre sforzato di avvicinare le persone a Gesù e alla sua Chiesa”.  In proposito, nella già citata autobiografia, l’Arcivescovo chiariva di essersi affidato, in televisione, più alla grazia di Dio che a sé stesso facendo poi riferimento alla Prima lettera di Paolo ai Corinzi, in particolare dove sta scritto che Paolo ha piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere.

Ripercorrendo la “pastorale di frontiera” del Venerabile Fulton John Sheen, a partire dal programma radiofonico The Catholic Hour e dal già citato programma televisivo (Life is Worth Living), emerge chiaramente quanto affermato da papa Leone XIV nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas:  “La comunicazione non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura” (MH, 135), sempre di più oggi, di ambienti umani e digitali che siano spazi di dialogo e di confronto  in cui “possano maturare libertà interiore e pensiero critico”.  Ai nostri giorni, questa eredità, come messo in rilievo da padre Michael Baggot, LC, docente di bioetica, è un invito a “let’s move from online whining to witnessing as One”; è un richiamo a interrogarci sull’impatto dei contenuti che consumiamo o produciamo online, ovvero se essi edificano o danneggiano le persone e la comunità, e quindi anche la Chiesa.

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