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Per tornare a contare l’Europa deve costruire nuovi strumenti comuni. L’analisi di Preziosa e Velo

7 June 2026 at 15:12

La politica internazionale è spesso governata da un paradosso. Gli eventi che sembrano dominare il dibattito pubblico finiscono per essere meno importanti delle trasformazioni profonde che essi contribuiscono a rivelare. Negli ultimi anni l’attenzione europea si è concentrata sui nomi dei protagonisti: Donald Trump, Vladimir Putin, Xi Jinping, Ursula von der Leyen, Benjamin Netanyahu. Eppure, al di là delle vicende dei singoli leader, sta emergendo una questione più strutturale: il modello di sicurezza, prosperità e integrazione sul quale l’Europa ha costruito il proprio sviluppo negli ultimi trent’anni mostra segni crescenti di insufficienza. L’ombrello strategico americano non può più essere considerato una costante immutabile. La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto convenzionale nel continente europeo. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta ridefinendo catene del valore, investimenti e dipendenze strategiche. Le tensioni commerciali e finanziarie mettono in discussione alcuni presupposti della globalizzazione. La rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando le basi stesse della competitività economica e della sicurezza nazionale. In questo contesto, potrebbe apparire sorprendente che tornino attuali figure come Jean Monnet, Robert Triffin, Carlo Azeglio Ciampi o Jacques Delors. Eppure, è proprio così.

Non perché le loro soluzioni possano essere replicate meccanicamente nel tempo, ma perché essi appartenevano a una generazione che aveva compreso un principio fondamentale: l’Europa avanza quando riesce a trasformare problemi comuni in istituzioni comuni. È una lezione che merita di essere riscoperta. La Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio non nacque come un esercizio teorico di federalismo. Nacque per risolvere un problema concreto. Dopo due guerre mondiali combattute nel cuore del continente, occorreva rendere impossibile un nuovo conflitto tra Francia e Germania. Monnet comprese che la pace non poteva essere garantita soltanto da trattati o dichiarazioni politiche. Doveva essere costruita attraverso interessi economici condivisi e istituzioni comuni. Lo stesso metodo caratterizzò le tappe successive dell’integrazione europea. L’Euratom cercò di affrontare il tema dell’energia. La Comunità Economica Europea estese la cooperazione a tutti i principali settori economici. La Banca Europea degli Investimenti divenne uno strumento essenziale per orientare risorse verso lo sviluppo. L’Unione monetaria e la nascita dell’euro furono la risposta europea alla crisi del sistema monetario internazionale dopo la fine degli accordi di Bretton Woods. In tutti questi casi l’Europa non procedette attraverso grandi dichiarazioni costituzionali. Procedette affrontando problemi reali. È probabilmente qui che si trova la differenza rispetto ad alcune delle discussioni contemporanee. Oggi il dibattito europeo appare spesso dominato da formule politiche suggestive ma prive di una concreta architettura istituzionale. Si parla di autonomia strategica, sovranità europea, difesa comune, politica industriale comune. Tutti obiettivi condivisibili. Tuttavia, troppo spesso manca la domanda fondamentale: quale problema concreto stiamo cercando di risolvere e attraverso quali strumenti? La questione della difesa europea rappresenta forse l’esempio più evidente. La guerra in Ucraina ha accelerato le richieste di una maggiore integrazione militare europea. Al tempo stesso, la possibilità di un ridimensionamento dell’impegno americano nel continente alimenta la convinzione che l’Europa debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Si tratta di una riflessione necessaria. Ma sarebbe un errore ridurre il problema europeo alla sola dimensione militare.

L’Europa non si trova soltanto di fronte a una sfida di sicurezza ma a una sfida di potenza.

Oggi la capacità di influenza di una comunità politica non dipende esclusivamente dalle sue forze armate. Dipende dalla capacità di controllare tecnologie critiche, garantire sicurezza energetica, proteggere infrastrutture strategiche, sviluppare capacità industriali avanzate, finanziare innovazione e ricerca, attrarre investimenti e mantenere coesione sociale. In altre parole, la sicurezza e la competitività stanno diventando sempre più inseparabili. La stessa National security strategy britannica pubblicata recentemente riflette questa evoluzione concettuale. La sicurezza non viene più definita esclusivamente come capacità di difendere il territorio nazionale. Viene interpretata come capacità dello Stato e della società di continuare a svolgere le proprie funzioni essenziali anche in presenza di shock esterni. Questa definizione appare particolarmente significativa per l’Europa. Le vulnerabilità europee non riguardano soltanto il piano militare. Riguardano l’energia, le materie prime critiche, i semiconduttori, le infrastrutture digitali, le reti di comunicazione, i cavi sottomarini, i sistemi finanziari, le catene di approvvigionamento e perfino il dominio cognitivo dell’informazione. Per questo motivo la vera questione europea non è semplicemente quante risorse destinare alla difesa. La vera questione è come costruire una capacità autonoma di investimento strategico. Qui il dibattito sul Mercato europeo dei capitali assume una rilevanza che va ben oltre la tecnica finanziaria. Da anni l’Europa presenta una contraddizione evidente. Il continente dispone di enormi masse di risparmio privato, ma una quota significativa di queste risorse viene investita all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Parallelamente, le imprese europee innovative spesso incontrano difficoltà nell’accedere a capitali adeguati a sostenere crescita e sviluppo. Ne deriva un paradosso. L’Europa finanzia una parte importante dell’innovazione americana mentre fatica a finanziare la propria. La questione non riguarda soltanto l’efficienza dei mercati finanziari. Riguarda la capacità di trasformare il risparmio europeo in capacità tecnologica, industriale e strategica europea. Per questa ragione il dibattito sul completamento dell’Unione dei mercati dei capitali assume una dimensione geopolitica.

Senza una maggiore integrazione finanziaria sarà difficile sostenere investimenti nelle infrastrutture energetiche, nelle tecnologie digitali avanzate, nell’intelligenza artificiale, nelle reti di telecomunicazione, nella sicurezza informatica e nella difesa. Senza una capacità comune di investimento sarà difficile trasformare l’autonomia strategica da slogan politico a realtà operativa.

È in questo senso che l’eredità di Monnet conserva una straordinaria attualità.

Monnet comprese che l’integrazione europea non può essere imposta dall’alto né costruita attraverso dichiarazioni identitarie. Deve essere alimentata da interessi concreti e vantaggi reciproci. La domanda che oggi si pone all’Europa è se esista una nuova “Ceca”, non necessariamente nel settore dell’acciaio o dell’energia atomica. Potrebbe trattarsi dell’intelligenza artificiale, delle infrastrutture digitali, della produzione energetica avanzata, delle tecnologie quantistiche, delle reti di comunicazione sicure, della cybersicurezza o delle capacità industriali necessarie per sostenere la transizione tecnologica. Qualunque sia la risposta, appare sempre più evidente che l’Europa non potrà affrontare le sfide future affidandosi esclusivamente alla regolazione normativa o alla sommatoria delle politiche nazionali. Serviranno sia progetti comuni, sia investimenti comuni, sia soprattutto istituzioni capaci di orientare risorse verso obiettivi strategici condivisi. La storia dell’integrazione europea insegna che i momenti di maggiore avanzamento sono sempre coincisi con la capacità di trasformare una crisi in un’occasione di costruzione istituzionale. La Ceca nacque dalle macerie della guerra e l’euro dalla crisi del sistema monetario internazionale. Oggi l’Europa si trova nuovamente di fronte a una fase di transizione storica. Il progressivo spostamento dell’attenzione strategica americana verso l’Indo-Pacifico, la competizione tecnologica globale, la frammentazione delle catene del valore e la crescente instabilità internazionale impongono una riflessione analoga. Non si tratta di scegliere tra atlantismo ed europeismo né di sostituire la Nato. Si tratta di comprendere che una maggiore autonomia europea non sarà il prodotto di dichiarazioni politiche, ma della capacità di costruire strumenti comuni in grado di sostenere sicurezza, innovazione e sviluppo. Forse è proprio questa la lezione più attuale di Jean Monnet. L’Europa non avanza quando discute di sé stessa. Avanza quando trova il coraggio di costruire insieme ciò che nessuno Stato europeo può più realizzare da solo.

Caso Bosnia, fra Usa e Ue. A che gioco gioca l’Italia? Messaggio per Meloni (e Schlein)

7 June 2026 at 14:59

La partita non è chiusa, ed è forse questo il dato politico più importante. Antonio Zanardi Landi non è stato nominato nuovo Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina nella sessione di tre giorni fa del Comitato Direttivo del Peace Implementation Council (Pic), ma non è stato nemmeno escluso dalla corsa. Il Pic non è riuscito a trovare un accordo e la decisione dovrebbe slittare alle prossime settimane. Ma sono queste le ore decisive.

Gli Stati Uniti hanno insistito fino all’ultimo per una nomina immediata del diplomatico italiano. Dall’altra parte, un blocco di Paesi guidato da Francia e Germania, e altri partner europei hanno spinto il sostegno attorno al francese René Troccaz.

È uno scontro che racconta molto più del dossier “Bosnia”. Da una parte c’è Washington, che ha individuato in Zanardi Landi il profilo più adatto per gestire una fase delicata degli equilibri balcanici. Non a caso il segretario di Stato americano Marco Rubio ha sottolineato pubblicamente il sostegno degli Stati Uniti alla candidatura dell’ex ambasciatore italiano, definendolo una figura di grande esperienza e ribadendo la necessità di una leadership forte per garantire stabilità e attuazione degli accordi di pace in Bosnia Erzegovina. Dall’altra parte c’è un’aliquota di Europa che ha scelto una strada diversa.

Il risultato è uno stallo che ha spinto gli stessi americani a parlare apertamente di incapacità europea di raggiungere un consenso. In una nota diffusa dall’ambasciata statunitense a Sarajevo, Washington ha sottolineato che “l’incapacità del Pic Steering Board di raggiungere un consenso dimostra ancora una volta le difficoltà dell’Europa nel parlare con una sola voce su questioni fondamentali per il futuro della Bosnia Erzegovina” e ha avvertito che questa situazione potrebbe portare gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio ruolo nell’attuale presenza internazionale nel Paese.

Il dato più rilevante, sul piano diplomatico, è che la candidatura di Zanardi Landi è stata promossa dagli Stati Uniti e sostenuta anche da Giappone e Turchia, mentre una parte significativa dei Paesi europei lavora per Troccaz. Non si tratta quindi di una semplice competizione tra due profili, ma di una divergenza emersa all’interno del gruppo dei principali attori transatlantici e like-minded coinvolti nella governance internazionale della Bosnia Erzegovina.

Antonio Zanardi Landi è un diplomatico con una conoscenza diretta dei Balcani, della Russia e delle dinamiche che attraversano l’Europa sud-orientale. Ambasciatore a Belgrado, alla Santa Sede e a Mosca, poi consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, rappresentava una candidatura difficilmente contestabile sul piano professionale. Indiscutibile la qualità della scelta, quindi.

E dunque, il dato politico è chiaro: mentre Washington ha puntato su un candidato italiano, una parte rilevante dell’Europa ne ha sostenuto un altro. Un paradosso che solleva una domanda semplice: chi ha difeso, in questa partita, quella candidatura? Il rinvio della decisione conferma inoltre l’assenza di un consenso tra gli alleati occidentali anche su un dossier strategico come quello balcanico.

E tutto questo merita ovviamente attenzione anche dal punto di vista italiano. Roma si trova infatti in una posizione particolare: da un lato è uno dei Paesi europei più direttamente interessati alla stabilità dei Balcani occidentali; dall’altro vede un proprio diplomatico sostenuto da Washington in una partita nella quale alcuni partner dell’Unione europea hanno scelto una linea diversa.

La questione, per l’Italia, non riguarda quindi soltanto l’esito della candidatura, ma anche la capacità di far valere il proprio peso in un processo decisionale che investe una regione strategica per la sua politica estera e di sicurezza.

Qui entra in gioco la politica italiana. La questione riguarda Giorgia Meloni, che guida il governo, ma riguarda anche Elly Schlein come leader dell’opposizione. Quando emerge una candidatura autorevole, sostenuta da partner strategici e collocata in un quadrante di interesse diretto per il Paese, il riflesso dovrebbe essere quello della tutela dell’interesse nazionale. Esistono dossier sui quali la competizione politica lascia spazio a una convergenza di fondo. I Balcani dovrebbero essere uno di questi. Per posizione geografica, interessi economici, sicurezza ed energia, ciò che accade tra Sarajevo, Belgrado e Podgorica riguarda direttamente l’Italia.

L’Italia ha già mostrato recentemente difficoltà nel fare sistema quando si è aperto lo spazio attorno alla candidatura di Maurizio Martina alla guida della Fao. Il rischio è che ogni dossier venga immediatamente assorbito dalla dinamica della politica interna, indebolendo la capacità del Paese di sostenere le proprie posizioni.

La domanda, in queste ore che potrebbero essere decisive per il dossier balcanico, non è semplicemente se Zanardi Landi riuscirà a ottenere l’incarico. La realtà è se l’Italia riuscirà a comportarsi come un Paese capace di difendere una propria candidatura quando questa coincide con un interesse nazionale, europeo e transatlantico. La risposta che arriverà dal dossier ”Bosnia” parlerà della capacità della politica italiana, delle scelte europee e della cooperazione transatlantica (a poche settimane dal Nato Summit di Ankara).

Da Mao a Xi, la trappola coreana. Perché Pyongyang complica i piani di Pechino

7 June 2026 at 14:42

Quasi ottant’anni fa, Pyongyang affossò i grandi sogni di Mao. Li rilancerà adesso quelli di Xi? La visita del presidente cinese porta con sé aspettative impossibili: cominciare a sciogliere il nodo gordiano della corsa al riarmo regionale. Giusto alla vigilia della visita presidenziale cinese, la Corea del Nord annuncia che il suo programma nucleare è “irreversibile”.

La prossima visita del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord è delicata e difficile. Il rapporto non somiglia più a quello di “labbra e denti” dell’epoca della guerra di Corea — le labbra coreane e i denti cinesi degli anni ‘50. Si è evoluto in legami molto più complessi e contraddittori, non unilaterali ma pieni di spine per i cinesi.

La Corea del Nord è, di fatto, la principale beneficiaria della guerra in Ucraina. In cambio della fornitura di armi e truppe, ha ottenuto tecnologia russa che le ha consentito un salto strategico nelle capacità missilistiche e nucleari. Questo salto, tuttavia, ha creato due seri problemi per la Cina, che aveva ingenuamente incoraggiato il sostegno coreano alla Russia per impedirne il collasso e le pericolose ricadute che ne sarebbero derivate.

Il primo è che ha allarmato sudcoreani e giapponesi, spingendoli in una corsa al riarmo. La minaccia nordcoreana è reale e, in quanto tale, fornisce una giustificazione autentica ai due vicini per riarmarsi. Lo è contro la Corea del Nord e contro la minaccia più reale, ma taciuta e inconfessabile, rappresentata dalla Cina.

Il secondo problema è che il legame politico tra Corea del Nord e Russia si è approfondito, ponendo un onere significativo al progresso politico della Cina in Russia. Se la Corea del Nord diventasse come una Bielorussia orientale, rappresenterebbe una minaccia per Pechino, forse maggiore di quella che la crescita degli interessi cinesi in Siberia pone a Mosca.

Naturalmente, è proprio per questo che né la Russia né la Corea del Nord sono pronte a rinunciare a questo nuovo rapporto, nonostante entrambe dipendano dalla Cina — e il riarmo di Corea del Sud e Giappone diventa, in questa luce, una nuova leva di Mosca e Pyongyang su Pechino. Questa pressione potrebbe superare il possibile vantaggio della Cina di giocare la carta nordcoreana contro ciò che a Pechino non piace, principalmente Taiwan — l’isola di fatto indipendente ma de jure parte di una sola Cina, dove i nazionalisti fuggirono dopo la presa di potere dei comunisti nel continente.

È quindi probabile che Xi si rechi in Corea del Nord, non in cerca di una soluzione completa al dilemma in cui si trova intrappolato, ma piuttosto per dare una scossa al rapporto bilaterale. Quindi, qualche forma di riavvicinamento — una riapertura del dialogo tra Corea del Nord e America — potrebbe dare alla Cina un po’ di respiro.

Dopodiché, il leader nordcoreano Kim Jong-un potrebbe incontrare il presidente americano Donald Trump per raggiungere un accordo sulle armi nucleari. Non è chiaro che tipo di accordo potrebbe essere. Forse la visita serve anche a sondare cosa sia fattibile, ma un accordo nordcoreano potrebbe fungere da merce di scambio diplomatica per fare pressione sugli Stati Uniti affinché premano su Corea del Sud e Giappone. È un puzzle con milioni di pezzi tutti in movimento, quindi la possibilità che qualcosa si incastri sarebbe una sorta di miracolo.

Inoltre, la Corea del Nord non ha storicamente servito bene la Cina. L’intervento in Corea del Nord costò carissimo a Mao. Perse il figlio ed erede, ucciso in un bombardamento americano, e dovette rinunciare a qualsiasi piano di conquista di Taiwan. La Corea del Nord inferse al neonato regime cinese due colpi sistemici al suo futuro: la fine di una linea di successione imperiale e la la mancata distruzione del suo nemico esistenziale, la Cina nazionalista, che da Taiwan sfidava la legittimità del governo comunista di Pechino.

Questa visita non può essere un buco nell’acqua — almeno non del tutto. Ma qualunque ne sia l’esito, rimane poco chiaro se sarà sufficiente a spingere Trump a incontrare Kim, e se ciò sarà abbastanza per placare i timori sudcoreani o giapponesi. Che qualcosa si muova in questa direzione è comunque significativo. Segnala che la Cina è insoddisfatta di quanto sta accadendo nella penisola coreana, che la situazione non è stata ben gestita — tutt’altro — e che il massimo leader deve intervenire personalmente per rimettere le cose in ordine.

Mao o Xi

Xi è salito al potere manovrando abilmente ogni leva della macchina politica interna cinese con indiscutibile capacità. Mao aveva conquistato potere e autorità gestendo la guerra e la politica estera. Aveva compreso il nesso tra la conquista del consenso locale — tra i contadini, la carne e il sangue della Cina di allora — e i vari attori interni ed esterni che agitavano il Paese. Era riuscito a epurare gli intellettuali comunisti, convincendo al contempo quelli non comunisti della sua sincerità e liberalità. Nel corso di oltre vent’anni, aveva giocato i giapponesi contro i nazionalisti, i russi contro gli americani, ognuno contro l’altro, e tutti a suo vantaggio, per emergere nel 1949 come leader della Cina.

Il suo gioco di tradimenti incrociati fu bloccato dai russi, proprio in Corea. Stalin lo costrinse a difendere Kim Il-sung — allora quasi sopraffatto dall’avanzata americana — recidendo così ogni filo con gli Usa e infrangendo le sue speranze di conquistare Taiwan. Dopo l’intervento cinese in Corea, gli americani dispiegarono la loro flotta a difesa dell’isola.

La ragione ufficiale dell’intervento coreano era che per la Cina era meglio avere un cuscinetto tra sé e un alleato americano. Col senno di poi, non è chiaro se il cuscinetto fosse per la Cina o per l’Urss, e se i rapporti di vicinato con un alleato americano non avrebbero avanzato la causa cinese meglio delle catene sovietiche.

L’autorità di Mao — sebbene si dimostrasse incapace di governare la Cina e di svilupparla economicamente — non fu mai messa in discussione, proprio per il suo genio nella politica internazionale.

Xi, per certi versi, si trova a lavorare al contrario. Ha dimostrato di saper conquistare, mantenere ed espandere il proprio potere internamente, ma il suo giudizio in politica estera non è sempre stato impeccabile. Può essere stata colpa dell’esercito, che in Cina porta la responsabilità primaria nel definire la strategia estera del Paese. Ora, con l’esercito epurato e piegato, spetta a lui vedere se riesce a sciogliere il nodo gordiano che ha in mano.

Kim Il-sung affossò le speranze di Mao; suo nipote salverà quelle di Xi? Oltre vent’anni fa, la rivista cinese Strategy and Management fu presumibilmente chiusa dopo aver pubblicato un articolo che suggeriva la possibilità di un’invasione cinese della Corea del Nord. All’epoca, i negoziati a sei sulla Corea del Nord incontravano resistenza a Pyongyang.

L’idea, mai resa pubblica, circola a Pechino da decenni. Un’invasione di Taiwan è quasi impossibile; un’invasione terrestre della Corea del Nord, specialmente se sostenuta dal sud, sarebbe una proposta molto più agevole. Il programma nucleare nordcoreano potrebbe essere diretto contro la Cina tanto quanto contro i nemici occidentali.

Le voci sulla possibile morte di Kim nel 2020, all’inizio della crisi del Covid, potrebbero essere state collegate a una brusca tensione tra Cina e Corea del Nord.

Sarebbe impossibile districare tutti i problemi della Cina con la Corea del Nord, soprattutto considerando che negli ultimi 25 anni la situazione si è assai complicata. Ma qualcuno di essi potrebbe certamente essere alleviato.

Col senno di poi, si potrebbe dire che Stalin tese alla Cina una trappola impossibile con la Corea del Nord, e che quella trappola è stata nuovamente sfruttata dal presidente russo Vladimir Putin. Per uscirne, Xi potrebbe aver bisogno di una mentalità diversa.

Circa ottant’anni fa, Mao fu tenuto praticamente prigioniero a Mosca, incerto se avrebbe mai fatto ritorno. Stalin, che aveva dato a Mao la vittoria sostenendolo in Manciuria quando era sull’orlo dell’annientamento, era pronto a sostituirlo con un leader più malleabile. Oggi Xi si trova in una posizione più solida rispetto a Russia e Corea del Nord.

(Articolo pubblicato su Appia Institute)

L’IA può davvero battere il petrolio? Il doppio binario che divide i mercati globali

7 June 2026 at 14:07

Può l’Intelligenza artificiale superale il petrolio? È questa la domanda a cui i mercati stanno cercando di rispondere nell’ultimo periodo. Il petrolio è in rialzo, mentre si affievoliscono le speranze di un accordo duraturo tra Stati Uniti e Iran. La Bce avverte che le aspettative di inflazione potrebbero perdere il loro ancoraggio. Eppure i titoli legati all’Intelligenza artificiale continuano a salire, le azioni dei mercati emergenti stanno raggiungendo livelli record e i capitali continuano ad affluire verso chip, data center, robotica e infrastrutture fisiche per l’intelligenza artificiale.

Il mercato non sta più scegliendo tra geopolitica e tecnologia. Sta valutando entrambi contemporaneamente.

Il petrolio diventa il nuovo rischio di inflazione

L’aumento dei prezzi del greggio non è più solo una questione energetica. Sta diventando una questione di politica monetaria. Ogni dollaro in più del petrolio aumenta la pressione sull’inflazione, sui margini e sulle banche centrali.

L’Europa di fronte a un nuovo dilemma politico

La Bce potrebbe essere costretta a trovare un equilibrio tra una crescita più debole e un’inflazione più elevata. Per l’Europa, questa sta diventando una prova di resilienza, non semplicemente una prova di politica monetaria.

Il superciclo dell’IA rimane intatto

Il rally storico dei titoli del settore dei chip e lo slancio generato dal Computex confermano che gli investitori continuano a considerare le infrastrutture di IA come il motore di crescita più importante al mondo.

L’IA fisica è il prossimo settore su cui puntare

LG, Dell, la robotica, l’edge computing e SpaceX puntano tutti nella stessa direzione: l’IA si sta spostando dai data center all’economia fisica.

Il capitale sta migrando verso asset strategici

L’acquisizione nel settore immobiliare da parte di Berkshire, gli investimenti nell’IA di SoftBank e la potenziale IPO di SpaceX riflettono tutti la stessa tendenza: gli investitori stanno acquistando asset strategici e scarsi che possono generare rendimenti composti nel prossimo decennio.

Il pattern nascosto

Il mondo si sta dividendo in due economie: una è guidata dal petrolio, dall’inflazione e dalle tensioni geopolitiche; l’altra è guidata dall’Intelligenza artificiale, dalla potenza di calcolo e dall’innovazione accelerata. I vincitori saranno coloro che saranno in grado di operare contemporaneamente in entrambi i mondi.

Conclusioni

I mercati stanno inviando un messaggio chiaro: il costo dell’energia sta aumentando. Il valore dell’intelligenza sta aumentando ancora più rapidamente.

La domanda fondamentale per gli investimenti del prossimo decennio non è più se l’IA sia una bolla. È se l’IA possa crescere abbastanza rapidamente da compensare un mondo che sta diventando strutturalmente più costoso, frammentato e instabile.

Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas

7 June 2026 at 13:37

L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.

Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.

La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.

La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.

Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, Caritas in veritate, 2009).

Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella Rerum novarum e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della Magnifica humanitas.

Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).

La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).

Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.

Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “Promoting advanced Artificial Innovation and Security” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (Ex. Ord. 2 giugno).

Cosa sarà Spazio Pubblico, il movimento fondato da Pina Picierno

7 June 2026 at 11:05

“Da oggi nasce Spazio Pubblico: un movimento aperto, europeista, democratico”. Lo aveva anticipato nell’intervista in cui annunciava l’addio al Partito democratico, e così questa mattina Pina Picierno ha lanciato “non una corrente”, scrive sul suo profilo X, ma “uno spazio per tutti quelli che credono ancora che libertà, diritti e giustizia sociale siano il futuro, non il passato”.

La proposta è, spiega l’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo, “seria, riformista e pragmatica”, rivolta a “chi produce, chi investe, chi innova, chi crea lavoro. Per chi vuole un’Europa libera, forte, giusta e un’Italia che non sia condannata alla perpetua irrilevanza”.

Lo specifica anche dalle pagine del Corriere della Sera, cosa sarà Spazio Pubblico: “L’Italia non può continuare a vivere di sussidi, bonus e rendite di posizione”, un riferimento non troppo indiretto alle politiche cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, come il reddito di cittadinanza. “Dobbiamo liberare le energie produttive del Paese, abbattendo corporazioni, burocrazia e privilegi che frenano l’Italia”, dice Picierno al Corriere.

La collocazione europea, chiarisce, sarà la famiglia politica di Macron, Jetten, Kallas e Zelensky. “Aderisco al Partito democratico europeo, fondato tra gli altri da Romano Prodi, e a Renew Europe, due soggetti che lavorano per la costruzione dell’Europa federale e di un’alternativa pragmatica alle destre sovraniste e ai populismi. Per chi considera l’integrazione europea uno strumento di libertà, prosperità e sicurezza”.

E poi la difesa europea, uno dei pilastri su cui Picierno ha concentrato i suoi sforzi da eurodeputata dem, su cui continuerà a spendersi anche ora. “Le società europee hanno bisogno contemporaneamente di sicurezza, crescita e welfare”, spiega ancora al Corriere. “L’Europa deve dotarsi di una sua autonomia in materia di difesa comune, di energia e di materie prime. È indispensabile ragionare di sovranità digitale e avere una strategia comune sulla competitività. Ignorare le domande e le sfide a cui ci chiama questo tempo significa ingannare i cittadini”.

“Spazio Pubblico nasce per unire i liberi e i forti, per riunire coloro che lottano contro i populismi, le oligarchie e i profeti di sventura”, conclude Picierno nel suo messaggio su X. “Adesso tocca davvero a noi”.

Perché Trump vuole far entrare gli americani nel capitale dei colossi IA

7 June 2026 at 10:19

Elemento di comunanza di vedute apparente o reale convergenza di opinioni. Donald Trump e Bernie Sanders sembrano d’accordo su un punto: l’idea che una parte della ricchezza generata dall’Intelligenza artificiale debba tornare direttamente ai cittadini americani. Non attraverso un nuovo schema regolatorio, almeno per ora, ma con una partecipazione pubblica nelle grandi società del settore.

Secondo Axios, il presidente americano ha aperto alla possibilità che gli Stati Uniti acquisiscano una piccola quota nei giganti dell’IA, così da consentire alla popolazione di condividere il potenziale rialzo di aziende destinate, nelle attese degli investitori, a valutazioni nell’ordine dei trilioni di dollari. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha descritto il modello come una sorta di “partnership” tra le società tecnologiche e il pubblico americano. Una formula che richiama al tentativo di legare il consenso verso l’IA alla redistribuzione di una parte dei suoi benefici finanziari.

Già OpenAI, Anthropic e SpaceX sono da tempo al centro delle attese di Wall Street per possibili quotazioni o operazioni di mercato di grandi dimensioni. E l’amministrazione americana guarda alla possibilità di costruire un meccanismo attraverso cui i cittadini possano partecipare al valore creato dalle imprese che stanno guidando la corsa tecnologica. Ecco perché Trump ha detto che il suo team sonderà la possibilità di una partecipazione statunitense nelle aziende dell’AI, mentre la Casa Bianca continua a cercare un equilibrio tra sostegno industriale, controllo strategico e gestione degli effetti sociali della nuova tecnologia.

Le idee

Il tema arriva ma non nasce alla Casa Bianca. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha spinto negli ultimi mesi per un “AI New Deal”, portando l’idea anche nei colloqui con esponenti dell’amministrazione e del Congresso. E, sul versante politico opposto, Sanders ha rilanciato il dossier con la proposta – più radicale – di un fondo sovrano alimentato da una tassa una tantum del 50% sulle azioni delle principali società americane dell’intelligenza artificiale. Proposta che affonda le sue radici nell’idea che la ricchezza prodotta dall’AI non deriverebbe sì dal capitale privato, ma soprattutto dal sapere collettivo, dai dati e dalle infrastrutture sociali su cui i modelli sono stati costruiti. Per questo, sostiene Sanders, una quota rilevante dovrebbe tornare alla collettività.

L’Industria

L’industria, naturalmente, guarda a un’ipotesi molto meno onerosa. Secondo Axios, tra i sostenitori più pragmatici dell’idea si ragiona su quote comprese tra l’1% e il 5%, da conferire a un fondo pubblico o a uno schema analogo. Una differenza sostanziale rispetto al modello Sanders, ma sufficiente riconoscere che la legittimazione sociale dell’IA passerà anche dalla distribuzione dei suoi dividendi. Anche perché trasformare i cittadini in beneficiari diretti della crescita dell’IA  potrebbe diventare uno strumento di consenso. In poche parole, se gli americani parteciperanno al successo economico della tecnologia, saranno più inclini ad accettarla.

L’amministrazione Trump ha già sperimentato, in settori ritenuti critici, un approccio più interventista rispetto al tradizionale modello dei sussidi. L’accordo con Intel, che ha previsto un investimento pubblico in azioni ordinarie del gruppo, è stato presentato come parte della strategia per rafforzare la capacità americana nei semiconduttori. Applicare una logica simile all’intelligenza artificiale significherebbe spostare ulteriormente il confine tra politica industriale, sicurezza nazionale e mercato.

Washington guarda anche a Pechino. Trump ha legato la proposta alla necessità di mantenere il vantaggio americano sull’IA rispetto alla Cina. Una partecipazione pubblica nei campioni tecnologici nazionali potrebbe essere letta, in questa prospettiva, come un modo per consolidare l’ecosistema industriale statunitense e presentare la corsa all’intelligenza artificiale non solo come una competizione tra imprese, ma come un progetto nazionale.

Libano, Gaza, Hormuz, vi spiego la nuova geografia dell’instabilità mediorientale. Conversazione con Dentice

7 June 2026 at 10:10

“Il tratto distintivo dell’attuale scenario mediorientale è la crescente interconnessione tra i diversi teatri di crisi”. Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio Mediterraneo (OsMed) dell’Istituto Studi Strategici San Pio V, sintetizza così una dinamica che negli ultimi mesi è diventata sempre più evidente. Dal Libano a Gaza, passando per il confronto tra Stati Uniti e Iran e per la sicurezza dello Stretto di Hormuz, le principali tensioni della regione non possono più essere lette come dossier separati. Al contrario, si alimentano reciprocamente, trasformando ogni crisi locale in una potenziale variabile dell’equilibrio regionale.

Secondo Dentice, il conflitto di Gaza, la guerra in Libano, il dossier nucleare iraniano e la competizione per il controllo delle rotte energetiche del Golfo rappresentano oggi le diverse manifestazioni di un’unica poli-crisi strategica. Un’escalation a Beirut può incidere sui negoziati tra Washington e Teheran; una crisi nello Stretto di Hormuz può produrre conseguenze sul Mar Rosso e sulle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. È proprio questa crescente interdipendenza a rendere il quadro mediorientale più complesso e meno prevedibile.

Il Libano resta uno degli epicentri di questa fase. Il rinnovo della tregua ha evitato una nuova escalation immediata, ma non ha affrontato le questioni che continuano ad alimentare il confronto. Hezbollah ha respinto una nuova proposta di cessate il fuoco mediata dagli Stati Uniti, ribadendo che qualsiasi accordo potrà essere preso in considerazione soltanto dopo il completo ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale.

“La presenza militare israeliana nel sud del Paese viene percepita non come una misura temporanea di sicurezza, ma come un tentativo di modificare in modo permanente gli equilibri territoriali e strategici lungo il confine settentrionale di Israele”, osserva Dentice.

Nel frattempo, il governo di Beirut continua a rivendicare il diritto esclusivo a esercitare la sovranità sul territorio nazionale attraverso le Forze armate libanesi. Tuttavia, la debolezza delle istituzioni statali e il peso politico-militare acquisito da Hezbollah nel corso degli anni rendono difficile il ripristino di un effettivo monopolio della forza. Il risultato è un equilibrio precario tra uno Stato che cerca di riaffermare la propria autorità, un movimento sciita che non intende rinunciare al proprio ruolo di deterrenza e Israele, che continua a considerare Hezbollah una minaccia strategica di primissimo piano.

Le tensioni si sono ulteriormente aggravate dopo la nuova intensificazione delle operazioni israeliane nel Libano meridionale e dei raid contro Beirut. L’avanzata oltre il Litani e i nuovi ordini di evacuazione hanno rafforzato, secondo l’analista, il timore diffuso nel mondo arabo che Israele, mentre lavora per indebolire Hezbollah, punti anche a consolidare una fascia di sicurezza permanente nel sud del Paese.

Questa dinamica si intreccia sempre più strettamente con il confronto tra Stati Uniti e Iran. Le trattative tra Washington e Teheran risultano sostanzialmente bloccate e il quadro appare più deteriorato rispetto ai mesi precedenti. Sul tavolo restano il programma nucleare iraniano, il regime sanzionatorio, la presenza militare americana nel Golfo, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e il ruolo regionale di Israele. Ma negli ultimi mesi il dossier iraniano ha assunto una dimensione più ampia.

“Non si tratta più soltanto di nucleare o di sanzioni economiche. È in corso una ridefinizione complessiva degli equilibri di sicurezza regionali”, spiega Dentice.

La decisione di Teheran di interrompere i colloqui indiretti con Washington e di collegare la questione di Hormuz all’evoluzione del confronto in Libano conferma, secondo l’analista, la volontà iraniana di integrare il sostegno a Hezbollah all’interno della propria strategia di deterrenza e negoziazione.

Anche nel Golfo il livello di tensione resta elevato. Le operazioni militari statunitensi contro obiettivi iraniani nell’area di Hormuz e le successive risposte di Teheran contro infrastrutture e basi americane in Bahrain e Kuwait mostrano come il confronto continui a muoversi lungo una linea sottile. Nessuna delle parti sembra interessata a una guerra aperta su larga scala, ma il rischio di incidenti e di un progressivo allargamento dello scontro rimane concreto.

In questo contesto, Washington continua a mantenere una posizione rigida. L’amministrazione americana considera il dossier nucleare, il sistema delle sanzioni e il comportamento regionale dell’Iran come elementi inscindibili di qualsiasi futuro accordo. Parallelamente, all’interno degli Stati Uniti emergono segnali di crescente cautela rispetto all’ipotesi di un coinvolgimento diretto in un conflitto con Teheran, alimentati dal timore di una progressiva regionalizzazione della crisi.

Se il Libano rappresenta uno dei fronti più instabili e il Golfo uno dei più sensibili, Gaza continua a essere il teatro umanamente e politicamente più problematico. A quasi due anni dall’inizio della guerra, Israele ha consolidato il controllo diretto di una parte significativa della Striscia e le indicazioni provenienti dal governo israeliano sembrano orientate verso un’ulteriore estensione della presenza sul territorio.

“Ciò che emerge è una progressiva trasformazione del conflitto: da operazione militare finalizzata alla neutralizzazione di Hamas a una forma di controllo territoriale sempre più estesa e potenzialmente permanente”, osserva Dentice.

Il problema, sottolinea l’analista, va oltre la dimensione militare: al momento non esiste alcun consenso internazionale sulla governance della Striscia nel dopoguerra e nessun attore appare realmente in grado di colmare il vuoto politico che rischia di consolidarsi.

Meno visibile ma non meno rilevante resta la situazione in Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani, l’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese e il deterioramento delle condizioni di sicurezza continuano a erodere le basi di una futura soluzione politica. Una crisi che procede lontano dai riflettori ma che contribuisce ad alimentare radicalizzazione e sfiducia reciproca.

Nel complesso, la fotografia scattata da Dentice restituisce l’immagine di una regione entrata in una nuova fase, caratterizzata dalla sovrapposizione dei conflitti e dall’assenza di soluzioni politiche condivise. “Le tregue attualmente in vigore restano fragili, tattiche e reversibili”, conclude l’analista. Le questioni che alimentano le tensioni — dalla sicurezza di Israele al ruolo regionale dell’Iran, dalla sovranità del Libano alla questione palestinese — rimangono infatti sostanzialmente irrisolte.

Più che verso una de-escalation strutturale, il Medio Oriente sembra quindi avviato verso una gestione permanente delle crisi. E in un sistema regionale dove ogni fronte influenza gli altri, il rischio principale non è soltanto una nuova esplosione di violenza, ma l’allargamento progressivo di un confronto che ha già superato da tempo i confini dei singoli teatri di guerra.

Dc, non ci sono eredi ma c’è una eredità. La riflessione di Merlo

7 June 2026 at 09:59

Spesso si discute sulla concreta eredità politica di un leader di partito o, ancora di più, su quella di un intero partito. Eredità che molti comicamente si intestano senza rendersi conto di fare un’operazione ridicola. E cioè, non esistono quasi mai – salvo rarissime eccezioni – eredità politiche dirette ed oggettive. Semmai, al più, esistono persone e mondi che si rifanno ad un sistema di valori, ad una cultura politica, ad un magistero di un leader o statista e che cercano, seppur legittimamente, di interpretarne le linee di fondo.

Ora, per essere chiari ed entrare nello specifico, non c’è una persona, una componente politica, men che meno un partito o un’associazione che possa ritenersi a tutti gli effetti l’erede ufficiale – o anche solo ufficioso – dell’enorme e sterminato patrimonio politico e culturale della Democrazia Cristiana.

Lo dico perchè dopo una lunga stagione in cui abbondavano come ciliegie coloro che ritenevano la Dc sostanzialmente una sorta di associazione a delinquere o, nel migliore dei casi, un partito che praticava un sistematico e violento sistema clientelare se non addirittura mafioso per difendere il suo potere nella società italiana e nelle istituzioni, negli ultimi tempi assistiamo, sempre da parte di questi storici ed incalliti detrattori, ad una riabilitazione postuma dopo anni di dichiarata criminalizzazione politica esercitata nei confronti di un partito e della sua classe dirigente. Verrebbe quasi da dire, usando un linguaggio curiale, che ci troviamo di fronte ad una sorta di “vocazione adulta” e anche tardiva.

E, per essere ancora più precisi, e al di là del comportamento di questi storici ed incalliti insultatori di professione – appartenenti quasi tutti alle forze di sinistra, ai movimenti populisti e anche a segmenti consistenti dei partiti di destra – quello che vale la pena ricordare è una sola riflessione. E cioè, quando si parla tutt’oggi della Dc – e molti, lo ripeto, adesso ne parlano in termini di quasi beatificazione – si può, al massimo, tollerare chi cerca, seppur in mezzo a molte difficoltà strutturali ed oggettive, di rifarsi alla lezione e al magistero di singoli leader e statisti della Democrazia Cristiana.

Certo, non possiamo non aggiungere che questa operazione è possibile, nonchè credibile, se viene condotta da tutti coloro che storicamente, o attualmente, si riconoscono in quel patrimonio culturale, valoriale, ideale, politico e progettuale. Coloro che, invece, si limitano a rivalutare se non addirittura ad esaltare una esperienza politica dopo averla scientificamente demonizzata, criminalizzata, sfregiata e sistematicamente demolita, non solo non meritano alcuna attenzione ma, semmai, vanno contestati senza alcun ritegno perchè appartengono al girone degli ipocriti e degli avvoltoi.

È compito, cioè, di chi continua ad appartenere a quella comunità culturale riproporre e conservare, seppur in forma aggiornata e contemporanea, le linee di fondo di quella straordinaria cultura politica. Ognuno seguendo la sua personale sensibilità nei confronti di questo o quel leader politico interpreti, comunque sia, di un filone di pensiero e di una precisa e determinata cultura politica.

Non quindi gestire impossibili ed impraticabili eredità a livello personale o di gruppo ma, semmai, farsi carico di interpretare la lezione e il magistero dei grandi leader e statisti democristiani che hanno contribuito con la loro concreta azione politca, culturale e legislativa a declinare il pensiero, la tradizione e la visione del cattolicesimo politico italiano nelle dinamiche della nostra vita pubblica. Cioè del pensiero cattolico democratico, cattolico popolare e cattolico sociale. Un’operazione che si può e si deve fare con umiltà, dedizione, coerenza, coraggio e determinazione anche e soprattutto nell’attuale cittadella politica italiana.

Pressione fiscale, meno slogan e più serietà. Scrive Polillo

7 June 2026 at 09:05

“Che bisogna fare per campare!”: dice una vecchia espressione che risale alla lingua latina. Dove “campare” deriva da “campus”. Un idea di salvezza o di sostentamento. E di quest’ultima espressione si nutre ora la politica, alla continua ricerca di qualsiasi cosa possa giustificare la propria esistenza in vita. Peccato che, a volte, si vada oltre. L’individuazione di una possibile via di fuga porta, in alcuni casi, alla confusione, all’imbroglio, o alla bugia. Bugie che, com’è noto, hanno spesso le gambe corte.

Ad andare in scena questa volta è stata la levata di scudi contro il governo Meloni, responsabile di aver aumentato la pressione fiscale. In ogni talk show, in ogni dichiarazione ufficiale o meno, dentro o fuori il Parlamento, l’accusa rimbomba come “un colpo di un cannone” avrebbe detto Don Basilio, nella celebre aria, del Barbiere di Siviglia di Rossini (“La calunnia è un venticello”). Nel 2025 la pressione fiscale è aumentata dal 42,4 al 43.1%. Orrore! Il che è indubbiamente vero. Ma allora in cosa consisterebbe la nostra reprimenda?

Nel fatto che i dati Istat vanno correttamente analizzati, senza fermarsi alla pagina di copertina, perché l’approfondimento potrebbe riservare sorprese interessanti. Non è chiedere troppo a un’opposizione che dovrebbe rimostrare tutta la sua responsabilità nei confronti dell’Italia. E quindi non contribuire ad alimentare fenomeni di allarmismo. Nel 2023 (imposte decise l’anno prima e quindi fuori dalla portata del governo, entrato in carica 22 ottobre del 2022) il carico fiscale complessivo, secondo i dati Istat, era aumentato di 50,799 miliardi. L’anno successivo di una cifra leggermente minore, pari a 50,111. Ma lo scorso anno solo (si fa per dire) di 30,404. Con una flessione pari al 22 per cento.

Troppo poco si dirà. Possiamo anche essere d’accordo. Ma allora è questo che bisogna dire. Nonostante la riduzione in termini di cassa, in Italia, il carico fiscale è ancora troppo elevato. Ma si può sostenere questa tesi e, al tempo stesso, battersi per la patrimoniale? Imposta che del resto già esiste nell’ordinamento fiscale italiano. Si dice, ma la ricchezza, in Italia, è troppo mal distribuita. Anche questo è vero. Ma da dove deriva quel patrimonio? È stato frutto di una precedente e reiterata evasione fiscale? In questo caso bisogna intervenire e colpire chi ha trasgredito. Ma se quell’accumulo fosse solo il frutto della propria capacità di stare sul mercato, e degli utili accumulati dopo aver pagato le tasse, ogni azione sconfinerebbe in una sorta di “esproprio proletario”. Il che piega come mai sparare nel mucchio, ricorrendo ad una sorta di decimazione fiscale, non è consentito.

Ma perché – si sostiene – non chiedere a chi ha tanto di dare un minimo a favore dei più fragili? Richiesta più che giustificata, ma ad una condizione: che non si trasformi in un obbligo giuridico. Contrario, com’è, a qualsiasi etica pubblica. Non si dimentichi che, in Europa, vige “il principio del legittimo affidamento”. Vale a dire la tutela di quel cittadino o di quella impresa che, basandosi sul rispetto della legge, non può essere colpita da successive modifiche normative in grado di ledere i propri interessi. Civiltà giuridica docet.

E allora? Per favore un po’ di serietà. Lo scorso anno, per confutare le critiche dei più animosi, le imposte dirette (sempre secondo l’Istat) sono diminuite di 2,482 miliardi; quelle indirette di 7,891, le imposte in c.capitale (redditi di capitale e patrimoniali) sono aumentate da 199 milioni a 1,295 miliardi: sette volte tanto. Una tassazione extra che ha colpito, con buona pace di Giuseppe Conte, soprattutto le banche e le grandi aziende che operano nei settori dell’energia.

Oltre il 70% del maggior carico fiscale, rispetto all’anno precedente, (27,736 miliardi di euro) deriva invece dai maggiori contributi sociali versati (effettivi e figurativi) che, a loro volta, non sono altro che la conseguenza della maggiore occupazione. Certo una parte della sinistra avrebbe preferito una maggiore estensione del reddito di cittadinanza rispetto a un ingresso così massiccio sul mercato del lavoro. Ma, per fortuna, le scelte dei diretti interessati sono state diverse.

Il bivio latinoamericano: diritti o risultati? Le radici politiche dell’ascesa illiberale secondo Malamud

7 June 2026 at 08:34

L’illiberalismo dell’America Latina non riguarda l’ideologia, ma la sopravvivenza. Quando le democrazie non riescono a fermare la violenza delle gang o la corruzione, gli elettori iniziano a considerare i diritti fondamentali come un lusso e le istituzioni diventano, nella migliore delle ipotesi, un peso, nel peggiore dei casi complici. Anche il Cile, da tempo considerato un modello di riforma democratica graduale, ha rifiutato prima una costituzione progressista e poi una conservatrice, con gli analisti che attribuivano la reazione a un eccesso di potere delle élite. In Paesi come Perù e Guatemala, la frammentazione politica ha permesso quello che Paolo Sosa-Villagarcia e Moisés Arce chiamano “autoritarismo legislativo” dove il legislatore, piuttosto che l’esecutivo, governa attraverso negoziati tra élite e cattura dello Stato invece di rispettare la volontà del popolo. Questi regimi mantengono una facciata liberale, non si manifesta un eccesso di potere esecutivo, ma la legittimità democratica ne soffre comunque.

D’altra parte i leader riformisti ambiziosi hanno adottato tattiche populiste, utilizzando la legittimità popolare per aggirare i controlli istituzionali. La riforma della magistratura in Messico, ad esempio, è stata controversa perché rischiava di ridurre l’indipendenza giudiziaria, ma è stata presentata come democratizzazione. Sebbene retoricamente progressiste, queste mosse rischiano di svuotare le garanzie liberali in nome dell’urgenza democratica. Questi modelli evidenziano la lotta perenne della regione per allineare la governance liberale alla legittimità democratica. Le democrazie che si sono dimostrate abbastanza resilienti da resistere alle crisi, come Argentina e Brasile, lo hanno fatto attraverso barriere istituzionali che salvaguardano i processi elettorali e ristabiliscono l’equilibrio politico. Questi contrappesi, specialmente nei periodi di polarizzazione, sono fondamentali. Dimostrano che la resilienza istituzionale, pur essendo fragile, non è inutile.

Gli elettori sostengono i leader illiberali per quattro motivi. Innanzitutto, scelgono i risultati invece dei diritti. Quando la democrazia liberale non riesce a mantenere le promesse, gli elettori puniscono i governanti e favoriscono soluzioni che funzionano, indipendentemente dai costi. In secondo luogo, le persone tendono a preferire narrazioni semplificate. I populisti indicano nemici concreti piuttosto che cause astratte e promettono soluzioni nette invece che compromessi. In terzo luogo, il divario tra il popolo e le élite si è ampliato. Alcune élite liberali hanno sviluppato un atteggiamento moralista che l’elettore medio considera paternalista o minaccioso. In quarto luogo è emerso un contraccolpo culturale. Alla presunzione morale delle élite si è accompagnata l’imposizione di valori progressisti che molte persone comuni percepiscono come estranei alla tradizione. Questa non è una storia unicamente americana o latino-americana. È globale. E a meno che le democrazie liberali non diventino più empatiche e reattive – cioè meno oligarchiche – i candidati illiberali continueranno a vincere le elezioni, a volte con maggioranze schiaccianti. Questo rende la ricostruzione della legittimità democratica non solo un imperativo morale, ma una necessità strategica.

Per sopravvivere la democrazia liberale deve produrre risultati, non solo predicare. Le lezioni dell’America Latina sembrano chiare: la stabilità del Costa Rica si basa su tribunali anticorruzione che funzionano; gli strumenti digitali dell’Uruguay e i referendum attivati da parte popolare permettono ai cittadini di influenzare le politiche, non solo di protestare. Ancora più importante, le élite di entrambi i Paesi – come l’emblematico José “Pepe” Mujica – condividono lo stile di vita delle masse. Empatia e prossimità non sono concetti demagogici, ma costruttori di fiducia. Le riforme della regione devono affrontare sia i bisogni materiali sia simbolici, combinando giustizia e ripresa economica invece di limitarsi a compromessi legalistici. Quando la democrazia diventa una prerogativa delle élite, tradisce la sua natura primordiale: essere un governo del popolo. E quando diventa un rituale di elezioni senza consegna, vanifica il suo scopo ultimo: un governo per il popolo. Diritti e risultati non sono opposti, ma prerequisiti reciproci. Senza di essi, gli elettori continueranno a scegliere caudillos che promettono sicurezza rispetto alle tutele e che scambiano pesi ed equilibri con l’“efficienza da uomo forte”. La lezione è chiara: la democrazia senza liberalismo è pericolosa, ma il liberalismo senza democrazia è insostenibile. Per preservare entrambi, bisogna ricostruire il ponte che un tempo li teneva uniti: la fiducia con gli elettori al centro.

L’equilibrio richiesto non è solo istituzionale, ma simbolico e materiale. I cittadini devono credere sia nei propri diritti individuali sia nel loro potere collettivo di plasmare la governance. A loro volta, i leader devono servire i cittadini migliorando le loro condizioni di vita, attraverso una prosperità condivisa e la dignità sociale . Il rispetto è il primo mandato della comunità e la condizione che legittima l’autorità. Il secondo mandato è il pane quotidiano. Il liberalismo deve dimostrare di poter ridurre criminalità e corruzione e riaccendere la crescita economica, non solo proteggere le procedure. Altrimenti, gli elettori continueranno a scambiare diritti per risultati, e l’esperimento della democrazia dell’umanità continuerà a essere in bilico.

Formiche 225

Se l’IA indebolisce il nostro arsenale intellettuale

7 June 2026 at 08:07

Non sappiamo più fare a meno dell’IA?

Facendo un giro sui social – tra gli articoli stampati su carta di qualche raro (distratto) giornalista, tra le testate online e, in particolar modo, tra i post dei cosiddetti esperti su Linkedin – è ormai facile trovare contenuti scritti, in parte o interamente, per mano dell’intelligenza artificiale.

Sembra infatti sempre più raro, se non anacronistico, trovare chi, di fronte all’esigenza di essere rapidi, di coprire l’argomento nel minor tempo possibile, sia disposto a perdere minuti in più per scrivere di sana pianta, con le proprie parole e il proprio spirito critico, un post, un articolo, un’analisi o un ragionamento.

Che l’IA possa causare danni all’intelletto o ritardare lo sviluppo di funzioni cerebrali non è stato ancora scientificamente accertato; quello che certo è che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come alternativa al proprio lavoro intellettuale rappresenti, alla lunga, una forma di debito cognitivo capace di coinvolgere memoria, vocabolario e linguaggio, spirito critico e acume analitico.

Ma è solamente nostra responsabilità? La necessità di produrre contenuti, a discapito della qualità di questi, rappresenta senza dubbio un primo fattore che spinge chiunque debba scrivere un post, un’analisi o un articolo ad affidarsi alla rapidità dei nostri colleghi artificiali. Ma a che prezzo? Contenuti tutti più o meno simili, nei quali le capacità di reporting dei sistemi di intelligenza artificiale prevalgono sulle qualità intrinseche di chi svolge un lavoro intellettuale: il ragionamento, la capacità di unire i puntini, di riportare gli avvenimenti in una chiave di lettura differente, di caratterizzare i testi – dal post all’analisi geopolitica o politica – con il proprio bagaglio culturale, con la propria capacità di visione.

E così troviamo, anche nei post di coloro che solitamente tengono seminari, lezioni, conferenze sull’utilizzo dell’IA o sulla guerra cognitiva in corso, contenuti simili, nei quali è sempre presente uno “scenario o quadro più ampio”, nei quali “x non è solo x, ma anche y” e gli avvenimenti si collocano sempre più spesso “in un’epoca segnata da…”, o dove è facile leggere formule come “è proprio questo il punto”.

Le conseguenze

Oltre alla produzione di contenuti simili e mai davvero pienamente “propri”, occorre sottolineare due punti ai quali forse non si pone la giusta attenzione.

Primo: la dialettica hegeliana del servo-padrone. Siamo abituati ad adoperare questi strumenti come ausilio, come aiuto, con l’errata convinzione di poter essere sempre e comunque capaci di esercitare le nostre funzioni cognitive quanto e quando vogliamo. Peccato che non sia così. E man mano, utilizzo dopo utilizzo, diveniamo dipendenti dallo strumento che credevamo di governare, che nel frattempo plasma le nostre percezioni, prima, le nostre opinioni, poi. E quelle di chi legge.

Il debito cognitivo che causa l’eccessivo utilizzo dell’IA indebolisce, uso dopo uso, la nostra capacità di ragionare, di applicare coscienza storica e letture critiche, di cogliere l’eccezionalità di alcuni eventi o, semplicemente, di analizzarli per conto nostro. Ancora, l’eccessivo utilizzo di IA riduce la qualità e la durata della nostra attenzione. E, come ultimo e più importante, erode la conoscenza, selezionando le informazioni al nostro posto e impattando negativamente sul pensiero critico di studenti e professionisti.

Secondo: il conflitto cognitivo. Disinformazione e manipolazione delle percezioni sono, in quanto minacce ibride, “suscettibili di essere moltiplicate dall’evoluzione dello spazio cibernetico e dell’ambiente mediatico”. Se un modello linguistico (Llm) viene avvelenato con contenuti falsi o parzialmente corrotti o se l’IA seleziona una delle molte informazioni non veritiere presenti sul web, allora il contenuto da lei prodotto sarà, di conseguenza, viziato, manipolato.

E questo contenuto contribuirà a plasmare le percezioni di chi lo legge e di chi lo “scrive”, contribuendo all’inquinamento dell’ecosistema informativo e, ancora, impattando sulla capacità collettiva di difendersi dagli attacchi cognitivi ai quali siamo, tutti, quotidianamente sottoposti.

Senza ombra di dubbio gli strumenti dell’IA sono utili, a volte più che necessari, perché capaci di valutare una mastodontica mole di informazioni in pochi attimi o perché capaci di riassumere, scrivere, progettare video e immagini, il tutto quasi istantaneamente.

Ma è anche vero che delegare qualcuno o qualcosa, chiedendogli di pensare e scrivere al nostro posto, significa rinunciare a pensare con la propria testa, scegliendo la rapidità rispetto alla qualità e la comodità rispetto alla responsabilità.

Quale responsabilità? Quella di rispondere con la nostra testa alla disinformazione e agli attacchi cognitivi che ci circondano, rimanendo presenti, vigili, consapevoli. E rifiutandosi di svuotare l’unico arsenale che possiamo tutti avere, quello intellettuale.

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