Normal view

La statuetta di Salis, il pony di Biancofiore, lo sbuffo di D’Alema. Queste le avete viste?

5 June 2026 at 16:21

In quanti possono dire di avere una riproduzione di sé stessi sotto forma di statuetta? Può certamente farlo la sindaca di Genova Silvia Salis che a Bari al festival “Women and The City” ha sfoggiato la sua riproduzione in miniatura con tanto di fascia tricolore.

E di tricolori se ne sono visti tanti, negli scorsi giorni, per le celebrazioni della Festa della Repubblica al suo ottantesimo anniversario. Parata ai Fori Imperiali e concerto al Quirinale, con le massime cariche istituzionali e molti protagonisti della politica di maggioranza e opposizione.

Ma c’è chi ha approfittato del ponte per baciare i pony in montagna o per mangiare del formaggio con aceto balsamico e chi ha presentato libri e fatto conferenze stampa.

Queste le avete viste?

Silvia Salis con una statua che la ritrae con la fascia tricolore alla giornata conclusiva del festival “Women and The City” (30/05/2026, Bari, Imagoeconomica)

 

Stefano Bonaccini mangia Parmigiano e aceto balsamico (01/06/2026, Instagram)

 

Michaela Biancofiore bacia un pony (01/06/2026, Alpe di Villandro, Instagram)

 

Guido Crosetto, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa, Sergio Mattarella, Lorenzo Fontana, Giovanni Amoroso alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Eugenia Roccella e Gilberto Pichetto Fratin alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Edmondo Cirielli e Matteo Piantedosi alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Giorgia Meloni alla parata per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Guido Crosetto al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Elly Schlein con un gruppo di scout al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Filippo Tortu e Giancarlo Giorgetti al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Titti Giovannoni e Renato Brunetta al concerto per la Festa della Repubblica (02/06/2026, Roma, Instagram)

 

Romano Prodi a Otto e Mezzo (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Massimo D’Alema al convegno “L’Italia e l’Europa nel disordine mondiale” (03/06/2026, Bari, Imagoeconomica)

 

Francesco Lollobrigida, Milly Carlucci, Gianmarco Mazzi, Fabrizio Zappi alla presentazione di “Campioni del mondo – Italia loves Unesco” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Giovanni Donzelli, Sara Kelany e Galeazzo Bignami alla conferenza stampa “Stop all’immigrazione irregolare: FdI presenta i numeri del governo Meloni su rimpatri e sbarchi” (03/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Matteo Salvini agli Stati Generali dell’Udc (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Luca Ciriani al Phygital Sustainability Expo (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Giuseppe Valditara a Cinque Minuti (04/06/2026, Roma, Imagoeconomica)

 

Elly Schlein e Maurizio Landini alla presentazione del libro “L’Italia che non arriva a fine mese” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

Roberto Vannacci alla conferenza stampa prima dell’evento “La mia Patria è un’idea” (04/06/2026, Roma, Umberto Pizzi)

 

DALL’ARCHIVIO

Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri al compleanno di Lino Jannuzzi (2003, Umberto Pizzi)

L’algoritmo e l’umanesimo. Perché il discorso del Nunzio Caccia a Washington parla al cuore del potere globale

5 June 2026 at 15:02

Oltre 400 tra responsabili politici, dirigenti del settore tecnologico, accademici e funzionari pubblici si sono riuniti a Washington il 3 giugno per la seconda edizione degli AI Honors organizzati dal Washington AI Network. Presentato come “l’unico gala in black tie della capitale americana dedicato all’intelligenza artificiale”, l’evento ha riunito esponenti del governo, dell’industria e del mondo della ricerca per premiare alcune delle personalità che stanno contribuendo a plasmare il futuro della tecnologia.

In questo contesto, la presenza dell’Arcivescovo Gabriele Caccia, da poche settimane Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, non è passata inosservata. La sua partecipazione ha richiamato un dato sempre più evidente: l’intelligenza artificiale non è più una discussione confinata ai laboratori di ricerca, alle aziende tecnologiche o alle agenzie governative. È diventata una questione che coinvolge un numero crescente di istituzioni interessate alle implicazioni sociali, culturali e umane del cambiamento tecnologico. Tra queste dinamiche, il Vaticano vuole avere il suo spazio.

Caccia ha utilizzato l’occasione per presentare una delle priorità emergenti del pontificato di Leone XIV: garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rimanga ancorato alla dignità della persona e orientato al bene comune.

Al centro del suo intervento vi era la “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV, pubblicata il 15 maggio scorso. Portare questo documento in una platea dominata da discussioni sull’innovazione, sulle politiche tecnologiche e sul futuro dell’intelligenza artificiale rappresenta un segnale della volontà della Santa Sede di partecipare a un dibattito che va assumendo una portata sempre più ampia e trasversale.

Uno dei temi nevralgici del suo discorso è stato il rapporto tra le grandi trasformazioni tecnologiche e le conseguenze che esse producono sul piano sociale ed etico. Richiamando l’eredità della Rerum Novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891 nel pieno delle trasformazioni della Rivoluzione Industriale, Caccia ha sottolineato alcuni parallelismi con le sfide poste oggi dall’intelligenza artificiale.

Se la Rivoluzione Industriale costrinse le società dell’epoca a confrontarsi con questioni legate al lavoro, al capitale e alla giustizia sociale, la rivoluzione dell’IA solleva nuovi interrogativi sul ruolo della persona, sulla responsabilità e sul rapporto tra uomo e tecnologia. In entrambi i casi, il punto centrale non è l’innovazione in sé, ma il modo in cui le società decidono di governarne gli effetti.

L’Arcivescovo ha inoltre evidenziato come l’intelligenza artificiale richieda il contributo di una pluralità di attori e non possa essere guidata da una sola categoria di esperti. “Questo stesso incontro rappresenta ciò che Papa Leone invoca nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas: un documento condiviso che coinvolge molti settori della società”, ha affermato Caccia. “Il futuro di questa tecnologia non può essere guidato da un solo ambito. Ha bisogno della scienza e della politica, dell’impresa e del servizio pubblico, dell’etica e della fede”.

Si tratta di un passaggio che spiega bene la presenza della Santa Sede in un appuntamento come gli AI Honors. Nella prospettiva vaticana, l’intelligenza artificiale è molto di più di una questione tecnologica: Oltretevere c’è la consapevolezza di quanto sia un tema che tocca la società nel suo insieme, con implicazioni che attraversano la politica, l’economia, l’istruzione, la cultura, le relazioni umane e i conflitti.

Per questo il messaggio di Caccia si è concentrato sui principi che dovrebbero accompagnarne lo sviluppo, spostandosi dalla miope, anacronistica critica al progresso tecnologico. “Fin dall’inizio e in ogni fase, lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale devono essere guidati dalla dignità della persona umana e dal bene comune della famiglia umana”, ha affermato.

Sono temi che negli ultimi anni hanno assunto un peso crescente nelle riflessioni della Santa Sede sulle tecnologie emergenti e che la Magnifica Humanitas sembra destinata a consolidare nel nuovo pontificato, cristallizzando l’AI come sfida totale del nostro secolo. L’enciclica rappresenta infatti un tentativo di affiancare alle discussioni sull’innovazione e sulle opportunità economiche una riflessione più ampia su etica, morale, responsabilità e sviluppo umano.

In un dibattito spesso dominato da considerazioni sulla competitività, sulla regolazione e sul vantaggio strategico, l’intervento di Caccia ha proposto una prospettiva diversa. Non una riflessione sulle capacità degli algoritmi o sulla potenza di calcolo, ma sulle finalità che dovrebbero guidarne l’impiego.

Il significato della sua presenza a Washington risiede nell’affermare la volontà della Chiesa di contribuire a una discussione destinata a influenzare sempre più la politica, l’economia e la vita pubblica. Portando il messaggio della Magnifica Humanitas a uno dei principali appuntamenti americani dedicati all’AI, Caccia ha segnalato che la Santa Sede intende essere parte di questa conversazione.

Guerra robotica con caratteristiche cinesi. Pechino mostra la sua AI militare

5 June 2026 at 15:01

Nel deserto della Mongolia Interna, tra veicoli corazzati, droni tattici e robot quadrupedi, la Cina ha offerto una delle rappresentazioni più concrete di ciò che i suoi strateghi definiscono intelligentized warfare. Durante le esercitazioni Steppe Partner 2026 con la Mongolia, soldati, sistemi autonomi ed elementi di comando assistiti dall’intelligenza artificiale hanno operato come parti di un unico ecosistema. Pechino sta cercando di dimostrare che l’integrazione tra uomini, macchine e algoritmi non appartiene più ai laboratori o alle fiere tecnologiche, ma sta entrando nella pianificazione operativa delle forze armate.

La dimostrazione arriva in una fase in cui l’Indo-Pacifico si sta rapidamente adattando alla trasformazione tecnologica del settore della difesa. Taiwan ha presentato nuove piattaforme robotiche per missioni di sorveglianza e supporto armato. Gli Stati Uniti continuano a rafforzare la propria architettura di deterrenza nella regione. Il Giappone accelera il dibattito sul riarmo. Il Vietnam amplia la cooperazione militare con Washington. La competizione non riguarda più soltanto flotte, missili e basi militari. Sempre più spesso riguarda la capacità di integrare sensori, software, robotica e sistemi decisionali.

La modernizzazione cinese produce effetti che vanno ben oltre il campo di battaglia. Un’inchiesta del New York Times ha descritto lo sviluppo, da parte di aziende legate all’apparato di sicurezza cinese, di sistemi di intelligenza artificiale progettati per analizzare enormi quantità di dati personali e identificare individui potenzialmente problematici dal punto di vista politico. Il passaggio più significativo è quello dalla sorveglianza alla previsione. L’obiettivo non sarebbe soltanto individuare un comportamento ritenuto rischioso, ma anticiparlo.

Una dinamica che conferma come l’AI possa diventare un’infrastruttura di potere capace di attraversare sicurezza interna, governance e pianificazione strategica. Le stesse tecnologie che promettono di coordinare sistemi autonomi sul campo di battaglia possono essere utilizzate per classificare, monitorare e interpretare il comportamento delle società.

Allo stesso tempo, la traiettoria cinese appare più complessa di quanto suggerisca la narrativa di una crescita guidata esclusivamente dallo Stato. Secondo un’analisi pubblicata da War on the Rocks, dietro l’ascesa di aziende come DeepSeek, Alibaba o ByteDance esiste una competizione estremamente aggressiva tra imprese, governi provinciali e centri di ricerca. In Cina esiste persino un termine per descrivere questa dinamica: neijuan, una forma di competizione permanente che spinge gli attori economici a innovare sempre più rapidamente. Pechino continua a orientare il settore, ma spesso si trova anche a incorporare innovazioni generate da un ecosistema che evolve con velocità propria.

È su questo sfondo che assume rilievo l’intervento del Vaticano. A Washington, il nuovo Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, Monsignor Gabriele Caccia, ha presentato la Magnifica Humanitas di Leone XIV come una possibile cornice etica per governare l’intelligenza artificiale. Il documento mette in guardia contro la concentrazione di potere, la raccolta massiva di dati e la progressiva delega di decisioni a sistemi algoritmici.

La questione riguarda ormai molto più della tecnologia. La sfida per le democrazie non sarà soltanto tenere il passo dell’innovazione cinese. Sarà dimostrare che velocità tecnologica e accountability politica possono procedere insieme. La Cina sta mostrando come potrebbe apparire una società e una struttura militare profondamente integrate con l’intelligenza artificiale. Resta aperta la domanda su quali limiti accompagneranno questa trasformazione e chi avrà la forza di definirli. Non riguarda soltanto ciò che la tecnologia renderà possibile, ma chi deciderà come utilizzarla.

Di tutto questo si parla con maggiore profondità su Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per iscriversi, basta seguire il link

L’Ue appoggia il dialogo Kyiv‑Mosca, ma il Cremlino resta ambiguo

5 June 2026 at 14:59

Nessuno sa se, dopo quattro anni di guerra, sia finalmente giunto il momento di chiuderla con un vertice tra Putin e Zelensky. Ma intanto è l’Ue a fare un passo deciso verso la strutturazione di un tavolo diplomatico che sia il più largo possibile. Bruxelles sostiene che la lettera aperta di Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin è “un’altra dimostrazione dell’Ucraina d’interesse genuino per i negoziati” e “sosteniamo” la richiesta di Zelensky di un incontro. Due le strade percorribili, al momento: l’utilizzo dell’E3 al tavolo dei negoziati o l’appalto “diretto” al mediatore che andrà individuato. Mosca, come è noto, vorrebbe l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uomo di punta in Gazprom, ma proprio per questa ragione lontano dall’essere super partes.

La lettera aperta

Nella lettera aperta indirizzata al leader del Cremlino, Zelensky aveva chiesto un incontro a Putin nelle stesse ore in cui lo zar si mostrava (per l’ennesima volta) favorevole a nuovi colloqui di pace con l’Ucraina e proponendo come mediatore l’ex cancelliere tedesco. Una mossa che va letta in relazione alla contingenza russa, fatta di soldati in affanno, scarsezza di risorse e mezzi, ma che è stata seguita dal consueto prologo “diplomatico”, con l’attacco a Washington da parte del ministro degli Esteri russo. Serghei Lavrov infatti si è lamentato del fatto che gli Usa non avrebbero rispettato i patti del vertice in Alaska con Donald Trump dello scorso agosto. In parallelo Mosca sarebbe disposta a sedersi al tavolo con l’Unione europea: “La Russia non rifiuta i contatti con la Ue. L’Unione Europea potrebbe aiutare a risolvere la crisi ucraina, ma questa assistenza dovrebbe rientrare negli accordi di Anchorage”, ha precisato lo zar, aggiungendo che Mosca “non è contraria all’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma è contraria al fatto che la Ue diventi un blocco militare”.

Bastone, carota, bastone: la tattica russa

Come spesso accade da quattro anni a questa parte, Putin sceglie di usare bastone, carota e poi ancora bastone. Dopo il sì al tavolo diplomatico ha ribadito che le sue truppe avanzano sul campo di battaglia ogni giorno, aggiungendo che le proposte di pace del presidente statunitense potrebbero far cessare i combattimenti se Kyiv fosse disposta a scendere a compromessi. Trump ha detto che sarebbe fantastico se i due leader si incontrassero. Ma le notizie dal campo riportano che l’avanzata russa ha subito un fortissimo rallentamento che ha impedito alla Russia di raggiungere i propri obiettivi militari. La narrazione putiniana però va in senso opposto: “L’offensiva è in corso quotidianamente – ha dichiarato lo zar – Attualmente, la Federazione Russa ha assunto il pieno controllo della Repubblica Popolare di Luhansk, al 100%. E la Russia ha portato sotto il suo controllo oltre l’85% del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. (E) l’80% del territorio della regione di Zaporizhzhia”. Infine una frase che vorrebbe essere una concessione, ma che secondo alcuni analisti cela solo un’altra grande debolezza russa: la Russia non ha ancora utilizzato il suo missile ipersonico Oreshnik contro l’Ucraina in condizioni di combattimento reali, ma lo ha solo testato per osservarne i risultati al fine di prendere decisioni sul suo futuro impiego su vasta scala, anche contro obiettivi urbani. Teatro o realtà?

L’altra lettera

Il giro di missive si completa con quella scritta da 11 Paesi membri dell’Unione europea, preoccupati dai flussi di rifugiati che arrivano in Europa a causa della guerra in Ucraina. A guidare il gruppo i paesi scandinavi, baltici e polacchi, con l’adesione di Repubblica Ceca, Olanda, Islanda e Norvegia (queste ultime extra Ue) che hanno inviato una lettera all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, e al commissario all’Interno, Magnus Brunner. “È preoccupante vedere turisti russi svagarsi sulle spiagge europee mentre missili e droni colpiscono i civili in Ucraina”, osservano, per cui chiedono a gran voce una politica restrittiva e uniforme sui visti per i russi.

Dopo Prodi, oltre le vecchie identità. Parisi spiega perché il riformismo va ripensato

5 June 2026 at 14:41

“Con le vecchie identità, anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada”, per questo “bisogna allargare e approfondire il discorso”. Quale? Quello che ruota attorno all’identità del Partito democratico, scosso in questi giorni dall’ultima uscita di peso, quella dell’eurodeputata e vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno. Secondo Arturo Parisi, già ministro della Difesa, ideatore e fondatore assieme a Romano Prodi dell’Ulivo, “il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna”.

Professore, Romano Prodi ha firmato un intervento sul Messaggero che si è concluso con un appello: riformisti di tutto il mondo unitevi. Chi sono oggi, secondo lei, i riformisti ai quali si rivolge e quale progetto dovrebbero costruire?

Anche se l’articolo nei titoli e nel testo chiama in causa i cosiddetti partiti riformisti, non possiamo dimenticare l’appello col quale, rivisitando Marx, Prodi chiude la sua analisi. “Riformatori di tutto il mondo unitevi” non esattamente lo stesso di “Riformisti di tutto il mondo unitevi”. In un tempo nel quale il peso delle parole è diventato sempre più leggero “riformisti” e “riformatori” sono diventati sinonimi ormai da troppo tempo. Sarà che Prodi ha scelto “riformatori” in assonanza con i “conservatori” del campo avverso? Sarà che sono io che la faccio difficile, rivisitando una mia fissazione antica? Sarà che questo è solo l’inizio di un discorso condizionato dalla natura effimera della sede in cui scrive, un quotidiano destinato per definizione “a durare un solo giorno”, e quindi Prodi riprenderà altrove e in altri modi la riflessione così aperta? Ma in quella conclusione io leggo molto di più di quello che sta scritto in quelle sei parole. Se lo avessi titolato io, per quel che ho letto, avrei scritto “Il riformismo non basta” , o almeno “non basta più”. Non in risposta ai populisti, come dice il titolo, ma ai riformisti.

Perché?

L’appello finale di Prodi all’unità dei riformatori è preceduto dal riconoscimento della necessità di “una proposta globale” “capace di correggere la rivoluzione in corso” figlia di “una elaborazione intellettuale” che mobiliti “la gran parte dell’umanità oggi emarginata”. Non più quindi come negli anni dell’Ulivo quella azione graduale che cerca il bene possibile all’interno del sistema esistente fondata sulla convinzione che la società, l’economia, la politica, possano essere migliorati un passo alla volta attraverso leggi, accordi, e compromessi che non scardinino l’ordine costituito e si sviluppi attraverso una un’azione pragmatica, basata sulla mediazione e il consenso tra le componenti della rappresentanza parlamentare. Quell’approccio appunto che normalmente viene associato al riformismo. Se Prodi ha scritto “riformatori” penso sia perché ha maturato la convinzione che non basta più quel programma fatto di quelle poche cose concrete delle quali al tempo in cui si cenava assieme la sera in famiglia si parlava alla fine della giornata. Quella ora in corso a livello globale è una vera e propria rivoluzione che ha bisogno di essere fronteggiata da una vera riforma. Rivoluzione globale chiama Riforma globale. Il riformismo appunto non basta più. Un cambiamento profondo nel pensiero della persona che all’interno del campo di centrosinistra ha rappresentato per eccellenza il riformismo nella concretezza dell’azione di governo? Sono sicuro che Prodi svilupperà la riflessione così aperta dando risposta a questa domanda.

Pina Picierno ha motivato il suo addio sostenendo che il Pd abbia perso parte della sua vocazione riformista e di governo, diventando più identitario. Condivide questa lettura o ritiene che sia una valutazione ingenerosa?

Che all’interno del Pd vadano crescendo le voci che non si riconoscono nella vocazione che fu all’origine dell’incontro tra le forze politiche che lo fondarono nel solco dell’Ulivo è purtroppo più che una impressione. Sono infatti ormai troppi quelli che non si riconoscono più nel progetto ancora inscritto nel suo simbolo: quello di un partito nuovo, né continuazione, né somma di vecchi partiti, un partito inclusivo aperto al nuovo e a tutti solo a condizione della condivisione nella fede nella democrazia. Un partito democratico e appunto riformista nell’accezione che ho appena evocato. Quale l’approdo raggiunto o la nuova meta del viaggio intrapreso oramai quasi vent’anni fa è invece più difficile dire. Né quando, né a causa di cosa e di chi vada ricondotta la correzione di rotta. Identitario lei dice? Se identitario sta a significare la ricerca di una identità più nitida di quella indeterminata sintetizzata nell’aggettivo “democratico”. Il peccato è che i più quando dicono identità pensano più che alla apertura di un confronto a uno scontro che decida quali delle identità, parole e definizioni, che la fondazione del partito immaginava di poter superare, debba tornare a prevalere. È vero che commentando l’uscita di Pina Picierno dal partito Elly Schlein ha riproposto ieri l’inclusività come tratto distintivo del partito. Resta che tuttavia da troppo tempo le cronache danno conto di addii motivati proprio dall’abbandono del tratto dell’inclusione. Peggio. La stessa nascita di gruppi, formazioni, liste, pensate, riconosciute e addirittura incoraggiate dal partito per ospitarvi a meri fini elettorali identità “diverse” da quella dominante, variamente definite come cattoliche, centriste, moderate, demo-liberali contraddicono in radice il pluralismo e l’inclusione ribaditi nelle parole. Più che le singole uscite dei dissenzienti e la definizione dei confini con i diversamente consenzienti, a preoccupare maggiormente è tuttavia il boato dei “finalmente” che sulla rete ogni volta saluta gli abbandoni e la crescente ricerca di purezza ed epurazioni guidata dall’illusione che liberati dai cattivi il partito torni ad essere fatto di molti e buoni.

Lei, insieme a Prodi, riuscì a mettere insieme le forze di centro e quelle riformiste creando l’Ulivo dalle cui radici è nato poi il Pd. Come replicare una simile esperienza, guardando anche a forze come il Movimento 5 Stelle?

Un altro millennio. Basta pensare alla legge elettorale che premia l’unità come fu allora il maggioritario fondato sul collegio uninominale appena varato a furor di popolo dal referendum del 1993. L’inversione di marcia imposta la dal Porcellum nel 2005 con la reintroduzione di una logica spartitoria di tipo proporzionale con in più la vergognosa novità di un Parlamento nominato dai vertici di partito dentro un mondo anch’esso connotato da una sregolata frammentazione crescente ha cambiato radicalmente il panorama della competizione politica. Ogni partito è spinto a definire una identità esclusiva ed escludente, e dentro ogni partito chi si trova a conquistare il comando tende ad escludere quanti del gruppo di testa non fanno parte invitando gli altri a farsi un partito tutto loro fondato a sua volta su una identità esclusiva ed escludente. Sono ventun anni che va avanti così con una competizione e competitori che in intensità e quantità crescono ogni giorno di più, e gli elettori mobilitati attorno ad un “contro” piuttosto che attorno ad un “per”, o abbandonati a sé stessi nella indifferenza all’astensione che esplode. Tanto quella che conta è la maggiore percentuale conquistata rispetto ai concorrenti. Che la base di calcolo sia quarantacinque milioni, venticinque , o quindici è affare di tutti cioè di nessuno.

Oggi cosa manca al Pd per tornare a essere il perno di una cultura riformista capace di tenere insieme queste diverse sensibilità politiche?

Tornando alla mia – la mia – lettura della riflessione provocata ieri da Prodi, non solo il riconoscimento che con le vecchie identità anche sul solo piano elettorale, si fa poca strada, ma che bisogna allargare e approfondire il discorso. Il vecchio riformismo non basta più. È tempo di nuove riforme e di nuovi riformatori all’altezza della sfida che ci viene dal Mondo. Ma la loro definizione non può che essere l’espressione di una impresa intellettuale autentica aperta e innovativa senza preclusione o esclusione alcuna.

❌