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Intelligenza artificiale, chi ha il diritto di spegnere tutto? La riflessione di Piselli

6 June 2026 at 14:15

Chi ha il diritto di “spegnere” tutto? Non un programma, non un server, ma una corsa intera, la corsa all’IA. Gli Stati, che sul progresso hanno sempre costruito la loro sovranità? Le imprese, che per definizione inseguono l’innovazione per profitto? O quel costrutto vago e indecifrabile che, banalizzando, chiamiamo popolo, e che non ha mai votato su nulla di tutto questo?

La questione non è retorica. Questa settimana Anthropic — il famoso AI lab che ha ideato Claude e che è oggi valutato vicino al trilione di dollari — ha chiesto al mondo di costruire un meccanismo per rallentare, o fermare, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale di frontiera.

Ma può il tecno-capitalismo rallentare? Può l’evoluzione umana rallentare? Chiedere alla tecnologia – che è nient’altro che uno specchio dell’umanità – di frenare è come chiedere all’acqua di non scorrere a valle: la tecnologia non ha un freno perché non è “altro” da noi. E l’uomo da sempre prende, conquista, si propaga, contamina — l’agente Smith di Matrix lo aveva reso con chiarezza: non una specie, ma un virus che si diffonde finché trova nutrimento. Il get big fast, e faster, importato qui per moda dai circoli della Silicon Valley come fosse legge di natura.

È vero, degli stop nella storia ci sono stati (Asilomar e Dna ricombinante, Omg e moratoria europea, nucleare in alcuni paesi etc), ma si è trattato di tecnologie a più bassa diffusione commerciale della IA.

C’è poi un dettaglio che vale la pena considerare. Lo stesso laboratorio che invoca un freno ammette che oggi più dell’80% del suo codice non lo scrive più l’uomo, ma la macchina; quella stessa macchina che è sempre più vicina al recursive self-improvement, all’Artificial General Intelligence. E chi invoca il freno è lo stesso che poi preme l’acceleratore verso la quotazione. Non è ipocrisia. È la prova che la tecnologia non (si) può frenare. E che persino chi grida “fermatevi” (oggi Marina Favaro e Jack Clark, ieri Elon Musk e persino papa Leone in Magnifica humanitas) lo fa a sua volta correndo o rin-correndo.

E abbiamo paura, a ragione. Non sapremo governare la transizione. Mestieri interi svaniranno, professioni che credevamo eterne si scopriranno fragili, e il lavoro cognitivo — in teoria — tenderà a un costo marginale pari a zero. Si annulleranno le occasioni di scambio, come quelle che avvenivano tra i devs nei corridoi delle grandi software house («mi aiuti a far girare questo script?») e che generavano un piccolo debito umano e un pizzico di conoscenza reciproca.

Ed è ben probabile che il mondo si spezzi in due: chi possiede i sistemi/modelli informatici e chi se ne serve, una frattura più profonda di quella teorizzata da K. Marx, tra capitale e lavoro. Intorno a questa paura fiorirà, prevedibile come la primavera, una stagione abbondante di convegni e di bandi PRIN sull’etica e la public policy dell’intelligenza artificiale. Se ne discuterà molto, e con competenza. Servirà soprattutto, temo, a chi ne discute.

E chi se ne importa.

Voglio dire: è la domanda a essere sbagliata. Non perché la paura non sia fondata, ma perché ci inchioda a una scelta che non esiste — accelerare o frenare, abbracciare o respingere, salvezza o apocalisse. La partita non è lì. Mettiamo da parte la fede e il terrore, le due liturgie gemelle del nostro tempo. Togliamo tutto. Cosa rimane?

Rimangono due cose, che poi, a guardar bene, forse sono una sola: il rischio e la responsabilità.

Rimarranno perché qualcuno in carne e ossa deve pur poter rispondere e rischiare. La macchina può scrivere il codice; ma qualcuno dovrà firmare la revisione che lo manda in produzione, e quel qualcuno, se il sistema crolla, sarà chiamato a portarne il relativo peso. La macchina potrà ordinare mille precedenti meglio di qualsiasi giurista; ma la sentenza la pronuncerà sempre un giudice, perché una decisione che cambia una vita esige un soggetto responsabile (almeno in teoria). La macchina potrà istruire ogni delibera di un CdA; ma il rischio d’impresa lo porterà sempre un consiglio fatto di persone che rispondono davanti a chi ha investito — e nessuna business judgment rule assolverà mai un algoritmo, perché un algoritmo non ha nulla da rischiare, né perdere.

Ecco allora il punto. L’umano non sopravviverà perché un giudice in carne e ossa giudichi in astratto meglio di una macchina, o un medico curi meglio, o un avvocato tratti meglio con le persone (e forse è addirittura vero il contrario). Né tanto meno perché lo human in the loop si impone per legge. Sono balle, e presto i fatti le smentiranno. L’umano sopravvivrà per una ragione: perché la società non sarà mai disposta a esternalizzare dall’uomo stesso tali funzioni. Si tratta di primitive sociali irriducibili. Perché responsabilità vuol dire avere qualcosa da perdere, e solo chi può perdere può rispondere. E rischiare vuol dire scommettere una posta contro un ritorno incerto e solo chi è umanamente toccato dal calcolo cost-reward può rischiare.

Siamo allora condannati a essere revisori docili della macchina, a firmare ciò che non riusciremo più a comprendere? Non necessariamente. C’è una legge, in informatica, che porta il nome di Gene Amdahl: la velocità di un processo o di un sistema non la decide la parte che accelera, ma quella che resta lenta. E se accelera tutto, il collo di bottiglia insostituibile rimane l’uomo. Siamo insieme l’innesco di questa rivoluzione e il suo limite — e il limite, qui, non va invocato tramite forza di legge, ma semplicemente osservato quale l’esito naturale di un processo evolutivo di un sistema (ormai ibrido) che si autoregola.

Non credo che il mondo di domani sarà mai Matrix. Anche se forse vi si avvicinerà in qualche modo. Ma sospetto che il futuro segnerà, per contraccolpo, un ritorno all’uomo: al suo giudizio e alla compassione — alle sole cose che nessun sistema informatico saprà rendere a costo marginale zero, perché per l’uomo non hanno prezzo.

Chi ha il diritto di spegnere tutto, allora? Credo nessuno, collettivamente: è pressoché impossibile nel caso della IA. E la domanda giusta forse è un’altra: non chi avrà il diritto di frenare, ma chi, quando tutto intorno correrà a velocità inumana, saprà ancora fermarsi, svegliarsi, e chiedersi il senso più profondo di tutto questo.

Cina o Stati Uniti? Vi spiego il valore geopolitico delle elezioni peruviane. L’analisi di Roy (Cfr)

6 June 2026 at 09:21

Dopo un primo turno di votazioni segnato da errori logistici e accuse di brogli, i peruviani tornano alle urne il 7 giugno per eleggere il nono presidente del Paese negli ultimi dieci anni. Il ballottaggio vede contrapposti il progressista Roberto Sánchez, considerato ampiamente anti-establishment, e la conservatrice Keiko Fujimori, con implicazioni che vanno ben oltre i confini del Perù. I due candidati divergono profondamente nelle loro posizioni politiche.

Fujimori, figlia dell’ex presidente autoritario Alberto Fujimori, è un’ex deputata e leader del partito di destra Fuerza popular. La sua campagna politica è fortemente incentrata sul ripristino dell’ordine pubblico, sulla lotta alla criminalità – una delle principali preoccupazioni dei peruviani a causa del recente aumento della criminalità organizzata – sull’espulsione dei migranti irregolari e sulla promozione di politiche pro-mercato, anche attraverso maggiori investimenti stranieri. Al contrario, Sánchez è un attuale deputato candidato per il partito progressista Juntos por el Perú. Ex ministro del Commercio estero e del Turismo sotto la presidenza di Pedro Castillo, Sánchez trae gran parte del suo sostegno dal “Perù profondo”: comunità rurali, indigene e della classe lavoratrice. Propone di legalizzare l’attività mineraria informale, ampliare il controllo statale sulle risorse naturali del Paese e, soprattutto, promuovere modifiche costituzionali per creare uno Stato plurinazionale che rafforzi le popolazioni storicamente emarginate del Perù. Ma la vera questione che incombe sulle elezioni peruviane non riguarda semplicemente chi governerà Lima e in che modo, bensì se il risultato contribuirà all’orientamento sempre più conservatore della politica latino-americana.

Negli ultimi anni la regione ha assistito in gran parte a un’inversione della cosiddetta “marea rosa” dei primi anni Duemila, caratterizzata da una serie di vittorie elettorali della sinistra. Questo spostamento conservatore è alimentato dal diffuso malcontento pubblico per l’aumento della criminalità, dell’inflazione, della stagnazione economica e della corruzione sistemica, tutti problemi che i governi di sinistra avevano promesso di risolvere. Se Sánchez dovesse vincere, il Perù si unirebbe al blocco di governi progressisti della regione che comprende Brasile, Colombia e Messico, tutti sottoposti a diversi livelli di pressione economica e politica da parte dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti. Una vittoria di Fujimori, invece, collocherebbe il Perù nel rinnovato campo conservatore della regione. Con altre importanti elezioni presidenziali ancora in programma in Colombia (dopo le elezioni del 31 maggio e il ballottaggio del 21 giugno) e in Brasile (4 ottobre), il risultato in Perù potrebbe approfondire oppure interrompere la divisione ideologica che sta ridefinendo la politica regionale.

Le elezioni di febbraio in Costa Rica hanno già visto la vittoria della populista conservatrice Laura Fernández. Le elezioni peruviane hanno anche implicazioni geopolitiche più ampie. Negli ultimi due decenni la Cina ha ampliato drasticamente la propria presenza in America Latina, passando da attore economico marginale a importante partner commerciale e investitore. In Perù, la costruzione cinese del porto di Chancay, un mega-porto in acque profonde da 3,5 miliardi di dollari progettato per collegare Asia e Sud America, rappresenta un esempio della portata di questo coinvolgimento. Mentre Sánchez sostiene un rafforzamento dei rapporti con la Cina, Fujimori ha apertamente allineato la propria piattaforma agli Stati Uniti. Il risultato delle elezioni potrebbe quindi determinare un Perù che mantiene forti legami con la Cina oppure uno che cerca un allineamento più stretto con Washington. Il Perù è inoltre uno dei maggiori produttori mondiali di rame – responsabile di circa il 12% della produzione globale nel 2025 – oltre che di altri minerali strategici come argento e zinco, sempre più centrali nelle strategie industriali ed economiche di Stati Uniti e Cina. Il possesso di queste risorse conferisce al Perù un peso geopolitico in un mondo affamato dei materiali necessari alla transizione energetica verde e alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

Un’amministrazione Sánchez, con il suo piano di riforma del settore minerario e di espansione del controllo statale sulle risorse naturali, potrebbe scoraggiare gli investimenti stranieri necessari ad aumentare la produzione. Al contrario, un governo guidato da Fujimori probabilmente accoglierebbe con favore la possibilità di rafforzare i legami economici e di sicurezza con gli Stati Uniti, impegnati a costruire catene di approvvigionamento andine per i minerali strategici così da ridurre la dipendenza dalla Cina. Infine, il Perù è una delle principali destinazioni per migranti e rifugiati nell’emisfero occidentale: a febbraio ospitava oltre 1,6 milioni di venezuelani. Fujimori, tuttavia, ha promesso di reprimere l’immigrazione irregolare, puntando a utilizzare le forze armate per riaffermare il controllo alle frontiere. Questo approccio securitario riecheggerebbe quello adottato da altri Paesi guidati da governi conservatori, tra cui Argentina e Cile, ma rischierebbe di mettere sotto pressione le relazioni bilaterali con gli Stati vicini – in particolare la Colombia, che sostiene un approccio più aperto e basato sui diritti e condivide il peso dello sfollamento venezuelano. In definitiva, qualunque candidato ottenga più voti a giugno erediterà un Perù politicamente e socialmente diviso. Ma, soprattutto, contribuirà all’evoluzione delle dinamiche politiche regionali: una presidenza Fujimori probabilmente accelererebbe la svolta a destra già in corso, mentre una vittoria di Sánchez potrebbe interromperla. In ogni caso, la direzione ideologica del futuro del Perù avrà ripercussioni a Bogotá, Brasília, Washington e oltre.

Formiche 225

Ecco cosa serve all’Europa per una (vera) indipendenza energetica

5 June 2026 at 10:33

La ricerca dell’indipendenza strategica da parte dell’Europa non può basarsi su una singola soluzione tecnologica. Garantire sicurezza energetica, competitività industriale, sostenibilità ambientale e resilienza richiede investimenti continui in ricerca, sviluppo e dimostrazione (RD&D) attraverso un portafoglio diversificato di tecnologie emergenti. L’idrogeno verde, il solare avanzato, l’energia eolica, i sistemi di accumulo energetico e le reti intelligenti non dovrebbero essere considerati alternative in competizione tra loro, bensì componenti complementari di un ecosistema dell’innovazione integrato.

La lezione che emerge dalle recenti crisi energetiche è chiara: la dipendenza da un numero limitato di tecnologie o da fornitori esterni genera vulnerabilità. L’autonomia strategica nasce dalla diversificazione. Così come gli investitori finanziari riducono il rischio attraverso strategie di portafoglio, l’Europa dovrebbe sviluppare simultaneamente molteplici traiettorie tecnologiche, consentendo a soluzioni diverse di integrarsi e rafforzarsi reciprocamente tra regioni, settori e orizzonti temporali differenti.

Un modo efficace per comprendere questo approccio è immaginare un paesaggio agricolo in cui diverse tecnologie verdi operano in sinergia anziché in competizione. I pannelli solari verticali (tecnologia al momento in sperimentazione presso la Wageningen University and Research), ad esempio, possono essere integrati nei sistemi agricoli con un impatto minimo sulla produttività delle colture, consentendo di combinare produzione alimentare e produzione energetica nello stesso spazio. A differenza degli impianti fotovoltaici tradizionali, orientati per massimizzare la captazione della radiazione solare nelle ore centrali della giornata, i pannelli verticali intercettano l’energia solare in modo differente: producono meno elettricità nelle ore di picco centrali e più energia nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio, quando la domanda elettrica e il valore dell’energia sul mercato tendono a essere più elevati.

Questa caratteristica offre un duplice vantaggio. Da un lato, la configurazione verticale riduce significativamente l’occupazione del suolo e facilita la coesistenza con le attività agricole, evitando il tradizionale trade-off tra produzione di energia e produzione alimentare. Dall’altro, il diverso profilo temporale di generazione contribuisce a distribuire più uniformemente l’offerta di elettricità nell’arco della giornata, riducendo i picchi di produzione che spesso causano congestioni della rete e fenomeni di curtailment delle altre fonti rinnovabili. In questo modo, i pannelli fotovoltaici verticali non si limitano a produrre energia pulita, ma svolgono una funzione sistemica, integrandosi efficacemente con altre tecnologie e contribuendo alla stabilità complessiva del sistema energetico. Il risultato è un modello in cui produzione energetica, sicurezza alimentare ed efficienza della rete non si ostacolano a vicenda, ma si rafforzano reciprocamente.

La stessa logica si applica su scala più ampia all’intero sistema energetico. Nelle regioni caratterizzate da un’elevata penetrazione delle energie rinnovabili, le turbine eoliche vengono talvolta fermate perché la produzione di elettricità supera la capacità della rete o la domanda disponibile in un determinato momento. Piuttosto che interpretare questa limitazione come un fallimento, essa evidenzia, ancora una volta, la necessità di un portafoglio tecnologico più integrato. Massimizzare il valore delle energie rinnovabili non significa semplicemente produrre più elettricità, ma coordinare tecnologie differenti affinché operino in modo efficiente e complementare. In questo contesto, l’idrogeno verde rappresenta una soluzione particolarmente promettente. Nei periodi di eccesso di produzione da fonti eoliche o solari, l’energia elettrica in surplus può essere convertita in idrogeno, creando un vettore energetico prezioso per l’industria, i trasporti e lo stoccaggio energetico di lungo periodo. In questo modo, tecnologie che altrimenti potrebbero competere per la capacità della rete diventano elementi complementari di un ecosistema energetico resiliente e flessibile, in grado di sostenere sia la transizione verde sia l’autonomia strategica dell’Europa.

Il futuro della transizione ecologica e dell’indipendenza strategica richiede un’agenda coordinata di RD&D che favorisca lo sviluppo congiunto di molteplici innovazioni, dando vita a sistemi resilienti ed efficienti nei quali energie rinnovabili, agricoltura sostenibile, gestione delle risorse idriche e decarbonizzazione industriale si rafforzano reciprocamente. L’obiettivo non dovrebbe essere la semplice specializzazione tecnologica, bensì una vera e propria orchestrazione delle tecnologie: un portafoglio di soluzioni che operano fianco a fianco per costruire un’Europa più sicura, sostenibile e strategicamente autonoma.

L’Italia come laboratorio della transizione energetica

Per l’Italia, questa visione basata su un portafoglio integrato di tecnologie rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Da un lato, il dibattito sul ritorno dell’energia nucleare, attraverso il disegno di legge delega che apre allo sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMR) e dei microreattori di nuova generazione, testimonia la volontà di ampliare il mix energetico nazionale e rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti. Tuttavia, è importante mantenere una prospettiva realistica sui tempi e sul ruolo che queste tecnologie possono svolgere. Anche nelle ipotesi più ottimistiche, i tempi necessari per la progettazione, l’autorizzazione, la costruzione e la messa in esercizio dei nuovi reattori restano lunghi e difficilmente compatibili con le esigenze più urgenti della transizione energetica e della riduzione delle dipendenze strategiche. Per questo motivo, il nucleare di nuova generazione dovrebbe essere considerato soprattutto come una soluzione di medio-lungo periodo, potenzialmente in grado di contribuire alla decarbonizzazione e alla stabilità del sistema energetico nei decenni futuri.

Nel breve e medio termine, appare invece essenziale accelerare la diffusione di tecnologie già disponibili e mature, come il fotovoltaico, l’eolico, i sistemi di accumulo, le reti intelligenti e l’idrogeno verde. Queste soluzioni non solo possono essere implementate più rapidamente, ma presentano anche un grado di sostenibilità economica, ambientale e tecnologica più consolidato e verificabile. In questa prospettiva, il nucleare non dovrebbe essere considerato un’alternativa alle energie rinnovabili, bensì una delle possibili componenti di una strategia più ampia e diversificata, nella quale tecnologie con diversi livelli di maturità e differenti orizzonti temporali si rafforzano reciprocamente. Una politica energetica efficace dovrebbe quindi combinare investimenti in tecnologie capaci di produrre risultati nel breve periodo con investimenti in innovazioni che potrebbero diventare cruciali nel lungo termine, evitando di concentrare risorse e aspettative su un’unica soluzione.

Questa prospettiva è resa ancora più rilevante dalla recente apertura della Commissione europea a una maggiore flessibilità fiscale per gli investimenti energetici. Bruxelles ha infatti previsto per gli Stati membri la possibilità di utilizzare fino allo 0,3% del PIL annuo per investimenti legati alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione, nell’ambito delle deroghe già previste per la difesa. Per l’Italia ciò significa poter mobilitare circa 6,5-7 miliardi di euro all’anno destinati a rafforzare la resilienza del sistema energetico nazionale.

La vera questione strategica non è quindi scegliere una singola tecnologia vincente, ma utilizzare questa nuova capacità di investimento per accelerare la ricerca, lo sviluppo e la dimostrazione di un ampio ventaglio di soluzioni. Destinare tali risorse esclusivamente a una tecnologia comporterebbe il rischio di riprodurre nuove dipendenze e nuovi colli di bottiglia. Al contrario, investire contemporaneamente in rinnovabili avanzate, idrogeno, accumulo energetico, modernizzazione delle reti, gestione delle risorse idriche e nucleare di nuova generazione consentirebbe all’Italia di costruire un sistema energetico più robusto, flessibile e coerente con l’obiettivo europeo dell’autonomia strategica.

L’era della mente integrata è già cominciata. Brasioli spiega cos’è il Noocene

5 June 2026 at 08:27

Nel maggio 2026 l’enciclica di Leone XIV Magnifica Humanitas ha segnato un passaggio simbolico e culturale di grande rilievo. Per la prima volta un documento magisteriale di questa portata ha considerato l’intelligenza artificiale non come tema tecnico o settoriale, ma come questione antropologica centrale. 

Solo due settimane dopo la pubblicazione dell’enciclica, si spegneva Edgar Morin, il cui pensiero aveva offerto per decenni strumenti essenziali per comprendere la complessità del mondo contemporaneo.  La coincidenza non è soltanto cronologica, ma rivela un’affinità di sguardo sul nostro tempo.

Per Morin, comprendere il reale significa coglierne interdipendenze e dinamiche sistemiche. In questa prospettiva, la tecnologizzazione non è un semplice accumulo di strumenti, ma una trasformazione dell’ecosistema cognitivo in cui l’umano è immerso. L’enciclica riconosce precisamente questo: la tecnologia non è neutra, perché ristruttura l’ambiente in cui maturano decisioni e giudizi morali. Le macchine possono simulare linguaggio e analisi, ma non possiedono interiorità né responsabilità. La dignità della persona non coincide con l’efficienza.

Siamo di fronte a un mutamento di paradigma. Se l’Antropocene ha descritto l’umanità come forza geologica, oggi emerge una fase in cui la forza dominante è cognitiva. Possiamo chiamarla Noocene: l’era della mente integrata. 

Non si tratta semplicemente dell’importanza dell’intelligenza – sempre centrale nella storia umana – ma del suo nuovo ruolo sistemico. L’intelligenza, nelle sue forme integrate biologiche e artificiali, assume funzione infrastrutturale. Come l’energia ha strutturato la modernità industriale, così l’intelligenza distribuita struttura la contemporaneità.

Il Noocene può essere definito come la fase storica in cui la produzione e organizzazione dell’informazione diventano condizione di possibilità delle decisioni collettive; l’architettura informazionale è ibrida e reticolare; il potere assume una configurazione prevalentemente epistemica. Il controllo delle infrastrutture del sapere equivale al controllo di una risorsa primaria.

Qui si gioca una nuova forma di sovranità cognitiva: la capacità di orientare i processi attraverso cui la conoscenza viene prodotta, selezionata e distribuita. Questo assetto incide sulla democrazia, sull’economia e persino sulla corporeità, come mostrano le interfacce cervello‑computer e il dibattito sui neurodiritti. Non è la celebrazione della macchina, ma la descrizione di un ambiente in cui la mente ampliata diventa forza organizzativa globale.

Il Noocene non è un destino inevitabile, ma neppure una costruzione teorica astratta. È l’assetto del nostro presente. Può favorire una cooperazione fondata sull’intelligenza integrata capace di affrontare crisi sistemiche con strumenti analitici senza precedenti, oppure consolidare concentrazioni di potere epistemico e nuove dipendenze. 

La posta in gioco non è tecnica, ma politica e antropologica: riguarda la distribuzione del potere, l’accesso alla conoscenza e la definizione stessa dell’umano. Non riguarda soltanto ciò che i sistemi possono fare, ma chi orienta l’architettura della conoscenza e con quali criteri.

L’era della mente integrata non appartiene a un futuro ipotetico: è la condizione in cui già viviamo. Ignorarla significherebbe fraintendere il tempo storico che abitiamo. Orientarla, governarla e sottoporla a criteri etici condivisi non è un’opzione accessoria, ma una responsabilità culturale e politica che non può più essere rimandata.

Petrolio, e se il peggio dovesse ancora arrivare? L’analisi di Torlizzi

5 June 2026 at 09:01

Il mercato petrolifero sta mandando un messaggio che pochi sembrano voler ascoltare. A tre mesi dall’inizio della crisi di Hormuz, con la più grande interruzione dell’offerta nella storia moderna, il brent oscilla intorno ai 100 dollari al barile e la volatilità continua a diminuire. Per molti è il segnale che il peggio sia passato. In realtà è la dimostrazione di quanto il sistema globale stia consumando le proprie riserve per mantenere un’apparente normalità. La narrativa dominante racconta di un mercato che ha assorbito lo shock. Quella reale parla invece di un equilibrio ottenuto attraverso misure straordinarie e difficilmente sostenibili nel tempo. Il premio del brent fisico rispetto ai futures, esploso a 36 dollari ad aprile, è tornato vicino ai livelli pre-conflitto. Le quotazioni dei prodotti raffinati si sono raffreddate e il panico sembra svanito.

Ma cosa ha realmente consentito questa stabilizzazione? Innanzitutto, una parte del petrolio continua a transitare attraverso Hormuz. Nonostante il blocco navale e il crollo del traffico commerciale, flussi clandestini stimati intorno a 2 milioni di barili al giorno stanno probabilmente raggiungendo i mercati internazionali. Non abbastanza da compensare i circa 16 milioni di barili al giorno persi dal Golfo Persico, ma sufficienti per attenuare la percezione della scarsità.

In secondo luogo, il resto del mondo ha aumentato la produzione. Brasile e Venezuela hanno sorpreso al rialzo, mentre gli Stati Uniti hanno aperto i rubinetti delle proprie riserve strategiche. Le esportazioni americane hanno raggiunto livelli record grazie ai rilasci della Strategic Petroleum Reserve. Complessivamente, l’offerta aggiuntiva proveniente da aree esterne al Golfo ha aggiunto poco più di 2 milioni di barili al giorno. Un contributo importante, ma lontanissimo dal colmare il deficit originario. Il terzo elemento è quello più sottovalutato: la distruzione della domanda. I consumi globali stanno reagendo molto più rapidamente rispetto alle crisi petrolifere del passato. A marzo la domanda è scesa di quasi 2 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente. Ad aprile e maggio il calo sarebbe salito rispettivamente a 3 e oltre 4 milioni di barili al giorno.

La Cina ha svolto un ruolo centrale in questo processo. A maggio le importazioni cinesi di greggio sono diminuite di 3,8 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente, assorbendo da sole quasi tre quarti dell’aggiustamento globale. Pechino ha accettato di fare da ammortizzatore del sistema, riducendo acquisti, comprimendo esportazioni di prodotti raffinati e rallentando la domanda interna. Tutto questo però ha un costo. Dall’inizio della crisi le scorte petrolifere mondiali sono diminuite di circa 450 milioni di barili. Oltre 400 milioni di barili sono stati immessi sul mercato dalle riserve strategiche dei Paesi Ocse e una parte significativa deve ancora arrivare. È questa massa di petrolio accumulata negli anni che sta permettendo al sistema di funzionare.

Il mercato, dunque, non sta dicendo che la crisi è irrilevante. Sta dicendo qualcosa di molto diverso: che il mondo ha trovato modi costosi e temporanei per convivere con essa. La vera domanda non è perché il brent sia fermo a 100 dollari. La vera domanda è cosa accadrà quando le scorte raggiungeranno livelli critici, previsti già tra fine giugno e settembre, se Hormuz dovesse restare chiuso. A quel punto il mercato potrebbe smettere di chiedersi “tutto qui?” e iniziare finalmente a domandarsi: “e se il peggio dovesse ancora arrivare?”.

Il nudging di Trump su AI e sicurezza. Cronaca di una regolazione che non vuole dirsi tale

5 June 2026 at 07:26

Il 2 giugno il presidente Trump ha firmato l’executive order “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”. Il contenuto, in sintesi: le agenzie federali – Tesoro, NSA, Cisa – dovranno costruire entro sessanta giorni un quadro volontario attraverso cui gli sviluppatori dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati potranno sottoporli al governo, concedendogli un accesso anticipato fino a trenta giorni prima del rilascio. Un processo di benchmarking classificato stabilirà quali modelli meritino la qualifica di “covered frontier model”; nasce inoltre, presso il Tesoro, una clearinghouse per coordinare la scoperta e la correzione delle vulnerabilità informatiche. Il tutto, recita espressamente l’ordine, senza che nulla possa essere letto come obbligo di licenza o autorizzazione preventiva.

La notizia è fresca e merita più di una riflessione di cronaca. Perché dietro la firma c’è un fatto tecnico che ha cambiato i termini del problema: negli ultimi mesi i modelli di frontiera hanno dimostrato di saper scoprire e sfruttare autonomamente falle critiche nei sistemi informatici – comprese quelle ancora ignote agli stessi produttori, i cosiddetti zero-day – a velocità e costi che nessun team umano può eguagliare. La tecnologia che protegge le infrastrutture critiche è, in altri termini, la stessa che, nelle mani sbagliate, può violarle.

Una lunga genealogia

L’ordine del 2 giugno riapre un capitolo antico: quello della regolazione delle tecnologie a duplice uso: quelle in cui l’impiego benefico e quello ostile non sono due versioni distinte, ma due facce della stessa medaglia. È il problema regolatorio più antico della modernità tecnologica: non si può vietare la minaccia senza rinunciare al beneficio, e non si può godere del beneficio senza esporsi anche alla minaccia.

La storia offre un catalogo istruttivo. La dinamite di Alfred Nobel nacque per le miniere e i trafori e divenne in pochi anni strumento di guerra e di terrorismo, al punto da spingere l’inventore a fondare, per contrappasso, il premio che porta il suo nome. L’aviazione passò in un ventennio da curiosità sportiva a bombardamento strategico. Il Dna ricombinante, negli anni Settanta, pose alla biologia lo stesso dilemma: la tecnica che prometteva farmaci e terapie poteva generare patogeni. E la crittografia forte – il precedente più fedele al caso odierno – costrinse gli Stati Uniti a fare i conti con lo stesso nodo: salvaguardarne gli indubbi benefici per la sicurezza dei cittadini, classificandola per decenni come munizione soggetta ai controlli sull’export.

La scelta regolatoria

Davanti a tecnologie simili, il potere pubblico si trova a un bivio che chi studia regolazione pubblica conosce molto bene: deve limitarla e in qualche misura appropriarsene? E se sì, con quale strumenti? Le opzioni storicamente sperimentate sono tre e le prime due hanno già mostrato i loro limiti.

La prima opzione è imporre obblighi con la forza della legge. Qui il parallelismo con la cifratura è centrale. Nel 1993 l’amministrazione Clinton propose il Clipper Chip: un sistema di cifratura con chiave depositata presso lo Stato, il key escrow, che avrebbe garantito alle autorità un accesso privilegiato alle comunicazioni protette. Il mercato rifiutò lo standard, l’industria virò verso soluzioni alternative, e alla fine del decennio anche i controlli sull’export furono smantellati. La lezione è strutturale: una tecnologia non si lascia confinare per decreto. Lo standard imposto per legge muore se il mercato non lo adotta.

La seconda opzione è all’estremo opposto: lasciare tutto all’autogoverno della comunità scientifica, che trascende i confini nazionali. Il precedente più nobile è Asilomar, 1975: i biologi molecolari si imposero da soli una moratoria sul Dna ricombinante e si diedero protocolli di sicurezza prima che gli Stati legiferassero in materia. In un certo senso, l’approccio funzionò – ma in condizioni irripetibili: una comunità piccola, accademica, coesa, senza una frenetica corsa commerciale alle spalle. Trasferito a settori dove gli incentivi economici e geopolitici sono colossali, il modello è intrinsecamente debole: l’autoregolazione regge finché nessuno ha un interesse miliardario a disertare, cioè quasi mai.

La terza via: il nudging applicato all’IA

L’ordine del 2 giugno sceglie consapevolmente una terza strada: dettare standard volontari, ma renderli un po’ meno volontari “persuadendo”. È, in termini tecnici, nudging applicato all’intelligenza artificiale in ambito cyber. La partecipazione al quadro di revisione pre-rilascio è formalmente libera; ma il rifiuto espone lo sviluppatore allo scrutinio della sicurezza nazionale, al costo reputazionale, all’esclusione dal circuito dei “trusted partners” che il governo stesso contribuisce a selezionare. L’architettura delle scelte è costruita perché la non-adesione diventi economicamente e politicamente insostenibile. Non è un obbligo: è un invito gentile, che tuttavia è diseconomico declinare.

L’approccio appare più liberale delle alternative – niente licenze, niente moratorie, la libertà di rilascio formalmente intatta – ed è anche, va detto, l’unico coerente con la natura non confinabile della tecnologia in questione. Ma è anche molto più opaco. Lo standard imposto per legge passa dal Parlamento, si pubblica, si impugna davanti a un giudice. Il nudge no: vive di benchmark classificati, di designazioni rimesse alla discrezionalità del direttore della Nsa, di criteri di selezione dei partner che l’ordine nemmeno enuncia, di pressioni che non lasciano traccia negli atti. La regolazione per persuasione guadagna in velocità e flessibilità esattamente ciò che perde in controllabilità democratica.

Ancora una volta, a differenza dell’Europa, gli Stati Uniti antepongono le ragioni del mercato e della regolazione “minima” a quelle della democrazia. Solo che questa volta, potrebbero non avere del tutto torto.

Il trasporto aereo è ormai un’infrastruttura essenziale del Paese. Scrive Paleari

4 June 2026 at 15:47

Il quadro descritto dal Factbook quest’anno, nella sua XX edizione, rivela la continua dinamica del trasporto aereo. Gli scorsi venti anni ci hanno regalato una nuova forma di mobilità di massa, che ha ampliato le possibilità per tutti e ridotto l’isolamento di interi territori. Si sono aperte nuove dinamiche sociali che solo il mezzo aereo ha consentito, divenendo in molti casi insostituibile. Le merci, inoltre, hanno fatto crescere il mondo.

È nata quindi una nuova forma di mobilità che si configura come un bene, per così dire, “primario” per la società. Il traffico aereo non è inoltre solo un bisogno per tanti, ma è anche sinonimo di pace e di rapporti positivi tra gli Stati e i Continenti.

Le prospettive italiane per i prossimi 10 anni, con quasi 100 milioni di passeggeri in più dai 230 di oggi, richiedono immediati investimenti: occorre accorciare i tempi e trovare le condizioni per una loro bancabilità, visto che non gravano sui contribuenti ma sono pagati dagli utenti. Si può agire sulla durata delle concessioni sotto la regia di Enac e del Governo, perché si tratta di un bene strategico per il futuro del nostro Paese.

I numeri del rapporto ci dicono che questa è una vera emergenza. Come giustamente ha sottolineato il vice Ministro Rixi, bisogna accompagnare la crescita dove c’è. E il trasporto aereo ha le prospettive migliori da questo punto di vista. Tuttavia, gli investimenti pagano un ritardo cronico rispetto alla domanda, come ha sottolineato Costantino Pandolfi. Tempi minori e bancabilità degli investimenti sono un’occasione che il Governo non può perdere. Ed è a costo zero per le risorse pubbliche.

Non si parla solo dei passeggeri, ma anche delle merci. Queste ultime valgono più di un quarto del totale delle esportazioni extraeuropee, pur rappresentando solo il 3% del volume. Ne va dell’export italiano, che oggi alimenta altri aeroporti europei.

Il Factbook inoltre rivela la corsa della Turchia, ormai vero hub verso l’Asia. È la dimostrazione che la competizione è come andare nel bosco con un amico e incontrare l’orso: per salvarti devi solo correre più dell’amico, non più dell’orso. L’Europa non è sola al mondo, ma compete con altri. Lo stesso vale per l’Italia verso gli altri Paesi europei. Ognuno deve fare il massimo nel quadro di regole condivise.

L’Italia si è caratterizzata nel trasporto aereo per una crescita diffusa, “democratica”, che ha beneficiato interi territori, dando linfa al nostro sistema produttivo ed economico, come i livelli record di export testimoniano. Gli aeroporti e tutto il settore sono poi start-up tecnologiche permanenti, capaci di assorbire le innovazioni a beneficio del servizio.

La crescita futura dovrà coniugare anche il tema della sostenibilità con un approccio fondato sui dati e non su narrative che, anche se ripetute, non corrispondono alla realtà. La green transition è in atto da tempo nel mondo del trasporto aereo e la crescita delle emissioni è molto inferiore a quella del traffico. Deve essere completata e anche qui il tema degli investimenti è vitale.

Tecnologia e umanità, come costruire fiducia nell’era dell’IA. L’intervento di Petrella

4 June 2026 at 10:18

Nel corso della mia vita professionale, mi è stato spesso richiesto di prendere decisioni importanti in circostanze complesse e impegnative. Ci sono stati momenti in cui avevo accesso a enormi quantità di informazioni. Rapporti. Dati. Valutazioni. Opinioni.

Fatti provenienti contemporaneamente da direzioni diverse. Eppure, in una particolare occasione, compresi qualcosa di importante. La sfida più grande non era la mancanza di informazioni. Era capire ciò che contava davvero. E in quel momento imparai una lezione che mi accompagna ancora oggi: L’informazione è essenziale. La conoscenza è essenziale. La tecnologia è essenziale. Ma nessuna di queste, da sola, è sufficiente.

Ciò che alla fine guida le nostre decisioni sono i nostri valori, il nostro giudizio, il nostro senso di responsabilità e la nostra umanità.

Oggi, mentre discutiamo di disinformazione digitale, Intelligenza Artificiale e protezione delle famiglie e delle comunità, quella lezione appare più attuale che mai.

Stiamo vivendo uno dei periodi più straordinari della storia umana. Mai prima d’ora le persone sono state così connesse. Le idee attraversano istantaneamente i continenti. Le informazioni raggiungono miliardi di persone in pochi secondi. La tecnologia ha trasformato l’istruzione, la sanità, l’economia, la pubblica amministrazione e la comunicazione. L’Intelligenza Artificiale rappresenta una delle innovazioni più potenti che l’umanità abbia mai creato. Il suo potenziale è immenso. Può accelerare la ricerca scientifica. Migliorare le diagnosi mediche. Supportare l’educazione. Aumentare la produttività. Aiutare i governi a fornire servizi migliori. E creare opportunità che fino a pochi anni fa sembravano impossibili.

Per queste ragioni dobbiamo guardare all’innovazione non con paura, ma con fiducia e ottimismo. Eppure ogni generazione scopre la stessa verità: iIl progresso porta con sé responsabilità.

Quanto più potenti sono i nostri strumenti, tanto maggiore è la responsabilità di utilizzarli con saggezza.

Una delle più grandi sfide del nostro tempo non è tecnologica. È preservare la fiducia in un’epoca sommersa dalle informazioni. Perché la disinformazione non è semplicemente un problema di fatti errati. È una sfida alla fiducia stessa. E la fiducia è uno dei fondamenti di ogni società sana. Le famiglie si basano sulla fiducia. Le comunità si basano sulla fiducia. Le istituzioni si basano sulla fiducia. Le nazioni si basano sulla fiducia. Quando la fiducia si indebolisce, cresce l’incertezza. Cresce la paura. Cresce la divisione. E la coesione sociale diventa più fragile.

Abbiamo tutti visto come la disinformazione possa influenzare il dibattito pubblico, generare confusione e alimentare tensioni. Nell’attuale ambiente digitale, un messaggio fuorviante può raggiungere milioni di persone prima che la verità abbia il tempo di recuperare terreno. Questa realtà ci impone di riflettere attentamente sul futuro che stiamo costruendo. La tecnologia non è il problema. L’Intelligenza Artificiale non è il problema. Le piattaforme digitali non sono il problema. La vera domanda è come scegliamo di utilizzarle.

La stessa tecnologia capace di educare milioni di persone può anche diffondere confusione. Le stesse piattaforme che connettono le persone possono anche dividerle. Gli stessi algoritmi che diffondono conoscenza possono talvolta amplificare la falsità. La differenza non risiede nella tecnologia. La differenza risiede nei valori che ne guidano l’utilizzo.

Per questa ragione, ogni discussione sulla tecnologia deve essere anche una discussione sull’etica. Negli ultimi anni, queste domande sono giunte ai più alti forum internazionali. Durante la Presidenza italiana del G7, l’Intelligenza Artificiale è stata posta al centro dell’agenda internazionale, evidenziando sia le straordinarie opportunità che offre sia la necessità di garantire che l’innovazione tecnologica rimanga allineata alla dignità umana, alla responsabilità etica e al bene comune.

Ciò riflette una crescente consapevolezza internazionale: lo sviluppo tecnologico deve rimanere connesso ai valori che definiscono la nostra umanità.

Anche Papa Leone XIV ha sottolineato l’importanza di garantire che il progresso tecnologico rimanga al servizio della dignità umana, della responsabilità e del bene comune. Il suo messaggio va oltre le comunità religiose. Ci ricorda che l’innovazione deve rafforzare la persona umana, mai diminuirla.

Pur provenendo da prospettive istituzionali differenti, queste riflessioni convergono verso un principio comune: la tecnologia raggiunge il suo scopo più alto quando serve l’umanità. Per questo la sfida che abbiamo davanti non è semplicemente tecnologica. È morale. È educativa. E, in definitiva, è umana.

Perché ogni rivoluzione tecnologica si trasforma, alla fine, in una domanda sul tipo di società che desideriamo costruire. Attraverso culture, religioni e civiltà diverse, possiamo esprimerci in modi differenti. Eppure arriviamo spesso agli stessi valori fondamentali.

La verità conta. La responsabilità conta. Il rispetto conta. La compassione conta. La dignità umana conta. Questi valori non appartengono a una singola nazione, cultura o fede. Appartengono all’umanità. E costituiscono il fondamento etico su cui può essere costruito un progresso duraturo.

Per questo incontri come questo sono così importanti. Riuniscono persone provenienti da Paesi, esperienze e tradizioni diverse attorno a uno scopo comune. E questo scopo non è semplicemente il progresso tecnologico. È il progresso umano. Nessun governo può affrontare queste sfide da solo. Nessuna azienda tecnologica può affrontarle da sola. Nessuna università può affrontarle da sola. Nessuna comunità religiosa può affrontarle da sola. Il successo richiede cooperazione. Governi. Imprese. Università. Media. Società civile. Leader religiosi. Famiglie.

Tutti hanno un ruolo da svolgere. Perché proteggere le comunità significa rafforzare la responsabilità. E proteggere le famiglie significa proteggere la fiducia. Per questa ragione è particolarmente significativo essere qui ad Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dimostrato che innovazione e identità culturale non devono necessariamente entrare in conflitto. Modernità e tradizione possono convivere. Ambizione tecnologica e valori umani possono rafforzarsi reciprocamente.

Questa visione equilibrata offre una lezione importante per tutti noi. Il futuro non dipende soltanto dalle tecnologie che creiamo. Dipende dai principi che scegliamo di difendere.

I bambini che crescono oggi saranno la prima generazione a vivere l’intera propria esistenza accanto all’Intelligenza Artificiale. La nostra responsabilità non è semplicemente fornire loro tecnologie più avanzate. La nostra responsabilità è offrire loro basi etiche più solide.

Dobbiamo insegnare il pensiero critico. Dobbiamo insegnare la responsabilità. Dobbiamo insegnare il rispetto. Dobbiamo insegnare il valore della verità. E dobbiamo ricordare alle future generazioni che la tecnologia è uno strumento al servizio dell’umanità, non un sostituto delle relazioni umane. Quando parliamo di proteggere famiglie e comunità, in fondo stiamo parlando di persone.

Genitori che sperano in un futuro migliore per i propri figli. Giovani che cercano la verità in un mondo sempre più complesso. Comunità che cercano fiducia, stabilità e comprensione. La tecnologia può aiutarci. L’Intelligenza Artificiale può aiutarci. L’innovazione può aiutarci. Ma nulla di tutto questo può sostituire la saggezza umana. Nulla di tutto questo può sostituire il coraggio morale. Nulla di tutto questo può sostituire la responsabilità personale.

Guardando al futuro, forse la domanda più importante non è: “Quale tecnologia lasceremo ai nostri figli?”. Forse la domanda più importante è: “Quali valori guideranno la tecnologia che erediteranno?”

L’Intelligenza Artificiale può contribuire a plasmare il futuro. Ma soltanto gli esseri umani possono dare un significato a quel futuro. Solo gli esseri umani possono scegliere la verità invece della menzogna. Solo gli esseri umani possono scegliere il dialogo invece della divisione. Solo gli esseri umani possono scegliere la responsabilità invece dell’indifferenza. E solo gli esseri umani possono garantire che la tecnologia rimanga una forza al servizio della dignità umana, della prosperità umana e del bene comune.

Il futuro non apparterrà semplicemente a chi costruirà le tecnologie più potenti. Apparterrà a coloro che sapranno utilizzarle con saggezza, responsabilità e al servizio dell’umanità. Questa è la nostra sfida. E questa è la nostra responsabilità condivisa. Perché alla fine di ogni discussione sulla tecnologia c’è un volto umano. Una madre preoccupata per suo figlio. Un padre che cerca di guidare la propria famiglia. Un giovane in cerca della verità. Una comunità che cerca fiducia e comprensione. Se li ricorderemo, useremo la tecnologia con saggezza. Se li dimenticheremo, nessuna tecnologia sarà mai sufficiente.

 

Cultura della Difesa, perché l’Italia non riesce ancora a discuterne seriamente

3 June 2026 at 09:49

C’è una contraddizione che racconta lo stato della Cultura della Difesa in Italia. Gli italiani si fidano delle Forze Armate, le rispettano, le applaudono nelle emergenze, nelle missioni internazionali, nelle operazioni di soccorso. Affollano le piazze il 2 giugno, come avvenuto ieri ai Fori Imperiali. Considerano donne e uomini in uniforme tra i servitori dello Stato più credibili e apprezzati del Paese, li circondano di affetto.

Poi però qualcosa s’interrompe: quando si passa dalle persone ai principi, dai militari alla Difesa, dal sacrificio alla sicurezza nazionale, il sentimento cambia, la relazione appare meno solida. E il dibattito diventa nervoso, ideologico, mistificante; le argomentazioni cedono il passo agli slogan e le analisi vengono sostituite dalle tifoserie.

È qui che emerge il vero problema: non siamo più un Paese ostile alle Forze Armate; siamo ancora, però, un Paese che fatica a parlare seriamente di Difesa.

Eppure il mondo attorno a noi è cambiato. La guerra è tornata in Europa, il Medio Oriente continua a bruciare e l’incendio sembra indomabile. Le grandi potenze sono entrate in una nuova fase di competizione strategica, gli attacchi cyber sono una realtà quotidiana. Le infrastrutture critiche sono vulnerabili, l’energia è diventata una questione geopolitica e la sicurezza delle catene produttive è ormai una questione di sovranità nazionale.

In altre parole, la sicurezza è tornata ad essere una delle condizioni fondamentali della libertà. Eppure, proprio mentre la storia bussa nuovamente e rumorosamente alla porta, una parte del dibattito italiano continua a comportarsi come se fossimo ancora negli anni Novanta, nell’illusione che i conflitti siano sempre lontani, che la pace sia irreversibile e che la sicurezza sia un bene garantito per diritto naturale, mentre non lo è.

La principale conclusione che emerge dal Report “Cultura della Difesa – Comunicazione, geopolitica e formazione per l’interesse nazionale”, promosso recentemente da DYNAMES insieme alla Luiss School of Journalism e a FORM& ATP, è tanto semplice quanto scomoda: gli italiani conoscono molto meno la Difesa di quanto essi credano o vogliano far credere.

Le Forze Armate, nel frattempo, hanno compiuto passi avanti enormi. Hanno aperto le caserme alla società civile. Hanno investito nella comunicazione. Hanno rafforzato il dialogo con il mondo accademico (o almeno con quella parte di esso non contaminata dall’ideologia di un pacifismo avulso dalla realtà). Sono presenti nei media e nei social network e hanno imparato a raccontarsi.

Ma questo non è bastato e, soprattutto, non basta. Perché se le Forze Armate hanno evoluto il proprio linguaggio, c’è un limite che non è stato ancora davvero superato: la comunicazione della Difesa continua spesso a mostrarsi più prudente che coraggiosa. È timida, ingessata, come se avesse timore di disturbare, quasi chiedendo il permesso di esistere, consapevole che un errore commesso, ai militari non è mai perdonato e viene amplificato e strumentalizzato. Una comunicazione, quella della Difesa, che appare talvolta autoreferenziale, confinata in circuiti specialistici e incapace di raggiungere con continuità e in profondità il grande pubblico. La conseguenza è evidente: cresce la fiducia verso le istituzioni militari, ma resta limitata la comprensione del loro ruolo strategico.

In una fase storica caratterizzata da guerre, instabilità, competizione geopolitica e minacce senza precedenti, la prudenza rischia di trasformarsi in rinuncia. E quando la Difesa rinuncia a spiegare sé stessa, saranno altri a definirla al suo posto. Quasi sempre attraverso stereotipi, semplificazioni e pregiudizi, come appare evidente in svariati dibattiti televisivi.

Ma la Difesa non è interesse di categoria, né materia per soli specialisti. Non è un tema da confinare nei convegni, nei centri studi o nelle riviste di settore, perché riguarda ogni cittadino, come peraltro recita – troppo spesso inascoltata – la nostra Costituzione all’Articolo 52.

Il risultato di questa timidezza è illustrato anche nel Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes, che restituisce una fotografia particolarmente interessante. Le Forze Armate figurano stabilmente tra le istituzioni che raccolgono il maggiore consenso nel Paese: Aeronautica Militare 74%, Marina Militare 73,6%, Esercito Italiano 71,9%. Percentuali analoghe caratterizzano Guardia di Finanza, Guardia Costiera e Arma dei Carabinieri. Un capitale reputazionale che poche altre istituzioni possono vantare.

Lo stesso Rapporto evidenzia, però, anche una contraddizione significativa. Se gli italiani mostrano rispetto, fiducia e riconoscenza verso le donne e gli uomini della Difesa, faticano ancora a considerare la sicurezza nazionale come un investimento strategico. Il 44,2% degli intervistati ritiene, infatti, che le risorse destinate alla Difesa rappresentino un costo, mentre soltanto il 32,1% le considera un investimento; il restante 23,7% non esprime alcuna opinione. È il paradosso italiano: ci fidiamo di chi garantisce la sicurezza del Paese, ma fatichiamo a riconoscere il valore degli strumenti necessari a garantirla. In altre parole, apprezziamo il risultato ma rifiutiamo di discutere i mezzi che lo rendono possibile.

È qui che emerge il peso di una lunga stagione culturale nella quale la parola “Difesa” è stata troppo spesso raccontata attraverso categorie ideologiche anziché strategiche.

Ancora oggi, nel dibattito pubblico, termini semanticamente diversi come Difesa, riarmo, militarizzazione e guerra vengono utilizzati come sinonimi. Continuare a confonderli significa impedire qualsiasi confronto serio. La Difesa contemporanea non coincide con la guerra, serve esattamente a evitarla.

Comprende – è bene ricordarlo – la deterrenza, la sicurezza energetica, la protezione delle infrastrutture critiche, la resilienza digitale, la sicurezza marittima, la ricerca tecnologica, la protezione civile, l’intelligence, la sicurezza economica e industriale. Riguarda, in definitiva, la protezione delle condizioni che rendono possibile la vita democratica.

Eppure una parte del dibattito politico continua a reagire a questi temi con un riflesso ideologico quasi automatico, soprattutto nei periodi pre-elettorali.

È allora che la complessità viene sacrificata alla ricerca del consenso immediato. Le sfumature spariscono, gli slogan sostituiscono le argomentazioni e si torna a rappresentare il mondo come uno scontro immaginario tra pacifisti e militaristi.

Una caricatura utile, forse, per raccogliere qualche voto, ma disastrosa per comprendere la realtà. Perché sostenere la Difesa non significa desiderare la guerra, così come sostenere la pace non significa ignorare le minacce. Un pacifismo autentico dovrebbe interrogarsi su come preservare la pace. Quello ideologizzato, invece, finisce talvolta per rifiutare perfino gli strumenti che consentono di proteggerla.

Pace, libertà e democrazia non di difendono da sole: lo ha ricordato recentemente il ministro Guido Crosetto, definendo la Difesa un patrimonio culturale e civile della Repubblica, prima ancora che uno strumento operativo dello Stato.

Ed è esattamente qui che entra in gioco la formazione. La scuola italiana continua a dedicare uno spazio insufficiente alla comprensione della sicurezza nazionale. Non si tratta di introdurre forme di educazione militare, si tratta di fare educazione civica sul serio. I media, dal canto loro, sembrano aver abdicato al loro ruolo pedagogico.

La diffusa ignoranza sul ruolo della Nato, delle alleanze internazionali, delle missioni all’estero, delle Forze Armate, delle Forze dell’Ordine, della Protezione Civile e dell’Intelligence sono il risultato del “sonno della coscienza civica”, che impedisce ai più di comprendere il mondo in cui viviamo.

Ignorare questi temi non rende una società più democratica, la rende semplicemente più vulnerabile. Allo stesso modo andrebbe superata una delle contrapposizioni più ricorrenti del dibattito pubblico italiano: quella tra spese per la Difesa e investimenti in sanità, scuola o welfare. È una contrapposizione apparentemente intuitiva ma sostanzialmente fuorviante. Uno Stato moderno, democratico e maturo, infatti, non sceglie tra sicurezza e sanità, tra difesa e istruzione, perché tutte queste funzioni concorrono alla tutela e al progresso della comunità nazionale.

Senza sicurezza non esiste sviluppo economico, e senza sviluppo economico non esistono le risorse necessarie per finanziare sanità, istruzione e protezione sociale. In poche parole, la sicurezza non compete con il welfare, ne è una delle condizioni di esistenza.

Ferruccio de Bortoli ha sintetizzato quest’ambiguità con una frase efficace: l’Italia sembra aver compreso la necessità di investire nella Difesa, ma continua ad avere paura di dirlo.

Probabilmente è vero. Perché il problema non è più costruire fiducia verso le Forze Armate: quella esiste già. La vera sfida è trasformare quella fiducia in consapevolezza.

Oltre a conoscenza e responsabilità, anche la memoria costituisce uno strumento per fare un salto di qualità culturale. Ce lo ricorda, ad esempio, il Cimitero Americano di Firenze, dove riposano oltre 4.400 soldati statunitensi caduti per la liberazione dell’Italia, ricordati in modo solenne e devoto nel Memorial Day del 25 maggio scorso. Ce lo ricordano quelle file ordinate di croci bianche che raccontano una verità semplice e spesso dimenticata: la libertà non è una condizione naturale, ma una conquista. E ogni generazione ha il dovere di comprenderne il costo.

In fondo, la vera Cultura della Difesa nasce qui: non dall’esaltazione della forza, ma dalla consapevolezza che libertà, sicurezza e democrazia non sono rendite permanenti della storia, ma beni fragili. Una democrazia che non comprende la propria difesa difficilmente riuscirà a difendere sé stessa.

Una nuova Assemblea costituente per il futuro. Gli auguri liberali di Sterpa alla Repubblica

2 June 2026 at 13:17
Festeggiamo 80 anni di libere istituzioni democratiche, festeggiamo la fine di alcune delle dittature del Novecento e festeggiamo una libertà sempre presidiata e garantita. Abbiamo voglia di festeggiare, però, non solo il passato glorioso ma anche il futuro.
Per farlo, visto che non si riesce più ad approvare riforme costituzionali con le regole scritte in assemblea costituente – come ci dimostra da ultimo il referendum sulla giustizia – occorre trovare il modo per rafforzare le nostre regole comuni.
Quelle regole in gran parte sono scritte proprio nella Costituzione che oggi merita di essere aggiornata perché non solo il paese reale è cambiato, ma anche perché è mutato il sistema politico e istituzionale. Ciò non significa che la Costituzione sia da buttare, anzi. È da rafforzare.
Rispetto al 1946 sono mutate troppe cose che meritano di essere riflesse nella Costituzione e da essa ricevere la luce dei nostri valori.
Non siamo più in un paese povero distrutto dalla guerra e pienamente sovrano nelle sue scelte: siamo uno dei paesi del G7 e partecipiamo ad un processo di integrazione europea che ci rende autonomi da soli e sovrani con altri 26 paesi.
Ma c’è di più. Siamo nella complessità globale e mentre nel 1946 impiegavamo ore per raggiungere un posto a pochi km di distanza, oggi ci spostiamo da Roma a Milano in meno di tre ore.
Allora spedivamo lettere e cartoline per sapere come andasse lontano da casa, mentre adesso basta un istante per vedersi on line. Potremmo continuare per molto con questi esempi. Quello che conta è segnalare che chi ama la Costituzione non ne difende la forma scritta, ma la sostanza giuridica e valoriale.
La politica non riesce a farlo perché è schiacciata sulle logica del consenso elettorale e non quello che consegna la responsabilità comune come fecero 80 anni fa fino ad approvare tutti insieme un testo che non accontentava tutti ma permetteva a tutti di guardare il futuro con gli occhi della fiducia.
Una proposta di legge costituzionale giace in Parlamento (figlia di una idea della Fondazione Luigi Einaudi) e da lì si potrebbe partire.
Nel 2027 voteremo per le elezioni politiche ma potremmo anche eleggere -a parte- una assemblea costituente alla quale delegare il potere di riforma della Carta nella sua seconda parte almeno.
I puristi degli archetipi ci diranno che le Costituzioni si fanno ex novo solo dopo grandi eventi come furono allora la guerra e il fascismo.
Grazie al cielo quelle violenze non le subiremo mai più, ma proprio per questo un “costituzionalismo di aggiornamento” non può aspettare i drammi.
Bastano i cambiamenti attuali a dirci che tutto intorno alla Costituzione il mondo è molto diverso. Rule of law e libertà sono minacciate da esercizi tradizionali e nuovi del potere, dalla volontà imperiale di autocrazie alla tecnologia digitale in mano a pochi.
Se la politica non riesce, come nel 1946, ci pensi il popolo. Se invece la politica partitica intende proteggere se stessa dal nuovo usando la Costituzione non si stupisca se un giorno questa Carta sulla quale giuriamo e studiamo non riesca a mordere la realtà.
Festeggeremo ancora qualcosa a quel punto?

Tra realismo e multilateralismo. La lezione del Quirinale sulla politica estera secondo Curti Gialdino

2 June 2026 at 09:49

Il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella il 1° giugno 2026 dinanzi al Corpo diplomatico accreditato offre un articolato quadro di riferimento sulla postura strategica e giuridica dell’Italia, delineando una strenua difesa dell’ordine multilaterale e del principio di legalità internazionale in una fase di marcato logoramento degli equilibri globali.

L’intervento ha preso le mosse dai lavori della Costituente, individuando nell’articolo 11 della Carta il fulcro di una visione che interpreta il ripudio della guerra come il definitivo superamento della sovranità assoluta di stampo ottocentesco.

In quest’ottica, le limitazioni di sovranità non sono concepite come una rinuncia, bensì come la precondizione dogmatica per l’adesione a un ordinamento sovranazionale orientato alla pace e alla giustizia.

Sotto il profilo internazionalistico, la ricostruzione descrive correttamente la genesi della Repubblica all’interno della comunità degli Stati.

Tuttavia, l’accostamento normativo tra l’adesione all’Onu, i processi di integrazione europea e la partecipazione all’Alleanza Atlantica merita un distinguo. Mentre i primi due ambiti rispondono, infatti, a una parziale cessione di sovranità per fini universalistici o comunitari, la Nato si configura come un’alleanza militare regionale basata sulla logica della difesa collettiva e della deterrenza.

Questa asimmetria strutturale riflette la complessa coesistenza, nella politica estera italiana, tra l’idealismo multilaterale delle Nazioni Unite (oggi paralizzato dai veti incrociati nel Consiglio di Sicurezza) e il pragmatismo delle alleanze difensive di blocco.

Un secondo nodo teorico riguarda il ruolo delle missioni di pace e delle Corti internazionali, indicate nel discorso come presidi di una civiltà fondata sul primato del diritto sulla forza delle armi. L’affermazione del valore vincolante delle pronunce giurisdizionali, specie in materia di diritti umani, si scontra tuttavia con il cronico deficit di effettività che caratterizza l’ordinamento giuridico internazionale.

La mancanza di un potere sanzionatorio centralizzato e coercitivo riduce frequentemente l’efficacia delle sentenze a mere declamazioni di principio, la cui esecuzione resta subordinata alla volontà politica degli Stati o ai rapporti di forza, evidenziando una faglia profonda tra la dimensione precettiva del diritto e la sua applicazione reale.

Nell’esaminare i conflitti contemporanei – dall’invasione russa dell’Ucraina all’escalation in Medio Oriente – il Quirinale ha adottato il lessico rigoroso della responsabilità internazionale, riaffermando i principi di sovranità territoriale e di inviolabilità delle frontiere.

Se tale lettura appare ineccepibile sul piano del diritto positivo occidentale, non va sottaciuta la crisi di legittimità che colpisce le norme stesse. L’applicazione delle regole internazionali è infatti contestata da ampi settori del Sud globale, che denunciano una prassi asimmetrica e un doppiopesismo geopolitico nella gestione delle diverse crisi umanitarie e territoriali.

Questo divario normativo evidenzia che il diritto internazionale non è oggi percepito in modo uguale, ma risente della polarizzazione globale.

Il monito presidenziale contro la rassegnazione interviene direttamente nel dibattito classico tra idealismo e realismo politico.

La tesi del Quirinale propone un rovesciamento della dottrina realista, sostenendo che l’osservanza della legalità internazionale non sia un’utopia astratta, bensì la massima espressione di pragmatismo per garantire la sopravvivenza globale ed evitare il conflitto perpetuo.

Sebbene tale postura sia coerente con l’impianto costituzionalista, la scuola del realismo politico non può essere liquidata come una semplice deriva cinica.

Essa, infatti, ha il merito di ricordare che il diritto, per spiegare i propri effetti, necessita di una sottostante stabilità politica ed economica, e che la ricerca di un equilibrio di potenze diventa una necessità ineludibile laddove le istituzioni multilaterali falliscono.

Infine, il richiamo alla diplomazia ne ricolloca l’azione nell’alveo naturale di metodo per la prevenzione delle controversie e strumento di decodifica delle dinamiche transnazionali, ponendola come alternativa strutturale alla logica dei blocchi contrapposti.

In sintesi, il discorso presidenziale riafferma la linea tradizionale della politica estera italiana, ancorata al rule of law. L’esame del testo evidenzia come la difesa dell’ordine basato sulle regole rimanga un passaggio logico e costituzionale imprescindibile, sebbene la comunità dei giusinternazionalisti e i decisori politici restino confrontati con la necessità di colmare la distanza, sempre più marcata, tra le norme internazionali e la realtà frammentata delle relazioni globali.

Rinnovare la Repubblica per affrontare le nuove minacce. La riflessione di Giancotti

2 June 2026 at 08:47

La rapidissima turbolenza che il nostro mondo sta vivendo nasce dalla rottura degli equilibri della Guerra Fredda, basati sulla forza e sul bisogno di pace, dopo lo spaventoso massacro della Seconda Guerra mondiale.

Allora, da quegli equilibri, da quel bisogno e da molto altro nacquero la Repubblica, che oggi festeggiamo e, attraverso un lungo processo di integrazione ancora in divenire, l’Unione Europea.

Emerge oggi un mondo multipolare, con il suo corollario di competizione, conflitti collegati, guerre feroci: un disordine globale, in apparente continua accelerazione, che sfida le realtà esistenti.

Al contempo, dopo “inverni” e lunghe incubazioni, tecnologie dall’impatto epocale, profondo, sistemico, difficile da comprendere e governare irrompono sulla scena. Esse generano per pochissimi ricchezze e potere immensi e cambiano la vita di miliardi di persone.

La Festa della Repubblica di oggi è dunque molto diversa per temi e contesto da quelle di non molti anni fa. Festeggiarla, oltre ai simbolismi necessari, richiede comprenderne le sfide attuali e promuoverne le prospettive. 

Le democrazie “vincitrici” della Guerra Fredda sono in crisi. Gli indicatori democratici sono in continuo regresso da venti anni. Autocrazie assertive e a volte aggressive sfidano spregiudicatamente gli equilibri percepiti come sfavorevoli. Chiare tendenze autocratiche emergono anche in democrazie consolidate. Poteri forti detentori della tecnologia conclamano visioni elitarie per il governo globale. In questa particolarissima congiuntura, elemento fondamentale della competizione in atto, è altresì in corso una intensa guerra ibrida, che attacca la fiducia e la coesione dei sistemi sociali e la solidarietà tra le democrazie attraverso disturbo con azioni opache multidominio, difficilmente attribuibili, attraverso disinformazione e malinformazione, generando disordine informativo, incertezza e confusione. Essa intimidisce e polarizza le opinioni pubbliche per scopi ostili, secondo il primo principio del pensiero strategico: vincere senza combattere. I guerrieri ibridi avversari hanno una struttura complessa e ben organizzata, un corpo dottrinale e una cultura sviluppati e molta pratica e spesso hanno successo. La guerra ibrida continuerà a lavorare contro la Repubblica e le sue alleanze ben oltre la fine dei conflitti cinetici in corso: costa poco, presenta rischi ridotti, se funziona ha impatto strategico primario. Dobbiamo preparaci a proteggere il Paese e l’Europa da entrambi, ma la natura subdola e persistente della prima richiede strategie acute, determinate e pazienti.

In realtà, anche nel processo democratico vi sono sempre stati disinformazione, malinformazione e misinformazione. Basta osservare una campagna elettorale. Ma tale processo è pubblico, dialettico, in un quadro di pesi e contrappesi istituzionali, politici, giudiziari. Gli attori della società civile hanno possibilità di difendere i loro interessi. Ciò genera un equilibrio, delicato, in continua correzione, che mitiga in buona misura gli inquinamenti epistemici “tradizionali”. Se nel breve termine esso può sbilanciarsi verso opinioni lontane dalla realtà, nel medio-lungo termine, attraverso i cicli elettorali, può correggersi e ricostruire una comprensione del mondo condivisa dai più.

Il degrado di una comprensione condivisa non viene solo dalle fragilità intrinseche del processo democratico e dalla guerra ibrida che le attacca, ma anche da altre provenienze, non necessariamente ostili. La tecnologia dell’informazione dei giganti del web è pilotata dalla ricerca del profitto, non del bene pubblico. Essa premia la dipendenza da algoritmi manipolativi, che promuovono la micro-frammentazione dell’attenzione e della conoscenza. La ricerca evidenzia un crescente impoverimento cognitivo, una notevole esposizione a bias, allucinazioni, risposte compiacenti, false. Misinformazione, inquinamento epistemico sono iniettati di continuo nel corpo sociale per massimizzare il profitto di pochi.

Alle distorsioni “fisiologiche” del processo politico e alle influenze di attacchi ibridi ostili si sovrappone l’utilizzo ai fini politici del cyberspazio e dell’enorme quantità di dati personali raccolti sui social media. Ciò ha permesso di profilare gli elettori e manipolare consultazioni politiche tramite uso di intelligenza artificiale in campagne mirate. La ricerca e documentari come “The Great Hack”, “The Social Dilemma” e “Coded Bias” mostrano dinamiche e impatto, a volte decisivo, di strategie di influenza antidemocratiche endogene al sistema politico. Il campo di battaglia è la mente umana, con i suoi molti limiti, ben evidenziati dalla ricerca neuroscientifica. Essa si estende da antichi e moderni complottismi, terrapiattismi, cacce alle streghe, fino al pensiero critico, sistemico, creativo. Per il quale non si osserva investimento formativo sistematico. Difficile contrastare il volume e la velocità di questi flussi informativi, difficile bilanciare il diritto fondamentale alla libertà di espressione con la protezione della democrazia. Ma perseguire garanzie ed equilibri sostenibili nell’ambito del processo democratico pur imperfetto che citavamo è irrinunciabile. Per il paradosso di Popper: una tolleranza illimitata porta inevitabilmente alla scomparsa della tolleranza stessa. 

Oltre alle influenze più o meno intenzionali, esterne ed interne, le democrazie sono spesso sconfitte nelle narrative ostili dalla loro incapacità di rispondere ai bisogni dei cittadini. Lentezza, inefficacia, e inefficienza percepite hanno effetto diretto sulla fiducia e la coesione del corpo sociale. 

Certamente negoziare equilibri tra gli interessi di moltissimi attori è più lento e difficile che decidere verticisticamente senza render conto. È vero che in qualche misura la lentezza è un costo della libertà. Tuttavia, efficacia, efficienza, prosperità distribuita sono risorse strategiche fondamentali non solo per il benessere dei cittadini, ma per la protezione della stessa libertà.

Le dinamiche brevemente accennate minacciano la Repubblica.

Come festeggiare dunque la sua festa? Regalandole una visione.

Che possa promuoverla e proteggerla anche in questo nuovo mondo, complesso, veloce, minaccioso. Una visione ambiziosa, efficacemente comunicata, condivisa e agita, che porti una chiara responsabilità in capo alle leadership tutte del Paese, a partire dal sistema politico, fino al sistema della conoscenza a quello economico, a quello dei media e della società civile.

Una visione dove le istituzioni e la Pubblica Amministrazione intendano operare e innovare con l’efficienza di Amazon, ma devote al bene comune, non al profitto. Dove investire nel capitale umano sia considerato come un dovere di ognuno. Dove formazione continua, innovativa e di eccellenza non costituisca sporadica buona pratica, ma un obbligo morale e una strategia operativa diffusa tra le istituzioni formative, scuola, università, tra le istituzioni tutte, le organizzazioni e le imprese. Dove lo sviluppo delle abilità nel pensiero critico, sistemico e creativo per sapere, capire, decidere, agire e correggere in un mondo complesso e incerto siano priorità chiave, al fine di rendere efficaci e resilienti la comprensione condivisa del mondo e le strategie che su di essa si basano. Tra l’altro, solida ricerca mostra che il ritorno sull’investimento di un tale approccio è da sei a otto volte quanto investito.

I grandi sistemi umani si reggono sulle narrazioni fondative: quella fondante della nostra Repubblica è sintetizzata nella Costituzione. La visione per il nuovo mondo può divenire narrazione fondativa ulteriore, che su di essa poggia e si sviluppa. Il miglior regalo per la nostra Repubblica è rinnovarla per un migliore conseguimento dei suoi fini: il bene di tutti noi. Costruire il capitale umano, promuovere il capitale sociale corroso dalle dinamiche del nuovo mondo, rilanciandone l’assoluta priorità, stabilire fiducia in un sistema solidamente democratico, promuovere la coesione sociale pur in una vivace dialettica politica, contro polarizzazione e fanatismi, è necessità esistenziale.

È una visione utopica?  Moltissimi stanno già operando in tal senso, consapevolmente o meno. L’alternativa è subire passivamente rischi molto inquietanti. Nelle crisi, strategia efficace è rilanciare proattivamente, non subire reattivamente. Occorre condividere, raccontare, moltiplicare, scalare, governare. Ognuno può festeggiare la nostra Repubblica contribuendo a tutto ciò. Faremo un dono a noi stessi e a nostri figli.

Le leadership in particolare, non hanno alibi per non farlo.

Buona Festa della Repubblica a tutti noi.

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