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East Med. Dagli Usa nuovo impulso alla cooperazione energetica regionale

10 June 2026 at 10:01

Una settimana di incontri ad alto livello negli Stati Uniti sta imprimendo nuovo slancio alla cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale. Da un lato, a Washington, i Paesi membri dell’East Mediterranean Gas Forum (Emgf) hanno riaffermato il loro impegno a favore dello sviluppo delle risorse energetiche nel rispetto del diritto internazionale. Dall’altro, a Houston, è in programma il lancio ufficiale dell’East Med Energy Center, una delle principali iniziative previste dall’EastMed Act approvato dal Congresso statunitense nel 2019.

Le due iniziative si inseriscono in un più ampio sforzo di rafforzamento delle partnership energetiche e strategiche nella regione, coinvolgendo governi, organizzazioni internazionali, università, centri di ricerca e settore privato.

Nel corso della riunione ministeriale dell’Emgf, ospitata a Washington sotto la presidenza greca, i partecipanti hanno adottato all’unanimità un comunicato congiunto che sottolinea come lo sviluppo delle risorse di gas naturale del Mediterraneo orientale debba avvenire nel quadro del diritto internazionale e nel pieno rispetto dei diritti sovrani degli Stati sulle proprie risorse naturali.

Il messaggio politico emerso dall’incontro è stato quello di promuovere un modello di cooperazione regionale fondato su regole condivise, interessi comuni e stabilità, in contrapposizione a logiche di confronto e ad azioni unilaterali. In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche e conflitti in corso, la riunione ha riunito allo stesso tavolo rappresentanti di Grecia, Cipro, Egitto, Giordania, Israele, Palestina e Italia, oltre a Stati Uniti e Banca Mondiale.

Secondo il ministro greco dell’Ambiente e dell’Energia, Stavros Papastavrou, l’importanza di queste iniziative va oltre il settore energetico. “Stiamo costruendo un quadro di cooperazione fondato sul pieno rispetto del diritto internazionale, di valori condivisi e di regole commerciali, un quadro che rafforza la stabilità e scoraggia azioni unilaterali e aggressive. Il nostro obiettivo comune è la sicurezza energetica e la prosperità dei nostri popoli”, ha dichiarato.

L’incontro ha inoltre evidenziato l’evoluzione dell’Emgf, che dal 2021 ha lo status di organizzazione internazionale con sede al Cairo. Nato per coordinare lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse energetiche della regione, il Forum ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, diventando una piattaforma di dialogo tra governi, autorità di regolazione, organizzazioni internazionali e operatori privati, con l’obiettivo di promuovere progetti comuni, maggiore connettività energetica e integrazione regionale.

Anche l’Italia ha ribadito il proprio sostegno all’iniziativa. L’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Marco Peronaci, ha ringraziato il segretario all’Energia statunitense Chris Wright per aver presieduto la riunione dell’Emgf e ha sottolineato che «in qualità di membro fondatore, l’Italia è impegnata a rafforzare la cooperazione nel settore energetico nella regione», elogiando al contempo la leadership esercitata dalla presidenza greca.

L’attenzione si sposta ora su Houston, dove l’11 giugno verrà inaugurato l’East Med Energy Center presso il Baker Institute della Rice University. Il nuovo centro rappresenta l’attuazione di una delle disposizioni chiave dell’EastMed Act e punta a rafforzare la cooperazione tra Stati Uniti, Grecia, Cipro e Israele nell’ambito del formato 3+1.

Secondo quanto annunciato, il centro promuoverà attività congiunte nei settori della sicurezza energetica, della ricerca, dell’innovazione e delle tecnologie avanzate, mettendo in rete università, laboratori di ricerca e aziende private. La struttura sarà inoltre chiamata a svolgere un ruolo di supporto nell’analisi delle minacce alla sicurezza energetica e delle dinamiche geopolitiche che interessano il Mediterraneo orientale.

Alla cerimonia di lancio parteciperanno il segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright, il ministro greco Stavros Papastavrou, il ministro cipriota Michalis Damianos e rappresentanti israeliani. Sono inoltre previsti incontri dedicati a infrastrutture critiche, cybersicurezza e stabilità regionale.

Nel loro insieme, gli appuntamenti di Washington e Houston mostrano come la cooperazione energetica nel Mediterraneo orientale stia assumendo una dimensione sempre più ampia. Accanto allo sviluppo delle risorse naturali, i governi della regione e i loro partner statunitensi puntano infatti a costruire un quadro di collaborazione che includa sicurezza, tecnologia, ricerca e resilienza strategica, rafforzando al tempo stesso i meccanismi di dialogo e coordinamento regionale.

(Foto: X, @MPeronaci)

La nuova rotta del Levante, così Arabia Saudita e Turchia ridisegnano i corridoi regionali

9 June 2026 at 14:55

La Turchia e l’Arabia Saudita hanno firmato a Riyadh un memorandum d’intesa sulla cooperazione ferroviaria, imprimendo una nuova accelerazione al progetto di rilancio della storica Hejaz Railway. L’iniziativa punta a creare un corridoio ferroviario che colleghi il Regno alla Turchia attraverso Giordania e Siria, recuperando una delle principali direttrici terrestri del Medio Oriente.

Secondo il ministro saudita dei Trasporti e della Logistica Saleh al-Jasser, gli studi sul collegamento dovrebbero essere completati entro la fine dell’anno. Sul versante turco, il ministro Abdulkadir Uraloğlu ha confermato l’obiettivo di modernizzare la storica linea e, nel lungo periodo, estenderla verso l’Oman e dunque fino all’Oceano Indiano, segnando un’altra potenziale rotta indo-mediterranea per collegare Asia ed Europa, oltre a quella che attraversa il Mar Rosso e a quella immaginata dall’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC).

Dietro l’idea di recuperare un lineamento ferroviario storico, il progetto racconta qualcosa di più ampio. Il tentativo di ricostruire le connessioni terrestri del Levante dopo oltre un decennio di guerre e frammentazione regionale è parte di una nuova consapevolezza sulla gestione delle rotte strategiche. Serve ridondanza, servono nuove connessioni, servono corridoi alternativi capaci di garantire continuità ai flussi commerciali anche in presenza di crisi, conflitti o interruzioni lungo le principali vie di transito.

La geografia del corridoio è significativa quanto il progetto stesso. Collegando la Penisola Arabica alla Turchia attraverso Giordania e Siria, la linea punta infatti a creare una direttrice terrestre alternativa a una serie di chokepoint che negli ultimi anni hanno evidenziato la vulnerabilità delle catene commerciali regionali.

Nelle dichiarazioni turche il riferimento più esplicito è allo Stretto di Hormuz. Ankara presenta infatti il possibile prolungamento verso l’Oman come uno strumento per raggiungere l’Oceano Indiano e ridurre la dipendenza da una delle principali strozzature marittime del commercio globale. Ma il corridoio avrebbe anche l’effetto di diminuire il ricorso alle rotte che attraversano il Mar Rosso e il Canale di Suez, offrendo un collegamento terrestre tra il Golfo e il Mediterraneo orientale. L’obiettivo di aggirare i punti di maggiore vulnerabilità si riflette anche nell’esclusione di Israele e del Libano dalla mappa del progetto. Non si tratta di un dettaglio geografico, ma di una precisa architettura regionale.

In questo schema la Siria torna ad assumere una funzione che aveva progressivamente perduto con la guerra civile. Damasco e Aleppo riemergono come nodi di transito indispensabili per collegare la Penisola Arabica all’Anatolia. Non è un caso che il rilancio della ferrovia sia stato preceduto da un accordo raggiunto nel settembre 2025 tra Turchia, Siria e Giordania. Quell’intesa prevedeva il completamento di segmenti mancanti della linea, la cooperazione tecnica tra i tre Paesi e la riattivazione dei collegamenti terrestri interrotti durante il conflitto.

La rinascita della Hejaz Railway appare quindi come una manifestazione concreta del graduale reinserimento della Siria nelle reti economiche regionali. Prima ancora che sul piano diplomatico, la normalizzazione del Paese sembra avanzare attraverso infrastrutture, logistica e commercio.

Il progetto si inserisce inoltre in una strategia di connettività più ampia perseguita dalla Turchia. Negli ultimi anni Ankara ha promosso contemporaneamente il Development Road, destinato a collegare Bassora al confine turco attraverso l’Iraq, e il Zangezur Corridor, tassello del Middle Corridor verso il Caucaso e l’Asia Centrale. Il rilancio della Hejaz Railway aggiunge una direttrice meridionale a questa rete di collegamenti, rafforzando l’ambizione turca di trasformarsi in uno snodo logistico tra Europa, Medio Oriente ed Eurasia.

La crescente convergenza con l’Arabia Saudita rappresenta uno degli aspetti più rilevanti del progetto. Per anni Ankara e Riyadh hanno sostenuto priorità regionali spesso divergenti. Oggi sembrano invece condividere un obiettivo più pragmatico: costruire infrastrutture capaci di aumentare la resilienza delle catene commerciali e di consolidare il ruolo del Medio Oriente come piattaforma di transito tra Asia ed Europa.

Le dichiarazioni di al-Jasser riflettono questa impostazione. Il ministro saudita ha collegato il progetto ferroviario alla rete portuale del Regno e alla sua capacità di gestire volumi crescenti di container, suggerendo una visione integrata tra porti, ferrovie e corridoi logistici. La Hejaz Railway non viene concepita come un’infrastruttura isolata, ma come l’estensione terrestre delle ambizioni saudite nel settore della logistica.

Questa direttrice assume ulteriore rilievo in un momento in cui altre architetture regionali incontrano ostacoli politici. L’IMEC è stato concepito per collegare India, Golfo ed Europa attraverso una rete di infrastrutture che dovrebbe beneficiare anche di una progressiva normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele per consentire lo sbocco del corridoio nel Mediterraneo. La guerra a Gaza e il deterioramento del quadro di sicurezza regionale hanno però rallentato quella prospettiva.

La Hejaz Railway non nasce come alternativa formale a IMEC, ma di fatto rischia di diventarlo. Propone una geografia diversa che disegna una mappa che riflette gli equilibri politici emersi nella regione dopo gli sconvolgimenti degli ultimi anni.

La linea fu costruita tra il 1900 e il 1908 per collegare le province arabe dell’Impero ottomano alle città sante dell’Hijaz. Concepite per facilitare il pellegrinaggio e rafforzare il controllo amministrativo sui territori meridionali (ai tempi era nota come “Ottoman Rail”), quelle infrastrutture vengono oggi reinterpretate secondo una logica completamente diversa: container, corridoi multimodali, catene logistiche e accesso ai mercati globali. Alcuni segmenti sono già stati recuperati e modernizzati nel corso degli anni, mentre altri restano da ricostruire quasi integralmente. Da notare che Israele ha già ristrutturato e riattivato a uso interno la tratta tra Beit She’an e Haifa.

Resta da capire quanto rapidamente il progetto turco-saudita potrà trasformarsi in infrastruttura reale. Nella regione i grandi corridoi ferroviari richiedono normalmente anni di studi, finanziamenti e coordinamento politico prima dell’avvio dei cantieri. Da questo punto di vista, la firma del memorandum tra Riyadh e Ankara appare soprattutto come un segnale strategico, spiega una fonte regionale che pronostica tempi ben più lunghi di quelli annunciati – “Ci vorranno quattro anni per gli studi di fattibilità!”.

Il tempismo dell’intesa non passa inosservato. Mentre Arabia Saudita e Turchia rilanciano la direttrice della Hejaz Railway, gli Emirati Arabi Uniti hanno già avviato in Giordania un investimento da 2,3 miliardi di dollari per la Aqaba Port Railway, destinata a collegare il porto sul Mar Rosso alle aree minerarie del Paese e, in prospettiva, alla futura rete ferroviaria regionale.

Più che singole infrastrutture, le ferrovie stanno diventando strumenti di influenza economica e politica. Dietro il rilancio della Hejaz Railway e gli investimenti emiratini in Giordania si intravede una competizione sempre più evidente per il controllo dei corridoi che collegheranno Golfo, Levante, Mediterraneo e Oceano Indiano nei prossimi decenni. La firma del memorandum tra Riyadh e Ankara suggerisce che questa partita è appena iniziata.

Autoinnovazione e potere, perché la velocità dell’AI cambia la geopolitica globale

6 June 2026 at 08:46

Per anni la competizione sull’Intelligenza artificiale è stata descritta come una corsa a costruire modelli sempre più potenti. Oggi sta emergendo una dinamica diversa. La sfida non riguarda soltanto le capacità raggiunte da un sistema, ma la rapidità con cui è possibile sviluppare il successivo.

È il messaggio che emerge dal nuovo documento pubblicato da Anthropic. L’azienda afferma che Claude contribuisce ormai alla maggioranza del codice integrato nei propri sistemi e che gli strumenti di AI stanno aumentando in modo significativo la produttività della ricerca e dell’ingegneria. La prospettiva dell’auto-miglioramento ricorsivo resta teorica e piena di incognite. Più concreto è ciò che sta accadendo oggi: l’Intelligenza artificiale viene utilizzata sempre più spesso per accelerare il lavoro necessario a costruire altra Intelligenza artificiale.

La differenza può sembrare tecnica. In realtà tocca uno dei nodi principali della competizione tecnologica contemporanea.

Finora il vantaggio dei grandi laboratori dipendeva dall’accesso a capitale, talenti, dati e capacità computazionale. Se i modelli iniziano a ridurre il tempo necessario per scrivere codice, testare soluzioni, individuare errori o supportare la ricerca, entra in gioco una nuova forma di vantaggio competitivo: la velocità del ciclo di innovazione.

In uno scenario simile, il valore di un modello non si misura soltanto in ciò che è in grado di fare oggi, ma nella sua capacità di contribuire alla realizzazione della generazione successiva. Anche miglioramenti limitati possono produrre effetti cumulativi. Un laboratorio che sviluppa più rapidamente nuove capacità potrebbe accrescere il proprio vantaggio con una velocità difficilmente replicabile da chi resta indietro.

La questione non riguarda soltanto le aziende. Coinvolge anche le istituzioni chiamate a governare questa trasformazione.

Negli ultimi anni il dibattito sulla regolazione dell’Intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sulle capacità dei modelli. Quali rischi presentano? Quali limiti imporre? Quali obblighi di trasparenza richiedere? Il documento di Anthropic suggerisce una domanda ulteriore: cosa accade quando la velocità dell’evoluzione tecnologica cresce più rapidamente della capacità delle istituzioni di monitorarla?

La politica opera attraverso procedure che richiedono tempo. Le agenzie regolatorie, i parlamenti e le organizzazioni internazionali ragionano in termini di mesi o anni. I laboratori di frontiera descrivono invece cicli di sviluppo che si misurano sempre più spesso in settimane. Il problema non è soltanto governare sistemi più potenti. È governare sistemi che potrebbero cambiare molto rapidamente.

Questo elemento conferisce alla discussione una dimensione geopolitica sempre più evidente.

L’Intelligenza artificiale è ormai al centro della competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Se la capacità di innovare diventa il principale moltiplicatore di vantaggio, allora assumono un peso ancora maggiore tutte le infrastrutture che rendono possibile quell’innovazione. Semiconduttori avanzati, capacità energetica, data center, reti di ricerca e capitale umano qualificato diventano asset strategici in misura crescente.

La corsa all’AI viene spesso raccontata come una gara per costruire il modello migliore. Potrebbe essere più corretto interpretarla come una competizione per costruire l’ecosistema capace di migliorare più rapidamente. In questo quadro, il controllo delle infrastrutture conta quanto il controllo degli algoritmi.

Per questo il documento di Anthropic merita attenzione anche al di là delle previsioni sull’auto-miglioramento ricorsivo. Il punto più rilevante non è stabilire se le macchine siano vicine a progettare autonomamente versioni superiori di sé stesse. Il punto è che i principali laboratori stanno già sperimentando forme di sviluppo nelle quali l’Intelligenza artificiale contribuisce direttamente al processo di innovazione.

Se questa tendenza dovesse consolidarsi, la velocità potrebbe diventare la risorsa più preziosa della nuova economia dell’Intelligenza artificiale. E, come spesso accade con le tecnologie strategiche, la distribuzione della velocità finirebbe per incidere anche sulla distribuzione del potere.

Roma punta su Washington per ridisegnare la sicurezza europea

6 June 2026 at 08:25

Guido Crosetto si prepara a volare a Washington per incontrare il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza europea è tornato al centro delle relazioni transatlantiche, anticipando in forma bilaterale parte dei contenuti che potrebbero caratterizzare il tavolo del confronto al Nato Summit di Ankara in luglio. L’appuntamento di Crosetto è fissato per il 15 giugno, e arriva pochi giorni dopo le dichiarazioni con cui il ministro della Difesa ha proposto la costruzione di una nuova rete di sicurezza europea, più ampia dell’Unione europea e capace di includere partner come Regno Unito, Norvegia, Turchia e Ucraina.

Le due iniziative si collocano sullo stesso terreno politico: il tentativo di definire quale debba essere il ruolo dell’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati di assumere maggiori responsabilità per la propria difesa. Nell’intervista, che anticipa la missione, sul New York Times, Crosetto descrive la sua proposta come una risposta ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel quadro strategico europeo. La guerra in Ucraina, l’evoluzione delle minacce alla sicurezza e la crescente pressione americana sugli alleati europei hanno alimentato una riflessione sul modo in cui il continente organizza la propria difesa.

Il ministro sostiene che una politica di sicurezza credibile non possa essere limitata ai soli membri dell’Unione europea. Da qui l’idea di una struttura capace di coinvolgere Paesi che condividono interessi e responsabilità nella sicurezza del continente pur rimanendo al di fuori delle istituzioni comunitarie.

La proposta assume particolare rilievo perché arriva mentre in diverse capitali europee si discute del rapporto tra il rafforzamento della difesa continentale e il futuro della Nato. Nelle parole di Crosetto, tuttavia, il tema non viene posto in termini di alternativa.

Il ministro respinge esplicitamente l’idea che il progetto possa sostituire l’Alleanza atlantica. Al contrario, sostiene che l’obiettivo sia quello di rafforzare il pilastro europeo della sicurezza occidentale. La distinzione è significativa perché intercetta uno dei principali interrogativi emersi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca: come aumentare le capacità europee senza indebolire il legame transatlantico.

La visita a Washington offre un banco di prova concreto di questo approccio. Sul tavolo dei colloqui con Hegseth ci saranno la spesa militare, il ruolo delle basi americane presenti in Italia, il futuro della Nato e alcune delle principali crisi regionali – il blocco di Hormuz in primis, perché la guerra americana contro l’Iran, scaricata nel chokepoint del Golfo, ha prodotto enormi complessità nel mercato energetico. Sono tutti temi che riflettono le priorità dell’amministrazione americana, ma che coincidono anche con il dibattito in corso tra gli alleati europei.

Il confronto si sviluppa però su un terreno articolato, dove la cooperazione strategica si incastra con i rispetti interessi nazionali. L’amministrazione americana continua a chiedere agli alleati europei un maggiore impegno finanziario nel settore della difesa e il tema sarà inevitabilmente presente nei colloqui di Washington. Il segretario di Stato, Marco Rubio, lo scorso mese in Italia e successivamente al vertice Nato, era stato molto chiaro nel ribadire la necessità che l’Europa aumenti le risorse dedicate alla difesa

Nelle ultime settimane il dibattito si è concentrato anche sul programma europeo Safe (Security Action for Europe), lo strumento con cui l’Unione europea intende sostenere gli investimenti nel settore della difesa attraverso prestiti comuni, e sulle modalità con cui il governo italiano punta a reperire nuove risorse per la spesa militare – anche pensando a capitoli di spesa complessi, come per esempio quello energetico. Parallelamente, Roma guarda con attenzione al dibattito in corso negli Stati Uniti sulla presenza militare americana nel continente e punta a preservare il ruolo delle basi presenti sul territorio italiano.

Il dossier marca una fase di ridefinizione delle responsabilità all’interno dell’alleanza, nella quale europei e americani stanno cercando un nuovo equilibrio tra contributi, capacità e presenza militare. L’incontro Crosetto-Hegseth diventa un utile introduzione per quello che sarà il tema dei temi nel summit Nato di luglio, dove sarà il presidente Trump a chiedere agli alleati un balzo nell’assunzione di responsabilità e un amento della condivisione degli impegni. E spetterà agli alleati l’onore di trovare una quadra tra queste dinamiche irreversibili del pensiero strategico statunitense e le necessità interne, tra gestione delle spese, mantenimento del rapporto col corpo elettorale, protezione dell’interesse nazionale.

L’algoritmo e l’umanesimo. Perché il discorso del Nunzio Caccia a Washington parla al cuore del potere globale

5 June 2026 at 15:02

Oltre 400 tra responsabili politici, dirigenti del settore tecnologico, accademici e funzionari pubblici si sono riuniti a Washington il 3 giugno per la seconda edizione degli AI Honors organizzati dal Washington AI Network. Presentato come “l’unico gala in black tie della capitale americana dedicato all’intelligenza artificiale”, l’evento ha riunito esponenti del governo, dell’industria e del mondo della ricerca per premiare alcune delle personalità che stanno contribuendo a plasmare il futuro della tecnologia.

In questo contesto, la presenza dell’Arcivescovo Gabriele Caccia, da poche settimane Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, non è passata inosservata. La sua partecipazione ha richiamato un dato sempre più evidente: l’intelligenza artificiale non è più una discussione confinata ai laboratori di ricerca, alle aziende tecnologiche o alle agenzie governative. È diventata una questione che coinvolge un numero crescente di istituzioni interessate alle implicazioni sociali, culturali e umane del cambiamento tecnologico. Tra queste dinamiche, il Vaticano vuole avere il suo spazio.

Caccia ha utilizzato l’occasione per presentare una delle priorità emergenti del pontificato di Leone XIV: garantire che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rimanga ancorato alla dignità della persona e orientato al bene comune.

Al centro del suo intervento vi era la “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV, pubblicata il 15 maggio scorso. Portare questo documento in una platea dominata da discussioni sull’innovazione, sulle politiche tecnologiche e sul futuro dell’intelligenza artificiale rappresenta un segnale della volontà della Santa Sede di partecipare a un dibattito che va assumendo una portata sempre più ampia e trasversale.

Uno dei temi nevralgici del suo discorso è stato il rapporto tra le grandi trasformazioni tecnologiche e le conseguenze che esse producono sul piano sociale ed etico. Richiamando l’eredità della Rerum Novarum di Leone XIII, pubblicata nel 1891 nel pieno delle trasformazioni della Rivoluzione Industriale, Caccia ha sottolineato alcuni parallelismi con le sfide poste oggi dall’intelligenza artificiale.

Se la Rivoluzione Industriale costrinse le società dell’epoca a confrontarsi con questioni legate al lavoro, al capitale e alla giustizia sociale, la rivoluzione dell’IA solleva nuovi interrogativi sul ruolo della persona, sulla responsabilità e sul rapporto tra uomo e tecnologia. In entrambi i casi, il punto centrale non è l’innovazione in sé, ma il modo in cui le società decidono di governarne gli effetti.

L’Arcivescovo ha inoltre evidenziato come l’intelligenza artificiale richieda il contributo di una pluralità di attori e non possa essere guidata da una sola categoria di esperti. “Questo stesso incontro rappresenta ciò che Papa Leone invoca nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas: un documento condiviso che coinvolge molti settori della società”, ha affermato Caccia. “Il futuro di questa tecnologia non può essere guidato da un solo ambito. Ha bisogno della scienza e della politica, dell’impresa e del servizio pubblico, dell’etica e della fede”.

Si tratta di un passaggio che spiega bene la presenza della Santa Sede in un appuntamento come gli AI Honors. Nella prospettiva vaticana, l’intelligenza artificiale è molto di più di una questione tecnologica: Oltretevere c’è la consapevolezza di quanto sia un tema che tocca la società nel suo insieme, con implicazioni che attraversano la politica, l’economia, l’istruzione, la cultura, le relazioni umane e i conflitti.

Per questo il messaggio di Caccia si è concentrato sui principi che dovrebbero accompagnarne lo sviluppo, spostandosi dalla miope, anacronistica critica al progresso tecnologico. “Fin dall’inizio e in ogni fase, lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale devono essere guidati dalla dignità della persona umana e dal bene comune della famiglia umana”, ha affermato.

Sono temi che negli ultimi anni hanno assunto un peso crescente nelle riflessioni della Santa Sede sulle tecnologie emergenti e che la Magnifica Humanitas sembra destinata a consolidare nel nuovo pontificato, cristallizzando l’AI come sfida totale del nostro secolo. L’enciclica rappresenta infatti un tentativo di affiancare alle discussioni sull’innovazione e sulle opportunità economiche una riflessione più ampia su etica, morale, responsabilità e sviluppo umano.

In un dibattito spesso dominato da considerazioni sulla competitività, sulla regolazione e sul vantaggio strategico, l’intervento di Caccia ha proposto una prospettiva diversa. Non una riflessione sulle capacità degli algoritmi o sulla potenza di calcolo, ma sulle finalità che dovrebbero guidarne l’impiego.

Il significato della sua presenza a Washington risiede nell’affermare la volontà della Chiesa di contribuire a una discussione destinata a influenzare sempre più la politica, l’economia e la vita pubblica. Portando il messaggio della Magnifica Humanitas a uno dei principali appuntamenti americani dedicati all’AI, Caccia ha segnalato che la Santa Sede intende essere parte di questa conversazione.

Kallas a Islamabad e il nodo irrisolto del terrorismo pakistano. Le reazioni di New Delhi

3 June 2026 at 15:59

La visita di Kaja Kallas a Islamabad del primo giugno ha immediatamente provocato una reazione a Nuova Delhi. Il giorno successivo, il ministero degli Esteri indiano ha respinto il riferimento a Jammu e Kashmir contenuto nel comunicato congiunto diffuso al termine del dialogo strategico tra Unione europea e Pakistan, definendo la questione un affare interno dell’India e invitando chi non ha “locus standi” a evitare commenti sul tema.

La controversia è nata da un passaggio del documento nel quale si affermava che la parte pakistana aveva illustrato la propria posizione sul Jammu e Kashmir e che entrambe le parti sostenevano la risoluzione pacifica dei conflitti attraverso dialogo e diplomazia. Un riferimento che, letto isolatamente, potrebbe apparire marginale. Inserito però nel contesto successivo all’attacco terroristico di Pahalgam e delle tensioni che ne sono seguite, assume un significato diverso agli occhi di molti osservatori indiani.

La visita dell’Alta rappresentante dell’Unione Europea arriva inoltre in un momento particolare delle relazioni tra Bruxelles e Nuova Delhi. Solo pochi mesi fa i vertici dell’Unione europea avevano celebrato in India un’accelerazione del partenariato strategico, accompagnata dall’avanzamento dei negoziati commerciali, da una crescente cooperazione nel settore della sicurezza e dalla firma di nuovi strumenti di collaborazione in ambito difesa e contrasto al terrorismo. Proprio per questo, la missione di Kallas in Pakistan è stata osservata attraverso una lente diversa da quella europea: quella della sicurezza e del terrorismo transfrontaliero.

Per Bruxelles, mantenere un dialogo con il Pakistan rientra nella normale gestione delle relazioni internazionali. Non a caso Kallas ha definito il Pakistan una “major regional power”, sottolineandone anche il ruolo nei tentativi di facilitazione diplomatica tra Stati Uniti e Iran. L’interesse europeo guarda dunque a una serie di dossier regionali che vanno ben oltre il rapporto tra Islamabad e Nuova Delhi.

Per una parte degli osservatori indiani, però, è soprattutto la sequenza degli eventi a suscitare attenzione. Dopo l’attacco di Pahalgam, l’Unione europea ha condannato il terrorismo, ma ha accompagnato quel messaggio con richiami alla de-escalation, al dialogo e alla moderazione quando l’India aveva alzato l’asticella della difesa nazionale con l’Operazione Sindoor di rappresaglia. Un linguaggio coerente con la tradizione diplomatica europea, ma che a Nuova Delhi viene spesso percepito in modo diverso.

Negli ultimi anni l’India ha progressivamente ridefinito il proprio approccio alla sicurezza nazionale, attribuendo crescente centralità al tema del terrorismo transfrontaliero. In questa prospettiva, il punto non è se la comunità internazionale debba mantenere relazioni con il Pakistan. Le grandi potenze dialogano regolarmente anche con interlocutori complessi. La questione riguarda piuttosto il peso attribuito alla responsabilità degli attori coinvolti quando si verificano episodi di terrorismo.

Da questa prospettiva, alcuni ambienti politici e strategici indiani ritengono che il linguaggio della de-escalation rischi talvolta di occupare uno spazio maggiore rispetto a quello dedicato alla richiesta di contrastare le infrastrutture e le reti responsabili della violenza. È una sensibilità che emerge da tempo nel rapporto tra India ed Europa e che riaffiora regolarmente nei momenti di tensione regionale.

Bruxelles tende a privilegiare formule che puntano alla stabilizzazione delle crisi e alla riduzione delle tensioni. Nuova Delhi, invece, insiste sempre più spesso sulla necessità di distinguere tra gestione della crisi e individuazione delle responsabilità. La visita di Kallas è stata quindi letta da alcuni osservatori indiani come una manifestazione di questa differenza di approccio. Non perché l’Europa abbia scelto di dialogare con Islamabad, ma perché tale dialogo non sarebbe stato accompagnato, almeno sul piano della percezione pubblica, da un messaggio altrettanto visibile sul contrasto al terrorismo.

Sul fondo rimane una questione più ampia. L’Unione europea e l’India stanno investendo capitale politico nel rafforzamento delle relazioni economiche e strategiche. Bruxelles considera Nuova Delhi un partner sempre più importante in un contesto internazionale caratterizzato da competizione geopolitica, frammentazione delle catene del valore e crescente instabilità regionale.

Proprio per questo, episodi come quello di Islamabad assumono un significato che va oltre la singola visita diplomatica. Essi toccano il tema della fiducia strategica e delle aspettative reciproche. In India esiste da tempo la percezione che l’Europa chieda ai propri partner una forte chiarezza politica su alcune questioni di sicurezza, mentre adotti un linguaggio più sfumato in altre aree del mondo.

Non si tratta necessariamente di una contestazione delle intenzioni europee. Piuttosto, è il riflesso di una diversa gerarchia delle minacce e di differenti esperienze storiche. Per molti responsabili politici indiani, il terrorismo continua a rappresentare una delle principali sfide alla sicurezza nazionale e viene quindi valutato attraverso parametri diversi da quelli prevalenti in molte capitali europee.

La visita di Kallas a Islamabad difficilmente produrrà conseguenze immediate nelle relazioni tra Unione europea e India. Ha però riportato in superficie una divergenza che accompagna il rapporto da anni: la distanza tra l’approccio europeo alla stabilità regionale e il modo in cui Nuova Delhi interpreta la minaccia del terrorismo transfrontaliero. Man mano che il partenariato tra le due parti si approfondisce, la gestione di queste differenze potrebbe diventare importante quanto la convergenza sugli interessi strategici condivisi.

Quattro anni fa, il ministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar, ha descritto la mentalità europea da un punto di vista indiano: “L’Europa deve uscire dalla mentalità secondo cui i problemi dell’Europa sono i problemi del mondo, ma i problemi del mondo non sono i problemi dell’Europa”. La visita di Kallas in Pakistan dimostra questo ragionamento. La chiarezza morale di Bruxelles diventa una foschia procedurale quando la vittima non è europea, un doppio standard che a New Delhi non sta passando inosservato.

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