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Received — 2 June 2026 Il Fatto Quotidiano

Papa Leone rivoluziona i vertici della comunicazione vaticana: via Ruffini, al suo posto la statunitense Montserrat

2 June 2026 at 17:48

Papa Leone XIV rivoluziona la comunicazione vaticana. Il pontefice mette fine al mandato di Paolo Ruffini e nomina Prefetto del Dicastero per la Comunicazione una donna laica, la giornalista Maria Montserrat Alvarado.

Chi è il nuovo prefetto

Meglio conosciuta come Montse Alvarado, è nata a Città del Messico ma cittadina statunitense dal 2008. Dal 2023 è presidente e Chief Operating Officer del network cattolico statunitense conservatore EWTN News, divisione informativa dell’Eternal Word Television Network, la più grande rete mediatica religiosa del mondo. Attualmente dirige piattaforme internazionali che producono contenuti in sette lingue attraverso televisione, stampa, radio, mezzi digitali e social media. Assumerà l’incarico il primo novembre prossimo, come reso noto dal bollettino della sala stampa vaticana.

La formazione e la carriere negli Usa

Il Wall Street Journal, l’ha definita, in un ritratto a lei dedicato, “una difensore di tutte le religioni, in prima linea nelle guerre culturali americane“. Proprio negli Stati Uniti Montse Alvarado ha sviluppato la sua carriera e ha una formazione prettamente politica: ha conseguito un Bachelor of Arts alla Florida International University e un master alla George Washington University, con un percorso legato al political management e alla political science. Dal 2009 al 2023 ha ricoperto incarichi di responsabilità presso il Becket Fund for Religious Liberty.

Il Dicastero

Una scelta che segna un evidente cambio di passo nella comunicazione vaticana. Il Dicastero per la Comunicazione è stato creato da Papa Francesco per riorganizzazione l’intero sistema comunicativo della Santa Sede, diventando così il referente unico dei processi comunicativi. Ad esso fanno capo le diverse testate vaticane – l’Osservatore Romano, la Radio vaticana, il sito internet Vatican News – e poi il centro televisivo vaticano, la tipografia vaticana, e la sala stampa della Santa Sede.

La discontinuità

La nomina di Maria Montserrat Alvarado segna una discontinuità rispetto alla precedente stagione: da una gestione cresciuta dentro il circuito italiano dell’informazione istituzionale si passa a una figura internazionale con una forte impronta nel cattolicesimo americano. Paolo Ruffini era stato nominato Prefetto da Papa Francesco il 5 luglio del 2018 e dopo avere occupato importanti ruoli prima nei quotidiani Il Mattino e Il Messaggero, nella Rai e infine direttore di TV2000, la televisione della Conferenza episcopale italiana. Siti specializzati raccontano di tensioni nella gestione del dicastero: retroscena che raccontano di clima teso all’interno di Palazzo Pio, per la gestione del personale o di alcune particolari vicende compresi degli errori di comunicazione durante l’ultimo Conclave. Una situazione che avrebbe portato Leone a intervenire.

La nota dei dipendenti laici sulle “criticità”

Al di là delle indiscrezioni, non confermate, al neo prefetto arrivano le “congratulazioni per il nuovo incarico” dall’Associazione dipendenti laici vaticani che assicurano anche “collaborazione e disponibilità al confronto”. Nella nota esprimono viene espresso apprezzamento per “il suo curriculum” e “il suo sguardo internazionale” con l’augurio “che, grazie al suo impegno, siano messi a punto progetti che rafforzino la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione”. Non solo. “Dando il benvenuto al nuovo prefetto – continua la nota -, l’Associazione desidera ricordare allo stesso tempo l’urgenza di prendere in considerazione la situazione del personale, che presenta criticità, da affrontare nel prossimo futuro”. Infine i dipendenti laici vaticani ringraziano anche Ruffini “per l’attenzione dimostrata e per il suo apporto al dicastero”.

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Zerocalcare replica alle polemiche sulla serie: “Lavoratori sottopagati? Mi spiace non mi abbiano visto come un alleato”

2 June 2026 at 15:41

“Potevo essere un alleato“. Michele Rech, in arte Zerocalcare, risponde con un video su Instagram alle polemiche emerse negli scorsi giorni dopo le accuse sulle condizioni di lavoro degli animatori impegnati nella realizzazione di Due spicci“, la terza serie animata da lui firmata per Netflix. Una polemica che oltre sui giornali è finita anche in Parlamento con un’interrogazione al ministero del Lavoro presentata dal senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri.

L’autore romano ricorda innanzitutto il suo ruolo creativo all’interno della produzione: “Mi pare abbastanza evidente che io sono l’autore della serie: vuol dire che io faccio la parte creativa, scrivo la storia, disegno i personaggi, doppio le voci. Non sono io che assumo, decido o pago chi lavora la produzione. Non ho proprio accesso a quelle informazioni, sul budget, sui contratti”. Respingendo le responsabilità che gli vengono attribuite, Zerocalcare però riconosce la necessità di affrontare le criticità che attraversano il settore dell’animazione.

Michele Rech, nel lungo video con i suoi tradizionali personaggi animati, racconta però di non aver mai ricevuto segnalazioni dirette da parte dei lavoratori coinvolti nel progetto. “Le due o tre volte che ho incontrato qualcuno allo studio loro, nessuno ha mai esposto una lamentela o detto che stava lavorando in una situazione critica“, ha aggiunto. “È ovvio che nei settori dove ti fanno i contratti per un progetto alla volta è molto difficile far valere i propri diritti e organizzare vertenze o mobilitazioni, perché giustamente uno c’ha paura che se passa per quello che pianta le grane dopo non lo richiamano a lavorare al progetto dopo. Ma proprio per questo, scusate, a me pare assurdo, se è vera tutta la situazione descritta nelle stories, che nessuno ha mai pensato di scrivermi e di chiedermi una mano“, ha sottolineato.

Per questo ammette di essere dispiaciuto “che non hanno pensato che io potevo essere un alleato, perché potevo essere proprio io che sollevavo la questione. Solo che io non è che sono telepatico, se nessuno mi dice che ci sta un problema ma io che c…o ne so. Peraltro non penso di essere una persona particolarmente inaccessibile” e “pure gli animatori stessi una volta mi hanno contattato quando il comune ha chiuso la loro sede di Pisa e, quindi, chi ci lavorava doveva andare a fare tutto da casa oppure andare a Firenze, che è lontana. Mi hanno scritto e io mi sono messo a disposizione: gli ho detto facciamo un incontro pubblico a Pisa che metta al centro quella vertenza così se ne parla in città, poi sono loro che non mi hanno più risposto”, ha aggiunto.

Zerocalcare ricorda anche di essersi “accollato qualsiasi causa in questi anni, quando c’è stato bisogno ho pure fatto saltare il banco litigando con tutti, sono diventato la caricatura delle cause perse di ‘sto Paese, ma mò figurati se non lo facevo per una cosa che ha addosso il nome mio“.

Per questo respinge le accuse che gli sono state rivolte attraverso post anonimi sui social, lamentando una discussione che, a suo dire, è stata poi strumentalizzata sul piano politico e mediatico. Zerocalcare riconosce tuttavia che molte delle questioni emerse riguardano problemi reali del settore dell’animazione e, più in generale, del mercato del lavoro contemporaneo per cui appare sempre più necessario un confronto sulle possibili forme di tutela dei lavoratori.

“Detto questo – ha continuato – molte delle cose che ho letto sono questioni reali che riguardano tutto il settore dell’animazione, anzi in realtà tutto il mercato del lavoro, perché non è che le partite IVA le hanno soltanto gli animatori. Penso sia giusto che queste istanze vengano discusse e portate intorno a un tavolo, ma io francamente non ho proprio idea di qual è la soluzione”. Si dice comunque disponibile a partecipare alla discussione, ricordando di essere parte della stessa filiera produttiva: “Penso – ha concluso – che sia giusto che pure noi ci mettiamo a disposizione. Lo dico sperando che si accolli pure qualcun altro perché mi pare che agli altri nessuno gli chiede mai un c…o. Magari per una volta, ‘sto uso strumentale del nome mio sparato dappertutto porta pure a una cosa buona“.

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Il superstite della strage di braccianti ad Amendolara: “Ho rotto il finestrino a testate. Volevano i soldi”

2 June 2026 at 14:16

Dice che c’è una “grande mafia del Pakistan”, che i due fermati erano caporali a caccia di soldi per il trasporto e pronti a trattenere buona parte del loro già misero salario. È un testimone chiave della strage di Amendolara, dove 4 braccianti sono stati bruciati vivi da due pachistani in un minivan, perché lui era lì dentro. Sopravvissuto. Ancora in grado di raccontare perché è riuscito a rompere il finestrino a suon di testate. L’unico a uscire vivo da un inferno del quale porta ancora i segni addosso.

È un bracciante afgano, regolare in Italia, che con le quattro vittime condivideva tutto. Il lavoro, la casa a Villapiana e i soprusi dei due fermati dalla procura di Castrovillari, che coordina il lavoro della Mobile di Cosenza e dei carabinieri, per il quadruplice omicidio. Erano due caporali, lascia intendere nel suo racconto consegnato ai microfoni del Tg1 e della TgR Calabria. In un italiano stentato ha raccontato che tre vittime erano afghane, non pachistani come ipotizzato finora, e che i due fermati erano coloro che volevano dei soldi per il trasporto, che le vittime non volevano dare.

La strage dunque sarebbe stata una sorta di vendetta, la punizione finale per aver alzato la testa. Di fronte al rifiuto dei cinque all’interno del van, ha raccontato, i due hanno gettato prima la benzina nell’abitacolo e poi hanno appiccato il fuoco con un accendino, bruciando vivi i quattro migranti. Lui è riuscito a fuggire rompendo un finestrino. All’indomani ha ancora le braccia fasciate per le ustioni. “Ho visto l’orrore, sono vivo per miracolo – ha detto ancora – Ho pensato di morire”.

L’uomo ha anche aggiunto che i cittadini pakistani minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farlo lavorare e che non li pagavano: “I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no”. Quindi ha aggiunto che nel suo settore di lavoro, nelle campagne tra Basilicata e Calabria dove in questo periodo si coltivano soprattutto fragole, c’è una “grande mafia del Pakistan”.

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