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Received — 5 June 2026 Blondet & Friends

Mi dichiaro antifascista !

5 June 2026 at 15:59

Mi dichiaro antifascista. Che sollievo.

Ringrazio il sindaco di Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi assai Democratico (con e senza maiuscola) per averla pensata giusta: ha deciso che per ottenere un passo carraio nella città di Giulietta, oltre alla tassa relativa, i richiedenti firmino una dichiarazione di antifascismo.

Pur non abitando a Verona e non avendo necessità di un passo carrabile, intendo presentare e sottoscrivere l’istanza. Finalmente sarò al riparo da attacchi, sospetti, maldicenze.

La mia città, Genova, ha anticipato da anni il primo cittadino scaligero, pretendendo, per le associazioni che utilizzano spazi civici per eventi ed attività, analoga autocertificazione con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli. Orgoglio della Superba, perbacco.

L’antifascismo è oggi un concetto vuoto, simile a chi si dichiarasse pro o contro Napoleone Bonaparte. Tutto ciò che non piace alla gente che si piace è ipso facto chiamato fascismo, categoria eterna del Male.

Dunque, il bene è antifascista: è la proprietà transitiva, parola di Aristotele.

Non conta alcuna riflessione sul fascismo storico, sulla sua inesistenza nel presente e qualunque altra obiezione. Se lorsignori assicurano che ogni male è automaticamente fascista, bisogna schierarsi dalla parte del bene.

A che serve ricordare che l’obbligo di antifascismo non è previsto da alcuna legge? Tanto vale, a Verona e altrove, per il passo carrabile, l’uso di spazi civici o altro, firmare quello che fa piacere al potere.

È un po’ come l’autorizzazione all’uso dei dati personali che firmiamo in calce ai moduli più svariati o l’accettazione dei cookies per accedere a un sito web. Sono le nuove frontiere obbligate, le dogane immateriali postmoderne. Una in più non potrà farci più male di altre innumerevoli imposizioni quotidiane.

Per di più, dichiararsi antifascisti ci permette di entrare nella buona società e diventare cittadini modello della democrazia. Una bella comodità: libera dal peso di elaborate premesse, consente perfino di assumere posizioni non del tutto ortodosse.

È un ombrello protettivo, un lasciapassare universale. Dal momento della firma – anche in formato elettronico- riacquistiamo la nostra libertà, conculcata dall’ombra del sospetto di essere, Dio non voglia, loschi figuri No–Antifa.

Propongo che all’atto della sottoscrizione venga fornita una spilletta, una “cimice” da esibire sul risvolto degli abiti, giusto per togliere ogni dubbio e tranquillizzare l’OVRA (Opera Volontaria Repressione Anti-antifascista).

Sbrigata la pratica burocratica e dichiaratomi antifascista, posso finalmente dire ciò che è pericoloso senza il prezioso certificato.

Ad esempio, che l’esclusione di Erri De Luca da un festival letterario per le sue posizioni filo sioniste a stretto rigore è un atto fascista, giacché punisce la libertà di pensiero e parola, discriminando su base ideologica (articoli 3 e 21 della benemerita costituzione antifascista).

De Luca mi è cordialmente antipatico, sono contrarissimo alle sue idee su Gaza e Israele, ma difendo il suo diritto ad esprimerle.

Forse, ha smarrito il certificato Antifà, che permette di dire tutto ciò che si vuole, naturalmente entro il perimetro “anti”.

Abilita perfino a comportarsi come gli esecrati nemici, chiudere la bocca all’avversario, negargli agibilità politica e dignità personale in quanto fascista a giudizio insindacabile del collettivo antifà, riunito in seduta permanente nelle redazioni, nelle università, negli uffici pubblici, nelle piazze.

L’antifascismo è il patentino universale, la chiave che apre tutte le porte. Meglio ancora: è il green pass del buon cittadino. O ce l’hai e campi tranquillo o sei un reprobo e un nemico del popolo. Meglio non rischiare.

Ricordate la tessera del partito nazionale fascista? Bisognava averla o erano guai. Ai suoi tempi Leo Longanesi avvertiva che in Italia esistono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti.

Forse davvero il morto regime e il famigerato ventennio sono il ritratto di famiglia del nostro popolo, come afferma la cultura liberal.

Dunque, va estirpata ogni traccia del Male Assoluto (parola di Gianfranco Fini che se ne intende) e pretesa la dichiarazione di antifascismo.

Per lenire il fastidio dei riottosi, un argomento a favore del green pass Antifà è la sua estensione: se tutti siamo antifascisti, nessuno è fascista e entrambi i termini vengono destituiti di significato e consegnati agli storici, se non agli archeologi.

Inoltre, se la dichiarazione diventa un obbligo, il dazio da pagare alla dogana democratica, è ampiamente giustificato moralmente chi firma controvoglia. Non accettiamo forse senza leggerle o capirle clausole contrattuali capestro con le banche, le assicurazioni, i fornitori di servizi?

Consentiamo senza fiatare che i nostri dati personali siano compravenduti e l’invasione nella nostra navigazione in rete ci sia negata senza l’Ok preventivo.

Dai, firmiamo lo stampato e tiriamo avanti. Teniamo famiglia, dobbiamo vivere e lavorare, magari ci serve il passo carraio. Tanto, il potere, di qualunque ideologia si travesta, è sempre contro di noi, pretende obbedienza e sottomissione.

Magari con il green pass in bella vista potremo assentarci alle manifestazioni del 25 aprile, fingere di non ricordare le parole di Bella Ciao, cambiare canale all’omelia di fine anno del presidente.

Saremo (più o meno) liberi di dire quel che ci aggrada, al riparo dell’ombrello arcobaleno Antifà. Suvvia, facciamo contento il sindaco Tommasi, i suoi democratici seguaci e l’ANPI.

Il potere di ieri chiedeva – più spesso imponeva- obbedienza e sottomissione. Quello di oggi in più pretende l’applauso, l’adesione convinta e in forma scritta. Ne ha diritto: è l’Impero del Bene. Antifascista, naturalmente.

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Received — 1 June 2026 Blondet & Friends

Abbasso Zapatero !

1 June 2026 at 14:37

Cade un altro mito progressista falso come l’oro di Bologna che diventava rosso di
vergogna. L’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodrìguez Zapatero è indagato per gravi
reati di corruzione e riciclaggio; gli sono stati sequestrati gioielli per il valore di milioni e
somme di denaro. Sembra che prima del rapimento di Maduro fosse sul punto di fuggire in
Venezuela, paese in cui esercitava grande influenza politica ed economica. E’ stato tra i
simboli del Gruppo di Puebla, il forum che riunisce decine di leader progressisti europei e
latino americani. Noto è il suo legame con Delcy Rodrìguez, oggi presidente venezuelana
con il beneplacito Usa. E’ assai probabile che l’attacco a Zapatero, Bambi per amici e
adoratori, Mister Bean per i detrattori, sia stato alimentato da informazioni dei servizi Usa
e forse venezuelani.
Circola un meme in cui il volto e il busto di Bambi sono avvolti da collane e gioielli. Brutta
fine, in attesa di un interrogatorio in cui ZP – all’ex potente non mancavano i soprannomi-
dovrà scegliere se salvare il Partito Socialista o le figlie, collaboratrici e secondo l’accusa
prestanome del padre in molti affari, a partire dal salvataggio con denaro pubblico della
compagnia aerea privata Plus Ultra. Un pessimo soggetto, amatissimo dalla sinistra
internazionale. Fu capo del governo dal 2004 al 2011, vincendo elezioni date per perse,
sull’onda dell’emozione all’indomani del terribile attentato a Madrid dell’11 marzo
(duecento morti e duemila feriti) che l’uscente Aznar, ingannato da settori infedeli dei
“servizi” spagnoli, attribuì improvvidamente al terrorismo basco,.
La sinistra italiana subì per anni la fascinazione di Zapatero: nel 2005 uscì addirittura un
film di Sabina Guzzanti- attrice militante della sinistra radicale- intitolato Viva Zapatero!
con tanto di punto esclamativo, una denuncia della censura mediatica italiana, paragonata
alla riforma televisiva del presidente spagnolo. In realtà Bambi spalancò le porte del
mercato radiotelevisivo iberico ai grandi gruppi privati. Tuttora è il dominus del Partito
Socialista Operaio Spagnolo, il cui nome contiene tre menzogne. Non di un partito
socialista si tratta, ma di un contenitore radical progressista. Operaio non lo è più, mentre
l’odio antinazionale verso la Spagna, la sua unità e le sue istituzioni è diventato il suo
marchio di fabbrica.
Ma chi è stato davvero Bambi/Mr. Bean, l’uomo convinto di aver portato l’illuminismo in
Spagna, e perché è diventato il campione della nuova sinistra super progressista ? Carmen
Calvo, presidente di nomina politica del Consiglio di Stato, lo ha descritto come persona
assolutamente buona. L’adulazione nei confronti dell'uomo ora accusato di cospirazione
criminale è stata una costante del personaggio. In occasione della consegna del Premio per
la Concordia e i Diritti Umani a lui attribuito, pronunciò un discorso ricco di pause
ispirate, intonazioni emotive e toni lacrimosi più consono a un predicatore che a un
gestore di società offshore, spedizioni di petrolio, detentore di centotre gioielli in
cassaforte. Eppure l’elogio sdolcinato della Calvo, sua ex subordinata , arrivò a definire “il
mio compagno José Luis ”un romantico della politica. Mi piacerebbe studiare filosofia,
afferma spesso. A sessantasei anni, ne avrebbe avuto tutto il tempo .

La sua reazione ai guai attuali è gridare alla persecuzione, anzi al lawfare, il neologismo
dei dotti che descrive l’uso politico della giustizia. Nel difendere un’altra corrotta,
l’argentina Cristina Kirchner poi condannata, disse che “le azioni legali contro un
rappresentante politico sono motivo di allarme; senza dubbio il lawfare è una delle
espressioni più preoccupanti delle deviazioni dei sistemi politici liberaldemocratici".
Verissimo, ma che dire di Silvio Berlusconi, Marine Le Pen, Gianni Alemanno, delle
elezioni bloccate in Romania, della costante minaccia di illegalizzazione di Afd in
Germania ? Durante una visita in Colombia, Zapatero definì così Gustavo Petro, presidente
sospettato di profitti da narcotraffico: "Ho visto in lui ciò che i presidenti vedono quando
un leader abbraccia un progetto per il proprio paese. Ciò che mi interessa di più di Petro è
la sua curiosità intellettuale. Quando trovi qualcuno così, sai che c'è speranza".
Negli ultimi tempi, mentre gli inquirenti indagavano sul suo coinvolgimento in una rete di
traffico di influenze, Zapatero ha coltivato l'immagine di pensatore e umanista con
messaggi semplicistici, vuoti. Un omaggio carico di piaggeria gli fu tributato in occasione
del ventesimo anniversario della sua legge più famosa, il matrimonio tra persone dello
stesso sesso, ribattezzato egualitario, in cui ZP attaccò la magistratura, la chiesa cattolica e
le istituzioni che si opposero alle nozze gay. Poche settimane fa ha tenuto il discorso
conclusivo alla Mobilitazione Progressista Globale di Barcellona, invocando più
internazionalismo e maggiore unità dei progressisti.
Rimettiamo le cose al loro posto: come scrisse il giornalista e teorico Walter Lippman, il
progressismo è l'ideologia di cui il capitalismo aveva bisogno per completare la mutazione
antropologica necessaria a imporre la sua egemonia. Esige “il riadattamento dello stile di
vita" delle masse e un cambiamento di "costumi, leggi, istituzioni e politiche", sino a
trasformare "la concezione che l'uomo ha del proprio destino sulla Terra e le sue idee sulla
propria anima". Per realizzare questa riconfigurazione, il nuovo capitalismo si serve
principalmente di forze progressiste che, con una retorica banale, moralista al contrario,
“sono riuscite a trasformare le società in un insieme di Robinson Crusoe in cui la comunità
diventa un'associazione costruita sulle scelte dell'individuo. “ In questo senso è innegabile
che Zapatero, sancendo i “diritti” più svariati, sia un eminente progressista.
Contemporaneamente ha alimentato l’odio contro il cattolicesimo, legalizzato l’aborto
libero anche per le minorenni, fomentato la divisione tra spagnoli favorendo la banda
terrorista Eta e i separatismi, peggiorato le condizioni economiche del paese, trasformato
le istituzioni in organismi al servizio del suo partito ed incoraggiato l’immigrazione
nonostante un tasso di disoccupazione del venti per cento . Questa è stata la figura
celebrata dal coro mainstream. Hanno ragione, però, in base alla definizione di
progressismo di Pier Paolo Pasolini: una forza al servizio del capitalismo, incaricata di
realizzare la mutazione antropologica che uccide l'identità popolare e sterilizza le lotte dei
lavoratori, li rende incapaci di difendere i propri diritti ed estingue l’ antagonismo
liberandoli dai tabù tradizionali (religiosi, familiari, sessuali, comunitari) fino a farli
diventare consumatori edonisti e individualisti. Zapatero è stato il perfetto paladino di
questo progressismo di servizio. Di qui il suo inesausto impegno per ampliare i diritti civili.
Ossia imporre finti diritti ad altezza di biancheria intima ( J. M. de Prada) che hanno

trasformato le classi popolari in una poltiglia sterile, senza identità, indifesa contro gli
abusi plutocratici che era incaricato di attuare.
Fu lui a imporre la riforma che anteponeva gli interessi dei mercati finanziari ai bisogni
sociali del popolo, ponendo l'economia nazionale al servizio del capitale speculativo. Rese
meno onerosi i licenziamenti, elevò a 67 anni l'età pensionabile; approvò i cosiddetti sfratti
lampo voluti dalle banche , offrendo ai più vulnerabili il divorzio lampo e l’aborto lampo.
Aumentò pesantemente l’IVA, la tassa sui consumi che danneggia soprattutto chi ha
redditi modesti. Ridusse gli investimenti pubblici in sanità, istruzione, opere pubbliche,
proseguendo le privatizzazioni avviate dai suoi predecessori . Liberalizzò gli orari di
apertura dei negozi, favorendo così le grandi catene e rovinando il piccolo commercio.
Infine, smantellò le casse di risparmio e i loro programmi sociali. Tutte queste misure al
servizio della plutocrazia furono attuate da Zapatero con grande clamore e finto
disappunto, con atteggiamenti di studiata sofferenza interiore, come se ne fosse
profondamente addolorato.
Un brillante mentitore seriale per la nuova sinistra postborghese, apolide e antipopolare,

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La società delle dipendenze

30 May 2026 at 08:47

Una tantum lo scrivano fa pubblicità a se stesso. E’ uscito un mio libro dal titolo La società delle dipendenze, che è anche il benvenuto a una nuova, coraggiosa, casa editrice, Imprimere, un nome suggestivo che evoca insieme il lavoro artigiano e il gusto di stampare su carta, lasciare un segno. Giovane il marchio, giovani Violante e Valerio Savioli, entusiasti quanto basta per tuffarsi in un’avventura difficile nella  crisi dell’editoria. La società delle dipendenze è un testo con una tesi forte: viviamo in una società in cui imperano le dipendenze – da sostanze, condotte di vita, gusti, atteggiamenti- indotte, provocate e diffuse dal sistema  liberalcapitalistico. Nulla di naturale, benché le dipendenze non siano novità: il potere le ha abilmente sfruttate, industrializzate, rese parte integrante della vita a fini di dominio, creando l’insaziabile esigenza di soddisfazione immediata. Una sequela infinita di desideri che, concedendo virtualmente tutto e subito, crea la volontà inesausta di desideri che ne anticipano altri: senza fine, senza limite. Sentimenti, valori, idee sono sostituiti da comportamenti portatori di un’illusoria, istantanea felicità, immediatamente seguita dal vuoto. La mente umana non sopporta il vuoto e- lasciata a se stessa nel mondo di cartapesta – si riempie di ansia e depressione, sintomi di infelicità. In occidente la seconda causa di morte dei giovani è il suicidio e la quinta l’uso di sostanze stupefacenti. La dipendenza del piacere immediato, l’ invidia verso modelli irraggiungibili sviluppa l’insoddisfazione perpetua sino alla prigione dell’anima.

Il sistema delle dipendenze è un prodotto del liberalcapitalismo, della sua visione strumentale dell’essere umano, di cui cattura e disciplina, per assoggettarlo alle sue leggi, il desiderio, trasformato in dipendenza nella logica del dominio. La categoria di desiderio– alla base di ogni dipendenza- è stata tematizzata  da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Anti-Edipo, l’opera che riscrive il rapporto tra capitalismo e marxismo alla luce della “rivoluzione desiderante” del Sessantotto. Il progresso diventa un percorso di liberazione del desiderio dalle catene che lo intrappolano, famiglia, scuola,  religione, tradizione, morale, che impediscono di dispiegare la capacità soggettiva di produrre il desiderio. L’offensiva neoliberale fece crollare le ideologie di ascendenza marxista, instaurando un modello socioeconomico capace di intercettare i flussi libidinali liberati dal Sessantotto, incoraggiando l’abbattimento di tutti i vincoli individuali, sociali, morali.

Il capitalismo è il motore di una politica del desiderio che oltrepassa le frontiere intime, viola la coscienza sino a penetrare nel movente che guida le azioni umane: il desiderio del piacere.  Raggiunge il cuore e diventa dispositivo. Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti, nei discorsi, nei processi di apprendimento, nelle vite quotidiane. Lo Zelig  neocapitalista ha la straordinaria capacità di nutrirsi degli apporti più contrastanti per portare a termine un progetto totalizzante. Deleuze e Foucault instaurarono l’idea di un mondo formato da soggetti costituiti dal desiderio. Il capitalismo trionfante è andato oltre, riuscendo ad assoggettare il desiderio ai propri fini. Il liberalcapitalismo siinfiltra nelle condotte individuali, le indirizza, manipola, prevede e determina con la forza della comunicazione, della pubblicità, della coazione a ripetere. La coercizione è stata sostituita da manipolazioni  prive di costrizione fisica-  mode, abbigliamento,  droghe, serie televisive, reti sociali, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività, la fascinazione per gli apparati tecnologici- che plasmano gli uomini per mezzo di una modulazione flessibile, onnipresente.

Il potere esige subordinazione al consumo; gli umani devono essere disposti a trasformare in merce – cosa, oggetto compravendibile – il corpo, la sessualità, le pulsioni, i desideri, le paure e gli istinti più inconfessabili, consegnati alla dipendenza dal mercato. Il desiderio divenuto dipendenza conquista la vita. Affranca dallo Stato, dalla religione, dalla famiglia, dai principi ricevuti, lascia all’apparenza liberi ( o piuttosto nudi di fronte a se stessi) assicurandosi che il desiderio sia presto rioccupato , trasformando l’umanità in prodotto adattato alle mutevoli esigenze del mercato, dall’abbigliamento alla cosmetica, alla chirurgia estetica, alla farmacologia, alle dipendenze più dure, droghe, sesso, gioco, alcool, tecnologia.   Conquista l’egemonia su corpo e anima generalizzando un desiderio sciolto da ogni ordine, ribelle a qualunque limitazione posta dalla natura o dall’etica. Deforma e mette in vendita la nostra identità, un prodotto in più, fungibile e momentaneo, sino al prossimo, più acuto desiderio. Che si insinua, prende il comando, decide per noi e scaccia ogni altro pensiero. Se soddisfatto, vuole di più; se è frustrato, ricomincia con lena maggiore.

L’uomo-macchina desiderante è un barbaro che rifiuta la disciplina e non pensa che alla soddisfazione momentanea, provvisoria, dalla quale nulla lo distoglie: un naufrago che non vuole essere salvato. Il desiderio è individualista: non posso godere del piacere altrui. Incorpora l’uomo nella forma merce, lo pone alla mercé dell’invidia e dell’imitazione, essenziali all’ideologia del consumo. Soddisfazione immediata ma di breve durata. Dipendente è chi agisce in base a decisioni, sollecitazioni esterne, alterazioni del comportamento caratterizzate dalla ricerca costante di sostanze o attività, nonostante l’evidenza che sono dannose.  Malattie individuali e sociali che espropriano della libertà, consegnata al desiderio compulsivo, al pensiero concentrato al soddisfacimento del bisogno -prigione. La libertà è declinata in senso negativo: libertà “da”, scioglimento di ogni vincolo. La conseguenza è il vuoto esistenziale, l’incapacità di rintracciare senso e significato. La tappa successiva è l’ansia di chi avverte pericolo, timore, mancanza. Serve compensazione: sensazioni o  comportamenti che ne scaccino il peso.

La compensazione diventa bisogno e avvicina alla dipendenza, la necessità di qualcosa – farmaco, sostanza, condotta, gratificazione- di cui non riusciamo fare a meno.  Dipendenza uguale dittatura del desiderio. E desideriamo ciò che un dispositivo di condizionamento e sfruttamento economico, finanziario, politico, culturale, mediatico ci fa desiderare. Diventa bisogno da soddisfare, diritto da rivendicare, carcere da cui è difficilissimo evadere.  Siamo schiavi di una libertà vuota, da riempire con qualcosa che si impadronisce di noi. La dipendenza è l’ incoercibile bisogno di un prodotto, di una sostanza, di una modalità di vita la cui astinenza provoca malessere, angoscia, subordinazione . Per sfuggire agli inferni di un’esistenza disumanizzata, si cerca ansiosamente qualcosa che faccia star bene. Apparentemente e temporaneamente, ma  la chiave del successo è questa.

Il concetto di dipendenza nasce in relazione all’utilizzo di sostanze  stupefacenti, eroina, cocaina, cannabinoidi, allucinogeni che producono assuefazione. Si è esteso a una serie di altri comportamenti: il gioco d’azzardo per il quale è stato coniato il neologismo ludopatia ;  la dipendenza da Internet, dalle reti sociali e dalla tecnologia, dal sesso e dalla pornografia; dall’assunzione di alcool, spesso unito a cocktail di sostanze chimiche ed oppiacei. La società competitiva ha prodotto la dipendenza dalla prestazione, che induce il consumo di farmaci e della cocaina, stimolante del sistema nervoso. Recente è l’ insidiosa dipendenza da antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici, sonniferi. Un’altra dipendenza riguarda i disturbi connessi al cibo, l’ anoressia e il suo contrario, la bulimia. Sempre più diffusa è la dipendenza da videogiochi e dalla connessione alla rete. Particolarmente significativa è l’ oniomania ( le nuove dipendenze hanno richiesto nuove parole …) , l’ acquisto compulsivo, l’ impulso a comperare prodotti superflui. L’impulso irresistibile e la coazione a ripetere ciò che  placa il desiderio sono caratteristiche di ogni dipendenza, rilanciata dall’impressionante mole di pubblicità e propaganda che assorbiamo senza accorgercene, l’ apparato che colonizza l’immaginario. La dipendenza alla quale è pressoché impossibile sfuggire è il consumo. Di merci, cose, esperienze, sino all’esaurimento di se stessi e all’indifferenza per l’Altro, semplice strumento, oggetto di sfruttamento o di piacere.

Il cortocircuito tra scontentezza, desiderio, soddisfazione e delusione induce ad alzare continuamente l’asticella della dipendenza, trasformata in ossessione e compulsione.  Il piano inclinato è facile da percorrere quandonon esistono più identità, memoria, comunità, principi condivisi. La vita diventa un fardello, un’angosciante sequenza di azioni destituite di senso. Il nichilismo fa parte dell’aria che respiriamo: affligge specialmente i giovani, penetra nei sentimenti, fiacca l’ anima.  Molte dipendenze sono figlie del nichilismo in quanto meccanismi tesi ad alleviare la sofferenza della condizione umana, senza speranza dopo il tramonto della prospettiva trascendente . Dinanzi al nulla che dilaga, travolti dalla mancanza di senso, cerchiamo palliativi, terapie analgesiche o euforizzanti. Le dipendenze rappresentano la realizzazione artificiale di desideri, l’ effimera sensazione di “stare bene”, la ricerca della comfort zone in cui sentirsi al riparo dal male di vivere, meccanismi per riempire il deserto interiore, lenire le paure, comprare squarci di felicità. Al prezzo di diventare ragioni di vita, distruggere le relazioni, rovinare economicamente, compromettere la salute sino alla perdita della vita.

Produrre dipendenze sempre nuove è un ambito della biopolitica, gestisce e regola la vita intera e genera depoliticizzazione: non si occupa di questioni pubbliche, non contesta il potere chi deve cercare i mezzi per soddisfare le dipendenze.  Una società disumanizzata che rende atomi solitari, separa dalla comunità, revoca ogni principio è facile preda delle dipendenze, scorciatoie che alleviano temporaneamente – con altissimi costi morali, materiali, sociali, esistenziali- il male di vivere. Tutte sono organizzate dal potere. Non poche sono autentici vizi, ma affermarlo, nella società che aborre il giudizio, è pericoloso. L’umanità invertita riconosce solo il piacere immediato, il soddisfacimento del desiderio, senza riguardo al contenuto morale. Una società malata è dipendente dai palliativi di cui si serve per esorcizzare le paure; da chi li consiglia, prescrive, somministra; dalla convinzione più falsa: smetto quando voglio.

Le dipendenze servono a controllare i cittadini-sudditi, renderli schiavi, incapaci di pensare, reagire. E’ accertato il ruolo dello Stato profondo americano nella diffusione di droghe sintetiche come l’acido lisergico (LSD) nei fatidici anni Sessanta e Settanta che capovolsero la tavola dei valori dell’Occidente. Dicevamo che le dipendenze inizialmente fanno stare bene. Nessun’altra spiegazione della loro diffusione regge a un esame obiettivo. Paradisi artificiali che apparentemente permettono di sfuggire alle criticità della società  decomposta. Purtroppo non sorge dalla coscienza collettiva la richiesta di lottare contro le dipendenze. Troppo estesa è l’infezione, mancano gli anticorpi, tra alcolismo, gioco, scommesse, pornografia alla portata di un clic, erotizzazione compulsiva, iperconnessione agli apparati tecnologici, esplosione dei social media , con esibizionismo di massa e la richiesta di approvazione, la dipendenza dal “mi piace”.

Le droghe, il gioco d’azzardo, l’ industria pornografica, il sistema di intrattenimento  che ha occupato l’ immaginario, l’apparato tecnologico, sono sovrastrutture al servizio della struttura, cioè l’economia e la finanza, le prove dei cui crimini sono nascoste nei paradisi fiscali. Senza questo salto nel giudizio non si può spiegare l’enorme portata del fenomeno, l’incapacità di debellarlo e la facilità con cui milioni di persone di ogni età , cultura e condizione cadono nel buco nero delle dipendenze. Aumentano il consumo di amfetamine e oppioidi, avanza la medicalizzazione della vita: una civilizzazione drogata. Ogni potere ha interesse a dominare masse incapaci di capire e reagire. L’uomo ha sempre consumato prodotti che danno dipendenza, a cominciare da alcool e tabacco. Mai, tuttavia, si era arrivati a questi livelli.

I popoli si sono unificati nelle dipendenze, ossia nei vizi. Le droghe chimiche si sono saldate in un orrendo meticciato con le droghe culturali, visive e musicali, determinando la dipendenza di massa da luci, suoni, stimoli artificiali organizzati per dominare una plebe degradata a gregge. Le dipendenze sono causate dal mancato dominio degli impulsi; il capitalismo ultimo non si limita a sfruttare le risorse materiali e umane, ma cattura e riconfigura il desiderio, non più represso ma incanalato e codificato. La produzione di nuovi desideri alimenta i consumi, mantiene in funzione il sistema e diventa dipendenza di massa attraverso la riproduzione del consenso prodotta da propaganda e pubblicità, padrone di  neuroschiavi colonizzati nell’anima e fiaccati nel corpo per volontà di potenza.

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