Normal view

Uranio, ispezioni e chiusura dei siti nucleari: ecco cosa vuole Trump dall’Iran

In attesa di capire l’impatto sugli sforzi diplomatici internazionali determinato dalla serie di attacchi e ritorsioni tra i due storici nemici e mentre Donald Trump minaccia di colpire duramente anche stanotte il regime dei pasdaran, i negoziati su una delle questioni più spinose al centro dei colloqui volti a porre fine alle ostilità in Medio Oriente, sembrano ripartire, con qualche notevole differenza, dal punto in cui erano stati lasciati alla vigilia dell’inizio dell’operazione Epic Fury.

Ma andiamo con ordine. Appena 48 ore fa, un’eternità per gli standard a cui ci ha abituato il presidente Trump, il New York Times ha riportato che le discussioni intavolate con gli iraniani dai consiglieri di The Donald si stanno focalizzando su quattro punti ben precisi, i quali, stando a quanto affermato dalle fonti del quotidiano (funzionari e diplomatici Usa informati sulle trattative), dovrebbero bloccare il programma nucleare della Repubblica Islamica, con una scadenza tutta da definire.

La prima richiesta avanzata dalla squadra statunitense riguarda la sospensione dell’arricchimento dell’uranio per almeno 20 anni, con la possibilità di scendere a 15 anni. Secondo gli insider del New York Times, gli iraniani avrebbero controproposto una sospensione di 10 anni. Deadline che comunque dovrebbero passare sotto le forche caudine dello Studio Ovale. A metà maggio infatti il presidente Trump ha dichiarato che accetterebbe un’intesa di 20 anni e pertanto il compromesso con Teheran non sarebbe da dare per scontato.

Al secondo punto dei negoziati c’è la disponibilità degli Stati Uniti a collaborare con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) per diluire le scorte di uranio arricchito dell’Iran. Il ruolo attivo di Washington non sarebbe però ben visto dalle autorità del regime teocratico che, invece, sarebbero disposte ad accettare gli americani solo in qualità di osservatori. “Lo porteremo via o lo distruggeremo, che sia in loco o altrove”, ha detto il tycoon la scorsa settimana. Un dettaglio non da poco riguarda poi il quantitativo di combustibile radioattivo da diluire: tutte le 11 tonnellate di uranio, ha chiarito pubblicamente il segretario di Stato Usa Marco Rubio, e non solo la mezza tonnellata di materiale quasi adatto alla costruzione di bombe.

La terza richiesta avanzata dai diplomatici statunitensi ai rappresentanti della Repubblica Islamica riguarda la necessità che l’Iran smantelli i suoi principali siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan, colpiti nel 2025 da Washington nel corso dell’operazione Midnight Hammer. Teheran si sarebbe mostrata disponibile a smantellare due impianti ma pretenderebbe di lasciarne uno operativo, anche per dimostrare di non aver rinunciato a quello che considera ormai da decenni il suo diritto all’arricchimento.

L’ultimo punto discusso dai negoziatori dei due Paesi riguarda la possibilità che gli ispettori internazionali conducano ispezioni a sorpresa, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, all’interno dell’Iran. Il New York Times sottolinea che non è chiaro se il governo iraniano acconsentirà in quanto molti dei siti nucleari sospetti si trovano all’interno di basi militari delle Guardie Rivoluzionarie, dove spesso è stato impedito l’accesso agli ispettori.

Se l’Iran accettasse i quattro limiti al programma nucleare, scrive il quotidiano Usa, ciò rappresenterebbe un significativo passo avanti rispetto ad alcune delle concessioni ottenute da Teheran nei negoziati del 2015. Come si può ben immaginare, l’accordo, oltre a dipendere in parte da come verrà chiusa la questione del blocco di Hormuz, richiederebbe la cooperazione del regime in ogni fase. Altra incognita è se il capo negoziatore della Repubblica Islamica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, riuscirà a non essere scavalcato dai Guardiani della Rivoluzione e da altri politici dell’ala più dura.

Sta di fatto che i negoziatori americani, almeno sino alla vigilia della nuova escalation, avrebbero manifestato un certo ottimismo sull’andamento dei negoziati. L’inviato speciale del presidente, Steve Witkoff, e suo genero, Jared Kushner, hanno fatto visita giovedì al laboratorio nucleare Oak Ridge, nel Tennessee, per valutare quali attrezzature e competenze sarebbero necessarie per diluire l’uranio del regime islamico e avrebbero inoltre incontrato decine di esperti del dipartimento dell’Energia e dell’intelligence che stanno pianificando le modalità per recuperare e neutralizzare il carburante radioattivo iraniano.

L’ottimismo americano non sarebbe del tutto immotivato. Infatti, secondo il ben informato Barak Ravid di Axios, si era già vicini ad un accordo preliminare con l’Iran alla fine del mese scorso ma Trump, dopo una riunione alla Casa Bianca del 29 maggio, avrebbe deciso di inviare agli iraniani una richiesta di due emendamenti alla bozza di memorandum d’intesa. Accettare di ridurre il grado di arricchimento dell’uranio entro 60 giorni e impegnarsi a non imporre pedaggi alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Queste quanto preteso dal leader Usa che, in cambio, si sarebbe detto disposto ad accettare il degradamento dell’uranio arricchito sul suolo iraniano, sotto la supervisione dell’Aiea. Di qui, le trattative con il regime si sarebbero dilungate sino ad arrivare allo stallo attuale.

Se la “strategia del pazzo” applicata da Washington sembra aver contagiato in parte anche la nuova leadership della Repubblica Islamica, più militare e oltranzista della precedente, è impossibile non notare che, pur con alcune importanti differenze, i punti al centro del negoziato (tra questi lo smantellamento dei siti nucleari) assomigliano a quelli che Witkoff e Kushner stavano già discutendo con gli iraniani a Ginevra a fine febbraio. Se qualcosa è cambiato, e non in meglio per Washington, è sicuramente l’accresciuto potere negoziale di Teheran che, adesso, oltre a rivendicare il diritto all’arricchimento dell’uranio, può contare sul ricatto di Hormuz per condizionare l’esito dei colloqui. Un risultato che, con tutta probabilità, l’autore dell’Arte di fare affari non aveva messo sufficientemente in conto.

“Applica la strategia dell’ostaggio”: ecco perché i negoziati non piegano Teheran

Il protrarsi dei negoziati tra Washington e Teheran e il ritorno, per iniziativa dei pasdaran, ad uno stato di guerra tra Israele e Iran, rientrato dopo ore ad altissima tensione, sembrano confermare come il regime degli ayatollah senta di avere dalla sua parte il fattore tempo. Al contrario dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump che ogni giorno deve fare i conti con il malumore crescente, anche interno alla base Maga, di chi contesta il conflitto e i suoi costi economici, e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, le quali potrebbero condannare il tycoon ad un ultimo biennio alla Casa Bianca da anatra zoppa.

Teheran è maestra nell’arte del traccheggiare al tavolo delle trattative (come peraltro già accaduto nel corso dei colloqui, durati anni, che precedettero la firma, al tempo della presidenza Obama, dell’accordo sul nucleare, ripudiato poi da The Donald) e non ha alcuna fretta di arrivare ad un’intesa che, a scorrere le dichiarazioni delle ultime settimane pronunciate dal leader statunitense, sembra sempre dietro l’angolo e che in realtà appare tratta da un’opera di Beckett.

La condotta dei diplomatici della Repubblica Islamica, dunque, si presenta simile a quella vista in precedenti occasioni. Con un’enorme differenza. La “melina iraniana”, infatti, costa cara. Teheran ha scoperto che il controllo da esso detenuto sullo Stretto di Hormuz, a cui è seguito il contro blocco americano delle acque del Golfo, è un’arma ben più potente delle testate nucleari che il regime è accusato da decenni di inseguire e infligge danni economici quasi senza precedenti

Proprio la questione dello Stretto è centrale per comprendere lo stallo in corso nelle trattative tra Stati Uniti e Iran, mediate dal Pakistan e da vari Paesi del Medio Oriente. A spiegare quanto sta avvenendo dietro le quinte è l’ex alto funzionario Usa Brett McGurk, il quale in un intervento pubblicato sul sito della Cnn sostiene che Washington e Teheran sarebbero impegnate in due negoziati completamente diversi. La prima tenderebbe a considerare le discussioni con il regime islamico attraverso la “lente del potere” mentre la seconda adopererebbe la “lente del possesso”.

McGurk, che ha ricoperto posizioni di rilievo nel campo della sicurezza nazionale sotto tutti gli ultimi presidenti americani, afferma che Trump punta a costringere l’Iran a cedere alle sue richieste attraverso pressioni economiche e sanzioni. Teheran, invece, mira a costringere lo storico nemico a cedere dopo aver acquisito qualcosa di prezioso ed essersi rifiutata di restituirlo. Una lezione che l’ex funzionario sottolinea di aver imparato in prima persona. McGurk negli ultimi dieci anni ha infatti negoziato in due circostanze il rilascio di ostaggi Usa detenuti dagli iraniani.

Le trattative per la liberazione di ostaggi annullano i vantaggi di potere e il regime teocratico lo sa bene, scrive McGurk secondo cui è esattamente per questo motivo che i pasdaran, a partire dalla rivoluzione del 1979 hanno utilizzato tali prigionieri come merce di scambio con Washington. Secondo quanto constatato dall’ex funzionario, il potere contava meno del possesso e gli Stati Uniti non potevano fare altro che pagare il prezzo stabilito dagli iraniani. Il tempo ha sempre giocato a favore di Teheran e la loro strategia è stata quella di aspettare che gli ostaggi soffrissero e che aumentasse la pressione sulla controparte per ottenere la loro liberazione.

Una dinamica che suona familiare. E lo è per davvero. L’Iran, prosegue McGurk, oggi punta ad applicare la stessa strategia, ma su una scala molto più ampia, avendo preso in ostaggio una delle arterie economiche più importanti del mondo attraverso la quale, prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, transitava circa un quinto del petrolio mondiale. Il regime degli ayatollah ha quindi il possesso di qualcosa che gli Stati Uniti e il resto del mondo desiderano e non lo cederà finché l’amministrazione repubblicana non pagherà un prezzo esorbitante. Una cifra che, a detta di Mohsen Rezaei, consigliere militare della nuova Guida Suprema, consisterebbe in 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. “Se Trump prende sul serio i negoziati (...)”, ha detto Rezaei, “questi 24 miliardi di dollari rappresentano una prova di fiducia. È una prova che l’America deve superare”.

McGurk sottolinea che la cifra richiesta è quattro volte superiore a quella da lui negoziata durante le trattative che nel settembre 2023 portarono alla liberazione di cinque cittadini americani detenuti nel carcere di Evin (la somma in questione fu poi bloccata in seguito alla strage compiuta da Hamas il 7 ottobre). Oggi, scrive il diplomatico, i colloqui in corso sembrano essere un’altra trattativa per il rilascio di ostaggi, solo che questa volta l’ostaggio è l’economia globale. Certo, il blocco dello Stretto è un’arma a doppio taglio per i pasdaran con pesanti ricadute negative all’interno della Repubblica Islamica ma, come avverte McGurk, “è improbabile che le difficoltà economiche e le sofferenze del popolo iraniano influenzino i nuovi leader di Teheran”. Una considerazione che spiega l’attuale stallo e si basa su un calcolo spietato compiuto dal regime. Cioè che Trump abbia una capacità di resistere alla pressione inferiore a quella dell’Iran e che il tycoon sarà dunque costretto a cedere prima che la situazione economica a Teheran si faccia insostenibile.

“Può demolire la Statua della Libertà? Sì...”. Il retroscena su Trump e i lavori alla Casa Bianca

Donald Trump ha diritto a continuare i lavori per la costruzione della sala da ballo della Casa Bianca e nessun giudice può fermarlo. La posizione senza se e senza ma è stata espressa venerdì, nel corso di un’udienza della Corte d’appello del Distretto di Columbia, da Yaakov Roth, un legale del dipartimento di Giustizia. I membri del collegio composto da tre giudici della Corte federale hanno tempestato di domande il rappresentante dell’amministrazione repubblicana in merito alla sua posizione secondo cui il progetto fortemente voluto dal presidente americano, che ad ottobre dell’anno scorso ha portato alla demolizione della East Wing, non possa essere fermato dai tribunali nemmeno se dichiarato illegale, perché ormai in una fase troppo avanzata e con significativi interessi di sicurezza nazionale in ballo.

“Se si è trattato di una completa illegalità da parte del governo… non c’era modo di fermarla?”, ha chiesto la giudice Patricia Millett, nominata da Barack Obama. “Penso che sia corretto”, ha risposto Roth. “Se il governo decidesse di demolire la Statua della Libertà (…) non si potrebbe fare nulla?”, ha incalzato Millet. “Penso che sia giusto, sì”, la risposta del legale del dipartimento di Giustizia.

I lavori per la costruzione della ballroom, e di un complesso militare nell’area sottostante, procedono a tambur battente. A marzo un giudice federale aveva bloccato il cantiere ma la Corte d’appello del Distretto di Columbia aveva rapidamente sospeso la sentenza, consentendo la ripresa dei lavori in attesa della conclusione del contenzioso.

L’evidente scetticismo di Millett è stato condiviso dal collega Bradley N. Garcia, nominato da Joe Biden. La legittimità dell’azione legale contro il progetto di The Donald, intentata dal National Trust for Historic Preservation che sostiene che i terreni della Casa Bianca (designati come parco nazionale) non possono essere riqualificati senza l’approvazione del Congresso, è stata invece messa in dubbio dalla terza componente del collegio, la giudice Neomi Rao, nominata da Trump.

Il rappresentante del dipartimento di Giustizia ha affermato ai togati che le preoccupazioni “estetiche” del Trust riguardo alla Casa Bianca e alla demolizione dell’Ala Est, una sezione storicamente dedicata, almeno in parte, alla first lady di turno, devono passare in secondo piano rispetto alle questioni di sicurezza nazionale. Roth ha infatti dichiarato che “il bilancio tra danni e interesse pubblico è nettamente a favore di questo progetto” e che “da un lato c’è una preferenza architettonica, dall’altro la sicurezza del presidente degli Stati Uniti”.

Roth ha proseguito spiegando che sarebbe un abuso di potere da parte dei tribunali intraprendere qualsiasi azione per fermare la costruzione della sala da ballo, anche ora che si è ad uno stadio avanzato dei lavori e anche se fosse illegale secondo la legge federale. Il rappresentante dell’amministrazione ha aggiunto che qualora un tribunale dovesse dichiarare illegale il progetto del tycoon, l’unico rimedio spetterebbe al Congresso.

“Questo caso riguarda chi controlla le proprietà federali”, hanno scritto gli avvocati del National Trust in una memoria difensiva. E in effetti, riferendo dell’udienza di venerdì, il New York Times sottolinea che la questione al centro del dibattito giudiziario, più in generale, potrebbe servire da banco di prova per capire se i tribunali faranno valere i poteri di Capitol Hill per arginare le ambizioni di Trump di ricostruire la capitale degli Stati Uniti.

L’élite russa contro Putin: “È arrivato il momento di concludere la guerra”

La guerra della Russia contro l’Ucraina, giunta al quinto anno, ha ormai superato in durata il conflitto che contrappose l’Unione Sovietica alla Germania nazista. E mentre lo stallo sui negoziati mediati dagli Stati Uniti si protrae e Kiev incalza Mosca con attacchi in profondità sul territorio della Federazione, il Wall Street Journal riferisce che personalità autorevoli all’interno dell’establishment russo hanno rotto il muro del silenzio che circonda l’operazione militare speciale lanciata da Vladimir Putin per esprimere la loro contrarietà alla prosecuzione della guerra.

Tra queste, spicca l’opinione di Oleg Tsaryov, ex parlamentare ucraino fuggito in Russia nel 2014 e uno dei principali candidati che il Cremlino avrebbe voluto insediare alla guida di un regime fantoccio filorusso a Kiev nel 2022. Tsaryov, che a Mosca è considerato tra i più noti esponenti della corrente dei falchi, ha pubblicato lo scorso mese un messaggio su Telegram in cui ha avvertito che la propaganda russa ha alimentato una pericolosa illusione di una vittoria inevitabile contro l’Ucraina. “I professionisti che hanno creato una realtà alternativa”, si legge nel messaggio di Tsaryov, “hanno convinto non solo la popolazione, ma anche loro stessi, che l’illusione che hanno inventato sia davvero la realtà. Prima o poi, questi mondi di illusione e realtà si scontreranno. E ora sta accadendo nella forma più dolorosa”.

Un’altra voce fuori dal coro che ha espresso forti riserve sul conflitto è quella dello storico ed ex funzionario russo Aleksey Chadaev, ora a capo del centro di ricerca Ushkuynik sulla guerra con i droni, il quale ha affermato che proseguire con l’attuale linea “non è solo una strada verso una “non vittoria”, ma verso una sconfitta su vasta scala”. Chadaev ha quindi chiesto una pausa affinché Mosca possa riorganizzarsi in vista del prossimo round.

A schierarsi contro la strategia del Cremlino c’è poi Vasily Kashin, analista alla guida del Centro per gli studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca. L’esperto ha pubblicato a maggio un discusso articolo sulla principale rivista di politica estera della Russia nel quale ha spiegato che l’Ucraina, anche a causa del numero delle perdite subite, rimarrà inevitabilmente un Paese anti-russo e filo-occidentale. Kushin ha inoltre messo nero su bianco che l’obiettivo di insediare un regime amico a Kiev non è più realistico e, citando gli eventi in Iran, ha dichiarato che anche l’assassinio di Zelensky e dei vertici militari e civili ucraini, porterebbe al potere una generazione di leader “più attivi, ambiziosi e radicali”.

Sempre secondo il Wall Street Journal, gli analisti russi sostengono che l’approccio più pragmatico, che riconosce i limiti della potenza militare di Mosca, è presente in alcuni settori del Cremlino. Tra questi l’influente vice capo di Stato maggiore Sergey Kiriyenko, il servizio di intelligence esterna SVR e gli operatori economici che vogliono un ritorno, per quanto possibile, alla normalità. Il quotidiano americano sottolinea comunque che le critiche di una parte dell’establishment della Federazione non sono condivise da tutti e c’è comunque chi preme per un’escalation contro i Paesi baltici e altrove e chi vorrebbe trasformare la Russia in una sorta di “ibrido ortodosso tra la teocrazia iraniana e il totalitarismo nordcoreano”.

Il grande interrogativo di fondo nella discussione in corso rimane però la posizione di Putin. Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, spiega che alcune persone a Mosca stanno “iniziando a rendersi conto che continuare il conflitto per un altro anno o due non migliorerebbe significativamente la posizione negoziale della Russia. Per loro sta diventando sempre più chiaro che è giunto il momento di porvi fine”. “Il dibattito tra le élite sulla questione sta cominciando ad essere normalizzato, pur con tutte le riserve del caso in termini di lealtà”, prosegue Gabuev che si chiede se il capo del Cremlino si renda conto “di essere in un vicolo cieco e che la guerra sta diventando sempre meno efficace”. “Non lo sappiamo”, aggiunge l’esperto. Che in conclusione precisa che “nulla indica che abbia cambiato idea”.

La Svizzera del Medio Oriente sotto assedio: Oman stretto tra Iran, raid e pressioni di Trump

(Da Muscat) In Oman, uno dei Paesi mediorientali più vicini al conflitto e allo stallo in corso nello Stretto di Hormuz tra Washington e Teheran, l’atmosfera che travolge chi proviene dall’esterno è surreale. Quasi sospesa, come nell’occhio di un ciclone, a causa delle distensioni (poche) e delle minacce (tante) alternate a ritmo quotidiano dall’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump e dal regime dei pasdaran. Solo nella notte tra 4 e 5 giugno il porto di Al-Fahal è stato costretto a interrompere le operazioni di carico di petrolio greggio a causa di un'esplosione probabilmente causata da un attacco di droni. Nonostante questo clima chi, in un contesto ad alta fluidità, si aspetta di trovare un Sultanato sull’orlo di una crisi di nervi rimane però deluso. Che si passi dal moderno aeroporto della capitale omanita o dai piccoli villaggi del Paese, è infatti difficile riscontrare tracce di nervosismo tra le autorità o tra la popolazione locale. Una circostanza che fa apparire quanto accade nello Stretto quasi un affare di un altro pianeta.

Caos calmo

Calma e ordine. Al tempo della guerra di Trump, è così che si presenta la vita nel Sultanato agli occhi dei suoi visitatori. Gli abitanti di Muscat, città bianca e senza grattacieli per legge - al contrario delle sue luccicanti sorelle mediorientali -, sembrano più preoccupati dall’afa (insolita in questo periodo dell’anno) che non dal possibile riavvio delle ostilità.

Non che in Oman il tema del conflitto non faccia capolino nelle conversazioni con la gente del posto. Talal, una guida turistica, spiega al Giornale che "l'Oman è come la Svizzera del Medio Oriente e siamo amici di tutti". Parole pronunciate con un misto di pacatezza e orgoglio. In risposta alle ultime esternazioni di Trump, arrivato di recente a minacciare Muscat per le sue presunte trattative con l'Iran sulla cogestione dello Stretto, un tassista afferma che il presidente americano è solo un chiacchierone e alla fine non farà nulla. Poco importa che lo stesso autista aggiunga subito (e senza un filo di preoccupazione) che nessuno sa davvero quali potrebbero essere le prossime mosse del tycoon.

Si vive così in Oman, con la gente del posto che continua a ripetere che, pur essendo vicino al fronte di guerra, il loro Paese “è sicuro”. Un leitmotiv che lega varie dichiarazioni di residenti di Muscat raccolte dal Giornale. Le stesse fonti ci tengono anche a precisare che, nonostante l’incertezza della situazione, il turismo è in una fase di lenta ripresa. Lo testimoniano le folle di viaggiatori, dai tanti occidentali alla moltitudine di visitatori provenienti dall’Asia meridionale, che affollano gli alberghi di lusso e i centri commerciali della capitale omanita.

Il senso di sicurezza che gli omaniti avvertono, e trasmettono, trova peraltro conferma nel numero di attacchi lanciati nelle fasi più dure del conflitto dall’Iran contro il Sultanato (una manciata rispetto alle centinaia di raid con droni e missili sferrati da Teheran contro gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti in primis). Per quanto gli omaniti, almeno in pubblico, sminuiscano ogni preoccupazione per la guerra - condivisa, nel villaggio globale, tanto dall’albergatore di Dallas quanto dal coltivatore di riso del Delta del Mekong -, nel Sultanato l’attenzione per ciò che avviene nella regione è comunque alta. Ma non isterica. Non è un caso che in uno dei tanti negozietti di souvenir della storica città di Nizwa, a circa due ore di macchina da Muscat, una televisione sia accesa su Al Jazeera. Sul piccolo monitor scorrono immagini dell’area al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran e riprese delle operazioni militari israeliane in Libano. Nessuno però guarda il notiziario.

Un intermediario in crisi

L’Oman è uno dei più importanti mediatori della regione mediorientale. È infatti in questo Paese che negli anni Ottanta si svolsero i negoziati per la fine del conflitto tra Iran e Iraq. Decenni dopo, nel 2015, fu Muscat a facilitare le comunicazioni tra il regime dei pasdaran e l’amministrazione Obama che portarono all’accordo sul nucleare poi ripudiato da Trump durante il suo primo mandato. Più di recente, alla vigilia della guerra in Iran, il ministro degli Esteri omanita Badr bin Hamad Al Busaidi è stato tra i negoziatori principali tra Stati Uniti e Iran. Il giorno prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury, Al Busaidi ha incontrato a Washington il vicepresidente americano JD Vance per informarlo che i colloqui con gli iraniani avevano compiuto importanti progressi. Troppo poco e troppo tardi per il tycoon che subito dopo ha dato luce verde all’opzione militare.

La guerra in Iran accende i riflettori sulle relazioni tra Oman e Stati Uniti. Il Wall Street Journal ha riportato nelle scorse ore che le recenti minacce di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent contro Muscat hanno scioccato le autorità omanite. Specie se si considera la storia dei rapporti tra le due nazioni. Il Sultanato è stato il secondo Paese arabo, dopo il regno del Marocco, a stabilire nella prima metà dell’Ottocento relazioni diplomatiche con Washington. Chi fa visita al National Museum nella capitale dell’Oman può avere contezza dei profondi legami che uniscono i due Paesi ammirando il cannone realizzato attorno al 1850 dalla fonderia Cyrus Alger & Co. di Boston su ordine dell’allora Sultano Sayyid Said bin Sultan al-Busaidi.

A Trump, uomo d’affari che negozia solo alle sue condizioni, si sa, la storia interessa poco. Per il commander in chief sono altri gli aspetti che contano e nel caso dell’Oman, a pesare nel giudizio del miliardario, è il fatto che l’alleato intrattenga relazioni (secolari) con un acerrimo nemico dell’America come l’Iran. E così quello che era considerato un utile messaggero in delicate trattative internazionali, adesso, almeno per la Casa Bianca, è diventato parte del problema. Gli statunitensi, stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, starebbero infatti facendo pressioni sul Paese mediorientale affinché prenda una posizione chiara e interrompa le relazioni con la Repubblica Islamica. Il ministro dell’Informazione Abdulla Al-Harrasi ha provato a gettare acqua sul fuoco dichiarando che il suo Paese “è pronto a collaborare con gli Stati Uniti e con tutti i partner responsabili per promuovere la stabilità, prevenire disordini e salvaguardare i nostri interessi strategici”.

Gestire il tycoon

La Svizzera del Medio Oriente starebbe già studiando come rispondere alle bordate del tycoon, forse lanciando un’offensiva di pubbliche relazioni volta a dimostrare l’impegno dell’alleato omanita a favore dell’aumento del traffico marittimo attraverso lo Stretto. Quanto alla causa principale dell’ira del presidente Usa - una valutazione dell'intelligence su un possibile piano congiunto di Muscat e Teheran per imporre pedaggi alle navi che passano da Hormuz - l’Oman ha sin qui negato ogni addebito.

L’uragano Trump ha mandato dunque in crisi la linea ufficiale omanita, amici di tutti e nemici di nessuno. L’Oman, però, sin qui si sarebbe mosso nel solco della sua “neutralità attiva”, pur con qualche inusuale presa di posizione dovuta alle iniziative internazionali, spericolate e senza precedenti, intraprese dal leader Usa. Tra queste, l’intervento del ministro degli Esteri omanita che a marzo, dalle pagine dell’Economist, ha definito fuori controllo la politica estera Usa. Un’esternazione che ha reso evidente come non sia l’Oman ad essere cambiato, bensì la superpotenza.

Al largo di Muscat, intanto, decine di navi si stagliano all’orizzonte. Chi di giorno, sfidando le temperature roventi, si avventura in una passeggiata sulla corniche non può non notarle. Il blocco nello Stretto non c’entra, spiegano i residenti della capitale. Per vedere l’ingorgo di mercantili ripreso ormai quotidianamente dai media bisognerebbe spostarsi di circa 500 chilometri più a nord, nell’exclave di Musandam che si affaccia, appunto, su Hormuz e che sino a pochi mesi fa era conosciuta più per il suo soprannome (la “Norvegia d’Arabia”) che non per la sua vicinanza ad una delle giugulari energetiche più pericolose del pianeta. Da Muscat la guerra è lontana. E per un attimo, tra un Inshallah e l’altro e a condizione che ci si astenga dal compulsare i profili social di Donald Trump, sembra proprio che sia così.

❌