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Magnifica humanitas, enciclica o filosofia politica ?

18 June 2026 at 08:31

A centotrentacinque anni dalla Rerum Novarum di papa Leone XIII , un altro Leone, Robert Francis Prevost, rilancia la dottrina sociale della chiesa con la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, centrata sulla potenza della tecnologia, l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale e di ideologie come il transumanesimo e il postumanesimo, le res novae del Terzo Millennio. Non siamo attrezzati per partecipare al dibattito intracattolico sul testo papale, manifesto del magistero del pontefice americano. Ci limitiamo a segnalare la prudenza nel porre Dio al centro della riflessione, a confessare viva perplessità per il rilancio dell’ideologia dei diritti umani- ben diversa dalla legge naturale della tradizione cattolica- e per l’apparente ingenuità nell’auspicare che la potenza tecnologica sia controllata da un’agenzia del mondialismo come l’ONU.

Prendiamo atto delle parole di Paolo Benanti, il teologo francescano esperto di Intelligenza Artificiale. Su Avvenire, quotidiano dei vescovi, Benanti afferma che “ leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria. È un testo di filosofia politica, e lo è nel senso più rigoroso del termine”. Se lo dice l’esperto di fiducia della Santa Sede sul tema, dobbiamo credergli. È dunque sul piano della filosofia politica che l’enciclica va interpretata, per quanto disagio susciti la categorizzazione da parte di chi ha certamente messo mano al testo come co-autore o consultore.

Condivisibile è la cancellazione papale del luogo comune della neutralità della tecnica . Ricorda un osservatore di vasta cultura, Moreno Pasquinelli, che “dietro a questa o quella scelta tecnologica ed alla sua implementazione, ci sono sempre determinate forze sociali dominanti, così che le tecnologie incorporano i valori, le finalità e la visione del mondo di quelle forze. “ La diagnosi leonina colma una lacuna ecclesiale; dietro alla rivoluzione tecnologica ci sono le Big Tech, giganti transnazionali privati che stanno modellando un capitalismo ancora più ingiusto e predatorio, e considerano l’umanità una miniera da saccheggiare, in cui anche la sfera spirituale è un dato digitalizzato mercificato. Manca tuttavia al papa il giudizio finale: è in atto una trasmutazione antropologica che attenta alla radice stessa della creatura umana, dall’atrofizzazione cognitiva alla delega alle nuove tecnologie di valutare, pensare e decidere, sino alla progressiva disattivazione del pensiero.

A noi l’ Intelligenza Artificiale pare lo strumento privilegiato del Grande Reset e dell’antiumana Agenda 2030 dell’oligarchia. Non ci convince la prognosi ottimistica secondo cui basterebbe il pannicello caldo della cosiddetta algoretica, ossia un’etica incorporata in qualche modo nell’Intelligenza Artificiale, affidata a un’agenzia sotto l’egida Onu. Le volpi a guardia del pollaio, a dimostrazione che la chiesa è parte del sistema. Nessuna denuncia dell’amoralità costitutiva della tecnoscienza al servizio degli “ spiriti animali” del capitalismo compiuto. E neppure una definizione netta del grumo tecnologico che definiamo Intelligenza Artificiale, o il riconoscimento del fatto che essa non è neppure- in senso umano- intelligente. Non pensa né possiede autocoscienza. Parla e scrive ma non comprende il significato; calcola in tempi rapidissimi, produce risposte di tipo probabilistico, ma non ha la ragione. Quanto alla non neutralità assiologica dei dispositivi tecnologici, il dotto agostiniano perviene a conclusioni che Martin Heidegger, Jacques Ellul, Carl Schmitt teorizzarono molti decenni fa. Persino gli orribili francofortesi Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’Illuminismo (1947 !) conclusero che “ l’ evoluzione della macchina si è già rovesciata in quella di meccanismo di dominio, e le tendenze tecnica e sociale, strettamente connesse da sempre, convergono nella presa di possesso totale dell’uomo. La maledizione del progresso incessante è l’incessante regressione. “

Lo ribadì nel 1970 anche papa Paolo VI, citato nell’enciclica. "I progressi scientifici più straordinari, le imprese tecniche più sorprendenti, la crescita economica più prodigiosa, se non sono accompagnati da un autentico progresso sociale e morale, finiscono per ritorcersi contro l'umanità".La macchina, assicurano i suoi guru, può apprendere. Ma non è un intendere razionale, che implica esperienza, intuizione, intenzionalità, coscienza, empatia, passione, sensibilità; ciò che solo una mente biologicamente incarnata può produrre perché può sentire e percepire. Il filosofo della scienza John Searle mostrò, nel noto esperimento della stanza cinese, che la manipolazione di simboli e segni non equivale alla comprensione del loro significato. “ I computer operano sul piano della sintassi: manipolano simboli secondo regole formali. La mente umana, invece, abita la semantica: il significato, l’intenzionalità, la coscienza.“

Il Papa spiega che l'Intelligenza Artificiale porta con sé il problema del dominio tecnologico. La sua risposta, pur sensata , non convince del tutto . “La magnifica umanità che Dio ha creato si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: erigere una nuova torre di Babele o costruire la città dove Dio e l'umanità convivono. “ La proposta papale è di scegliere non la hybris illimitata di Babilonia ma la cauta ricostruzione comunitaria del tempio di Gerusalemme intrapresa da Neemia. Da un lato la “sindrome di Babele”, dall'altro il “cammino di Neemia”. Che parla di prudenza politica, di “un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami ancor prima delle pietre stesse. Oggi, ricostruire significa riconoscere che, nella pluralità di voci e visioni che a volte richiama la dispersione delle lingue, esiste una possibilità luminosa. E in quest’opera comune, i cristiani trovano il loro modo di costruire: orientare l’azione verso Dio, affinché, sotto la sua luce, il pluralismo non si dissolva nel disordine”. In questo modo, “l’antica Gerusalemme recupera un linguaggio comune, non quello dell’uniformità, ma quello della comunione”.

Suggestioni che colpiscono emotivamente, ma la Gerusalemme di Neemia era una piccola comunità coesa, in cui tutti condividevano principi, lingua, tradizione spirituale, empito morale. La realtà di oggi è troppo simile a Babilonia e la chiesa ha la sua parte di colpa, avendo messo da parte la città di Dio per concentrarsi sull’ uomo. Siamo a Babele anche perché il cattolicesimo ufficiale ha scelto di essere un semplice mattone di quella torre.

Nella Genesi (11, 1-9) gli esseri umani decidono di costruire una città e una torre la cui cima giunga al cielo. L'obiettivo è dimostrare il loro potere e perpetuare il proprio nome. Creano cioè una univocità artificiale; con il linguaggio contemporaneo, una globalizzazione disanimata. “ Una lingua, una tecnologia, una direzione”, rileva Leone XIV. Tuttavia, prosegue, “il progetto cela un profondo inganno: è un'opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un'uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l'omogeneizzazione. Quando una città è costruita sull'orgoglio e sulla pretesa di autosufficienza il risultato non è l'unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, per quanto grandiosa, nasce dall'assolutizzazione dell'umanità e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone in nome dell'efficienza e aspira a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio”.

Parole forti, dirimenti, dalle quali ci si attenderebbe una conclusione altrettanto netta, la condanna della condizione postmoderna. Nulla di tutto questo, solo la mediocre idea di affidare all’Onu un controllo sulle res novae tecnologiche, sganciato inevitabilmente da un’inesistente moralità condivisa. Del pari, l’assolutizzazione dell’umanità è figlia naturale della filosofia dei diritti umani, improvvidamente sposata dalla chiesa al posto della ben più robusta legge morale naturale ispirata da Dio e racchiusa nel cuore degli uomini, da cui l’hanno espulsa la postmodernità materialista e tecno scientifica ma anche la riduttiva scelta antropologica del cattolicesimo ultimo.

Dai miti di Icaro a Frankenstein sino al Prometeo tecnologico, passando per Bellerofonte o Fetonte, la tentazione di raggiungere le vette e trascendere la fragile condizione umana è sempre esistita. Dio ha creato il primo uomo, Adamo – la cui etimologia significa "fatto di terra" – pur sapendo che sarebbe stato tentato dal serpente a usurpare il suo trono. Eritis sicut dii (sarete come dèi).Questa potente immagine biblica, che risuona in molte altre culture, viene invocata da Leone XIV, poiché "ci interpella sul nostro rapporto con la tecnologia e con la rivoluzione digitale in corso". Tecno sfrenatezza che conduce all'hybris e al tentativo di sottomettere, omogeneizzare e unificare l'intero creato. La pretesa del cattolicesimo del tempo nostro non è tanto dissimile: un’universalità orizzontale, disinteressata a preservare quelle differenze, quelle sensibilità, quelle comunità reali il cui simbolo è proprio Neemia, in nome di un umanesimo in cui il creatore somiglia sempre più a un ospite indesiderato, evocato più per dovere d’ufficio che per autentica fede nel destino finale della “magnifica umanità”.

Questo ci è parso il limite dell’enciclica. Alla tecnoscienza, ma anche alla chiesa sulla difensiva ci permettiamo di contrapporre la scelta di Antoni Gaudì, l’architetto della Sagrada Familia, il più potente monumento di fede della modernità . “Avrei potuto costruire una guglia ancora più alta, ma avrebbe superato in altezza la collina di Montjuich. L’opera dell’uomo non può oltrepassare l’opera di Dio. “Intelligenza naturale”.

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La voce della feccia (e della Bestia)

15 June 2026 at 17:49

Sarà questo inizio d’ estate, sarà l’aria profumata del mare, ma ho la sensazione di essere tornato all’adolescenza, mezzo secolo fa. Gli acciacchi, le rughe, le disillusioni restano, ma c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico, come scrisse Giovanni Pascoli. E’ tornato, come cinquant’anni or sono, il linguaggio del rancore, dell’esclusione, del pregiudizio. Da ragazzo, simpatizzante del Msi, non avevo diritto di parola. Rischiavo la violenza fisica e, se riuscivo a dire la mia, la reazione oscillava tra l’indignazione e il dileggio. Nulla è cambiato, nell’anno di grazia 2026. Manca la violenza materiale, ma ci arriveranno. Bene ha fatto il generale Vannacci- un furbone di tre cotte- ha definire i suoi sostenitori la feccia. Orgogliosa di esserlo, poiché la reazione acida degli avversari mostra che colpisce dove il dente più duole.

Ha battuto un colpo persino Giorgia Meloni, definendo censura la volontà degli organizzatori della rassegna editoriale Più libri, più liberi – un grottesco ossimoro – di
escludere dalla loro fiera chi non firma un’ assurda dichiarazione di antifascismo. Il “caro leader” vaccinista Antonio Conte ritiene surreale le dichiarazioni di Giorgia, non la scelta di Più libri più liberi, uno dei cui esponenti è nientemeno che Innocenzo Cipolletta, banchiere, già grand commis di Stato e direttore di Confindustria. Tanto per capire da che parte batte il cuore di lorsignori. A breve invocheranno la rieducazione coatta come in Cambogia. Surreale è il ritorno del fascismo peggiore sotto la maschera della virtù. Dopo ottantuno anni, occorre dichiararsi antifascisti- cioè fascisti al contrario- per partecipare alla vita pubblica. Benito vince rivoltando la gabbana .

E’ bello – al di là del generale – appartenere alla feccia: non siamo come loro. E’ una medaglia al valore conquistata nella guerra della vita. La feccia crede ciò che solo pochi pazzi avevano osato dire (uno è chi scrive): il femminicidio non è un delitto a parte, ma un orrendo crimine come ogni omicidio. Il codice punisce con l’ergastolo l’assassinio premeditato. Non può essere altrimenti nei regimi giuridici che riconoscono la generalità della legge e l’ uguaglianza dinanzi ad essa. Apriti cielo. Vannacci è astuto, provoca scegliendo i temi su cui sfidare la finta unanimità del pensiero unico. Così sono insorte all’unisono tutte le correnti del Partito Unico di Sistema (il Pus…); la leghista Giulia Bongiorno, madre della legge italiana sul femminicidio, è arrivata ad accusare la feccia di volere il ritorno del delitto d’onore. Ci contenteremmo di recuperare l’onore come valore personale e comunitario. Un punto di aumento nella percentuale di simpatizzanti del generale.

Di più se la gente che vive e veste panni avesse il tempo di leggere certi articoli. Il migliore lo ha scritto, a fronte corrugata e grondando santa indignazione, Concetta De Gregorio vulgo Concita- più snob e più laico del fastidioso Concetta dell’anagrafe- su Repubblica, organo ufficiale dei Colti, dei Riflessivi, degli Illuminati e, ça va sans dire, dei progressisti. “ La Bestia ( maiuscolo, a sottolineare la natura diabolica del nemico assoluto) ha già scelto Vannacci. “ Citando Simona Ruffino, neuroscienziata, esperta di linguaggio della politica, parla di “squadracce composte da misogini fragili piccoli esseri umani (ogni bullo si accanisce sui più deboli perché specchio della sua stessa debolezza, ogni forma di violenza attecchisce nella fragilità di chi la esercita, meni perché non hai parole: le basi, insomma),
ammesso che gli odiatori siano tutti esseri umani e non credo proprio. “ Ahi, ahi, Concita: se il nemico non è umano, contro di lui vale tutto, anche la violenza, anche la soppressione fisica . De Gregorio chiede, con la Ruffino, di “tornare a riflettere sul bisogno umano di allearsi con soggetti intolleranti, volgari, prepotenti e ignoranti.” Noi analfabeti, loro lord laureati honoris causa.

La Bestia – vil razza dannata- è gentaglia che “augura la morte lenta a chi dissente. Rabbia
e paura sono i sentimenti primari dell’umano. Quelli primordiali, dell’uomo della pietra,
che millenni di storia e cultura hanno lavorato a contenere, trasformare. Ecco. Non più.”
Fantastico. Qualche leone da tastiera con il torcicollo sbrocca e un pezzo di opinione
pubblica diventa la Bestia. Evidentemente le due delicate signore non leggono le
sanguinose intemerate cariche di odio della loro parte politica. E pensare che molti- come
chi scrive – pensano cose simili a quelle espresse dal generale pur essendo convinti che egli
combatta gli effetti dei fenomeni – immigrazione , insicurezza, criminalità, derive LGBT,
odio della propria civiltà- ma taccia sulle cause. Il male ha un nome: capitalismo globale.
Scrive Paolo Borgognone: “il capitalismo liberale è il primo responsabile dell’innesco dei
processi migratori di massa. Le grandi masse migratorie sono l’esercito industriale di
riserva, l’infrastruttura schiavistica di massa che serve ad abbassare il costo del lavoro, in
modo da rendere sempre più esigui i salari e gli stipendi e indebolire così la classe media e
lavoratrice autoctona; polarizzare la società attorno a dicotomie culturali fittizie o
esasperate ad hoc dal mainstream, in modo da innescare guerre civili tra penultimi e
ultimi. “ Le questioni economico-sociali che producono l’immigrazione vanno risolte alla
radice. Meno capitalismo, meno subordinazione atlantista ed europoide, meno
sfruttamento finanziario uguale meno immigrazione, insicurezza, guerre. Così come più
sovranità nazionale, popolare, economica e finanziaria.
Su questo va incalzato il generale, là dove è più debole o non può – o vuole – essere
davvero politicamente scorrette. Evocare la Bestia serve egregiamente a stabilizzare il
sistema, sentirsi superiori e migliori, da un lato, a indignarsi per il danno alla spenta
coalizione di governo dall’altro. E naturalmente serve a chi discetta su vera o falsa destra,
dimostrando che è ragionevole il dubbio di essere dinanzi all’ennesima variante interna, o,
come si dice nel solito globish finto colto, a nuovi gatekeepers che presidiano le porte del
sistema. Lo scopriremo vivendo.
Possibile, ad esempio, che il vostro scrivano sia l’unico a indignarsi se l’onnipresente –
fuorché in municipio- sindaco di Genova Silvia Salis partecipi giuliva al gay pride cittadino
con al fianco suo figlio bambino ? Possibile che sia il solo al mondo a rilevare che gli
ambientalisti di cartapesta tacciano sull’immenso spreco di energia elettrica e sul consumo
di acqua- già pari a quello di circa un miliardi di umani- per alimentare e raffreddare i
server dedicati all’Intelligenza Artificiale ? Solo il vecchio superstite degli anni di piombo
nota l’incongruenza di una scuola che non punisce teppisti, criminali, picchiatori di docenti, ma diventa inflessibile con due ragazzi che srotolano un lenzuolo con la scritta “l’Italia agli italiani “? Per loro brutali punizioni in condotta, obbligo di autocritica pubblica come presso Baffone Stalin.

Sono l’ultimo rottame del passato, l’ultima Bestia a indignarsi. E sono forse l’unico a non applaudire Papa Leone che scopre l’acqua calda- la non neutralità della tecnologia e il fatto che sia privatizzata- ammette a denti stretti il diritto a non emigrare, ma santifica la figura del “migrante “ ( assoggettandosi così anche alla neolingua) negando il diritto naturale dei popoli a non essere travolti da ondate migratorie eterodirette , sino a perdere identità culturale, spirituale, tranquillità, futuro. Siamo almeno in due – Camillo Langone, uno importante, e io che non conto nulla- a osservare che la chiesa cattolica, nonostante gli sforzi di papa Prevost per attestare la continuità della dottrina sociale inaugurata dal suo predecessore Leone XIII , ha rovesciato il magistero anche su questo tema. Papa Pecci scriveva: “la legge naturale ci ordina di amare di un amore di predilezione e di dedicazione il Paese in cui siamo nati e cresciuti”. Mondo al contrario, chiesa al contrario. Discorsi da feccia, pensieri della Bestia. Ma attenti a svegliare il can che dorme. Potrebbe diventare lupo e presentare il conto, riconoscendo le cause e i colpevoli del degrado dagli effetti che producono. Lo disse Gesù ai discepoli in partenza per l’apostolato, pardon per il proselitismo: dai frutti li riconoscerete. I frutti del presente sono visibili. La feccia ha ancora gli occhi e la Bestia ha ancora istinto di conservazione. Vedremo se generali e caporali vogliono cambiare il menù o chiedono solamente un posto a tavola.

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Anche le vite dei bianchi contano !

12 June 2026 at 14:44

Non abbiamo dimenticato il caso di George Floyd, l’americano di colore ucciso nel 2020 da un poliziotto bianco.

L’episodio scatenò un’ondata di proteste in sessanta paesi, tra cui il nostro, contro il cosiddetto razzismo sistemico.

Innescò, altresì, il movimento internazionale Black Lives Matter, BLM, le vite dei neri contano, con la servile abitudine, in eventi pubblici, di inginocchiarsi a testa china in segno di lutto e indignazione.

Floyd, benché pluripregiudicato, non meritava quella fine, mentre la condotta della polizia dimostrò la violenza diffusa nella società americana, immersa nel micidiale cocktail di libertà competitiva, individualismo indifferente all’Altro, multiculturalismo tossico.

Nei giorni scorsi un episodio analogo, più grave nel merito e nelle modalità, è accaduto in Inghilterra, l’omicidio di un ragazzo diciottenne, Henry Nowak, per mano di un indiano sikh, con la sconcertante complicità della polizia.

Varie manifestazioni di collera hanno incendiato il Regno Unito, ma nessuna ondata di sdegno si leva da chi manipola l’opinione pubblica occidentale; nessuno si inginocchia per l’incolpevole Henry e le reazioni sono come sempre derubricate a razzismo.

La realtà, purtroppo, è più forte della mistificazione dominante e tende a ripetersi. Un trentenne scozzese è stato quasi decapitato da un africano, sedicente rifugiato. Il poveretto è in coma, ma l’episodio- documentato da drammatiche immagini- sta suscitando violenti disordini a Belfast, la città del fatto, nel resto d’Irlanda e in decine di località del Regno che si definisce Unito.

Sta diventando realtà la guerra etnica in Gran Bretagna, mentre segnali sempre più preoccupanti riguardano Francia e Belgio, sede della sedicente Unione Europea. Mezzo secolo fa un deputato inglese, Enoch Powell, pronunciò il famoso discorso “dei fiumi di sangue” che avrebbero inondato il Paese se fosse continuata l’ondata migratoria allora agli inizi. Dovette abbandonare la politica.

Ma al sangue stiamo arrivando e solo il popolo reagisce contro le oligarchie, schierate per l’invasione, apertamente nemiche degli europei.

Diciamolo una buona volta: anche le vite dei bianchi contano e non possiamo tollerare ciò che accade. Ne va della nostra sopravvivenza.

Agli europei importa, non ai loro nemici che stanno al governo, che controllano il sistema culturale, economico, finanziario, politico e religioso. Sono schierati contro di noi: prendiamone atto. Non è questione di destra e sinistra; la lotta è alto contro basso, gente comune contro élite.

Se il caso di Belfast desta orrore per la sua brutalità animale, quello del povero Nowak – di cui il Parlamento Europeo ha rifiutato di occuparsi – è la spia di una realtà insostenibile, non solo britannica.

Il ragazzo era appena stato accoltellato più volte quando la polizia intervenuta lo ha ammanettato dietro la schiena. Ha ripetuto nove volte di non riuscire più a respirare.

L’aggressore, un asiatico sikh, ha detto alla polizia di essere lui la vittima. Gli agenti gli hanno creduto: sono stati addestrati a credere al razzismo sistemico e a comportarsi di conseguenza.

Henry sarebbe forse ancora vivo se gli agenti che lo hanno arrestato non avessero agito con sprezzante, criminale, beffarda negligenza. Le mani dietro la schiena di un ragazzo con un polmone perforato dal coltello tradizionale dei sikh! Lo sventurato aveva la colpa di essere bianco.

Il suo non è un episodio isolato, bensì l’ennesima prova di uno schema sinistro che continua, nonostante l’aumento degli attacchi violenti da parte della popolazione immigrata.

Dilaga una disgustosa malafede: c’è che nega addirittura che il coltello sikh, il kirpan portato “per difendere i deboli, contrastare l’ingiustizia e simboleggiare il proprio impegno spirituale”, sia pericoloso.

Uno dei giornaloni del progressismo europeo, El País, ha titolato così: “L’estrema destra di Farage fomenta l’odio nel Regno Unito dopo che un giovane è stato accoltellato a morte da un uomo sikh”.

Ciò che l’aggressore e la polizia hanno fatto a Nowak non è una notizia; lo è l’indignazione popolare e la legittima reazione di un esponente politico. Non conta il fatto, ma la possibilità che fornisca argomenti alla famigerata estrema destra, peraltro estranea alla storia liberalconservatrice di Nigel Farage.

Suona familiare; è una reazione consueta, il riflesso pavloviano dei progressisti, nemici del popolo quando non si comporta secondo i loro dettami e insegnamenti. È la linea delle autorità politiche, dei media, della chiesa ufficiale, più preoccupate di gestire le conseguenze dei propri atti che di metterli in discussione.

Nel Regno Unito – continuiamo a chiamarlo così per abitudine – tutto iniziò con il rapporto del 2014 sui fatti di Rotherham.

Per oltre un decennio millequattrocento minorenni bianche di famiglie povere sono state vittime di sfruttamento sessuale sistematico da parte di bande pakistane: ragazzine di tredici, quattordici anni, drogate, violentate e trasferite da una città all’altra per essere sfruttate. Alcune minacciate di essere bruciate vive, moltissime brutalmente picchiate.

Il fatto agghiacciante è che le autorità sapevano tutto, polizia, assistenti sociali, amministratori comunali. Rapporti di altre città hanno tutti individuato lo stesso problema: la paura delle ripercussioni politiche.

Millequattrocento ragazzine abusate per decenni sotto gli occhi vigili delle autorità, dell’affabile poliziotto britannico. Era scandaloso continuare con l’insabbiamento, la discriminazione nei confronti della popolazione locale e la censura. Eppure i governi non fecero nulla.

Poi vennero i casi di Rochdale, Oxford, Telford, Newcastle, con lo stesso schema: ragazzine vulnerabili, autorità indifferenti o complici, indagini ostacolate, insabbiamento.

Le vittime, giovani vite bianche, non contavano nulla. White lives don’t matter. Gli scandali si accumulavano, ma il Regno, anziché agire, sviluppava sistemi sofisticati per monitorare il discorso pubblico.

Nacque il concetto di “episodi di odio non criminali” per permettere la registrazione ufficiale di parole o comportamenti che non costituiscono reato. L’energia mancata per proteggere le ragazze è impiegata per sorvegliare le opinioni dei britannici.

Non incitano all’odio o alla violenza, ma commettono il peccato capitale di essere dissenzienti. Non si tratta neppure di infrazioni amministrative, ma di un cumulo di registrazioni di polizia relative a condotte perfettamente legali, ritenute politicamente scorrette.

Da anni migliaia di sudditi di Sua Graziosa Maestà sono sorvegliati, registrati, inseriti in vasti database senza aver commesso alcun reato. Basta il semplice atto di esprimere un’opinione “eretica”. Harry Miller, ex poliziotto, fu fermato dopo aver pubblicato dei commenti sull’identità di genere. Non c’era alcun reato, lo riconobbero gli stessi agenti.

Ciononostante, ritennero necessario avvertirlo delle gravi conseguenze delle sue opinioni. Il caso finì in tribunale, divenendo il simbolo di una nuova mentalità: la polizia non si limitava più a perseguire i reati; aveva iniziato a monitorare i pensieri.

La giornalista Allison Pearson ebbe un’esperienza simile: fu informata di essere indagata per un post. Anche nel suo caso, non c’era alcun reato chiaramente identificabile. L’indagine venne archiviata, ma il sinistro messaggio di sorveglianza ideologica era passato, nel paese che afferma di avere istituito la moderna democrazia.

In Inghilterra la polizia ha eseguito oltre dodicimila arresti in un anno in base alla legislazione sulle comunicazioni elettroniche. Trenta persone incarcerate ogni giorno per messaggi ritenuti offensivi. Una lezione per il KGB sovietico, se esistesse ancora.

Nel tempo, le segnalazioni di reti organizzate di sfruttamento sessuale di minorenni bianche si accumulavano. A Oxford le condanne emesse dai tribunali con colpevole ritardo hanno rivelato una realtà che le autorità avevano evitato di affrontare per anni.

Quando occorreva perseguire crimini di soggetti immigrati, le istituzioni erano paralizzate da un’infinita cautela. Quando si trattava di sorvegliare e punire parole o commenti dei sudditi britannici, l’energia diventava inesauribile.

Nel resto d’Europa vigono gli stessi comportamenti. La volontà di non affrontare apertamente alcuni aspetti delle ondate migratorie alimenta la sfiducia nei confronti dei media e delle autorità.

In Francia, il processo a Marine Le Pen per la diffusione di immagini di atrocità islamiste è il simbolo dell’inversione delle priorità. Le vittime delle fotografie erano state davvero assassinate, ma a finire in tribunale fu chi mostrò le immagini, non i colpevoli delle efferatezze.

Il paradosso si ripete. Ogni nuovo scandalo rafforza il controllo su chi solleva il problema, non su chi lo ha causato. Ogni crisi porta nuovi strumenti per soffocare il dibattito pubblico. Il potere ha paura del giudizio della cittadinanza, quindi ne reprime le espressioni.

Gli eventi di Capodanno del 2015 a Colonia, in Germania, provocarono sconcerto. Centinaia di donne denunciarono aggressioni sessuali e rapine. La notizia si diffuse più rapidamente attraverso le reti sociali che attraverso gli organi di informazione tradizionali.

Il silenzio del femminismo non fu il segno di un imbarazzo – che pure ci fu – ma dell’ordine di soffocare la giusta indignazione, bloccare il dibattito e impedire ogni reazione popolare e legale. Troncare e sopire, il sistema del manzoniano Conte Zio, epitome del potere.

Il discorso pubblico si concentra su chi denuncia determinati fenomeni, non sui fenomeni stessi. Un’odiosa censura che ha prodotto la vergogna di Stephen Ogilvie quasi decapitato a Belfast e del povero Henry Nowak, ammanettato dalla polizia dopo essere stato accoltellato, che muore a diciotto anni tra le beffe e i commenti indifferenti degli agenti.

Il caso, con l’aggressore che lancia accuse di razzismo e la vittima ammanettata che muore dissanguata, sarebbe sembrato fino a poco tempo fa una macabra parodia, una fantasia allucinatoria. Invece, è il segno di politiche di odio contro la nostra gente.

Forse comincia la ribellione o, almeno, la consapevolezza. Tardiva, osteggiata da tutte le centrali di potere. Ma se il popolo si alza in piedi, c’è ancora speranza.

Tutte le vite hanno pari dignità, tutte vanno difese. Anche le nostre, bianchi impazziti odiatori di noi stessi, malati di inclusione, buonismo, ingenuità, pecore che abbracciano i lupi.

White lives matter, le nostre vite contano. Difendiamole dai lupi, che almeno si presentano come tali, ma soprattutto dai loro complici nell’economia, nella finanza, nella cultura, nella politica, nella chiesa.

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Mi dichiaro antifascista !

5 June 2026 at 15:59

Mi dichiaro antifascista. Che sollievo.

Ringrazio il sindaco di Verona, l’ex calciatore Damiano Tommasi assai Democratico (con e senza maiuscola) per averla pensata giusta: ha deciso che per ottenere un passo carraio nella città di Giulietta, oltre alla tassa relativa, i richiedenti firmino una dichiarazione di antifascismo.

Pur non abitando a Verona e non avendo necessità di un passo carrabile, intendo presentare e sottoscrivere l’istanza. Finalmente sarò al riparo da attacchi, sospetti, maldicenze.

La mia città, Genova, ha anticipato da anni il primo cittadino scaligero, pretendendo, per le associazioni che utilizzano spazi civici per eventi ed attività, analoga autocertificazione con una mano sul cuore e l’altra sul portafogli. Orgoglio della Superba, perbacco.

L’antifascismo è oggi un concetto vuoto, simile a chi si dichiarasse pro o contro Napoleone Bonaparte. Tutto ciò che non piace alla gente che si piace è ipso facto chiamato fascismo, categoria eterna del Male.

Dunque, il bene è antifascista: è la proprietà transitiva, parola di Aristotele.

Non conta alcuna riflessione sul fascismo storico, sulla sua inesistenza nel presente e qualunque altra obiezione. Se lorsignori assicurano che ogni male è automaticamente fascista, bisogna schierarsi dalla parte del bene.

A che serve ricordare che l’obbligo di antifascismo non è previsto da alcuna legge? Tanto vale, a Verona e altrove, per il passo carrabile, l’uso di spazi civici o altro, firmare quello che fa piacere al potere.

È un po’ come l’autorizzazione all’uso dei dati personali che firmiamo in calce ai moduli più svariati o l’accettazione dei cookies per accedere a un sito web. Sono le nuove frontiere obbligate, le dogane immateriali postmoderne. Una in più non potrà farci più male di altre innumerevoli imposizioni quotidiane.

Per di più, dichiararsi antifascisti ci permette di entrare nella buona società e diventare cittadini modello della democrazia. Una bella comodità: libera dal peso di elaborate premesse, consente perfino di assumere posizioni non del tutto ortodosse.

È un ombrello protettivo, un lasciapassare universale. Dal momento della firma – anche in formato elettronico- riacquistiamo la nostra libertà, conculcata dall’ombra del sospetto di essere, Dio non voglia, loschi figuri No–Antifa.

Propongo che all’atto della sottoscrizione venga fornita una spilletta, una “cimice” da esibire sul risvolto degli abiti, giusto per togliere ogni dubbio e tranquillizzare l’OVRA (Opera Volontaria Repressione Anti-antifascista).

Sbrigata la pratica burocratica e dichiaratomi antifascista, posso finalmente dire ciò che è pericoloso senza il prezioso certificato.

Ad esempio, che l’esclusione di Erri De Luca da un festival letterario per le sue posizioni filo sioniste a stretto rigore è un atto fascista, giacché punisce la libertà di pensiero e parola, discriminando su base ideologica (articoli 3 e 21 della benemerita costituzione antifascista).

De Luca mi è cordialmente antipatico, sono contrarissimo alle sue idee su Gaza e Israele, ma difendo il suo diritto ad esprimerle.

Forse, ha smarrito il certificato Antifà, che permette di dire tutto ciò che si vuole, naturalmente entro il perimetro “anti”.

Abilita perfino a comportarsi come gli esecrati nemici, chiudere la bocca all’avversario, negargli agibilità politica e dignità personale in quanto fascista a giudizio insindacabile del collettivo antifà, riunito in seduta permanente nelle redazioni, nelle università, negli uffici pubblici, nelle piazze.

L’antifascismo è il patentino universale, la chiave che apre tutte le porte. Meglio ancora: è il green pass del buon cittadino. O ce l’hai e campi tranquillo o sei un reprobo e un nemico del popolo. Meglio non rischiare.

Ricordate la tessera del partito nazionale fascista? Bisognava averla o erano guai. Ai suoi tempi Leo Longanesi avvertiva che in Italia esistono due tipi di fascisti: quelli propriamente detti e gli antifascisti.

Forse davvero il morto regime e il famigerato ventennio sono il ritratto di famiglia del nostro popolo, come afferma la cultura liberal.

Dunque, va estirpata ogni traccia del Male Assoluto (parola di Gianfranco Fini che se ne intende) e pretesa la dichiarazione di antifascismo.

Per lenire il fastidio dei riottosi, un argomento a favore del green pass Antifà è la sua estensione: se tutti siamo antifascisti, nessuno è fascista e entrambi i termini vengono destituiti di significato e consegnati agli storici, se non agli archeologi.

Inoltre, se la dichiarazione diventa un obbligo, il dazio da pagare alla dogana democratica, è ampiamente giustificato moralmente chi firma controvoglia. Non accettiamo forse senza leggerle o capirle clausole contrattuali capestro con le banche, le assicurazioni, i fornitori di servizi?

Consentiamo senza fiatare che i nostri dati personali siano compravenduti e l’invasione nella nostra navigazione in rete ci sia negata senza l’Ok preventivo.

Dai, firmiamo lo stampato e tiriamo avanti. Teniamo famiglia, dobbiamo vivere e lavorare, magari ci serve il passo carraio. Tanto, il potere, di qualunque ideologia si travesta, è sempre contro di noi, pretende obbedienza e sottomissione.

Magari con il green pass in bella vista potremo assentarci alle manifestazioni del 25 aprile, fingere di non ricordare le parole di Bella Ciao, cambiare canale all’omelia di fine anno del presidente.

Saremo (più o meno) liberi di dire quel che ci aggrada, al riparo dell’ombrello arcobaleno Antifà. Suvvia, facciamo contento il sindaco Tommasi, i suoi democratici seguaci e l’ANPI.

Il potere di ieri chiedeva – più spesso imponeva- obbedienza e sottomissione. Quello di oggi in più pretende l’applauso, l’adesione convinta e in forma scritta. Ne ha diritto: è l’Impero del Bene. Antifascista, naturalmente.

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Abbasso Zapatero !

1 June 2026 at 14:37

Cade un altro mito progressista falso come l’oro di Bologna che diventava rosso di
vergogna. L’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodrìguez Zapatero è indagato per gravi
reati di corruzione e riciclaggio; gli sono stati sequestrati gioielli per il valore di milioni e
somme di denaro. Sembra che prima del rapimento di Maduro fosse sul punto di fuggire in
Venezuela, paese in cui esercitava grande influenza politica ed economica. E’ stato tra i
simboli del Gruppo di Puebla, il forum che riunisce decine di leader progressisti europei e
latino americani. Noto è il suo legame con Delcy Rodrìguez, oggi presidente venezuelana
con il beneplacito Usa. E’ assai probabile che l’attacco a Zapatero, Bambi per amici e
adoratori, Mister Bean per i detrattori, sia stato alimentato da informazioni dei servizi Usa
e forse venezuelani.
Circola un meme in cui il volto e il busto di Bambi sono avvolti da collane e gioielli. Brutta
fine, in attesa di un interrogatorio in cui ZP – all’ex potente non mancavano i soprannomi-
dovrà scegliere se salvare il Partito Socialista o le figlie, collaboratrici e secondo l’accusa
prestanome del padre in molti affari, a partire dal salvataggio con denaro pubblico della
compagnia aerea privata Plus Ultra. Un pessimo soggetto, amatissimo dalla sinistra
internazionale. Fu capo del governo dal 2004 al 2011, vincendo elezioni date per perse,
sull’onda dell’emozione all’indomani del terribile attentato a Madrid dell’11 marzo
(duecento morti e duemila feriti) che l’uscente Aznar, ingannato da settori infedeli dei
“servizi” spagnoli, attribuì improvvidamente al terrorismo basco,.
La sinistra italiana subì per anni la fascinazione di Zapatero: nel 2005 uscì addirittura un
film di Sabina Guzzanti- attrice militante della sinistra radicale- intitolato Viva Zapatero!
con tanto di punto esclamativo, una denuncia della censura mediatica italiana, paragonata
alla riforma televisiva del presidente spagnolo. In realtà Bambi spalancò le porte del
mercato radiotelevisivo iberico ai grandi gruppi privati. Tuttora è il dominus del Partito
Socialista Operaio Spagnolo, il cui nome contiene tre menzogne. Non di un partito
socialista si tratta, ma di un contenitore radical progressista. Operaio non lo è più, mentre
l’odio antinazionale verso la Spagna, la sua unità e le sue istituzioni è diventato il suo
marchio di fabbrica.
Ma chi è stato davvero Bambi/Mr. Bean, l’uomo convinto di aver portato l’illuminismo in
Spagna, e perché è diventato il campione della nuova sinistra super progressista ? Carmen
Calvo, presidente di nomina politica del Consiglio di Stato, lo ha descritto come persona
assolutamente buona. L’adulazione nei confronti dell'uomo ora accusato di cospirazione
criminale è stata una costante del personaggio. In occasione della consegna del Premio per
la Concordia e i Diritti Umani a lui attribuito, pronunciò un discorso ricco di pause
ispirate, intonazioni emotive e toni lacrimosi più consono a un predicatore che a un
gestore di società offshore, spedizioni di petrolio, detentore di centotre gioielli in
cassaforte. Eppure l’elogio sdolcinato della Calvo, sua ex subordinata , arrivò a definire “il
mio compagno José Luis ”un romantico della politica. Mi piacerebbe studiare filosofia,
afferma spesso. A sessantasei anni, ne avrebbe avuto tutto il tempo .

La sua reazione ai guai attuali è gridare alla persecuzione, anzi al lawfare, il neologismo
dei dotti che descrive l’uso politico della giustizia. Nel difendere un’altra corrotta,
l’argentina Cristina Kirchner poi condannata, disse che “le azioni legali contro un
rappresentante politico sono motivo di allarme; senza dubbio il lawfare è una delle
espressioni più preoccupanti delle deviazioni dei sistemi politici liberaldemocratici".
Verissimo, ma che dire di Silvio Berlusconi, Marine Le Pen, Gianni Alemanno, delle
elezioni bloccate in Romania, della costante minaccia di illegalizzazione di Afd in
Germania ? Durante una visita in Colombia, Zapatero definì così Gustavo Petro, presidente
sospettato di profitti da narcotraffico: "Ho visto in lui ciò che i presidenti vedono quando
un leader abbraccia un progetto per il proprio paese. Ciò che mi interessa di più di Petro è
la sua curiosità intellettuale. Quando trovi qualcuno così, sai che c'è speranza".
Negli ultimi tempi, mentre gli inquirenti indagavano sul suo coinvolgimento in una rete di
traffico di influenze, Zapatero ha coltivato l'immagine di pensatore e umanista con
messaggi semplicistici, vuoti. Un omaggio carico di piaggeria gli fu tributato in occasione
del ventesimo anniversario della sua legge più famosa, il matrimonio tra persone dello
stesso sesso, ribattezzato egualitario, in cui ZP attaccò la magistratura, la chiesa cattolica e
le istituzioni che si opposero alle nozze gay. Poche settimane fa ha tenuto il discorso
conclusivo alla Mobilitazione Progressista Globale di Barcellona, invocando più
internazionalismo e maggiore unità dei progressisti.
Rimettiamo le cose al loro posto: come scrisse il giornalista e teorico Walter Lippman, il
progressismo è l'ideologia di cui il capitalismo aveva bisogno per completare la mutazione
antropologica necessaria a imporre la sua egemonia. Esige “il riadattamento dello stile di
vita" delle masse e un cambiamento di "costumi, leggi, istituzioni e politiche", sino a
trasformare "la concezione che l'uomo ha del proprio destino sulla Terra e le sue idee sulla
propria anima". Per realizzare questa riconfigurazione, il nuovo capitalismo si serve
principalmente di forze progressiste che, con una retorica banale, moralista al contrario,
“sono riuscite a trasformare le società in un insieme di Robinson Crusoe in cui la comunità
diventa un'associazione costruita sulle scelte dell'individuo. “ In questo senso è innegabile
che Zapatero, sancendo i “diritti” più svariati, sia un eminente progressista.
Contemporaneamente ha alimentato l’odio contro il cattolicesimo, legalizzato l’aborto
libero anche per le minorenni, fomentato la divisione tra spagnoli favorendo la banda
terrorista Eta e i separatismi, peggiorato le condizioni economiche del paese, trasformato
le istituzioni in organismi al servizio del suo partito ed incoraggiato l’immigrazione
nonostante un tasso di disoccupazione del venti per cento . Questa è stata la figura
celebrata dal coro mainstream. Hanno ragione, però, in base alla definizione di
progressismo di Pier Paolo Pasolini: una forza al servizio del capitalismo, incaricata di
realizzare la mutazione antropologica che uccide l'identità popolare e sterilizza le lotte dei
lavoratori, li rende incapaci di difendere i propri diritti ed estingue l’ antagonismo
liberandoli dai tabù tradizionali (religiosi, familiari, sessuali, comunitari) fino a farli
diventare consumatori edonisti e individualisti. Zapatero è stato il perfetto paladino di
questo progressismo di servizio. Di qui il suo inesausto impegno per ampliare i diritti civili.
Ossia imporre finti diritti ad altezza di biancheria intima ( J. M. de Prada) che hanno

trasformato le classi popolari in una poltiglia sterile, senza identità, indifesa contro gli
abusi plutocratici che era incaricato di attuare.
Fu lui a imporre la riforma che anteponeva gli interessi dei mercati finanziari ai bisogni
sociali del popolo, ponendo l'economia nazionale al servizio del capitale speculativo. Rese
meno onerosi i licenziamenti, elevò a 67 anni l'età pensionabile; approvò i cosiddetti sfratti
lampo voluti dalle banche , offrendo ai più vulnerabili il divorzio lampo e l’aborto lampo.
Aumentò pesantemente l’IVA, la tassa sui consumi che danneggia soprattutto chi ha
redditi modesti. Ridusse gli investimenti pubblici in sanità, istruzione, opere pubbliche,
proseguendo le privatizzazioni avviate dai suoi predecessori . Liberalizzò gli orari di
apertura dei negozi, favorendo così le grandi catene e rovinando il piccolo commercio.
Infine, smantellò le casse di risparmio e i loro programmi sociali. Tutte queste misure al
servizio della plutocrazia furono attuate da Zapatero con grande clamore e finto
disappunto, con atteggiamenti di studiata sofferenza interiore, come se ne fosse
profondamente addolorato.
Un brillante mentitore seriale per la nuova sinistra postborghese, apolide e antipopolare,

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La società delle dipendenze

30 May 2026 at 08:47

Una tantum lo scrivano fa pubblicità a se stesso. E’ uscito un mio libro dal titolo La società delle dipendenze, che è anche il benvenuto a una nuova, coraggiosa, casa editrice, Imprimere, un nome suggestivo che evoca insieme il lavoro artigiano e il gusto di stampare su carta, lasciare un segno. Giovane il marchio, giovani Violante e Valerio Savioli, entusiasti quanto basta per tuffarsi in un’avventura difficile nella  crisi dell’editoria. La società delle dipendenze è un testo con una tesi forte: viviamo in una società in cui imperano le dipendenze – da sostanze, condotte di vita, gusti, atteggiamenti- indotte, provocate e diffuse dal sistema  liberalcapitalistico. Nulla di naturale, benché le dipendenze non siano novità: il potere le ha abilmente sfruttate, industrializzate, rese parte integrante della vita a fini di dominio, creando l’insaziabile esigenza di soddisfazione immediata. Una sequela infinita di desideri che, concedendo virtualmente tutto e subito, crea la volontà inesausta di desideri che ne anticipano altri: senza fine, senza limite. Sentimenti, valori, idee sono sostituiti da comportamenti portatori di un’illusoria, istantanea felicità, immediatamente seguita dal vuoto. La mente umana non sopporta il vuoto e- lasciata a se stessa nel mondo di cartapesta – si riempie di ansia e depressione, sintomi di infelicità. In occidente la seconda causa di morte dei giovani è il suicidio e la quinta l’uso di sostanze stupefacenti. La dipendenza del piacere immediato, l’ invidia verso modelli irraggiungibili sviluppa l’insoddisfazione perpetua sino alla prigione dell’anima.

Il sistema delle dipendenze è un prodotto del liberalcapitalismo, della sua visione strumentale dell’essere umano, di cui cattura e disciplina, per assoggettarlo alle sue leggi, il desiderio, trasformato in dipendenza nella logica del dominio. La categoria di desiderio– alla base di ogni dipendenza- è stata tematizzata  da Gilles Deleuze e Félix Guattari in Anti-Edipo, l’opera che riscrive il rapporto tra capitalismo e marxismo alla luce della “rivoluzione desiderante” del Sessantotto. Il progresso diventa un percorso di liberazione del desiderio dalle catene che lo intrappolano, famiglia, scuola,  religione, tradizione, morale, che impediscono di dispiegare la capacità soggettiva di produrre il desiderio. L’offensiva neoliberale fece crollare le ideologie di ascendenza marxista, instaurando un modello socioeconomico capace di intercettare i flussi libidinali liberati dal Sessantotto, incoraggiando l’abbattimento di tutti i vincoli individuali, sociali, morali.

Il capitalismo è il motore di una politica del desiderio che oltrepassa le frontiere intime, viola la coscienza sino a penetrare nel movente che guida le azioni umane: il desiderio del piacere.  Raggiunge il cuore e diventa dispositivo. Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti, nei discorsi, nei processi di apprendimento, nelle vite quotidiane. Lo Zelig  neocapitalista ha la straordinaria capacità di nutrirsi degli apporti più contrastanti per portare a termine un progetto totalizzante. Deleuze e Foucault instaurarono l’idea di un mondo formato da soggetti costituiti dal desiderio. Il capitalismo trionfante è andato oltre, riuscendo ad assoggettare il desiderio ai propri fini. Il liberalcapitalismo siinfiltra nelle condotte individuali, le indirizza, manipola, prevede e determina con la forza della comunicazione, della pubblicità, della coazione a ripetere. La coercizione è stata sostituita da manipolazioni  prive di costrizione fisica-  mode, abbigliamento,  droghe, serie televisive, reti sociali, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività, la fascinazione per gli apparati tecnologici- che plasmano gli uomini per mezzo di una modulazione flessibile, onnipresente.

Il potere esige subordinazione al consumo; gli umani devono essere disposti a trasformare in merce – cosa, oggetto compravendibile – il corpo, la sessualità, le pulsioni, i desideri, le paure e gli istinti più inconfessabili, consegnati alla dipendenza dal mercato. Il desiderio divenuto dipendenza conquista la vita. Affranca dallo Stato, dalla religione, dalla famiglia, dai principi ricevuti, lascia all’apparenza liberi ( o piuttosto nudi di fronte a se stessi) assicurandosi che il desiderio sia presto rioccupato , trasformando l’umanità in prodotto adattato alle mutevoli esigenze del mercato, dall’abbigliamento alla cosmetica, alla chirurgia estetica, alla farmacologia, alle dipendenze più dure, droghe, sesso, gioco, alcool, tecnologia.   Conquista l’egemonia su corpo e anima generalizzando un desiderio sciolto da ogni ordine, ribelle a qualunque limitazione posta dalla natura o dall’etica. Deforma e mette in vendita la nostra identità, un prodotto in più, fungibile e momentaneo, sino al prossimo, più acuto desiderio. Che si insinua, prende il comando, decide per noi e scaccia ogni altro pensiero. Se soddisfatto, vuole di più; se è frustrato, ricomincia con lena maggiore.

L’uomo-macchina desiderante è un barbaro che rifiuta la disciplina e non pensa che alla soddisfazione momentanea, provvisoria, dalla quale nulla lo distoglie: un naufrago che non vuole essere salvato. Il desiderio è individualista: non posso godere del piacere altrui. Incorpora l’uomo nella forma merce, lo pone alla mercé dell’invidia e dell’imitazione, essenziali all’ideologia del consumo. Soddisfazione immediata ma di breve durata. Dipendente è chi agisce in base a decisioni, sollecitazioni esterne, alterazioni del comportamento caratterizzate dalla ricerca costante di sostanze o attività, nonostante l’evidenza che sono dannose.  Malattie individuali e sociali che espropriano della libertà, consegnata al desiderio compulsivo, al pensiero concentrato al soddisfacimento del bisogno -prigione. La libertà è declinata in senso negativo: libertà “da”, scioglimento di ogni vincolo. La conseguenza è il vuoto esistenziale, l’incapacità di rintracciare senso e significato. La tappa successiva è l’ansia di chi avverte pericolo, timore, mancanza. Serve compensazione: sensazioni o  comportamenti che ne scaccino il peso.

La compensazione diventa bisogno e avvicina alla dipendenza, la necessità di qualcosa – farmaco, sostanza, condotta, gratificazione- di cui non riusciamo fare a meno.  Dipendenza uguale dittatura del desiderio. E desideriamo ciò che un dispositivo di condizionamento e sfruttamento economico, finanziario, politico, culturale, mediatico ci fa desiderare. Diventa bisogno da soddisfare, diritto da rivendicare, carcere da cui è difficilissimo evadere.  Siamo schiavi di una libertà vuota, da riempire con qualcosa che si impadronisce di noi. La dipendenza è l’ incoercibile bisogno di un prodotto, di una sostanza, di una modalità di vita la cui astinenza provoca malessere, angoscia, subordinazione . Per sfuggire agli inferni di un’esistenza disumanizzata, si cerca ansiosamente qualcosa che faccia star bene. Apparentemente e temporaneamente, ma  la chiave del successo è questa.

Il concetto di dipendenza nasce in relazione all’utilizzo di sostanze  stupefacenti, eroina, cocaina, cannabinoidi, allucinogeni che producono assuefazione. Si è esteso a una serie di altri comportamenti: il gioco d’azzardo per il quale è stato coniato il neologismo ludopatia ;  la dipendenza da Internet, dalle reti sociali e dalla tecnologia, dal sesso e dalla pornografia; dall’assunzione di alcool, spesso unito a cocktail di sostanze chimiche ed oppiacei. La società competitiva ha prodotto la dipendenza dalla prestazione, che induce il consumo di farmaci e della cocaina, stimolante del sistema nervoso. Recente è l’ insidiosa dipendenza da antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici, sonniferi. Un’altra dipendenza riguarda i disturbi connessi al cibo, l’ anoressia e il suo contrario, la bulimia. Sempre più diffusa è la dipendenza da videogiochi e dalla connessione alla rete. Particolarmente significativa è l’ oniomania ( le nuove dipendenze hanno richiesto nuove parole …) , l’ acquisto compulsivo, l’ impulso a comperare prodotti superflui. L’impulso irresistibile e la coazione a ripetere ciò che  placa il desiderio sono caratteristiche di ogni dipendenza, rilanciata dall’impressionante mole di pubblicità e propaganda che assorbiamo senza accorgercene, l’ apparato che colonizza l’immaginario. La dipendenza alla quale è pressoché impossibile sfuggire è il consumo. Di merci, cose, esperienze, sino all’esaurimento di se stessi e all’indifferenza per l’Altro, semplice strumento, oggetto di sfruttamento o di piacere.

Il cortocircuito tra scontentezza, desiderio, soddisfazione e delusione induce ad alzare continuamente l’asticella della dipendenza, trasformata in ossessione e compulsione.  Il piano inclinato è facile da percorrere quandonon esistono più identità, memoria, comunità, principi condivisi. La vita diventa un fardello, un’angosciante sequenza di azioni destituite di senso. Il nichilismo fa parte dell’aria che respiriamo: affligge specialmente i giovani, penetra nei sentimenti, fiacca l’ anima.  Molte dipendenze sono figlie del nichilismo in quanto meccanismi tesi ad alleviare la sofferenza della condizione umana, senza speranza dopo il tramonto della prospettiva trascendente . Dinanzi al nulla che dilaga, travolti dalla mancanza di senso, cerchiamo palliativi, terapie analgesiche o euforizzanti. Le dipendenze rappresentano la realizzazione artificiale di desideri, l’ effimera sensazione di “stare bene”, la ricerca della comfort zone in cui sentirsi al riparo dal male di vivere, meccanismi per riempire il deserto interiore, lenire le paure, comprare squarci di felicità. Al prezzo di diventare ragioni di vita, distruggere le relazioni, rovinare economicamente, compromettere la salute sino alla perdita della vita.

Produrre dipendenze sempre nuove è un ambito della biopolitica, gestisce e regola la vita intera e genera depoliticizzazione: non si occupa di questioni pubbliche, non contesta il potere chi deve cercare i mezzi per soddisfare le dipendenze.  Una società disumanizzata che rende atomi solitari, separa dalla comunità, revoca ogni principio è facile preda delle dipendenze, scorciatoie che alleviano temporaneamente – con altissimi costi morali, materiali, sociali, esistenziali- il male di vivere. Tutte sono organizzate dal potere. Non poche sono autentici vizi, ma affermarlo, nella società che aborre il giudizio, è pericoloso. L’umanità invertita riconosce solo il piacere immediato, il soddisfacimento del desiderio, senza riguardo al contenuto morale. Una società malata è dipendente dai palliativi di cui si serve per esorcizzare le paure; da chi li consiglia, prescrive, somministra; dalla convinzione più falsa: smetto quando voglio.

Le dipendenze servono a controllare i cittadini-sudditi, renderli schiavi, incapaci di pensare, reagire. E’ accertato il ruolo dello Stato profondo americano nella diffusione di droghe sintetiche come l’acido lisergico (LSD) nei fatidici anni Sessanta e Settanta che capovolsero la tavola dei valori dell’Occidente. Dicevamo che le dipendenze inizialmente fanno stare bene. Nessun’altra spiegazione della loro diffusione regge a un esame obiettivo. Paradisi artificiali che apparentemente permettono di sfuggire alle criticità della società  decomposta. Purtroppo non sorge dalla coscienza collettiva la richiesta di lottare contro le dipendenze. Troppo estesa è l’infezione, mancano gli anticorpi, tra alcolismo, gioco, scommesse, pornografia alla portata di un clic, erotizzazione compulsiva, iperconnessione agli apparati tecnologici, esplosione dei social media , con esibizionismo di massa e la richiesta di approvazione, la dipendenza dal “mi piace”.

Le droghe, il gioco d’azzardo, l’ industria pornografica, il sistema di intrattenimento  che ha occupato l’ immaginario, l’apparato tecnologico, sono sovrastrutture al servizio della struttura, cioè l’economia e la finanza, le prove dei cui crimini sono nascoste nei paradisi fiscali. Senza questo salto nel giudizio non si può spiegare l’enorme portata del fenomeno, l’incapacità di debellarlo e la facilità con cui milioni di persone di ogni età , cultura e condizione cadono nel buco nero delle dipendenze. Aumentano il consumo di amfetamine e oppioidi, avanza la medicalizzazione della vita: una civilizzazione drogata. Ogni potere ha interesse a dominare masse incapaci di capire e reagire. L’uomo ha sempre consumato prodotti che danno dipendenza, a cominciare da alcool e tabacco. Mai, tuttavia, si era arrivati a questi livelli.

I popoli si sono unificati nelle dipendenze, ossia nei vizi. Le droghe chimiche si sono saldate in un orrendo meticciato con le droghe culturali, visive e musicali, determinando la dipendenza di massa da luci, suoni, stimoli artificiali organizzati per dominare una plebe degradata a gregge. Le dipendenze sono causate dal mancato dominio degli impulsi; il capitalismo ultimo non si limita a sfruttare le risorse materiali e umane, ma cattura e riconfigura il desiderio, non più represso ma incanalato e codificato. La produzione di nuovi desideri alimenta i consumi, mantiene in funzione il sistema e diventa dipendenza di massa attraverso la riproduzione del consenso prodotta da propaganda e pubblicità, padrone di  neuroschiavi colonizzati nell’anima e fiaccati nel corpo per volontà di potenza.

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