Normal view

Received today — 13 June 2026 Il Giornale - Mondo

Il volo Ryanair si trasforma in una discoteca: tra alcol e balli scoppia il caos a bordo, lite tra passeggeri

Scene a dir poco incredibili a bordo di un aereo Ryanair partito da Londra e diretto a Malta. Un gruppo di passeggeri inglesi ha infatti deciso di festeggiare durante il volo, trasformando la cabina in una pista da ballo. Sconvolte le altre persone presenti. Qualcuno ha anche immortalato la scena in un video.

A raccontare la vicenda è stato TJ Wright, manager 28enne di un'azienda di pannelli solari di Thurrock (Essex). TJ viaggiava in solitaria ed era diretta alla Higher Love Festival, quando, proprio nel bel mezzo del viaggio, si è scatenata la festa. I passeggeri si sono alzati, cominciando a ballare e a saltare. Sono state distribuite bottiglie di alcolici, e presto la situazione si è fatta fin troppo allegra.

"Eravamo tutti sconosciuti e alla fine siamo diventati una cosa sola. Devo dire che, viaggiando da solo, è stato uno dei migliori voli che abbia mai fatto proprio perché tutti avevano voglia di divertirsi. Tutti i passeggeri si sono lasciati andare tra applausi, musica e una vera e propria festa", ha dichiarato TJ al Mirror.

Il problema è che la situazione è degenerata in fretta, e l'atmosfera si è surriscaldata, tanto che tra alcuni passeggeri si è scatenata una lite. Una passeggera, disturbata dalla confusione, si è infatti arrabbiata e ha scagliato una delle bottiglie vuote contro un giovane che in quel momento stava ballando. La donna ha intimato ai ragazzi di fare silenzio.

"Le ho chiesto gentilmente di scusarsi e di non essere così scortese, e a quel punto tutti i passeggeri hanno iniziato a esultare", ha spiegato la 28enne.

E il personale Ryanair? A quanto pare l'equipaggio non avrebbe tentato di fermare la festa, anzi. Per un po' i membri del personale di volo si sono divertiti insieme ai passeggeri. Poi, quando si è accesa la spia che invitava tutti a indossare le cinture di sicurezza, hanno ripreso il controllo, invitando tutti a prendere posto sui propri sedili.

Il video postato da Tj sui social è diventato virale in poco tempo, tanto da raggiungere oltre 235.000 visualizzazioni.

Mosca frena, Kiev avanza: così cambia il conflitto. E Putin minaccia

Qualcosa sta cambiando. Ma sta cambiando in maniera così netta che le conseguenze di questo cambiamento si prestano a un doppio scenario. I fatti. L'Ucraina ha rialzato la testa, colpisce la Russia in profondità e mette in seria difficoltà l'esercito russo. Che a sua volta fatica ad avanzare, anzi, perde terreno, mentre il Paese sta giorno dopo giorno accusando le conseguenze di una crisi economica pesantissima per un conflitto che, nelle previsioni del Cremlino, sarebbe dovuto durare il tempo di un amen. Di qui, le possibili conseguenze: o la Russia accetta di trattare constatando quanto sta accadendo e limitando così i danni, oppure sceglie di alzare la posta dando il via ad attacchi sempre più indiscriminati sui civili ucraini come da tempo sta facendo. E le parole che arrivano da Mosca e da Kiev tengono aperti entrambi gli scenari.

Vladimir Putin è tornato a parlare come spesso accade sostenendo tesi ambigue e in apparente contraddizione. Prima l'ammissione, anche se velata, delle inaspettate difficoltà: «La Russia non sta avanzando con la rapidità che vorremmo, ma ogni giorno avanza gradualmente». Poi, l'apparente, anche se parziale, apertura. «Siamo d'accordo a negoziare, ma solo tenendo conto dei nostri interessi nazionali. E non solo quelli di oggi, ma anche quelli a lungo termine, storici». Ancora dopo, l'affermazione di forza. «Nessuno è mai stato in grado di infliggere una sconfitta strategica alla Russia, né mai ci riuscirà. La Russia si trova quasi da sola contro l'intero cosiddetto Occidente collettivo». Infine la solita, puntuale e immancabile minaccia. «La Russia intensificherà gli attacchi contro le infrastrutture ucraine, per scoraggiare le forze di Kiev. Considerato ciò che stanno facendo, dobbiamo, e questo è il nostro prossimo compito, rispondere in modo appropriato. E lo stiamo facendo. E intensificheremo i nostri attacchi contro le infrastrutture nemiche per scoraggiarli dall'attaccare le nostre strutture civili», quasi come se gli attacchi di Kiev non fossero risposte a quelli di Mosca ma arrivassero dal nulla.

Di contro Kiev, che lunedì assisterà alla partenza dell'iter per l'ingresso nell'Unione Europea, continua nella sua strategia di difesa fatta di attacchi in profondità, sfruttando le palesi difficoltà russe e l'implemento degli arsenali grazie a tecnologie e sperimentazioni. Ieri un attacco ha colpito il Tatarstan, nella Russia centrale, a circa 1.600 km dal confine ucraino costringendo le autorità locali ad annullare la festa nazionale russa prevista. Verso Mosca poi sono stati lanciati altri 14 droni che sono stati abbattuti ma gli oltre 200 lanciati hanno colpito diverse basi e aziende sparse per la Russia. Di contro, Kiev annuncia che nelle prossime ore potrebbero arrivare massicci attacchi russi anche utilizzando il super missile Oreshnik. Per la difesa dei cieli ma anche «per far bruciare di più la Russia», l'Ucraina sarebbe pronta a chiedere ai suoi alleati altri 20 miliardi di dollari per consolidare l'attuale vantaggio sul campo. Se ne parlerà nelle prossime riunioni mentre, sul campo, resta in piedi il doppio scenario. Tra una possibile pace e una possibile, ulteriore, escalation, la linea è davvero sottile.

Starmer ora traballa sui fondi per le armi. Lasciano due ministri

I finanziamenti per la Difesa mettono di nuovo in difficoltà il governo Starmer. La riduzione dei fondi ha provocato le dimissioni a catena del ministro alla Difesa John Healey e di quello alle Forze Armate Al Carns, compromettendo nuovamente la fiducia nell'esecutivo britannico. In una lettera di dimissioni estremamente pesante Healey ha infatti accusato il premier e il ministro del Tesoro, Rachel Reeves, di mettere a rischio la sicurezza del Paese, dichiarando che la quantità degli investimenti in questo settore, attesi già da tempo, sono molto inferiori a quelli richiesti. «Il primo ministro non è stato in grado e il Tesoro non ha voluto trovare le risorse di cui la Nazione ha bisogno per difendersi in questi tempi pervasi da una minaccia sempre più alta - ha scritto Healey - non sono in grado di accettare un accordo dipartimentale che non fornisce le risorse necessarie e quindi non ho altra scelta che rassegnare le mie dimissioni».

La decisione di Healey, che arriva una settimana prima del summit della Nato ad Ankara, ha colto di sorpresa Downing Street, sebbene la disputa sulle spese per le forze armate duri già da tempo. I ministri avevano richiesto 18 miliardi da spendere in quattro anni, mentre il governo gliene ha concessi soltanto 13 e mezzo. Starmer ha replicato affermando che la Difesa verrà finanziata adeguatamente spiegando che per farlo aveva già richiesto di riallocare parte degli stanziamenti previsti nei budget di altri settori. «Avere delle finanze pubbliche solide ci mantiene al sicuro - ha replicato il Premier - e un debito irresponsabile ci metterebbe soltanto più a rischio». A sostegno delle argomentazioni dell'ex ministro arrivano però anche le dichiarazioni del collega Carns, dimessosi qualche ora dopo insieme ad altri due consiglieri. «Il piano per la Difesa non è soltanto insufficiente, ma anche obsoleto - ha spiegato Carns, che non ha nascosto l'intenzione di correre per la leadership del Labour in futuro - il governo intende spendere i suoi soldi in sistemi ormai datati. Ho l'impressione che questo programma si ponga l'obiettivo di combattere l'ultima guerra invece che la prossima. Servono decisioni coraggiose e bisogna disfarsi di alcune vecchie tecnologie per rimpiazzarle con altre più innovative come quelle che stiamo vedendo in Ucraina». Dopo aver rimpiazzato Healey con Dan Jarvis,

ieri Starmer ha concesso un'intervista alla Bbc in cui ha spiegato i motivi della sua decisione. «Viviamo in mondo molto instabile e questo richiede soluzioni estreme - ha affermato - la difesa e la sicurezza sono la mia priorità numero uno e per questo ho deciso di incrementare i fondi e tagliare quelli destinati agli aiuti internazionali».

Il premier ha inoltre spiegato che il governo sta investendo nell'acquisto di jet e di missili di lungo raggio della nuova generazione per garantire la sicurezza del Paese, aggiungendo che ogni dipartimento sta contribuendo per aumentare il budget destinato alla Difesa. «È essenziale che lo facciano - ha spiegato - perché non ho intenzione di tagliare i servizi pubblici». Quest'ultima disputa offre il fianco all'ennesima polemica sulla credibilità del Premier e sul suo incerto futuro. Riguardo ad un'eventuale prossima corsa alla leadership la sua posizione è chiara. «Non penso che dovremmo precipitare il Paese nel caos. Nelle scorse settimane gli altri hanno preso le loro decisioni. Io mi sono concentrato sul lavoro per cui sono stato eletto. Non è vanità, è spirito di servizio».

L'antidoto al pensiero unico

Signori, accomodatevi. Ma lasciate fuori il politicamente corretto: la realtà bussa con la grazia di un bulldozer. Il paradosso è servito. Mentre le cancellerie si fanno il segno della croce e i tecnocrati in cachemire gridano al fascismo, Donald Trump resta l'unico, vero democratico in campo. Nell'Occidente dei filtri Instagram, l'uomo dal riporto impossibile parla la lingua della democrazia vera: quella che puzza di grasso per motori, di bollette e di voti che pesano più dei tweet.

Guardatevi intorno. Da una parte le oligarchie del pensiero unico, i signori del silicio che vedono un'officina solo nei documentari. Dall'altra, lui. Trump non è un'anomalia: è la reazione chimica a un sistema che ha scambiato i cittadini per utenti. È l'anarca che usa il sistema per scardinarlo. Mentre i progressisti discutono di pronomi nelle Ztl, lui va dove batte il dente del popolo. Ce ne servirebbero due: uno per il deep state americano, l'altro per un'Europa che muore di noia e regolamenti. Perché il vero malato non è Washington, ma questo museo chiamato Ue. Un non luogo dove l'ideologia green sostituisce il pane e la burocrazia il coraggio. Siamo noi il problema: guardiamo il dito (Trump) e ignoriamo la luna (il declino) che ci crolla in testa. La minaccia non è l'uomo che urla nei comizi, ma il silenzio dei corridoi del potere dove decidono la nostra fine con un sorriso cortese. Se il populismo è la medicina contro l'oligarchia del nulla, allora ne serve una dose doppia. Possibilmente imparando dagli Usa.

Confusione, bugie e un grave danno per l'Occidente

Difficile indovinare se siamo a un passo dalla firma con l'Iran. Comunque un accordo sembra poco auspicabile, poco conveniente, irto di bugie. Furioso come ormai lo vediamo sovente, Trump ha detto che quello che l'Iran ha spifferato sul draft raggiunto per la firma è invenzione di gentaglia che sparge fake news. Ma come, non era noto a Trump l'obbligo della taqiyya, la bugia che l'Islam esige per battere il nemico (versetto 3:28 e 16:106)?

Dunque sul draft sappiamo tre cose certe, oltre alla confusione di Hormuz: soldi, arma atomica, Hezbollah, niente di concordato. Trump si muove molto in fretta perché ha bisogno di arrivare senza affanno eccessivo, dopo il Mondiale, il compleanno, il 250°, alle terrificanti elezioni di midterm. L'Iran già smentisce ogni accordo se prima non ha prove tangibili, ovvero denaro. Trump sembra dunque un equilibrista su un filo sottile. L'Iran intanto vuole i soldi e 60 giorni per riportare una parte dei 24 miliardi delle sanzioni per riempire gli scaffali vuoti dei supermarket, ricostruire i missili balistici e forse risistemare in casa l'uranio arricchito. E riempire le tasche dei proxy.

Israele non ha nessuna convenienza in questo accordo, e degli obblighi: gli è impossibile evitare di difendere la gente disperata a Nord per gli attacchi continui di Hezbollah, che avrebbe ucciso un soldato anche ieri. Netanyahu con l'Iran ha una posizione forte che non sta usando ma di cui è ben consapevole: ha condotto una guerra di 12 giorni, una guerra di 17 ore da cui è stato fermato da Trump. Cinque volte, senza un graffio, gli F35 sono volati per 1500 km dove mai si sognavano di colpire. Ma il nemico che lo vuole morto è ancora là, Trump lo ha salvato, e ora assicura lo smantellamento dell'atomica. Ma come?

Trump che lo promette, ha sostenuto Israele sulla lunga strada dal 7 ottobre, quella in cui se aspetti un altro minuto sei morto, e se vuoi sparare spara, non parlare. Per Israele è questo è il nodo da affrontare. L'Iran è il primo aggressore, e ce ne sono altri che devono tarpare ora, subito, le loro ambizioni. Trump pensa di poter gestire la situazione con la convenienza e la deterrenza, ma l'Iran è il re della trattativa, il padrone dello shuk. Trump dice che la pace si farà e che l'Iran sarà privato dell'arma atomica: l'Iran non ci pensa nemmeno. Bibi dice a Trump: "Siamo d'accordo", ma una differenza li divide: Netanyahu è un uomo del Mediorente, sa che in questo quartiere offrire la pace per convivere non funziona: la minaccia atomica iraniana deve cessare, e con essa quella quotidiana dei suoi armigeri di Hezbollah. Anche gli Usa, anche l'Europa ne avrebbero un guadagno strategico sconfinato, il fronte mondiale autoritario che sostiene l'Iran ne avrebbe un duro colpo, e gioirebbero finalmente il popolo iraniano e quello libanese, schiavi.

L'ottimismo contagia i mercati, frena l'energia

Un accordo sembra davvero vicino questa volta. I venti di pace tra Stati Uniti e Iran sono tornati a portare ottimismo sui mercati di tutto il mondo con Trump che ha lasciato intendere che nei prossimi giorni a Ginevra si potrebbe firmare la pace. A partire dal Giappone che ha archiviato la seduta guadagnando il 2,8%, prima ancora che vedesse i prezzi del petrolio scendere. Ieri infatti il Brent si è mantenuto ben al di sotto dei 90 dollari a barile, scendendo fino a 87 dollari, retrocedendo di quasi il 4%. Anche il Wti si è mosso nella stessa direzione, fermandosi a 84,4 dollari al barile (-3,7%). Guardando invece ai prezzi dell'energia, ad Amsterdam il prezzo del gas al Ttf ha chiuso a 46,6 euro al megawatt/ora (-6,2%).

Tornando a guardare ai listini, a Milano il Ftse Mib è rimasto, per il secondo giorno consecutivo, intorno ai 51.500 punti, in crescita dell'1,9%. A spingere la Borsa italiana, però, non è solo la fiducia nella pace, ma anche il risiko bancario che continua a catalizzare l'attenzione degli investitori a Piazza Affari. In deciso rialzo anche Parigi (+1,8%) e Francoforte (+1,7%), poco più indietro Londra (+1,6%) e Amsterdam (+0,92%). Positiva anche Wall Street, dove, alle 19.30 italiane, la crescita era intorno allo 0,36%, spinto anche dal debutto sul Nasdaq di SpaceX.

Insomma, nonostante l'ottimismo gli operatori continuano comunque a mantenere una certa prudenza. Nelle ultime settimane i mercati hanno reagito con forti oscillazioni a ogni indiscrezione proveniente dal Medioriente e la firma di un accordo resta, almeno per ora, soltanto un'ipotesi.

Donald duro: "Europa irrilevante". E prepara il disimpegno nella Nato

All'indomani della possibile svolta nella guerra con l'Iran, Donald Trump non perde l'occasione per bacchettare nuovamente gli alleati europei, che si sono tenuti alla larga da un conflitto che ha fatto ballare i mercati energetici globali, alimentato l'inflazione e costretto la Banca centrale europea ad aumentare i tassi di interesse. "Gli alleati europei non sono stati d'aiuto adesso, ma possono essere molto d'aiuto in futuro" dopo l'intesa con Teheran, ha detto il presidente Usa al Corriere della Sera. Per poi aggiungere, riguardo ai possibili sviluppi diplomatici con l'Unione europea dopo l'accordo. "Non ne ho idea, dipende da loro". Messaggio replicato con qualche asprezza in più anche in un breve colloquio telefonico con La7: "Non avevamo bisogno del sostegno degli europei. Era irrilevante! Abbiamo vinto la guerra". Parole che certamente peseranno sul clima dei colloqui che si svolgeranno da lunedì a Evian, nel G7 ospitato da Emmanuel Macron, proprio uno dei più accesi critici del conflitto scatenato da Usa e Israele in Medioriente.

Del resto, quel che gli Stati Uniti pensano in questo momento degli europei lo aveva chiarito qualche giorno fa, sempre in Francia, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in occasione delle cerimonie per l'82º anniversario dello Sbarco in Normandia. Il capo del Pentagono aveva parlato di "un'invasione" delle spiagge europee da parte degli immigrati e, paragonando l'alleanza di allora contro il nazifascismo a quella attuale, il capo del Pentagono aveva puntato il dito contro le "inutili riunioni e comunicati" prodotti in occasione delle attuali crisi internazionali. A ben guardare, nulla di nuovo. Era già stato tutto messo per iscritto lo scorso dicembre nel documento di Strategia per la Sicurezza Nazionale, nel quale gli Stati Uniti affermavano che l'Europa si trova di fronte alla "cupa prospettiva di una cancellazione della propria civiltà", mentre assiste inerme a ondate migratorie incontrollate e comprime la propria economia con un eccesso di regole e burocrazia. In questo contesto, non può essere considerata una sorpresa nemmeno l'intenzione americana di ridurre in maniera significativa il numero di aerei e navi da guerra messi a disposizione per le operazioni Nato in Europa, nell'ambito del processo di ridimensionamento dell'impegno militare Usa nel Vecchio Continente.

È il New York Times, dopo le anticipazioni di Die Welt, a riferire il contenuto di un documento, già recapitato agli alleati europei, che mette nero su bianco la portata del disimpegno americano. I caccia Usa F-16 e F-15E passerebbero da circa 150 a 100. Gli aerei da ricognizione marittima da 26 a 15, mentre verrebbero ritirati tutti gli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo precedentemente a disposizione dell'Europa. Inoltre, è prevista la riassegnazione di un sottomarino lanciamissili e di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e decine di aerei impiegati nelle missioni della portaerei. Infine, verrebbe riassegnato ad altri teatri strategici uno dei due gruppi di bombardieri precedentemente destinato alla difesa dell'Europa.

Il Pentagono non ha ancora reso pubblica la tempistica di questo disimpegno, ma i funzionari americani hanno indicato ai loro colleghi europei che entrerà in vigore molto presto. Le conseguenze del ritiro Usa, in assenza di capacità europee che possano compensare nell'immediato, si tradurrebbe in una ridotta capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo.

Trump: "Finita la guerra all'Iran" . Firma decisiva domani in Svizzera

Quattro aerei C-17 sono già decollati verso il Vecchio Continente con il materiale per la cerimonia, e il vicepresidente JD Vance è pronto a partire per Ginevra. Donald Trump, dopo aver annunciato su Truth l'accordo con Teheran e la cancellazione dei raid, anticipa che "abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo. Firmeremo molto presto, forse nel fine settimana in Europa". Il Pakistan, Paese mediatore, conferma: "È stato raggiunto un testo definitivo". Secondo il sito Axios, la possibile chiusura di un memorandum di intesa tra Washington e Teheran potrebbe avvenire "nei prossimi giorni" a Ginevra, e un diplomatico di uno dei Paesi mediatori spiega che il testo del documento include accordi come "la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz senza pedaggi" e "un alleggerimento delle sanzioni" nei confronti della Repubblica Islamica. Inoltre, si stabilisce "un prolungamento per 60 giorni del cessate il fuoco" tra i due Paesi in conflitto, valido "anche in Libano", ma su quest'ultimo aspetto cruciale, al momento, non sono indicati ulteriori dettagli. In aggiunta, la bozza "comprende un quadro che affronta la questione delle scorte di uranio arricchito iraniano", pur se "qualsiasi azione riguardante il programma nucleare iraniano dovrebbe dipendere da un secondo accordo più dettagliato". Lo stesso diplomatico aggiunge che le parti si sono trovate d'accordo sul testo del memorandum, riconoscendo però che "potrebbe essere ancora necessaria un'approvazione finale". Mentre un alto funzionario statunitense rivela come Trump avrebbe "accettato che una delle possibili soluzioni" sulla questione nucleare sia il "declassamento dell'uranio altamente arricchito iraniano all'interno del Paese sotto la supervisione di ispettori delle Nazioni Unite".

Pare che l'intesa sia stata approvata "ad alti livelli" della leadership di Teheran, ma al momento "probabilmente non ancora dalla Guida Suprema, Mojtaba Khamenei". In realtà sulle condizioni c'è parecchia incertezza: l'agenzia di statale iraniana Irna dichiara che il Paese non rinuncerà al controllo dello Stretto di Hormuz, e manterrà ferma la propria posizione sul diritto all'arricchimento nucleare. Trump, che sulla crisi ha cambiato bruscamente tono più volte, dice che le condizioni che la Repubblica islamica ha fatto trapelare ai "media fake news non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto. Ciò che hanno dichiarato, inclusa la loro debole e patetica affermazione sull'esistenza di un accordo, non ha alcun riscontro nella realtà. Sono persone estremamente sleali con cui trattare, con loro, la buona fede è un concetto inesistente". Quindi, esorta l'Iran a "darsi una regolata, e in fretta". L'intesa è "praticamente fatta", assicura comunque il tycoon durante un comizio virtuale: "Abbiamo messo fine alla guerra. Hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, una condizione su cui abbiamo insistito. Era proprio questo l'obiettivo, era il 95% della questione". Vance precisa che "gli iraniani non riceveranno soldi e fondi solo per la firma dell'accordo. L'accordo è strutturato in modo da dare priorità alle preoccupazioni degli Stati Uniti e degli alleati e se l'Iran rispetterà i suoi obblighi, allora avrà benefici economici". Il vicepresidente garantisce che Trump farà ottenere agli Usa un "buon risultato in un modo o nell'altro". Un alto funzionario svela cinque punti della "versione" di Washington: "Ecco cosa hanno accettato: il materiale nucleare sarà distrutto e rimosso, il programma nucleare sarà smantellato, i loro fondi non saranno sbloccati finché non avranno adempiuto ai termini, Hormuz rimarrà aperto e non ci sarà nessun finanziamento a gruppi terroristici da parte dell'Iran".

La strategia di Trump: né trionfo né ritirata

L'approccio di Donald Trump nei confronti dell'Iran rivela una complessa architettura strategica nella quale la retorica della non proliferazione sembra progressivamente lasciare spazio a esigenze politiche, economiche e di immagine ben più immediate. Dietro la giustificazione ufficiale dell'intervento emerge una questione più concreta: la necessità di evitare che il presidente sia percepito come un leader debole sulla scena internazionale.

Tuttavia, la strategia di massima pressione implementata sull'Iran si scontra con una realtà che nemmeno l'enorme superiorità militare americana è in grado di garantire: la rapida capitolazione di un regime consolidato come quello iraniano.

Ed è qui che emerge il vero dilemma strategico di Trump. Se il suo obiettivo è la resa dell'Iran, o anche solo lo smantellamento delle sue capacità strategiche, gli strumenti finora impiegati appaiono insufficienti. Per raggiungere un risultato del genere sarebbe necessario accettare un conflitto molto più lungo e imprevedibile. Ma questa è una strada che il presidente non può percorrere senza smentire le promesse politiche che gli hanno aperto per due volte le porte della Casa Bianca. Al tempo stesso, una ritirata senza risultati sarebbe difficilmente presentabile persino per il suo più fedele elettorato. Trump si trova quindi stretto tra due opzioni che non può permettersi: l'escalation e la rinuncia. In questo quadro il negoziato non appare come una delle possibili soluzioni, ma come l'unica vera via d'uscita.

L'obiettivo diventa allora ottenere un accordo sufficientemente credibile da poter essere presentato come una vittoria politica. Da questo punto di vista Trump ha probabilmente più fretta di tutti gli altri protagonisti. Ha interesse a chiudere il confronto prima dei prossimi appuntamenti internazionali, presentandosi non come il presidente che ha aperto una nuova guerra in Medio Oriente, ma come il leader che è riuscito a fermarla.

Questa esigenza si riflette in una diplomazia che sembra vivere alla giornata e che guarda con attenzione anche alle reazioni dei mercati finanziari. L'annuncio di un'intesa imminente contribuisce a trasmettere un messaggio di stabilizzazione e a rafforzare la percezione che la crisi stia entrando nella sua fase conclusiva. Se poi la realtà dei negoziati si rivela più complessa, il costo politico appare relativamente contenuto rispetto al beneficio di alimentare l'aspettativa di una soluzione.

Nelle ultime ventiquattro ore questo gioco di specchi ha raggiunto il suo culmine con l'alternarsi di aperture diplomatiche e segnali di rallentamento delle operazioni militari, mentre Teheran prende tempo e alcuni alleati regionali degli Stati Uniti guardano con crescente preoccupazione a un possibile compromesso.

Il testo negoziale riflette perfettamente questa logica. L'Iran potrebbe ottenere un alleggerimento della pressione economica e la fine del blocco navale; Trump, in cambio, la fotografia politica che cerca fin dall'inizio della crisi. Non si tratterebbe di un accordo fondato sulla fiducia reciproca, ma sulla convenienza del momento. E il suo destino dipenderà da chi, nelle prossime ore, riuscirà a imporre la propria idea di vittoria.

Hormuz, nucleare e beni congelati. La tenuta dell'intesa si gioca sui dettagli

Pronti all'intesa o alla guerra? Il dubbio aleggia da 48 ore. Giovedì Donald Trump era pronto a scatenare l'inferno e a prendersi non solo Hormuz, ma anche il terminal di Kharg e tutto il petrolio iraniano. Nelle ore successive giurava, invece, di esser pronto a spedire in Svizzera il vice JD Vance per firmare un'intesa definitiva con gli iraniani. Ma ieri il giro dell'oca era di nuovo alla casella iniziale. Mezza giornata di indiscrezioni sui contenuti dell'accordo filtrate da media americani e iraniani rivelavano un pateracchio indecifrabile in cui poco o nulla coincideva. A partire dalla presunta firma di domani in Svizzera. "Qualsiasi speculazione su una firma in Svizzera o su un incontro faccia a faccia non è altro che un malinteso e un'illusione americana", scriveva l'agenzia Fars News, vicina ai pasdaran. Alla fine però un tweet del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi rimetteva tutto in ordine dando per certo un Memorandum "vicino alla conclusione". Un'assicurazione accettata da Trump che rilanciava il tweet definendolo "molto positivo".

Ma se un'intesa è stata raggiunta bisogna capire quale sia stato il miracolo. Anche perché le contraddizioni emerse continuano ad apparire insanabili. Prendiamo la questione nucleare, ovvero una delle ragioni per cui Donald Trump sostiene di esser sceso in guerra. Secondo fonti della Casa Bianca l'Iran era pronto a smantellare il programma nucleare e procedere alla distruzione di tutto l'uranio arricchito rimasto sul suo territorio. Nelle stesse ore l'Irna, l'agenzia di stampa ufficiale iraniana, spiegava che non si era raggiunta alcuna intesa sul nucleare. Un programma che nella versione iraniana non era destinato né ad essere smantellato, né tanto meno congelato per 20 anni, ma semplicemente modificato in base a modalità discusse nei 60 giorni successivi alla firma del memorandum. Ma le contraddizioni non si limitavano al nucleare. La riapertura di Hormuz restava altrettanto controversa. Per la Casa Bianca, Teheran era pronta a concedere l'immediata riapertura dello Stretto rinunciando a riscuotere pedaggi. Gli iraniani, pur non menzionando i pedaggi, ribadivano non solo la volontà di mantenere il controllo dello Stretto, ma anche di governarne i transiti in barba al diritto marittimo internazionale. "Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni, l'Iran non si impegna in alcun modo a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a ripristinare le condizioni precedenti l'aggressione militare. L'unico punto menzionato - scriveva l'Irna - è la normalizzazione del transito. La futura amministrazione dello Stretto si baserà su un'iniziativa e una proposta iraniana. E Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l'Oman". Come dire lo Stretto è nostro e lo gestiamo noi con i nostri vicini. Ma incongruenze ancor più pesanti riguardavano il destino delle sanzioni e la restituzione degli assetti finanziari di Teheran congelati da Washington. L'agenzia iraniana Mehr dava per certa l'imminente fine delle sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro 60 giorni. Le fonti dell'Amministrazione Trump sottolineavano invece che l'intesa è "basata sulle prestazioni" e dunque l'Iran non riceverà un soldo "finché non rispetterà la sua parte dell'accordo". Incongruenze e contraddizioni su cui sembra assai difficile costruire una tregua di lunga durata.

Il nodo del Libano. Barricate di Bibi: "Non ci ritiriamo"

"Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza". Il ministro della Difesa di Gerusalemme, Israel Kats, raggela la crescente fiducia per un accordo con l'Iran che il ministro degli Esteri di Teheran Seyed Araghchi definisce "mai così vicino" e conferma che per Benjamin Netanyahu e il suo governo un eventuale cessate il fuoco non si estenderebbe agli altri fronti di guerra in Medio Oriente. In particolare al campo da gioco del Libano meridionale, riapertosi dopo che Hezbollah, la milizia sciita e islamista finanziata dall'Iran, è entrata a gamba tesa il 2 marzo scorso, due giorni dopo l'attacco israelo-americano all'Iran suo alleato e sostenitore, provocando una controffensiva israeliana che ha causato finora migliaia di morti in Libano.

"L'Idf - prosegue Katz - continuerà a difendere i nostri confini e i nostri cittadini dal Monte Hermon, dalle montagne libanesi, dalla Samaria e dalla maggior parte del territorio di Gaza, contro le minacce provenienti da forze e organizzazioni jihadiste, come insegnamento fondamentale tratto dagli eventi del 7 ottobre". Certo, ammette Katz, "Il presidente Usa sta attualmente portando avanti un accordo con l'Iran nell'ottica degli interessi americani, compreso l'interesse comune con Israele, ovvero impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari". Netanyahu è in continuo contatto con Trump per impedire lo sblocco dei beni iraniani congelati, per la rimozione dell'uranio arricchito iraniano, per lo smantellamento del programma nucleare di Teheran, per porre limiti al programma missilistico e per determinare la fine del sostegno iraniano ai gruppi alleati nella regione. Ma Israele non si fida, e "deve garantire di avere anche la capacità di agire in modo indipendente in futuro per impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari, e il premier Benjamin Netanyahu e io abbiamo ordinato all'esercito di prepararsi di conseguenza", conclude Katz.

Sul campo in realtà niente fa pensare a una tregua in Libano. Gli attacchi dell'Idf non si fermano, così come non si fermano le ritorsioni di Hezbollah. Ieri sono state colpite le località di Al-Maslakh, nel distretto di Nabatieh, e di al-Bayyad vicino a Deir Aames, e l'Idf ha emesso un ordine di evacuazione in tre località nel distretto di Sidone, Sarafand, Tefahta e Mazraat Sinay. L'aeronatica avrebbe anche colpito e distrutto cinque lanciatori di razzi di Hezbollah utilizzati per sparare contro le truppe nel Libano meridionale. Da parte sua Hezbollah ha rivendicato l'uccisione di un soldato israeliano dopo aver attaccato delle truppe in un edificio nella città di Chamaa, nel distretto di Tiro, utilizzando un drone Ababil. Sotto attacco della milizia filo-iraniana anche un veicolo militare israeliano nella vicina città di Tayr Harfa.

Eppure Hezbollah è fiducioso: è convinto che Teheran insisterà affinché il Libano sia incluso in un accordo con gli Stati Uniti. "Se l'accordo andrà in porto, abbiamo piena fiducia nella Repubblica islamica... Siamo fiduciosi che insisterà su qualsiasi accordo, compresa la questione del Libano", ha dichiarato Hassan Fadlallah, esponente di spicco di Hezbollah. La scorsa settimana, Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema iraniana, aveva affermato che Hezbollah ha "fatto grandi sacrifici" nella guerra e che il Libano "sarà parte integrante di qualsiasi accordo e di qualsiasi cessate il fuoco". Hezbollah non partecipa ai colloqui e ha chiesto al governo libanese di ritirarsi dal processo.

Araghchi ci crede: "Accordo vicino". Ma manca ancora l'ok di Khamenei

Smentite, annunci bellicosi, dettagli diffusi per alimentare la propaganda di una vittoria del regime nelle trattative. Dall'Iran arrivano voci confuse sull'intesa annunciata da Donald Trump e che attende ancora il pronunciamento decisivo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei. L'approdo di un testo concordato nelle mani del leader della Repubblica islamica potrebbe non essere immediato, visto che Khamenei è ancora nascosto e ferito e i messaggi Whatsapp impiegano anche 48 ore per essere recapitati a causa del funzionamento a fasi alterne di Internet, come hanno riferito alcuni diplomatici all'agenzia Bloomberg.

A metà del pomeriggio italiano di ieri è stato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, uno dei principali negoziatori, a chiedere ai media di evitare di "formulare speculazioni" sui contenuti dell'intesa, spiegando che "il Memorandum di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione" e che "tutti i dettagli saranno resi pubblici a tempo debito". Il messaggio è stato rilanciato sui social da Trump, segnale importante. Più tardi anche il portavoce degli Esteri, Esmail Baghaei, ha confermato: "Siamo nelle fasi finali dia revisione interna del testo".

Eppure per tutta la giornata, dagli organi di regime, dalle agenzie di informazione e dai leader religiosi iraniani si sono susseguite dichiarazioni capaci di spegnere ogni entusiasmo. L'agenzia di stampa Fars, vicina alle Guardie della Rivoluzione, spiegava che "il processo di valutazione e decisione dell'Iran a proposito di un accordo non è ancora stato completato", e smentiva le notizie di un annuncio entro domani e della scelta di Ginevra come sede per la firma di un'intesa con gli Stati Uniti, parlando di "errata interpretazione delle proposte e dei desideri statunitensi". Poche ore prima una serie di dettagli sul testo del possibile memorandum venivano diffusi, dai 14 punti, poi smentiti da Trump, ad altri particolari. L'agenzia Tasnim, anch'essa affiliata ai pasdaran, si preoccupava di far passare il regime di Teheran come vincitore, spiegando che "le pressioni statunitensi non sono riuscite a far cambiare idea al Paese". L'agenzia Irna, che fa capo al ministero della Cultura, aggiungeva che la bozza "non prevede che cediamo il controllo dello Stretto di Hormuz". L'agenzia Mehr precisava che nel testo sarebbe incluso lo sblocco di 24 miliardi dei fondi iraniani congelati.

I toni più bellicosi sono arrivati dai leader della preghiera del venerdì. Nella città di Ahvaz, l'imam Mohammad Mousavifard ha affermato che qualsiasi ritirata sul "fronte statunitense e israeliano" è "proibita e inaccettabile". A Karaj, l'imam Mohammad Hamedani aggiungeva che "i negoziati condotti sotto minaccia equivalgono ad accettare la paura e a ritirarsi di fronte al nemico, e non porterebbero alcun beneficio". Il parlamentare Mahmoud Nabavian definiva la bozza una "pura sconfitta": "Parlare di vittoria con questo testo vago e dannoso è completamente sbagliato". Posizioni divergenti, che rispecchiano le divisioni fra le varie anime del regime. In attesa di capire quale sarà la linea definitiva di Teheran.

SpaceX vola a Wall Street. Musk è il primo trilionario

Da un garage in Texas a Wall Street e poi da Wall Street alla Luna, a Marte e, magari, un giorno anche fuori dal sistema solare. Questo il viaggio promesso da Elon Musk ieri, mentre suonava la campanella che dava il benvenuto alla sua SpaceX sul Nasdaq.

All'apertura delle contrattazioni a New York, l'euforia era palpabile: dopo aver blindato l'Ipo a 135 dollari per azione, le prime indicazioni mostravano ordini in acquisto già in forte rialzo, circa a 175 dollari. Nel corso della giornata il valore si è poi stabilizzato su quote leggermente inferiori, chiudendo a 160,95, per una capitalizzazione di oltre 2mila miliardi. Gli investitori non hanno deciso di comprare una semplice goccia di SpaceX, ma il biglietto per un viaggio che, nei piani, porterà flotte interplanetarie sulla Luna, un milione di coloni su Marte ed espanderà l'infrastruttura umana oltre il sistema solare entro il 2050. "Se qualcuno mi avesse detto che sarebbe successa una cosa del genere, gli avrei risposto 'probabilmente stai fumando del crack veramente buono'. In realtà pensavo che questa azienda sarebbe fallita", queste le parole di Musk che stimava meno di una chance del 10% di avere successo. Eppure i risultati dicono tutt'altro.

Ma dietro a un debutto finanziario non ci sono mai solo numeri e il denaro è solo una parte della storia. E questo nasconde anche risvolti geopolitici e sociali inediti, che portano la quotazione da Wall Street al Pentagono.

Il primo dettaglio cruciale è una clausola di esclusione politica: i cinesi non possono comprare azioni SpaceX. La società gestisce contratti strategici per la Nasa e, soprattutto, per il Pentagono, controllando tecnologie missilistiche e la rete satellitare Starlink, considerate a tutti gli effetti armamenti di massima sicurezza nazionale. Pechino, che da tempo osserva con forte preoccupazione il monopolio dei cieli di Musk, rimarrà a guardare la più grande quotazione della storia dai margini, senza poter veramente metterci mano. Un paradosso geopolitico totale, considerando quanto l'impero di Musk, con Tesla solo come un esempio, sia storicamente dipendente dalle mega-fabbriche e dal mercato cinese, ma in linea con i legami tra il magnate sudafricano e Donald Trump.

Se la Cina piange, a gioire sono invece i reduci della primissima ora. Nei primi anni Duemila, quando SpaceX era solo un magazzino polveroso a El Segundo e i primi tre lanci del razzo Falcon 1 fallirono uno dopo l'altro lasciando l'azienda a un passo dalla bancarotta, Musk non aveva liquidità per pagare stipendi competitivi. La soluzione fu pagare ingegneri, tecnici, cuochi e persino i primi impiegati amministrativi con pacchetti azionari che all'epoca non valevano più di zero. Con il debutto in Borsa di ieri però la situazione cambia: quelle stock option nelle mani di 4.400 dipendenti si sono trasformate in un generatore automatico di milionari. Chi ha creduto nel sogno del razzo riutilizzabile quando il settore aerospaziale lo trattava da pazzo, oggi si ritrova in mano fortune generazionali.

Ma il vero record, ovviamente, lo firma lui, il fondatore. Grazie al balzo impresso dall'Ipo di SpaceX, unito ai pacchetti azionari di Tesla e xAI, il patrimonio personale di Elon Musk ha infranto il tetto dei mille miliardi di dollari, fermandosi a 1.100 miliardi. Significa essere il primo trilionario della storia dell'umanità, l'uomo che da solo possiede una ricchezza superiore al Pil di nazioni medio-grandi, come la Svizzera o l'Olanda. Una concentrazione di potere economico e tecnologico mai vista sul pianeta Terra, che ora punta dritto a colonizzare anche lo spazio. Pazienza se i data center solari in orbita oggi sono solo una promessa che non si sa ancora se vedrà la luce del Sole: a Wall Street, oggi, basta la parola di Musk.

Putin scommette su Rassvet: la risposta russa a Starlink per il controllo dei droni

La Federazione russa accelera lo sviluppo della propria infrastruttura satellitare a bassa orbita con l’obiettivo di rafforzare le capacità di comando, controllo e comunicazione delle forze armate. Nel corso di un incontro al Cremlino con militari impegnati nel conflitto in Ucraina, il presidente Vladimir Putin ha confermato i progressi del programma Rassvet, la costellazione satellitare sviluppata da Bureau 1440 e considerata da Mosca l’alternativa nazionale al sistema Starlink. Il progetto rappresenta una delle fondamenta della strategia russa volta a ridurre la dipendenza da tecnologie straniere e a garantire collegamenti sicuri per operazioni militari sempre più basate sull’impiego di sistemi senza pilota.

Cosa sappiamo

Durante il confronto con i militari, Putin ha sottolineato che la Russia dispone già delle tecnologie necessarie per supportare il controllo di droni pesanti attraverso collegamenti satellitari. Secondo il presidente russo, i primi satelliti capaci di svolgere tali funzioni sono stati messi in orbita nel 2023, mentre il programma continua a espandersi con nuovi lanci effettuati tra il 2024 e il 2026.

Il capo del Cremlino ha indicato che la rete sviluppata da Bureau1440 è progettata per offrire prestazioni comparabili a quelle di Starlink e, in alcuni ambiti specifici, potrebbe addirittura superarle. L’obiettivo strategico consiste nel realizzare una costellazione in grado di garantire comunicazioni resilienti, a bassa latenza e difficilmente interrompibili, caratteristiche considerate essenziali per il coordinamento delle operazioni sul campo di battaglia contemporaneo.

Le dichiarazioni sono arrivate in risposta alle richieste di alcuni soldati che hanno evidenziato il crescente utilizzo, da parte delle forze ucraine, di droni logistici e d’attacco controllati tramite reti satellitari occidentali. Per Mosca, la disponibilità di un’infrastruttura autonoma rappresenta quindi una componente cruciale della competizione tecnologica in corso.

Dalla fase sperimentale alla costruzione della rete orbitale

Il programma Rassvet ha iniziato il proprio percorso nel 2023 con il lancio dei primi tre satelliti dalla base spaziale di Vostochny nell’ambito della missione Rassvet-1. Questi apparati erano destinati principalmente alla validazione delle tecnologie di trasmissione dati, alla verifica della stabilità delle comunicazioni e all’analisi del comportamento dei veicoli spaziali in orbita.

Un ulteriore passo avanti è stato compiuto nel maggio 2024, quando la missione Rassvet-2 ha portato in orbita altri tre satelliti di nuova generazione dal cosmodromo di Plesetsk. Rispetto ai precedenti, questi sistemi incorporavano tecnologie più avanzate, tra cui collegamenti laser intersatellitari e apparecchiature compatibili con lo standard 5G NTN (Non-Terrestrial Network), destinato a integrare reti terrestri e infrastrutture spaziali.

Il 23 marzo 2026 Bureau1440 ha annunciato il lancio di altri 16 satelliti, destinati a costituire il nucleo iniziale della futura rete operativa. Sebbene il decollo sia avvenuto con alcuni mesi di ritardo rispetto alla pianificazione originaria, la missione rappresenta un passaggio decisivo verso la realizzazione della costellazione completa.

Obiettivi industriali e applicazioni militari della nuova rete

Il progetto federale russo dedicato alle infrastrutture di accesso a Internet prevede una crescita progressiva della costellazione. I piani attuali indicano il dispiegamento di 156 satelliti entro la fine del 2026, l’espansione a 292 unità nel 2027, soglia considerata sufficiente per l’avvio dei servizi commerciali su larga scala, e il raggiungimento di 318 satelliti nel 2028. Le prospettive a lungo termine ipotizzano inoltre una flotta superiore ai 900 satelliti entro il 2035.

Dal punto di vista operativo, la rete dovrebbe consentire alle forze armate russe di disporre di comunicazioni satellitari continue e ad alta affidabilità per il controllo di piattaforme unmanned, inclusi droni da trasporto capaci di movimentare carichi compresi tra 10 e 40 chilogrammi verso le zone avanzate del fronte.

Nel contempo, Bureau 1440 sta sviluppando terminali utente basati su antenne a scansione elettronica attiva (AESA/APAR), tecnologia che consente il puntamento automatico verso i satelliti e la gestione dinamica del collegamento. Oltre all’impiego militare, la società lavora a versioni dedicate all’aviazione civile e al trasporto ferroviario ad alta velocità, con prototipi già testati per garantire connettività stabile su convogli in movimento fino a 400 chilometri orari.

Per il Cremlino, Rassvet non rappresenta soltanto un progetto di telecomunicazioni, ma un vero e proprio strumento di sovranità tecnologica destinato a sostenere l’autonomia strategica russa sullo scacchiere della competizione geopolitica e militare nello spazio orbitale.

Gwyneth Paltrow insultata per i grattacieli di lusso a Tel Aviv: quando uno spot diventa un atto politico

Ha fatto discutere la scelta di Gwyneth Paltrow come testimonial di un esclusivo progetto immobiliare nel cuore di Israele. La campagna, prodotta dal gruppo Aviv Melisron, promuove il complesso residenziale 51 Park a Herzliya, a nord di Tel Aviv: due torri da 51 piani, 646 appartamenti di lusso distribuiti tra due aree verdi comunali. Lo spot, realizzato dall'agenzia WhyWorry e girato a New York, mostra l'attrice mentre si prepara per una giornata qualunque in un elegante appartamento, tra una corsa mattutina e momenti di riflessione. Quando l'autista le chiede se stia andando a New York, lei risponde con un sorriso: “Herzliya. Israele!”.

La scelta non è casuale. Paltrow ha legami personali con quella regione, essendo nata da padre ebreo, ed è sposata con il produttore televisivo Brad Falchuk. Negli ultimi anni ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a Israele, firmando dopo il 7 ottobre 2023 una lettera aperta all'allora presidente Biden per chiedere la liberazione dei 251 ostaggi detenuti a Gaza.

La bufera social

I post originali della società immobiliare non avevano generato particolare attenzione, ma le ricondivisioni successive sono diventate virali, attirando dure critiche nei confronti della partecipazione di Paltrow. Un post di condanna dell'account Instagram Saint Hoax ha toccato i 250mila like. Tra le voci più dure si è distinta Alana Hadid, attivista filo-palestinese e sorella delle modelle Bella e Gigi, che ha scritto: “Il livello di capitalismo fuori controllo è assurdo, brutale. Ragazza, hai aperto un giornale o guardato il tg?”. Hanno commentato negativamente anche l'attrice Geraldine Viswanathan e la cantautrice Cat Power.

Agli attivisti si è aggiunta, secondo quanto riportato da diversi media, la macchina propagandistica digitale iraniana. Sul fronte opposto, lo scrittore e influencer israeliano Hen Mazzig ha invece elogiato la scelta dell'attrice.

Non è solo il lusso a fare scandalo. Herzliya è una città israeliana fondata nel 1924 su terreni un tempo appartenuti al villaggio palestinese di Al-Haram, come scrivino Haaretz e Rolling Stone. E il gruppo immobiliare dietro l'operazione possiede anche proprietà nella colonia di Maale Adumim, in Cisgiordania, come riporta Guardian, circostanza che ha alimentato ulteriormente il dibattito. Sebbene Paltrow non abbia condiviso il video sui propri canali, la pubblicità ha rapidamente raggiunto il pubblico internazionale attraverso piattaforme e siti di informazione. L'attrice non ha rilasciato dichiarazioni.

Un precedente illustre: Johansson e SodaStream

La vicenda richiama alla memoria un caso analogo del 2014, quando Scarlett Johansson venne travolta dalle polemiche per essere diventata il volto di SodaStream, azienda israeliana produttrice di gasatori domestici con impianto a Mishor Adumim, zona industriale in Cisgiordania. Allora l'attrice si disse favorevole alla cooperazione economica tra Israele e Palestina, sottolineando che la fabbrica impiegava soprattutto lavoratori palestinesi. Le critiche non si placarono.

Il caso Nevo in Italia

La tensione tra cultura e conflitto non risparmia i palcoscenici letterari italiani. Eshkol Nevo, scrittore nato a Gerusalemme e considerato una delle voci più importanti della narrativa israeliana contemporanea, è atteso al festival pugliese “Il Libro Possibile” con il romanzo d'esordio Nostalgia, ambientato a Tel Aviv e riproposto in una nuova edizione con una postfazione riletta alla luce del 7 ottobre. Il festival si svolgerà a Polignano a Mare dall'8 all'11 luglio e a Vieste dal 21 al 25 luglio, con oltre 300 ospiti tra scrittori, giornalisti, scienziati e protagonisti della vita pubblica.

Contro la partecipazione di Nevo si è mobilitato un fronte eterogeneo che unisce amministratori locali, esponenti politici, figure del mondo culturale e voci della Chiesa. Tra i firmatari della petizione figurano don Michele Stragapede, parroco di Terlizzi, e padre Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Gli organizzatori del festival non hanno finora dato segnali di voler rivedere il programma.

Il confine sempre più sottile tra arte e politica

Quello che emerge, tra il grattacielo di Herzliya e il palco di Polignano, è un panorama in cui la cultura - nei suoi molteplici linguaggi, dalla pubblicità alla letteratura - è diventata campo di battaglia. Chi partecipa a qualcosa che ha un legame, anche indiretto, con Israele rischia di finire nel mirino di campagne coordinate. Chi rifiuta può essere accusato di boicottaggio culturale. In mezzo, artisti e scrittori che si trovano a fare i conti con dinamiche che vanno molto oltre i confini di un contratto pubblicitario o di un invito a un festival estivo.

Crans-Montana, i messaggi choc dei Moretti: "Ho ordinato 900 candele scintillanti". E si parla dell'uscita bloccata

L'inchiesta sulla tragedia di Crans-Montana si arricchisce di nuovi elementi. Dall'analisi dei dispositivi elettronici, in particolare il telefono di una dipendente deceduta nel rogo, sono emersi dei messaggi e degli audio a dir poco preziosi per gli inquirenti. Audio in cui vengono menzionati gli sparklers, le candele pirotecniche impiegate nel servizio all'interno del locale, e viene addirittura menzionata l'uscita di emergenza bloccata.

Dettagli importanti, che adesso sono in possesso degli inquirenti.

Uno dei messaggi più inquietanti è certamente quello che riguarda l'uscita di emergenza collocata vicino ai bagni. Nel gruppo WhatsApp dei dipendenti del Le Constellation, c'è un messaggio, attribuito al titolare Jacques Moretti, in cui l'uomo chiede: "Ciao a tutti, volevo sapere se la porta di sicurezza del Constel di fronte ai bagni è ancora bloccata? E se nessuno la usa? Inoltre, le porte del palazzo sono rimaste ancora aperte, bloccate aperte? Spero sempre che non siate voi? Ve l'ho già detto? Confermatemi per favore? Grazie". Era il 21 agosto 2021. La risposta non tarda ad arrivare: "Sì, la porta è sempre bloccata. Sì, ne abbiamo parlato e non si lasciano aperte le porte!". Si tratta proprio di quella porta da cui decine di giovani avrebbero potuto uscire, trovando la salvezza.

Vi è poi un messaggio precedente, del 13 dicembre 2019, in cui Jessica Moretti invita i dipendenti a fare molta attenzione alle candele scintillanti. "Restate fino a quando si spegne perché se cade, sul divano o al suolo, o che loro lo tengono in alto e bruciano la schiuma al soffitto, il Constel brucia...". Un messaggio che oggi fa raggelare il sangue.

Nonostante la pericolosità di quegli strumenti, le candele pirotecniche vengono comunque acquistate, come dimostrato anche da un audio più recente attribuito a Jessica Moretti. "Per quanto riguarda gli sparklers, ne ho ordinati 900", diceva il 6 dicembre 2025. Sempre in merito alla fornitura, la donna spiegava che gli sparklers andavano presi direttamente in Francia, dal momento che, essendo materiale esplosivo, non potevano essere consegnati in Svizzera.

I messaggi, stando a quanto riferito da Tgcom24, sarebbero stati recuperati dallo smartphone di Cyanne Panine, la giovane cameriera morta nel rogo, dopo aver inavvertitamente appiccato l’incendio.

Venezuela, ucciso il boss Nino Guerrero. Trump pubblica il video

Il trafficante di droga Héctor Rusthenford Guerrero Flores, noto come Niño Guerrero, leader della gang transnazionale Tren de Aragua, è stato ucciso in un'operazione congiunta degli Stati Uniti e del Venezuela. L'annuncio è stato dato da Donald Trump con un post nella notte su Truth Social: "Su mio diretto ordine, il Comando meridionale degli Stati Uniti ha condotto un rapido e letale raid per l'esecuzione di Nino Guerrero" si legge nel post in cui il presidente spiega che l'operazione "è stata coordinata a stretto contatto con i nostri amici in Venezuela con cui noi stiamo lavorando molto bene", riferendosi al governo di Delcy Rodriguez, diventata presidente ad interim lo scorso gennaio dopo la cattura da parte delle forze speciali Usa di Nicolas Maduro.

"Come risultato, i terroristi del Tren de Aragua non hanno più un rifugio in Venezuela o da qualsiasi altra parte", ha aggiunto Trump riferendosi alla gang criminale, fondata in Venezuela ma attiva anche in Colombia, Perù e Cile, che la sua amministrazione ha designato come organizzazione terroristica. In seguito, è arrivata la conferma da Caracas dell'operazione che, in un comunicato del ministero della Comunicazione venezuelano, viene descritta come "scontri con i membri di questra struttura criminale durante i quali Hector Rusthenford Guerrero Flores, alias Nino Guerrero, è stato neutralizzato". L'operazione congiunta è avvenuta, rende noto ancora il governo venezuelano, nello stato sud orientale di Bolivar, con l'utilizzo di "un supporto tecnologico specializzato" e lo scambio di intelligence tra Washington e Caracas. Trump ha anche pubblicato su Truth un video di 10 secondi con le immagini dell'esplosione di un edificio nella foresta.

Anche il segretario alla Difesa, Pete Hegseth ha riferito che il raid è avvenuto questa settimana "in piena collaborazione con le forze di sicurezza venezuelane". Fonti informate hanno rivelato al Washington Post che l'operazione è stata condotta dalle forze Comando congiunto per le operazioni speciali, con un raid in cui è stato utilizzato un missile, e la Cia ha lavorato con le forze venezuelane sul terreno. Una fonte dell'amministrazione ha aggiunto che la Cia ha fornito le informazioni di intelligence che hanno permesso il raid.

"Guerrero era un ricercato incriminato dal dipartimento di Giustizia per aver ordinato, diretto e facilitato atti di terrorismo e violenza negli Stati Uniti", ha dichiarato il capo del Comando meridionale Usa, il generale Francis Donovan riferendosi al fatto che lo scorso dicembre i procuratori federali di New York avevano in criminato il leader del Tren de Aragua accusato di aver commesso "innumerevoli atti di violenza, estorsione e traffico di droga in Nord America, Sud America e Europa".

Il raid conferma la cooperazione tra Washington e l'attuale leadership venezuelana, dopo che Trump lo scorso anno aveva accusato Maduro di controllare e proteggere i membri del Tren de Aragua ed inviarli negli Usa, potendo così invocare l'Alien Enemies Act per deportare sommariamente in El Salvador 200 venezuelani accusati di essere membri della gang. "La repubblica bolivariana del Venezuela riafferma il suo impegno a combattere il crimine organizzato e continuerà ad adottare le misure necessarie per garantire pace, tranquillità e protezione ai nostri cittadini", ha affermato ancora il governo in Venezuela, dove già nei giorni scorsi erano circolate notizie di operazioni militari nello stato di Bolivar, dove si trovano miniere d'oro.

Droni navali per rifornire le truppe nel Pacifico: il piano Usa per sfidare la Cina

Il Pentagono vuole affidarsi ai sistemi senza equipaggio per affrontare le sfide strategiche dell’Indo-Pacifico, un’area considerata cruciale nella competizione con la Cina. L’ultima iniziativa riguarda lo sviluppo di una nuova generazione di imbarcazioni autonome di superficie, gli Usv (Unmanned Surface Vessel), pensate per garantire i rifornimenti alle forze statunitensi anche in scenari ad alta intensità operativa. Washington vuole così costruire una rete logistica più flessibile, resistente e meno vulnerabile agli attacchi nemici.

Nel Pacifico gli Usa si affidano agli Usv

Secondo quanto riportato da Naval News, il Dipartimento della Difesa Usa ha avviato una procedura per acquisire decine di questi mezzi autonomi destinati a sostenere le operazioni dell’esercito americano nel Pacifico. Il programma ruota attorno all’Autonomous Resupply Vehicle (ARV-S), un drone navale progettato per trasportare container standard da 20 piedi verso unità avanzate distribuite tra isole, basi remote e avamposti strategici.

Le specifiche richieste sono particolarmente ambiziose: autonomia fino a 1.600 miglia nautiche andata e ritorno, capacità di carico di almeno due container e possibilità di navigare e manovrare in modo completamente autonomo anche in condizioni meteorologiche impegnative. Per Washington si tratta di una risposta diretta alle difficoltà che potrebbero emergere in un eventuale confronto con la Cina, soprattutto nelle aree comprese tra il Mar Cinese Meridionale e Taiwan.

A causa della crescente potenza navale cinese, della diffusione di sistemi missilistici a lungo raggio e della minaccia di attacchi contro infrastrutture e linee di comunicazione, i tradizionali mezzi logistici rischiano infatti di diventare bersagli vulnerabili. Mezzi autonomi, più piccoli, distribuiti e relativamente economici, consentirebbero invece di moltiplicare i punti di rifornimento e complicare l’individuazione da parte dell’avversario.

Una nuova strategia

A proposito di Usv: nelle scorse ore un elicottero d'attacco Apache dell'esercito statunitense è precipitato al largo delle coste dell'Oman, nei pressi dello Stretto di Hormuz, durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I due membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo proprio grazie all’intervento di un'imbarcazione di superficie senza equipaggio usata per la prima volta in simili circostanze.

La nuova iniziativa del Pentagono, dunque, si inserisce in una strategia più ampia che vede gli Stati Uniti investire massicciamente nei droni. La Marina americana prevede infatti di schierare entro il 2030 oltre trenta Medium Unmanned Surface Vessel (Musv) nel teatro indo-pacifico, affiancati da migliaia di droni navali di dimensioni minori, così da creare una rete integrata di piattaforme autonome capaci di svolgere compiti di sorveglianza, raccolta dati, protezione delle flotte e supporto logistico.

L’esperienza maturata nei conflitti recenti, dall’Ucraina al Medio Oriente, ha inoltre rafforzato l’interesse americano verso i droni marini, pur con la consapevolezza che le enormi distanze del Pacifico richiedono soluzioni diverse rispetto a quelle utilizzate nel Mar Nero o nel Mar Rosso. Per questo motivo il Pentagono punta su piattaforme autonome in grado di operare per lunghi periodi, coprire grandi distanze e sostenere una logistica distribuita. Un jolly in più per tenere a bada la Cina.

Documenti segreti russi finiti su Telegram: così una falla ha esposto ordini, droni e piani d’inganno

Una significativa compromissione della sicurezza informatica avrebbe interessato per oltre dodici mesi una delle principali formazioni operative delle Forze Armate russe. L’esistenza di un gruppo Telegram accessibile pubblicamente avrebbe consentito la condivisione continuativa di documentazione classificata, ordini operativi e dati sensibili relativi alle attività militari russe sul teatro ucraino. La vicenda, emersa grazie a un’indagine giornalistica indipendente, sembra evidenziare profonde criticità nei protocolli di protezione delle informazioni adottati dalle strutture di comando coinvolte.

Cosa sappiamo

Secondo quanto emerso dall’analisi dei contenuti pubblicati nel canale, il gruppo veniva utilizzato come piattaforma informale per la distribuzione quotidiana di collegamenti alle videoconferenze ospitate sulla piattaforma Y-T e destinate ai comandanti sul campo. Parallelamente, venivano trasmessi ordini provenienti dal quartier generale della quinta Armata, oltre a elenchi nominativi di militari, richieste logistiche per la distribuzione di munizionamento, dati relativi ai sistemi di videosorveglianza e documentazione amministrativa interna.

Tra i materiali rinvenuti figuravano anche fogli di calcolo contenenti credenziali di accesso, password e chiavi per l’autenticazione a due fattori utilizzate dai comandanti di reparto per monitorare in diretta i flussi video provenienti dai droni impiegati sul fronte. Ulteriori documenti facevano riferimento a nomenclature codificate per elementi geografici, procedure di occultamento tattico, attività di raccolta informativa e misure connesse alla guerra cognitiva e all’influenza informativa.

Carenze, sistemi autonomi e operazioni d’inganno

Tra i documenti più rilevanti compare una direttiva dell’agosto 2025. Il documento evidenziava l’elevato tasso di perdite registrato dalle unità d’assalto, attribuito a insufficienze logistiche e alla limitata efficacia dei sistemi robotizzati impiegati nelle operazioni. In un successivo ordine, il comando disponeva l’installazione di terminali Starlink su piattaforme terrestri automatizzate e richiedeva aggiornamenti periodici sulla loro disponibilità.

Un ulteriore provvedimento, datato 7 dicembre 2025, delineava una complessa attività di deception militare nel settore di Vremivka. Il piano prevedeva, secondo le fonti, la realizzazione di obiettivi fittizi destinati a simulare la presenza di mezzi, personale e infrastrutture di supporto logistico, comprese cucine da campo e movimenti veicolari. Le autorità militari richiedevano inoltre la produzione di materiale fotografico e video che apparisse come registrato clandestinamente da civili locali filo-ucraini, con l’obiettivo di veicolare informazioni ingannevoli verso l’intelligence di Kiev. Il documento identificava con precisione le unità coinvolte, tra cui la cento ventisettesima Divisione fucilieri motorizzati, il trecentonovantaquattresimo Reggimento fucilieri motorizzati, il duecento diciottesimo Reggimento carri armati, il mille e cento settantunesimo Reggimento missilistico antiaereo e l’otto centosettantaduesimo Reggimento di artiglieria semovente, indicando anche specifiche coordinate geografiche per le attività pianificate.

Intelligence, guerra elettronica e conseguenze interne

All’interno del gruppo sarebbero stati inoltre individuati documenti relativi alle operazioni di intelligence nelle aree occupate dalle forze russe. La documentazione comprendeva piani d’inganno radioelettronico, procedure per operazioni psicologiche e linee guida destinate a influenzare la percezione del nemico e della popolazione locale.

Il canale avrebbe continuato a funzionare regolarmente per circa un anno, interrompendo la pubblicazione di nuovi contenuti all’inizio di maggio 2026. Già nelle settimane precedenti, uno degli amministratori aveva segnalato accessi non autorizzati da parte di soggetti sconosciuti. La successiva divulgazione pubblica dei materiali avrebbe innescato verifiche e controlli interni nelle strutture militari interessate, alimentando interrogativi sulla resilienza dei sistemi di sicurezza delle comunicazioni operative russe e sulla protezione delle informazioni strategiche in tempo di guerra.

Accordo fatto tra Usa e Teheran, attesa per la firma. Ma nella notte sono stati abbattuti diversi droni iraniani a Hormuz

Il presidente Usa Donald Trump esulta: "Finita la guerra all'Iran". Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Araghchi, in un tweet scrive che "il memorandum d'intesa di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione". A Ginevra è tutto pronto per la firma. Hormuz, nucleare e beni congelati: la tenuta dell'intesa si gioca sui dettagli. Intanto l'ottimismo contagia i mercati: frena l'energia. Nella notte, però, si è continuato a combattere. L'Iran ha lanciato diversi droni d'attacco per colpire navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz, le forze statunitensi fanno sapere di averli abbattuti.

❌