Spurs-Kniks, verso gara 5: Anunoby, lampi da MVP. Alcuni appunti sul gioco di Wembanyama | NBA Freestyle
Crollo Spurs, Cuore Knicks
Tante cose da dire. Tante cose già dette. Una serie finale strana. Finora. Più combattuta di quanto dica il 3-1 per New York. Ci sono troppi fattori da valutare. Sarebbe troppo semplicistico imputare l’andamento delle varie partite a pochi episodi o alle prestazioni di questo o quel giocatore. Il talento e la gioventù degli Spurs si stanno scontrando con la solidità e la determinazione dei Knicks. Questo è un dato di fatto. San Antonio viene da sette partite contro un colosso come Oklahoma City e prima ancora aveva assaggiato la dura difesa perimetrale di Minnesota per ben sei gare. New York si è sbarazzata di Cleveland con un 4-0 e ha incrociato le braccia. La stanchezza, la freschezza atletica va considerata. Sì, certo, ma non basta. I Knicks non hanno (quasi) mai sbagliato quando contava, nelle situazioni in cui “questo deve andare dentro oppure sono guai”. Vero, ma c’è dell’altro. Fare quello che ha fatto Fox in gara 4 è stupido perfino nelle serie minori? Si. Non tenti la conclusione in contropiede con un uomo addosso con quei pochi secondi da giocare, se sei in vantaggio. Fai melina, cerchi un fallo, sei un palleggiatore, che diamine! In più, nell’azione successiva fai un fallo tattico che ha solo l’effetto di permettere all’attacco di New York di organizzarsi. Però, come si fa ad arrivare con l’acqua alla gola dopo essere stati avanti anche di 18-19 punti (lasciamo perdere i 29 punti del massimo vantaggio…) a 9 minuti dal termine del quarto quarto? Gli Spurs hanno smesso di eseguire, non hanno saputo gestire bene il ritmo, hanno ribaltato poco il campo, hanno dimenticato di avere un giocatore alto 2.28 che ha un vantaggio enorme nei pressi del canestro contro chiunque. Mancanza di un palleggiatore in grado di dettare i tempi, forse. I Knicks ne hanno approfittato, in casa, con le urla del Madison Square Garden udibili perfino nel Connecticut. Sono stati bravi. E San Antonio ha perso via via ogni certezza. Inesperienza, pressione, certo. Nelle quattro partite di finale, i Knicks hanno segnato 107 punti di media, gli Spurs 105. Brunson e compagni hanno tirato da tre complessivamente con il 37,8%, mentre San Antonio col 34,2%. Dal campo? 43,6% New York e 42,7% San Antonio. Stoppate: 5,5 per gli Spurs e 5 per New York. Sostanzialmente, cifre allineate. La situazione è molto più complessa. Buona gara 5. Può succedere ancora di tutto (è una speranza…).
Che giocatore OG Anunoby
Un fisico michelangiolesco, una solidità estrema, una mano bella come il sole. Tre frasi per descrivere un giocatore che, al momento, nella Grande Mela potrebbe pure camminare sulle acque e nessuno accuserebbe l’Intelligenza Artificiale di aver modificato il video. In gara 4, ha segnato 33 punti con 7 su 9 da tre. Al di là del tap in che può potenzialmente riportare a New York un titolo agognato da troppo tempo, OG Anunoby in queste finali sta giocando un basket spettacolare. Tempismo perfetto. Definirlo un semplice 3&D (tiro da tre e difesa) è riduttivo, a tratti offensivo. Si, il “nuovo” idolo del Madison sta tirando da tre con il 55,6% e quando carica il tiro gli avversari recitano già le proprie preghiere. Si, il giocatore dei Knicks è un difensore eccellente, con mobilità laterale e capacità di reggere i contatti anche contro gente fisicamente imponente. Ma Anunoby sa fare anche altro, come puntare l’uomo in palleggio, virare a centro area e inchiodare a due mani a difesa schierata o riempire le corsie in contropiede come un levriero. Sta segnando 23,8 punti di media, è il secondo realizzatore di New York dopo Jalen Brunson. Un pensierino per l’MVP delle finali, in caso di vittoria Knicks, si può scommettere che lo faranno.
Dylan Harper non trema, mai!
Una gara 4, quella di Harper, con lampi di talento così abbagliante, che Ben Stiller e Timothée Chalamet hanno a un certo punto dovuto indossare occhiali da sole. Ah, sotto gli occhi anche del padre Ron, che ha abbastanza anelli al dito da poter aprire domani una gioielleria in centro a Milano. Forse il suo primo passo potrebbe essere un po’ più esplosivo, e lo stacco da terra non è quello di un Zach LaVine, per dire, ma ha giocato come se nella carta d’identità avesse scritto almeno 26 o 27 anni. E di anni ne ha appena 20. È fortissimo nella parte alta del corpo, gioca con grande personalità, freddezza, sembra non subire per nulla la pressione. Eppure, stiamo parlando delle finali NBA: se giochi a basket più in alto di così non puoi andare. Certo, a tratti, i pochi anni che ha si sono visti in modo lampante, soprattutto al capitolo selezione tiro. Per lui 21 punti con 3 su 6 dal perimetro e la sensazione che sia a un tiro da fuori per essere già un All Star il prossimo anno.
Wembanyama: stanchezza e stupidaggini
Che è un “dominatore dell’universo” è stato detto più volte, è innegabile, così è e così sarà. Però alcuni appunti sul gioco di Wembanyama in gara 4 ha senso fissarli nella mente. Uno: sicuramente ha avuto un calo fisico durante la gara, è stato in campo tanto tempo, è super utilizzato e viene da una traversata playoff non semplice. Due: il francese deve smetterla con i flagrant. Lo aveva fatto contro Gobert, è stato espulso. Lo ha rifatto contro Karl-Anthony Towns. E da quel momento in poi, ha smesso di giocare, si è spento, è calato. Queste sciocchezze contano anche per questi motivi. Deve abbassare i gomiti, controllarsi, non reagire e non cadere nelle provocazioni se vuole diventare un campione. Basta stupidaggini. Tre: Wembanyama si intestardisce troppo sul tiro da fuori. Ha giocato quasi esclusivamente con i movimenti da guardia. Avrebbe dovuto avvicinarsi di più al canestro, soprattutto nella seconda parte della partita in cui era chiaramente fuori ritmo al tiro e in generale in attacco. Inoltre, è stata corretta la scelta di andare in raddoppio su Brunson che doveva prendersi il tiro finale, con nessuno a tagliare fuori Anunoby per il tap in vincente?
Keldon Johnson: sesto uomo in calo
Qualcuno ha visto Keldon Johnson? Si, il sesto uomo dell’anno. Quell’ala che entrava dalla panchina e garantiva punti, difesa, contropiede, personalità. Se qualcuno lo vede, gli dica pure che i playoff sono iniziati da un pezzo e che addirittura c’è una finale in corso, dove la sua squadra si sta giocando il titolo. Clamoroso crollo di prestazioni rispetto alla stagione regolare, in cui aveva segnato 13,2 punti con 5,4 rimbalzi e il 36,3% da tre. In finale, Johnson è sceso a 3,8 punti con 2,5 rimbalzi e il 20% da oltre l’arco. La panchina degli Spurs, considerata lunga, è diventata lo stecco di un ghiacciolo se anche Kornet, che dava respiro a Wembanyama, con 6,5 punti, 6,1 rimbalzi e 1 stoppata a partita in stagione, si è ritrovato a segnare nemmeno un punto di media con 2,3 rimbalzi e zero stoppare. Quando si dice, quando il gioco si fa duro…
That’s all Folks!
Alla prossima settimana.
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