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Trump taglia caccia e navi dal fianco est della Nato: così il tycoon prepara il disimpegno in Europa

Nuova picconata dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump al sistema di sicurezza europeo nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Stando infatti a quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti starebbero infatti pianificando di ridurre “significativamente” il numero di caccia e navi da guerra messi sin qui a disposizione per le operazioni dell’Alleanza Atlantica nel Vecchio Continente. Un'iniziativa che, sottolinea il quotidiano Usa, accelererebbe il processo di ridimensionamento della protezione offerta dall’America agli alleati europei negli ultimi otto decenni e limiterebbe la capacità della Nato di lanciare attacchi a lungo raggio e di condurre attività di sorveglianza.

La decisione della Casa Bianca - che arriva mentre alle porte dell’Europa il conflitto in Ucraina, ancora lontano dalla sua conclusione, supera in durata il primo conflitto mondiale - sarebbe stata già comunicata agli alleati ad inizio giugno in un documento scritto. Notevole la prevista riduzione dei mezzi militari Usa nel Vecchio Continente. Gli F-16 e F-15 passerebbero da 150 a 100, gli aerei da ricognizione marittima scenderebbero a 15 unità dalle attuali 26. Degli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo al momento stazionati in Europa non ne rimarrebbe neanche uno. Nel documento visionato in parte dal New York Times si notificherebbe inoltre lo spostamento di un sottomarino per il lancio di missili, di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e alle decine di caccia che partecipano al gruppo navale, e di uno dei due gruppi di bombardieri destinati sino ad ora alla difesa europea.

Le indiscrezioni di stampa in questione, alcune delle quali sono state pubblicate per la prima volta dal quotidiano tedesco Die Welt, hanno il merito di rappresentare con chiarezza come e in quale misura Donald Trump intenda realizzare il più volte annunciato ritiro dell’impegno americano dalla Nato. Allo stato attuale non si conoscono le tempistiche del ridimensionamento Usa anche se i funzionari americani consultati dal New York Times hanno affermato che avverrà molto presto, ben prima di quanto previsto dagli alleati europei.

Al di qua dell’Atlantico, la mossa improvvisa del Pentagono ha sollevato diverse preoccupazioni. Ad esempio, gli esperti sostengono che il ritiro Usa potrebbe compromettere le capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo. Gli addetti ai lavori avvertono che sebbene gli europei possiedano capacità missilistiche simili, i missili costituiscono un deterrente maggiore per Mosca quando vengono impiegati da Washington, poiché gli europei potrebbero essere più restii ad impiegarli. Una situazione che, tra i vari scenari potrebbe portare la Russia ad azzardare un’escalation nel Vecchio Continente.

I tagli che gli Stati Uniti si apprestano ad eseguire dovrebbero comunque essere mitigati in parte dal fatto che le truppe Usa continueranno a costituire una delle maggiori forze Nato in Europa. Inoltre i Paesi dell’Alleanza, consapevoli delle minacce rivolte più volte da Trump ai membri dell’organizzazione, hanno già avviato un processo di riarmo nazionale. Che si sia lontani da una situazione ottimale lo dimostrano però le dimissioni rassegnate nelle ultime ore dal ministro della Difesa britannico, John Healey, il quale ha accusato il premier Keir Starmer di non spendere abbastanza per la difesa della nazione.

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Dopo il flop dello Scaf, Berlino rilancia: ecco i piani (e rischi) per il caccia europeo di sesta generazione

L'inizio di questa settimana ha certificato qualcosa che gli addetti ai lavori sapevano da tempo: il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo “Scaf” (Système de Combat Aérien du Futur) è stato definitivamente abbandonato. Dopo anni di progettazione e tentativi di accordo tra le parti industriali, Berlino e Parigi hanno preso atto che né Airbus né Dassault Aviation sarebbero mai riuscite a giungere a un compromesso soddisfacente per entrambe, con l'industria francese che considerava la sua richiesta di detenere l'80% dello sviluppo della nuova piattaforma inderogabile.

Un partenariato impossibile

Il programma “Scaf”, avviato nel 2017 con un budget di circa 100 miliardi di euro e a cui ha partecipato la Spagna tramite Indra, mirava a sviluppare un caccia di sesta generazione destinato a sostituire il Rafale francese, nonché l'Eurofighter “Typhoon” in dotazione a Germania e Spagna. Tuttavia, i negoziati si sono definitivamente conclusi lunedì scorso a causa dell'impossibilità di risolvere la controversia tra Airbus e Dassault, la cui richiesta di avere un ruolo di primo piano era stata sempre contestata dall'industria tedesca, che insisteva su una partecipazione paritaria così come avviene tra le tre industrie che stanno progettando il Gcap (Global Combat Air Programe), ovvero Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries.

Fuori i francesi i tedeschi stringono gli spagnoli

Il programma Scaf, proprio per le pretese francesi, è stato considerato se non morto in agonia già da anni, ma Airbus – e con essa il governo tedesco – non intende abbandonare l'idea di costruire un velivolo di sesta generazione facendo appello alla Spagna. Da un lato, infatti, otto importanti aziende tedesche del settore difesa e aerospaziale hanno unito le forze per lanciare ufficialmente, questo giovedì, il “Team Gen 6” che mira a produrre un nuovo aereo da combattimento, e dall'altro un'iniziativa simile, che coinvolge anche Airbus, è stata presentata alla Spagna in occasione del salone aerospaziale “Ila 26” di Berlino.

Il “Team Gen 6” comprende la divisione tedesca del consorzio europeo Airbus Defence and Space (con sede in Germania), la divisione tedesca dell'azienda missilistica europea MBDA e le aziende Autoflug, Diehl Defence, Hensoldt, Liebherr, Mtu Aero Engines e Rohde & Schwarz. Da partre spagnola, oltre alla già citata Indra, le aziende coinvolte sono Grupo Oesia, GMV, ITP e Sener.

I tedeschi stavolta sembrano avere le idee chiare: le aziende partecipanti hanno un chiaro “impegno per la cooperazione multinazionale” per avviare “un partenariato europeo generale, basato su condizioni di parità” che “può avere successo solo se sostenuto da industrie nazionali solide e fondato sulla volontà politica”. “Solo insieme, come europei, possiamo superare le sfide tecnologiche e finanziarie della sesta generazione”, hanno ribadito i partner.

Del resto la Germania ha una storia consolidata di partenariati nel settore aeronautico: il Panavia “Tornado” e il “Typhoon” sono nati da consorzi europei in cui erano e sono presenti industrie tedesche.

Molto probabilmente il nuovo “Team Gen 6” guarderà alla Svezia, che è stata partner iniziale del progetto “Tempest” - poi divenuto Gcap con l'ingresso del Giappone – per successivamente abbandonarlo nelle fasi iniziali. La stessa Svezia, infatti, ad agosto del 2024 aveva proposto un concept di Saab per un velivolo manned/unmanned di sesta generazione.

I tempi si allungano (ancora)

Il problema principale di questa nuova alleanza per un velivolo di questo tipo è dato dalla tempistica, a cui si lega anche la questione dei finanziamenti. Lo Scaf poneva le sue basi progettuali nel 2017, e aveva un orizzonte temporale iniziale di consegna degli esemplari di preserie al 2040 – poi diventato 2045 per le diatribe franco-tedesche – pertanto un nuovo progetto europeo, se pur beneficiando del lavoro svolto sino ad ora da parte di Airbus e Indra – comunque marginale per quanto riguarda la cellula e i motori – avrebbe tempi di consegna ancora più allungati rispetto a quelli già lunghi del defunto “Scaf”.

Con essi, i costi di R&D e di avvio di costruzione di una piattaforma che, come si prefiggono i tedeschi, possa essere “paritaria” tra i partner, saranno sicuramente più alti. L'orizzonte temporale per questo nuovo progetto è talmente indefinito che Berlino sta correndo ai ripari pensando di ordinare più F-35 dagli Stati Uniti rispetto a quelli originariamente previsti.

Del resto la decisione di non procedere in Europa alla produzione di velivoli di quinta generazione ci ha obbligato a guardare all'unico Paese alleato che li ha progettati, e da questo punto di vista la partecipazione attiva di Italia, Regno Unito, Danimarca, Olanda e Norvegia (per restare in Europa) ha contribuito a migliorare le competenze industriali su questo tipo di velivoli. Soprattutto un Paese come l'Italia, unico in Europa a ospitare un centro di assemblaggio finale dell'F-35 (il Faco di Cameri in provincia di Novara) ha potuto beneficiare più di altri dell'esperienza su un velivolo di quinta generazione: fattore da non sottovalutare quando si deve costruire la sesta generazione aeronautica.

La Germania potrebbe quindi essere in procinto di fare il passo più lungo della gamba, e vedere una piattaforma di sesta generazione in ritardo rispetto ad altre. Esisterebbe una soluzione alternativa per Berlino: cercare di entrare inizialmente come Paese osservatore nel Gcap, per il quale aveva già mostrato interesse nel recente passato, e cercare di trovare un accomodamento industriale con Leonardo, Bae e Mitsubishi, del resto il “caccia europeo di sesta generazione” non era solo lo “Scaf” guardando a com'è nato il Gcap.

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Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

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Edf 2025, Leonardo mette a segno 15 progetti e oltre 64 milioni

Quindici progetti su diciotto candidature presentate, per finanziamenti europei che superano i 64 milioni di euro destinati direttamente al gruppo e che arrivano a circa 84 milioni se si considera anche il contributo delle società partecipate. Sono questi i numeri con cui Leonardo chiude la sua partecipazione all’edizione 2025 dell’European defence fund (Edf), lo strumento con cui l’Unione europea finanzia la ricerca e lo sviluppo capacitivo nel settore della difesa.

Il quadro generale dell’Edf 2025

Il bando 2025 dell’Edf, nel suo complesso, ha messo sul tavolo circa un miliardo di euro distribuiti su 33 inviti a presentare proposte. A fronte di 410 candidature arrivate da tutta Europa, la Commissione ne ha selezionate 57, che coinvolgeranno in totale 634 soggetti provenienti da 26 Stati membri, oltre a Norvegia e Ucraina. Una platea ampia, in cui le piccole e medie imprese pesano per il 38% dei partecipanti, segno della linea seguita da Bruxelles negli ultimi anni: allargare la base industriale coinvolta nei programmi comuni, evitando che la difesa europea resti un affare riservato a pochi grandi gruppi e a pochi paesi.

I due progetti guidati da Leonardo

Dei 15 progetti che vedono coinvolta Leonardo, 11 riguardano lo sviluppo capacitivo e 4 la ricerca. Tra questi, due portano la firma del gruppo italiano in qualità di capofila: Asimov (Autonomous system for inspection, maintenance, defence operations and manoeuVres) e Anemos (Airborne new european Mids operational solution). Asimov si inserisce nel filone dello sviluppo capacitivo e guarda alle operazioni e ai servizi in orbita per la difesa europea, un terreno su cui Leonardo è già presente con asset satellitari e su cui punta a consolidare un ruolo di primo piano. Anemos, invece, è un progetto di ricerca pensato per ampliare le capacità europee in materia di superiorità informativa e interoperabilità, attraverso nuove soluzioni di radiocomunicazione e forme d’onda avanzate per i sistemi di comunicazione tattica.

Una presenza trasversale sui domini operativi

Al di là dei due progetti guidati direttamente dall’azienda, la presenza di Leonardo nei consorzi finanziati dall’Edf 2025 tocca praticamente tutti i domini operativi su cui si sta orientando la difesa europea. Si va dal collaborative air combat in ambito aeronautico al land collaborative combat con integrazione aria-terra, passando per i sistemi di nuova generazione per il soldato, la digital ship e il naval combat cloud sul fronte navale. A questo si aggiungono le attività legate alla cyber defence, all’interoperabilità tra addestramento live, virtual e constructive, e a un insieme di tecnologie abilitanti (radar multi-banda 4D, sensori a infrarossi, componentistica elettronica avanzata) che secondo l’azienda costituiscono i mattoni su cui si regge l’autonomia strategica del continente.

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"Vogliono ritirare caccia e navi militari dall'Europa". Gli Usa si sfilano dalla Nato

Un taglio netto, deciso, drastico del numero di mezzi militari a disposizione della Nato. È questo l'ultimo piano al quale starebbero lavorando gli Stati Uniti, secondo alcune indiscrezioni in procinto di ridurre di un terzo i caccia e le navi da guerra fin qui fornite all'Alleanza Atlantica. Nello specifico, Washington avrebbe intenzione di ridurre da 150 a 100 gli F-16 e gli F-15E dislocati sul territorio europeo, e da 26 a 15 gli aerei da ricognizione. Previsto anche il ritiro di tutti e otto gli aerei cisterna, nonché il ricollocamento di un sottomarino lanciamissili, una portaerei e altre navi. Ecco che cosa sta succedendo.

La mossa degli Usa

La notizia è stata riportata dal New York Times. A detta del quotidiano statunitense, la scelta di ridimensionare la quantità di mezzi messi a disposizione della Nato sarebbe stata comunicata dagli Usa agli alleati all'inizio di giugno in un comunicato riservato.

Il paper, in base a chi ha avuto modo di visionarlo, offrirebbe una "rara chiarezza" sulla misura in cui l'amministrazione Trump intenderebbe ridurre il proprio impegno nei confronti dell'Alleanza Atlantica. Dal canto suo, il Pentagono ha "rifiutato di commentare le cifre specifiche contenute nel documento", limitandosi a citare una più generica dichiarazione del suo Comando Europeo sull'intenzione di ridurre l'impegno militare Usa in Europa.

Pare, tuttavia, che la strada sia ormai tracciata. Tanto è vero che diversi funzionari statunitensi sentiti dallo stesso Nyt hanno riferito che il taglio dei mezzi militari Usa in Europa verrà attuato "molto presto", addirittura ben prima di quando previsto dagli alleati europei. L'improvviso ritiro delle forze americane dal blocco comprometterebbe la capacità della Nato, di monitorare il traffico sottomarino russo e di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo..

Le conseguenze sulla Nato

Trump si è a lungo lamentato del ruolo giocato dagli Stati Uniti all'interno della Nato per difendere l'Europa. Il presidente statunitense ha più volte esortato Bruxelles a fare di più per difendersi senza il sostegno americano e ha minacciato molteplici volte di abbandonare completamente l'Alleanza Atlantica. La sua amministrazione si era limitata a diffondere annunci isolati riguardanti peraltro il ritiro di mezzi da alcuni singoli Paesi.

Di recente, il capo del Comando europeo del Pentagono, generale Alexus Grynkewich, era stato più esplicito del solito. "Nel modello di forza della Nato si è creata una dipendenza malsana dalle forze statunitensi. Il presidente Trump, il segretario Hegseth e altri hanno chiarito che questa situazione deve cambiare, e cambierà".

Gli effetti del ritiro saranno parzialmente attenuati dal fatto che i leader europei, consapevoli della necessità di dipendere meno dal supporto statunitense, hanno già avviato il processo di riarmo dei rispettivi Paesi. “Il problema principale della Natoè che, finché Trump sarà presidente, non c'è più alcuna fiducia nel fatto che gli Stati Uniti verrebbero in aiuto degli europei in caso di emergenza", ha dichiarato da Berlino il parlamentare tedesco Anton Hofreiter.

Permangono infatti gravi criticità. Il ministro della Difesa britannico si è appena dimesso accusando il suo governo di spendere troppo poco per le forze armate. L'Europa sta inoltre faticando a coordinare il riarmo, mentre la Germania si è ritirata da un progetto per la costruzione di un nuovo aereo da combattimento con Francia e Spagna.

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Aerei spia in volo sulle navi da guerra di Xi: alta tensione nel Mar Cinese

Tensione alle stelle nei cieli e nelle acque attorno a Taiwan. Nelle ultime ore le autorità cinesi hanno riferito di aver individuato due velivoli da ricognizione riconducibili al Giappone impegnati a effettuare una missione di pattugliamento marittimo a sud-est dell’isola. Gli analisti militari di Pechino hanno pochi dubbi. A loro avviso, quei velivoli sono stati inviato da Tokyo in un’area sensibile per "spiare" e osservare le navi del Dragone.

L’allarme della Cina e l’avvistamento degli aerei spia

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i due aerei sarebbero stati avvistati lunedì nel corso di un’operazione speciale di controllo marittimo organizzata dalle autorità cinesi. Le immagini diffuse da Yuyuan Tantian, account collegato all’emittente statale CCTV, mostrerebbero un primo velivolo individuato nelle prime ore del mattino e un secondo aeromobile nel pomeriggio, quest’ultimo caratterizzato dalla tipica livrea bianca e blu attribuita alla Guardia Costiera giapponese.

Per gli analisti vicini all’Esercito Popolare di Liberazione, si tratterebbe di piattaforme da ricognizione elettronica impiegate per raccogliere informazioni sulle attività delle navi cinesi presenti nell’area. L’esperto militare Fu Qianshao, ex colonnello dell’aeronautica cinese, ha spiegato per esempio che i suddetti aerei sarebbero stati inviati per osservare da vicino i movimenti della task force marittima di Pechino e raccogliere dati di intelligence.

Uno dei velivoli, ha spiegato ancora l’analista cinese, potrebbe derivare dalla conversione di un aereo regionale turboelica, mentre il secondo sembrerebbe basato su un business jet modificato e dotato di apparati elettronici installati sotto la fusoliera. Pur senza fornire prove definitive, le autorità cinesi considerano la presenza dei due mezzi un segnale dell’attenzione crescente che il Giappone dedica alle operazioni navali di Pechino nelle acque circostanti Taiwan.

Alta tensione a Taiwan

Ricordiamo che, nei giorni scorsi, la Cina ha rafforzato le proprie attività di pattugliamento a est di Taiwan in risposta ai colloqui avviati da Giappone e Filippine sulla delimitazione delle rispettive zone economiche esclusive nel Pacifico occidentale.

La leadership cinese ha criticato duramente quei negoziati, definendoli lesivi dei propri interessi marittimi e accusando Tokyo e Manila di ignorare le rivendicazioni avanzate da Pechino.

Le missioni navali e aeree del Dragone attorno a Taiwan si sono moltiplicate negli ultimi anni, alimentando il timore di incidenti o errori di valutazione tra le diverse forze presenti nella regione che possano scatenare un conflitto. Di recente, Taipei ha dichiarato di aver individuato un imbarcazione cinese, identificata dal numero di scafo 3501, a circa quattro miglia dalla zona marittima sottoposta a restrizioni. In quel caso, una motovedetta taiwanese è stata immediatamente inviata nell’area per affiancare il mezzo cinese e ordinargli via radio di allontanarsi.

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La Germania presenta il Cobra 600: cosa sappiamo del niovo drone intercettore

A fronte della profonda trasformazione delle architetture di difesa aerea occidentali, la Germania ha svelato una nuova soluzione destinata a modificare gli equilibri nel settore della protezione dello spazio aereo. In occasione dell’ILA Berlin Air Show, l’azienda tedesca Diehl Defence ha presentato il Cobra 600, un innovativo drone intercettore a propulsione jet progettato per operare come estensione avanzata dei sistemi missilistici IRIS-T. Il programma, noto anche come Airborne Launching and Attack System (AirLAS), nasce dall’esigenza di aumentare la profondità operativa delle difese antiaeree attraverso l’impiego di piattaforme senza pilota capaci di trasportare armamenti guidati direttamente nelle aree di minaccia.

Cosa sappiamo

Da una prima analisi emerge che il Cobra 600 introduce un paradigma innovativo nel settore della difesa aerea: quello del cosiddetto “missile taxi”. In questa configurazione il drone non svolge il ruolo tradizionale di vettore offensivo, ma trasporta un missile IRIS-T fino a centinaia di chilometri dall’area di lancio, ampliando significativamente il raggio d’azione dei sistemi terrestri.

L’interfaccia tra il velivolo senza pilota e il missile utilizza un pilone standard derivato da quello impiegato sul caccia Eurofighter, consentendo una piena integrazione con la famiglia IRIS-T. Il sistema opera in stretta connessione con le batterie antiaeree IRIS-T SLM e SLS, dalle quali riceve dati di scoperta, identificazione e tracciamento degli obiettivi tramite collegamenti datalink sicuri.

Con il missile installato, il Cobra 600 è accreditato di un’autonomia operativa di circa 400 chilometri, una distanza nettamente superiore rispetto ai limiti dei missili lanciati da terra della stessa famiglia. Tale caratteristica consente di creare una sorta di bolla difensiva avanzata, capace di intercettare minacce molto prima che raggiungano le infrastrutture strategiche da proteggere.

Tuttavia, il sistema non sostituisce i tradizionali missili superficie-aria a lungo raggio. La velocità e la capacità di manovra del drone rimangono inferiori rispetto a quelle dei moderni intercettori dedicati, rendendolo particolarmente efficace contro droni, velivoli tattici e missili da crociera, piuttosto che contro minacce balistiche ad alta velocità.

Cosa può fare

La piattaforma aerea è stata sviluppata dalla società tedesca Polaris Raumflugzeuge, azienda specializzata in sistemi aerospaziali avanzati. Il velivolo presenta una configurazione ad ala delta modificata con elementi tipici delle flying wing, una soluzione progettata per massimizzare l’efficienza aerodinamica e ridurre la segnatura radar.

Il modello esposto a Berlino è equipaggiato con due microturbogetti JetCat P1000-PRO, ciascuno in grado di sviluppare circa 20 libbre di spinta. La struttura prevede tuttavia la possibilità di integrare fino a quattro propulsori, configurazione che potrebbe essere adottata per missioni con carichi superiori o per incrementare le prestazioni operative.

A differenza di molti droni impiegati in scenari bellici contemporanei, l’armamento dispone di un carrello retrattile triciclo che ne consente il recupero e il riutilizzo. Può operare da piste convenzionali, ma anche da infrastrutture austere o da tratti autostradali opportunamente predisposti, caratteristica che aumenta significativamente la resilienza operativa in caso di conflitto ad alta intensità.

Attualmente il drone non possiede sensori autonomi dedicati alla ricerca dei bersagli e si affida alle capacità di scoperta dei sistemi terrestri ai quali è collegato. Una volta raggiunta l’area d’ingaggio, il missile IRIS-T utilizza il proprio sensore a infrarossi per acquisire il bersaglio e procedere all’intercettazione. In prospettiva, l’integrazione di sensori elettro-ottici o infrarossi direttamente sul drone potrebbe incrementarne il livello di autonomia decisionale e migliorare la verifica dell’identificazione del bersaglio prima del lancio.

L’evoluzione della famiglia IRIS-T

L’introduzione del Cobra 600 riflette chiaramente le lezioni apprese nei conflitti contemporanei, in particolare in Ucraina, dove i sistemi IRIS-T forniti dalla Germania hanno dimostrato elevati livelli di efficacia nella difesa contro attacchi missilistici e incursioni di droni.

Il progetto s’inserisce inoltre in una più ampia strategia di rafforzamento della difesa aerea europea. Diehl Defence gia annunció l’espansione della capacità produttiva del sistema IRIS-T, con l’obiettivo di incrementare significativamente il numero di batterie e missili. Parallelamente, numerosi Paesi NATO, soprattutto quelli situati sul fianco orientale dell’Alleanza, hanno già avviato programmi di acquisizione del sistema per rafforzare la protezione del proprio spazio aereo.

Un ulteriore passo avanti è stato rappresentato dalla partnership tra Diehl Defence e l’azienda MDSI, finalizzata ad ampliare l’integrazione del missile su una gamma più vasta di piattaforme aeree, comprese aeronavi e sistemi unmanned. Grazie all’adozione dell’architettura modulare PISAPS, sarà possibile accelerare l’installazione del missile senza ricorrere a costose modifiche strutturali degli aeromobili.

Attualmente l’IRIS-T è utilizzato da diverse forze ed è stato acquisito da circa venti Paesi. Il missile equipaggia piattaforme come Eurofighter Typhoon, Gripen, F-16, Tornado, EF-18, KF-21 e F-5E, confermandosi uno degli intercettori a corto raggio più diffusi e versatili del panorama occidentale.

Secondo alcuni analisti, l’armamento potrebbe rivelarsi un vero e proprio moltiplicatore di forza destinato a estendere la copertura dei sistemi antiaerei esistenti, offrendo alle forze armate una soluzione flessibile, relativamente economica e adattabile alle esigenze della guerra moderna multidominio.

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