Reading view

Patrimoniale, dietro la polemica politica la proposta degli economisti che chiedono di tassare i ricchi per rendere equo il sistema fiscale

Basta la parola – patrimoniale – per scatenare violente reazioni pavloviane. Per la destra di governo è un nuovo tentativo di “mettere le mani nelle tasche degli italiani” da contrapporre al virtuoso proposito di “alleggerire il carico fiscale sul ceto medio (poco importa se intanto la pressione fiscale sale ai massimi da un decennio). Del resto nemmeno il Pd, quando incidentalmente la evoca, ha poi il coraggio delle proprie azioni. Ma, fuori dalla gazzarra politica e anche volendo ignorare il vivace dibattito globale sul tema, l’idea di un’imposta sui grandi patrimoni non è una reliquia ideologica o la boutade di una sinistra disancorata dalla realtà. Due anni fa un nutrito gruppo di oltre 130 economisti italiani ha firmato una proposta solida e dettagliata di riforma del fisco con al centro nell’immediato proprio un’imposta progressiva sullo 0,1% più ricco dei cittadini italiani e in parallelo l’aumento del prelievo sulle grandi successioni e donazioni e l’introduzione di nuovi scaglioni e aliquote Irpef. Il tutto con l’obiettivo di rimediare all’attuale regressività del sistema che favorisce i contribuenti più ricchi, aumentare l’equità, rendere più sostenibili le finanze pubbliche e aumentare il gettito per finanziare maggiori investimenti nel welfare e nella transizione ecologica.

Il cuore di quello che i promotori hanno battezzato “Manifesto per un’agenda Tax the rich per l’Italia” era appunto un’imposta progressiva sui grandi patrimoni da applicare ai contribuenti con una ricchezza netta superiore a 5,4 milioni di euro, come da Iniziativa dei cittadini europei promossa da Oxfam e abbracciata ad Avs. Il nuovo prelievo, a scanso di equivoci, sostituirebbe le attuali patrimoniali già esistenti (Imu sulle case di non di residenza, imposta sui conti correnti e sui depositi titoli, bollo auto) e ad essere colpiti sarebbero solo i 50mila italiani più facoltosi. Continuerebbe a dormire sonni tranquilli l’impoverito ceto medio, sempre evocato da chi tenta di trasformare la patrimoniale in uno spauracchio con cui spaventare i lavoratori dipendenti che insieme ai pensionati versano l’85% dell’Irpef. Mentre i redditi da capitale finanziario (interessi sui titoli di Stato, dividendi, plusvalenze) e i ricavi da affitto di immobili sono sottratti alla tassazione progressiva e sottoposti a imposte sostitutive piatte ben più basse delle normali aliquote. Se non bastasse per fugare i timori dei partiti progressisti terrorizzati dall’impatto di una proposta del genere sul gradimento elettorale, val la pena ricordare che in base a tutti i sondaggi la stragrande maggioranza degli italiani è favorevole: è di pochi giorni fa una rilevazione Eumetra per Piazza Pulita che stima i sostenitori al 57,1%, percentuale che sale al 69,4% se si specifica che il balzello si applicherebbe oltre i 5 milioni.

Venendo ai dettagli, con aliquote dell’1,7% tra 5,4 e 8 milioni, 2,1% tra 8 e 20,9 milioni e 3,5% sopra i 20,9 milioni l’imposta consentirebbe di raccogliere 15,7 miliardi l’anno. Per evitare la sempre paventata “fuga all’estero” dei ricchi – fenomeno in realtà marginale, stando agli studi condotti sui Paesi che hanno introdotto prelievi patrimoniali – basterebbe far leva sull’infrastruttura di scambio automatico di informazioni oggi in vigore tra oltre cento giurisdizioni. E, come da rapporto dell’economista Gabriel Zucman per il G20, introdurre exit tax insieme a meccanismi che consentano di continuare a tassare, per un certo periodo, anche chi sposta la residenza.

Ma, visto che non basta certo una nuova tassa per raddrizzare un sistema oggi iniquo e inefficiente, il progetto di riforma delineato nel Manifesto era onnicomprensivo. I firmatari, tra cui Andrea Roventini della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, Alessandro Santoro dell’ateneo di Milano Bicocca ed ex presidente della commissione del Mef che stima l’evasione fiscale, Guido Alfani (università Bocconi), l’ex ministro Fabrizio Barca (Forum Disuguaglianze e Diversità), Maurizio Franzini (La Sapienza), Elena Granaglia (Roma Tre), Mario Pianta (Normale) e Michele Raitano (Sapienza), ritenevano indispensabile affiancarla a una riforma della tassazione di eredità e donazioni, che oggi tra franchigie e mancanza di progressività fa dell’Italia un vero paradiso fiscale per gli eredi, e all’introduzione di nuovi scaglioni Irpef per i redditi più elevati. Tassello cruciale visto che, stando agli studi di Roventini e Santoro con i ricercatori della Sant’Anna Demetrio Guzzardi ed Elisa Palagi, oggi il 7% di italiani con redditi più alti paga un’aliquota media inferiore a quella applicata a chi sta nelle fasce più basse della piramide.

Non basta: nel medio periodo il documento chiedeva di prevedere l’ampliamento della base imponibile dell’imposta sui redditi delle persone fisiche a tutti i redditi da lavoro e a quelli da capitale finanziario, abolendo i regimi sostitutivi, e di rivedere in modo radicale il prelievo sui redditi e sui patrimoni immobiliari per aumentarne l’equità. Non prima di aver finalmente aggiornato il catasto, visto che oggi il valore di mercato degli immobili è del tutto slegato dai superati valori catastali. E il programma di riforma comprendeva anche interventi per prevenire – prima di arrivare alla tassazione – le iniquità legate al funzionamento dei mercati: rafforzamento della concorrenza, più aiuti per chi arriva da contesti svantaggiati, politiche industriali che sostengano una competitività basata sull’innovazione e sulla buona occupazione e non sui bassi salari, politiche del lavoro che rafforzino il potere contrattuale dei lavoratori e limitino il ricorso a forme di occupazione non standard.

Qualcosa di ben diverso, insomma, dalla patrimoniale come slogan o unica panacea per disuguaglianze e squilibri sociali. Che pure sono sempre più smaccati. Secondo le ultime rilevazioni di Bankitalia, a fine 2025 il 10% più ricco possedeva il 60,6% della ricchezza totale, contro il 7,2% nelle mani della metà meno abbiente. L’indice di Gini che misura quanto è iniqua la distribuzione delle fortune continua ad aumentare: nel 2018 si fermava a 0,69, l’anno scorso è salito a 0,72. E la società italiana è sempre più “ereditocratica“. Tendenze che il governo Meloni continua a ignorare, preferendo parlar d’altro.

L'articolo Patrimoniale, dietro la polemica politica la proposta degli economisti che chiedono di tassare i ricchi per rendere equo il sistema fiscale proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

No alla patrimoniale. La promessa di Meloni a Confcommercio

“Tassare il patrimonio? No, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo”. Questa la traccia che il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, indicata in occasione dell’Assemblea di Confcommercio all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Una promessa ma anche una certezza, perché “non siamo la repubblica delle banane”. La premier ribadisce con convinzione che il taglio delle tasse è uno degli obiettivi più grandi del governo e che la ricchezza la fanno gli imprenditori con i lavoratori.

Un punto che il premier nel suo intervento sottolinea partendo da premesse diverse, ma intrecciate. La prima è che difendere il commercio di vicinato significa difendere molto di più che un settore economico, “significa difendere relazioni, identità, qualità della vita per le nostre comunità”. In questa direzione rivendica ciò che è stato fatto dal Governo, ovvero l’istituzione dell’Albo nazionale dell’attività commerciali, le botteghe artigiane ed esercizi pubblici storici, con l’obiettivo di valorizzare e tutelare le attività storiche, riconoscerne il valore culturale, il valore commerciale, il valore sociale, senza dimenticare il riconoscimento ottenuto dalla Cucina italiana definita Patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco.

Tavola fa rima con turismo: lo ripete più volte Meloni, quando ricorda che Italia è tornata a scalare la classifica globale dei Paesi più visitati al mondo, è arrivata a essere la seconda Nazione europea per presenze turistiche, superando per la prima volta nella storia la Francia, avvicinandosi ai numeri della Spagna, dato a cui si somma il record decisivo per l’impatto sulla bilancia dei pagamenti e sulla spesa turistica. L’Italia infatti è il Paese europeo nel quale la permanenza media del soggiorno è più lunga: davanti alla Spagna, davanti alla Francia, davanti alla Germania, “perché la ricchezza non la fanno i Governi, non la fanno le leggi, non la fanno i decreti, la ricchezza la fanno gli imprenditori con i loro lavoratori e quello che devono fare le leggi, i decreti e la politica, è cercare di accompagnare e consentire che quelle persone possano lavorare al meglio delle loro potenzialità”, spiega.

Dare a tutti la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni possibili: questo l’impegno del capo del governo che ricorda gli sgravi per le assunzioni di under 35 a tempo indeterminato, la detassazione delle mance e dei turni notturni e festivi, le staff house per il personale, gli strumenti studiati per le piccole e medie imprese per migliorare le strutture, le misure per combattere l’abusivismo, l’innalzamento a 85 mila euro di fatturato della soglia per accedere al regime forfettario, l’estensione del concordato preventivo biennale alle piccole e medie imprese e alle partite Iva, il contrasto al fenomeno delle attività apri e chiudi, la Zes unica per il Sud, che potrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale. E ancora, la riforma fiscale, la riduzione delle aliquote Irpef, l’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito, il taglio del cuneo, per rimettere nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro.

E poi i contratti: “Abbiamo stanziato 20 miliardi per sbloccare stipendi che erano fermi da anni, tanto nel privato, appunto incentivando i rinnovi con la detassazione degli aumenti contrattuali e poi con il decreto lavoro che pure veniva citato abbiamo scelto di puntare come mai era stato fatto in passato sulla contrattazione di qualità”, fino al salario giusto al fine di attuazione a un principio rimasto per anni sulla carta che sarà decisivo per rafforzare le retribuzioni ma anche per contrastare il dumping contrattuale, 2cioè quella odiosa forma di concorrenza sleale che, come veniva ricordato, riduce la qualità dell’occupazione e frena la crescita, fino ad un nuovo modello di sviluppo urbano che sappia rimettere al centro le persone, l’economia di prossimità, i luoghi aggregativi, gli spazi per le famiglie, le strutture per chi è più fragile, che dia un centro a ciascuna periferia, che consideri i luoghi fondamentali della vita e dell’aggregazione importanti tanto quanto la casa stessa e abbiamo uno strumento a portata di mano per farlo insieme, che è il Piano Casa”.

Per poi aggiungere: “Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita. Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio”. La risposta di Sangalli: l”Italia ce la può fare ma resta l’incertezza. “Nonostante tutto, i fondamentali dell’economia italiana restano confortanti”.

  •  

L’Ufficio di bilancio: “Le riforme Irpef hanno reso il fisco meno equo. Più disparità tra contribuenti con diverse fonti di reddito”

Altro che più equità: le riforme messe in campo a partire dal 2021 hanno reso il sistema fiscale sempre più segmentato, con lavoratori dipendenti e pensionati che si accollano quasi tutto il peso dell’Irpef e autonomi e rentier che beneficiano di tasse piatte molto più favorevoli delle normali aliquote. A ribadirlo è l’Ufficio parlamentare di bilancio, che nel Rapporto sulla politica di bilancio presentato mercoledì alla Camera dalla presidente Lilia Cavallari mette in discussione una delle direttrici che hanno caratterizzato la politica fiscale italiana degli ultimi anni: l’utilizzo crescente dell’Irpef come strumento di redistribuzione e sostegno ai redditi. L’organismo indipendente riconosce che la capacità redistributiva dell’imposta ne è uscita rafforzata, ma avverte che il prezzo pagato è stato un aumento della complessità del sistema e soprattutto un progressivo allontanamento dall’obiettivo dell’equità orizzontale. Cioè, in parole povere, il principio secondo cui due persone che guadagnano la stessa cifra dovrebbero pagare più o meno le stesse tasse, indipendentemente da come ottengono quel reddito.

Secondo l’Upb, l’ultima legge di Bilancio ha proseguito sulla strada di una strategia di riduzione del carico fiscale sui redditi medi da lavoro dipendente. Tra gli interventi più rilevanti figurano la riduzione dell’aliquota del secondo scaglione Irpef e la detassazione di alcune componenti delle retribuzioni. Misure che si aggiungono ai bonus e alle maggiori detrazioni introdotti negli anni precedenti a favore dei lavoratori dipendenti. Nel complesso, l’imposta è diventata più progressiva e maggiormente orientata alla redistribuzione del reddito. Ma il rafforzamento della progressività si è accompagnato all’espansione dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta – le flat tax – applicati ad altre categorie di contribuenti, in particolare nel lavoro autonomo. Il risultato è una crescente differenziazione del trattamento fiscale tra contribuenti con capacità contributiva simile ma redditi di diversa natura. Allontanando il perseguimento dell’equità orizzontale previsto dalla delega per la riforma fiscale. In altre parole, il sistema tende sempre meno a tassare nello stesso modo contribuenti che hanno risorse economiche analoghe.

La critica dell’organismo non si limita però alla questione dell’equità. Il rapporto sottolinea come la successione di interventi correttivi abbia progressivamente complicato la struttura dell’imposta sul reddito da lavoro dipendente. La combinazione di aliquote, detrazioni, bonus e meccanismi di sostegno produce effetti non sempre lineari: in alcuni casi un aumento anche modesto del reddito imponibile può tradursi in una crescita molto marcata del prelievo effettivo, a causa della perdita di agevolazioni o della riduzione di benefici collegati al livello di reddito. Per attenuare uno di questi effetti indesiderati, l’ultima legge di bilancio ha introdotto una detassazione temporanea degli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali nel biennio 2025-2026. Ma si tratta di una soluzione solo provvisoria. Gli aumenti retributivi, una volta consolidati, torneranno a essere assoggettati alle aliquote ordinarie, riproponendo il problema negli anni successivi. Il tutto mentre, come da dati Istat, i salari reali restano inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori medi del 2020.

Da qui la riflessione più generale contenuta nel rapporto. L’Upb si chiede – domanda retorica – se sia opportuno affidare al sistema fiscale obiettivi che, per loro natura, richiederebbero interventi selettivi, mirati e limitati nel tempo. Il rischio, avverte, è che il perseguimento di finalità sociali o redistributive attraverso continue modifiche dell’imposta finisca per compromettere alcuni principi fondamentali del sistema tributario: equità, neutralità, semplicità e trasparenza del prelievo.

Il rapporto affronta anche il tema del contrasto all’evasione. Il rafforzamento degli strumenti digitali ha contribuito a limitare le opportunità di fare nero e a favorire l’adempimento spontaneo. Secondo il Documento di finanza pubblica, nel 2025 l’attività di recupero ha raggiunto i 36,2 miliardi di euro. Nonostante i progressi, l’Italia continua però a registrare uno dei livelli più bassi di fedeltà fiscale nell’Unione europea. I lavoratori autonomi continuano a evadere moltissimo, la riscossione dei tributi locali resta inefficiente e ci sono ampi margini di miglioramento nell’utilizzo dei dati per l‘analisi del rischio di evasione.

L'articolo L’Ufficio di bilancio: “Le riforme Irpef hanno reso il fisco meno equo. Più disparità tra contribuenti con diverse fonti di reddito” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  
❌