Reading view

Difesa e consenso, la partita che l’Italia ha smesso di giocare

C’è una frase, pronunciata ad un giornalista da Lorenzo Mariani durante la sua guida di Mbda Italia, che mi è rimasta in testa: “Senza la sicurezza, l’economia non può funzionare”. Oggettivamente vera. Strategicamente rilevante. E narrativamente solitaria come una voce che parla in una stanza vuota, senza che nessuno abbia pensato all’acustica.

Non è una critica a Mariani, oggi in Leonardo a guidare sfide ancora più grandi. È una diagnosi del sistema che quella frase avrebbe dovuto sostenere e amplificare. Perché le parole giuste esistono. Nel mondo della difesa italiana ci sono manager capaci, analisi solide, strategie industriali serie. Il problema è che rimangono dentro le stanze. E fuori dalle stanze, nell’unica arena che determina il consenso nel tempo, il campo è stato lasciato libero a narrazioni altrui. Non è rumore di fondo. È il campo di battaglia vero. Ed è un campo che l’Italia ha lasciato incustodito per troppo tempo.

Chi controlla il frame controlla il giudizio

C’è un principio elementare nella comunicazione politica che il nostro sistema istituzionale non ha mai metabolizzato davvero: non vince chi ha i dati migliori, vince chi imposta la cornice dentro cui quei dati vengono letti. Un frame, per dirla con George Lakoff, non è una bugia ma una prospettiva. E la prospettiva determina il giudizio prima ancora che il ragionamento possa intervenire.

In Italia, il frame dominante sulla difesa è rimasto invariato per decenni: risorse sottratte al sociale per alimentare una macchina militare obsoleta e moralmente ambigua. Dentro questa cornice, qualsiasi investimento in difesa diventa automaticamente un trade-off con sanità, scuola, welfare. Non importa che i numeri raccontino un’altra storia (la spesa per la difesa è strutturalmente inferiore a quella sanitaria) perché il frame non è razionale, è emotivo. E le emozioni, come ha dimostrato Daniel Kahneman in una vita di ricerca, decidono prima che il ragionamento riesca ad attivarsi.

Quando il frame è “armi contro ospedali”, hai già perso. Non perché l’argomento sia giusto, non lo è, ma perché stai portando una statistica a combattere contro un’emozione primaria. Non funziona. Quasi mai.

L’errore strutturale è stato accettare passivamente quella cornice invece di costruirne una alternativa. Per decenni l’approccio istituzionale è stato difensivo nel senso peggiore: giustificare invece di spiegare, reagire invece di affermare. “Sì, lo sappiamo che non piace, ma purtroppo è necessario.” Quando parti da “sì, ma” hai già concesso il terreno. Hai ammesso implicitamente che esiste un ideale morale superiore, un mondo senza difesa, e che tu rappresenti la spiacevole concessione al realismo. Da quella posizione, non puoi che arretrare. Sono stato a fianco di due ministri della Difesa come loro consigliere e posso testimoniare che il problema non era la qualità delle persone né la solidità delle analisi. Era l’assenza sistematica di una strategia narrativa verso il paese reale, quella che esiste nelle stanze e non esce mai da esse.

Il modello che l’Italia non ha mai scelto di seguire

Guardate la Francia. Non Dassault, non Thales, non Naval Group come aziende: guardate lo Stato francese. Parigi ha investito decenni nella costruzione deliberata di una narrazione coerente dove difesa significa sovranità e sovranità significa libertà di scegliere il proprio destino. Non si sono giustificati, hanno affermato. Non hanno chiesto scusa, hanno rivendicato. E lo hanno fatto attraverso comunicazione istituzionale strutturata, curricula scolastici, copertura mediatica organizzata, un Ministère des Armées con una direzione della comunicazione che ha una missione esplicita verso i cittadini, non solo verso i decisori nei corridoi.

Questo non è militarismo. I sondaggi dicono che i francesi non sono più bellicosi degli italiani. È una scelta politica deliberata, mantenuta con continuità attraverso governi di segno opposto. La grandeur militare francese è un progetto di Stato, non un sentimento spontaneo. E soprattutto: è il frutto di decenni di investimento nella narrazione pubblica, non di un’iniziativa estemporanea.

Noi cosa abbiamo fatto? Silenzio istituzionale sistematico. L’idea, comprensibile per certi versi, che fosse meglio non provocare dibattiti, che l’esposizione pubblica portasse più rischi che opportunità. Il risultato è prevedibile: quando lasci un vuoto narrativo, altri lo riempiono. In Italia lo hanno riempito populisti di varie sfumature e pacifisti ideologici, con narrazioni spesso false ma tremendamente efficaci. Perché erano le uniche disponibili.

Il silenzio non è neutralità. È resa.

L’occasione che non possiamo sprecare ancora

Proprio adesso, con il non-paper del ministro Crosetto sui conflitti ibridi, si apre un nuovo spazio narrativo, forse il più favorevole degli ultimi trent’anni. E sarebbe un errore storico sprecarlo come abbiamo fatto con le occasioni precedenti. La guerra ibrida dissolve le categorie tradizionali che rendevano il tema della difesa così difficile da comunicare al grande pubblico. Non è più militari contro civili, pace contro guerra, spese militari contro welfare. Quando la minaccia è un attacco cyber agli ospedali, quando il sabotaggio colpisce le reti elettriche delle città, quando la disinformazione sistematica destabilizza le elezioni democratiche, allora proteggere significa proteggere tutti. Non più “loro” che spendono soldi per le armi, ma un “noi” collettivo esposto a minacce che non hanno più niente di astratto o lontano.

Questo è il cambio di frame che l’Italia non ha ancora fatto. Non più “armi contro ospedali” ma “proteggere gli ospedali richiede capacità di difesa cyber”. Non più “spese militari contro welfare” ma “il welfare funziona solo se le infrastrutture critiche sono al sicuro”. Non è retorica ma la descrizione accurata di uno scenario che l’Ucraina ha reso visibile a chiunque volesse guardare.

Un cambio di frame di questa portata non lo possono fare le aziende. Non è il loro ruolo, non è la loro legittimità e sarebbe sbagliato aspettarselo. Può farlo solo lo Stato. Con continuità, con risorse dedicate, con una strategia comunicativa che esista ancora domani mattina e non solo il giorno della conferenza stampa.

Tre cose concrete

Cosa servirebbe, dunque? Non un piano strategico da cento pagine. Tre cose concrete, che altri paesi fanno già da anni.

La prima è la trasparenza sistematica sui dati d’impatto: occupazione, distribuzione territoriale, ricadute sulla ricerca, formazione delle competenze avanzate. Non comunicati stampa episodici ma dati pubblici, aggiornati, accessibili a tutti. In Francia è prassi ordinaria del Ministère des Armées. In Italia è ancora un’eccezione che dipende dalla buona volontà dei singoli.

La seconda è una comunicazione istituzionale strutturata e continua. Non l’audizione parlamentare tecnica che non guarda nessuno, non il comunicato che finisce negli archivi digitali. Una presenza costante nei luoghi dove si formano le opinioni. Oggi quei luoghi sono i podcast, i canali digitali, i format che parlano alle nuove generazioni. Quelle stesse generazioni che dopo l’Ucraina hanno sviluppato una consapevolezza pragmatica sulla sicurezza che nessuna istituzione italiana sta ancora intercettando.

La terza, e più difficile: la volontà politica di sostenere quella narrazione nel tempo, indipendentemente da chi governa. La grandeur francese non cambia con le elezioni. La nostra assenza narrativa, purtroppo, è rimasta costante attraverso tutti i governi che ho servito e osservato. È un problema culturale prima ancora che politico e i problemi culturali si risolvono solo con scelte deliberate e continuative, non con le buone intenzioni di turno.
Tra dieci anni la domanda non sarà quanto abbiamo investito in difesa. Sarà se eravamo ancora capaci di spiegare ai cittadini perché lo avevamo fatto. E quella capacità non si improvvisa all’ultimo momento: si costruisce adesso, o non si costruisce più.

Siamo pronti a farlo? O aspettiamo, ancora una volta, che siano altri a raccontare la storia al posto nostro?

 

  •  

Tajani e Crosetto ridisegnano la mappa delle missioni italiane

Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iraq e alla Somalia. Sono queste le direttrici principali della relazione con cui Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno illustrato alle Commissioni Esteri e Difesa la partecipazione italiana alle missioni internazionali. Il quadro tracciato dal governo tiene insieme guerra, sicurezza dei contingenti, rotte strategiche e stabilizzazione di aree considerate decisive per gli interessi italiani.

La delibera prevede circa 7.500 militari impegnati, con un contingente massimo che può arrivare a 12mila unità, 37 assetti navali e 147 aerei. Lo stanziamento indicato è di circa 1,38 miliardi di euro, con una riduzione prossima al 6 per cento rispetto all’anno precedente. Dentro questi numeri si muove una linea politica che punta a confermare la presenza italiana nei principali teatri di crisi.

Ucraina, sostegno a Kyiv e rischio nucleare

Sull’Ucraina, Crosetto ha descritto una guerra ancora bloccata in una “sostanziale situazione di stallo”. La frase più forte riguarda il rischio nucleare. Per il ministro della Difesa, “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato ai libri di storia”. Una soluzione soltanto militare, ha aggiunto, “appare difficilmente perseguibile sul lungo termine”.

Tajani ha confermato il sostegno italiano a Kyiv, anche attraverso nuovi fondi per infrastrutture energetiche e sminamento. Ha però riconosciuto che un accordo con Mosca resta “lontanissimo”. La posizione del governo resta quindi costruita su due piani, aiutare l’Ucraina a difendersi e mantenere aperta la prospettiva di un negoziato, con un ruolo europeo nel passaggio finale.

Libano e Unifil, la sicurezza dei militari italiani

Nel Libano meridionale, la priorità indicata da Tajani è la sicurezza degli oltre mille militari italiani impegnati in Unifil e nella missione bilaterale Mibil. Il ministro ha sintetizzato la posizione con una formula netta, “i caschi blu non si toccano”.

Il mandato di Unifil è destinato a terminare, ma per il governo restano aperte le esigenze di sicurezza lungo la Linea blu e nel Sud del Libano. Per questo Roma ha posto alle Nazioni Unite e in Europa il tema della futura presenza internazionale nell’area. La questione non riguarda solo la continuità della missione, ma la tenuta di un presidio considerato essenziale per evitare un ulteriore deterioramento del fronte libanese.

Medio Oriente, rotte e mandato internazionale

Il Medio Oriente è stato descritto come il quadrante più esposto al rischio di allargamento delle crisi. Tajani ha richiamato gli attacchi iraniani contro Israele, la risposta israeliana e la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el-Mandeb, lo stretto tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove opera la missione europea Aspides a comando italiano.

Il governo lega ogni possibile impegno alla cornice multilaterale. “Non andremo mai a Hormuz da soli”, ha detto Tajani, chiarendo che un’eventuale partecipazione italiana per la libertà di navigazione richiederebbe una bandiera internazionale, europea, dell’Onu o comunque un mandato condiviso. È il limite politico fissato dall’esecutivo per evitare iniziative isolate in uno scenario già fragile.

Iraq e Somalia, le nuove missioni

La delibera apre anche due nuove missioni bilaterali, in Iraq e in Somalia. In Iraq, l’impegno italiano si inserisce nella fase di transizione legata alla conclusione dell’operazione contro il Daesh e punta a sostenere le forze di sicurezza locali.

In Somalia, Crosetto ha spiegato che il rafforzamento risponde a una richiesta del governo somalo per attività di formazione. Il ministro ha definito il Paese un punto fondamentale per i rapporti tra Africa e Asia e per le rotte commerciali del continente africano. La logica è costruire condizioni minime di sicurezza attraverso forze locali più solide. È una missione limitata negli strumenti, ma significativa per la strategia italiana in Africa, dove stabilità, formazione e presenza militare vengono presentate come parti dello stesso disegno.

  •  

Difesa aerea, ecco perché la Svizzera guarda al sistema italo-francese Samp/T

La Svizzera sta valutando l’acquisizione di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio mentre le consegne dei sistemi Patriot ordinati agli Stati Uniti registrano ritardi che potrebbero protrarsi fino al 2032 o oltre. Lo ha dichiarato Markus Mäder, segretario di Stato per la Sicurezza, indicando il sistema franco-italiano Samp/T come la principale opzione europea presa in esame da Berna.

La Svizzera aveva acquistato nel 2022 cinque batterie Patriot nell’ambito del programma Air2030 per un valore di circa 2,3 miliardi di franchi svizzeri. Le consegne erano inizialmente previste tra il 2027 e il 2028, ma il calendario è stato successivamente posticipato di almeno cinque anni.

Secondo Mäder, la priorità della Svizzera è garantire l’interoperabilità con il contesto europeo. “Vogliamo essere interoperabili con il nostro ambiente, e il nostro ambiente è l’Europa”, ha affermato in un’intervista al Financial Times. Pur escludendo l’abbandono del programma Patriot, Mäder ha spiegato che Berna sta valutando soluzioni complementari alla luce dei ritardi accumulati.

Un eventuale ordine del Samp/T rappresenterebbe una novità significativa per la strategia di approvvigionamento svizzera. Il governo ha confermato il mese scorso di aver ricevuto risposte da Francia, Germania, Israele e Corea del Sud nell’ambito della ricerca di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio.

Il Samp/T è il principale sistema europeo della categoria ed è attualmente in fase di evoluzione verso la versione Samp/T NG. Il programma è sviluppato da MBDA insieme ai partner industriali Thales e Leonardo. Le prime consegne della nuova versione a Francia e Italia sono previste entro la fine di quest’anno, mentre la Danimarca è diventata nel 2024 il primo cliente export del sistema, con consegne attese a partire dal 2028.

Pur mantenendo la propria posizione di neutralità e restando al di fuori della Nato e dell’Unione europea, la Svizzera intende rafforzare la cooperazione in materia di difesa con i Paesi vicini. Mäder ha sottolineato che Berna si considera “parte integrante della sicurezza europea”.

Il segretario di Stato ha inoltre ribadito che una maggiore cooperazione con l’Europa non è incompatibile con il mantenimento dei rapporti con Washington. “Vogliamo intensificare la cooperazione con l’Europa, ma allo stesso tempo mantenere quella cooperazione in materia di sicurezza e difesa che funziona bene con gli Stati Uniti”, ha dichiarato. 

  •  
❌