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Perde il bambino durante la gravidanza e viene licenziata: “Troppe assenze dal lavoro”

Prima il dolore per la perdita del bambino, poi la comunicazione che nessun lavoratore o lavoratrice vorrebbe ricevere. Una dipendente di 36 anni di Taranto, assente dal lavoro dopo un aborto spontaneo avvenuto nel corso della gravidanza, si è vista recapitare una lettera di licenziamento perché avrebbe superato il cosiddetto periodo di comporto, ossia il limite massimo di giorni di assenza per malattia oltre il quale il datore di lavoro può interrompere il rapporto. A raccontare la vicenda è il quotidiano La Repubblica.

La donna lavora per una multinazionale tedesca operante nel comparto calzaturiero. Dopo l’interruzione della gravidanza è rimasta lontana dal posto di lavoro per il tempo necessario alle cure e al recupero fisico. Al termine del periodo di assenza, però, ha ricevuto una comunicazione formale con cui l’azienda le notificava il licenziamento, allegando il conteggio delle giornate non lavorate. Secondo la società, la lavoratrice avrebbe accumulato 211 giorni di assenza, superando il limite di 180 giorni previsto dal contratto collettivo nazionale del Terziario per la conservazione del posto di lavoro in caso di malattia. Proprio su questa base sarebbe stata adottata la decisione di interrompere il rapporto di lavoro.

La vicenda è ora destinata a spostarsi nelle aule giudiziarie. La donna, attraverso il proprio legale Fabrizio Del Vecchio, ha infatti deciso di impugnare il licenziamento sostenendo che le assenze collegate all’aborto spontaneo non possano essere assimilate a una comune malattia e, di conseguenza, non debbano essere conteggiate nel periodo di comporto. Secondo la tesi difensiva, la normativa che tutela la maternità prevederebbe una disciplina differente rispetto alle ordinarie assenze per motivi di salute. Per questo motivo il provvedimento viene definito “ingiurioso e illegittimo” e sarà contestato davanti al Tribunale del Lavoro di Milano, competente per territorio in ragione della sede della società.

Al centro del futuro contenzioso ci sarà dunque la qualificazione giuridica dell’assenza dal lavoro successiva all’interruzione della gravidanza. Da un lato l’azienda rivendica l’applicazione delle norme contrattuali sul comporto; dall’altro la lavoratrice sostiene che la sua situazione rientri nell’ambito delle tutele riconosciute alla maternità e non possa essere trattata come una semplice malattia. Sarà ora il giudice a stabilire se il conteggio effettuato dall’azienda sia conforme alla normativa e se il licenziamento possa essere considerato legittimo.

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Alla Camera convegno degli esponenti delle rete anti-aborto mondiale. Il presidente Fontana autorizza e manda un messaggio

Alcuni dei principali esponenti della rete antiaborto nel mondo si sono incontrati il 28 maggio scorso nella Sala della Regina della Camera dei deputati italiana, su invito dell’associazione Pro Vita e Famiglia e accolti dal saluto del presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana. L’evento, intitolato “il grande bavaglio”, è stato organizzato per denunciare una presunta censura nei confronti di chi sostiene opinioni come “l’unica famiglia è quella naturale” e “la vita va difesa dal concepimento fino alla morte naturale” o di chi critica “l’industria abortista”. Tra gli ospiti: l’influencer olandese e una delle rappresentanti Maga in Europa Eva Vlaardingerbroek; l’attivista pro-life Livia Tossici-Bolt, condannata nel Regno Unito per avere violato la zona cuscinetto vicino alle cliniche per l’aborto; Adina Portaru, esponente della rete Alliance Defending Freedom, nota per le campagne contro l’interruzione di gravidanza. Tra gli esponenti politici in sala e relatori, l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Paolo Inselvini. Hanno preso la parola anche la consigliera regionale del Lazio Chiara Iannarelli (Fdi) e l’assessora regionale Simona Baldassarre (Lega).

Questi ospiti internazionali sono entrati a Montecitorio per denunciare la “dittatura del politically correct“. Ad accoglierli, il messaggio del presidente della Camera, letto da Antonio Brandi, presidente di Pro Vita e Famiglia. La terza carica dello Stato ha detto che le istituzioni hanno “il compito di garantire adeguati spazi di libertà che consentano a ogni individuo di esprimere il proprio pensiero senza condizionamenti. Il confronto, soprattutto con opinioni diverse, rappresenta un’opportunità di crescita e arricchimento”. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la presidenza della Camera ha dichiarato che è una prassi istituzionale inviare questo tipo di messaggi e che non era a conoscenza di tutti i partecipanti che avrebbero preso la parola nell’evento. Ha aggiunto che lo svolgersi dell’incontro non è stato seguito direttamente. Come è noto, il presidente non invia messaggi a tutti gli eventi che si svolgono a Montecitorio. Inoltre, la stessa Sala della Regina viene concessa solo su autorizzazione dello stesso presidente. Contattata da ilfattoquotidiano.it, Pro Vita e Famiglia ha detto di avere indirizzato la richiesta di prenotazione della sala alla presidenza della Camera dei deputati.

Fontana nel 2019, allora ministro per la Famiglia, era stato tra i principali sponsor del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Quando nel novembre 2022 era stato nominato presidente della Camera, Pro Vita e Famiglia aveva espresso apprezzamento per la decisione definendolo vicino alle sue “battaglie politiche e culturali”. Da tempo, il principio della libertà di parola viene richiamato da realtà pro-life e di destra per promuovere pubblicamente posizioni anti-abortiste e conservatrici su diritti civili, bioetica e immigrazione. Eva Vlaardingerbroek, ad esempio, ha evocato Charlie Kirk, ucciso negli Stati Uniti nel 2025, citandolo come un esempio di libertà di espressione.

Non è nuovo che Pro Vita e Famiglia affermi di essere stata censurata. Questa volta nel mirino è finito il Digital Services Act (DSA), la normativa dell’Unione Europea sui servizi digitali intermediari che ha l’obiettivo di rafforzare le responsabilità delle grandi piattaforme e dei motori di ricerca, istituendo un sistema comune di vigilanza e sanzioni. Il DSA rappresenta “una delle minacce più gravi alla libertà di espressione online nel mondo occidentale contemporaneo”, ha detto Adina Portaru, senior counsel di Alliance Defending Freedom (ADF), filiale di Alliance Defending Freedom International. Organizzazione conservatrice cristiana, ADF si occupa di assistenza legale ed è nota per le sue campagne volte a limitare l’accesso all’aborto. Nel 2022 aveva avuto un ruolo centrale nell’annullamento della sentenza Roe v. Wade che garantiva il diritto costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza negli Stati Uniti. ADF ha difeso la stessa Livia Tossici-Bolt, condannata per avere violato le “buffer zones” (zone cuscinetto) attorno alle cliniche per aborti, sostandovi con un cartello con la scritta “Here to talk, if you want”. Tossici-Bolt fa parte di “40 Days for Life”, una campagna internazionale anti-aborto che tiene veglie di preghiera fuori dagli ospedali e dai consultori.

In sala anche l’eurodeputato Fdi Paolo Inselvini, secondo il quale oggi sono state “dimenticate le basi della vita“, cioè “il rispetto della famiglia come prima cellula fondante della nostra società e della nostra civiltà, la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, la libertà d’educazione e la difesa non solo della nostra identità cattolica e cristiana ma della nostra fede”. Inselvini a Bruxelles siede con European Conservatives and Reformists: insieme a Patriots for Europe (in cui rientrano partiti come Lega e Vox), il gruppo era stato promotore del “VII Transatlantic Summit”, tenutosi a febbraio scorso nel Parlamento Europeo a Bruxelles. L’evento era stato organizzato dalla Political Network for Values (PNfV), piattaforma di lobbying che collega attori e organizzazioni di estrema destra a livello globale e promuove un’agenda volta a imporre valori cristiano-conservatori. Il PNfV si oppone ai diritti delle persone LGBTQ+, all’aborto e all’eutanasia, e promuove la teoria complottista della “grande sostituzione“. Inselvini aveva partecipato al summit insieme a Carlo Fidanza, altro europarlamentare di Fratelli d’Italia. Tra i partecipanti c’era anche Lucy Akello, parlamentare ugandese che ha contribuito all’approvazione di una legge che impone l’ergastolo e la pena di morte come pena massima per l’omosessualità in Uganda.

Come esponenti della maggioranza però, non c’era solo Inselvini. Durante il dibattito ha preso la parola anche la consigliera regionale in Lazio Maria Chiara Iannarelli che ha parlato di “ideologia gender” e di “transizioni di genere pericolose e affrettate” che avverrebbero nelle scuole. In suo sostegno è arrivata poi Baldassarre che ha aggiunto che se oggi si affermasse che “i bambini nascono da una mamma e un papà si verrebbe accusati di essere politicamente scorretti”.

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