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Orsi tra le case e vicino alle scuole: in una città giapponese scattano chiusure e misure straordinarie

È emergenza nella città giapponese di Utsunomiya, a circa 100 chilometri a nord di Tokyo, dove la presenza di orsi nei pressi e all’interno del centro abitato ha portato alla chiusura di 94 scuole elementari e medie. Le autorità locali hanno adottato misure straordinarie dopo una serie di avvistamenti che hanno generato forte preoccupazione tra i residenti. La decisione di sospendere le lezioni è arrivata dopo che diversi esemplari, presumibilmente orsi neri asiatici, sono stati segnalati nelle aree urbane. In un episodio recente, un animale è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre attraversava una strada del centro nelle prime ore del mattino, passando vicino a due giovani visibilmente spaventati.

Misure di sicurezza

Le autorità cittadine hanno invitato la popolazione a mantenere la massima prudenza, raccomandando di tenere porte e finestre chiuse, evitare spostamenti non necessari e rifugiarsi nell’edificio più vicino in caso di avvistamento. Sono stati inoltre attivati veicoli dotati di altoparlanti per diffondere avvisi nelle zone interessate.

Parallelamente, decine di cacciatori, insieme a polizia e funzionari locali, sono stati mobilitati per le operazioni di ricerca e contenimento. Non è ancora chiaro se gli avvistamenti riguardino uno o più esemplari, ma la loro presenza ravvicinata ai quartieri abitati ha spinto le autorità ad agire con urgenza. Le amministrazioni locali stanno valutando anche soluzioni tecnologiche, come sistemi di sorveglianza avanzati e analisi basate sull’intelligenza artificiale, per monitorare gli spostamenti degli animali e prevenire nuovi episodi.

Un fenomeno in crescita

Secondo quanto riportato da Il Messaggero, il fenomeno non è isolato. Negli ultimi mesi il Giappone ha registrato un aumento significativo degli avvistamenti di orsi, con circa 50.000 segnalazioni in tutto il Paese nell’ultimo anno, un dato considerato record e concentrato soprattutto nelle regioni nord-orientali. In alcuni casi recenti, gli animali si sono spinti fino a zone altamente frequentate: nei dintorni dell’area metropolitana di Tokyo un escursionista è rimasto ferito, mentre in altre occasioni gli orsi sono stati avvistati in città satelliti e persino all’interno di edifici industriali.

Secondo le stime, sull’isola principale di Honshu vivrebbero tra i 12.000 e i 42.000 orsi neri asiatici, mentre sull’isola di Hokkaido è presente una popolazione di orsi bruni più grandi, che può raggiungere esemplari di notevole stazza. Gli esperti hanno sottolineato come l’aumento degli avvistamenti possa essere legato a cambiamenti ambientali e alla crescente interazione tra fauna selvatica e aree urbane.

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Torna l’incubo del batterio mangiacarne: “Dopo 60 anni il parassita è tornato ad uccidere anche i cani”. Individuati 5 focolai negli Usa, pioggia di mosche sterili dal cielo

Per oltre mezzo secolo è stato solo un brutto ricordo, un capitolo chiuso nei manuali di veterinaria americani. Oggi, però, l’incubo è tornato a materializzarsi: il New World screwworm (il verme della vite del Nuovo Mondo) ha varcato nuovamente i confini statunitensi. E questa volta, la minaccia non riguarda soltanto i grandi allevamenti bovini. Tra i casi confermati, che hanno fatto scattare un’emergenza nazionale, c’è anche un cane. Un campanello d’allarme che dimostra come le barriere tra animali da reddito e animali domestici siano fragili, e di come malattie ritenute debellate possano riemergere all’improvviso. Ma cos’è esattamente questo parassita? Perché è così pericoloso e come si sta muovendo la scienza per fermarlo?

Il predatore che si nutre di carne viva

Il nome comune, “verme”, è in realtà ingannevole. Non parliamo di un batterio o di un nematode, ma della larva di una mosca: la Cochliomyia hominivorax. Ciò che rende questo insetto biologicamente terrificante è il suo ciclo riproduttivo. A differenza delle comuni larve di mosca che si sviluppano nei tessuti morti o in decomposizione, le femmine di questa specie depongono centinaia di uova esclusivamente nella carne viva degli animali a sangue caldo. Basta una ferita minuscola: il morso di una zecca, un graffio, un taglio accidentale. Quando le uova si schiudono, le larve iniziano letteralmente a scavare nei tessuti dell’ospite, nutrendosi della sua carne. Più larve possono infestare la stessa ferita contemporaneamente, provocando un rapido allargamento delle lesioni, infezioni secondarie gravissime, dolore atroce e, se non si interviene in tempo, la morte. Come spiegato dall’American Veterinary Medical Association (AVMA), i segnali clinici inequivocabili sono ferite che non guariscono ma si espandono, emanando un forte cattivo odore, secrezioni anomale e, nei casi avanzati, la presenza visibile di larve in movimento.

I nuovi focolai e il caso del cane in New Mexico

Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) ha confermato cinque nuovi focolai autoctoni in pochi giorni, localizzati tra il Texas e il New Mexico. I soggetti colpiti sono stati tre vitelli, una capra e un cane residente nella contea di Lea (New Mexico). Quest’ultimo caso è quello che desta maggiore preoccupazione. Inizialmente attribuito al Texas, si è poi scoperto che l’animale viveva in New Mexico, anche se un suo recente viaggio in Messico (dove il parassita è endemico) confonde le tracce del contagio. “Riteniamo si tratti di un caso isolato“, spiegano le autorità dell’USDA, precisando però di aver “disposto controlli sugli altri animali presenti nell’abitazione e un’intensificazione della sorveglianza nell’area”. Il rischio, infatti, non è limitato all’industria zootecnica. Il parassita può colpire cavalli, pecore, fauna selvatica, gatti e, in casi rari ma documentati, persino gli esseri umani. Negli ultimi due anni, l’epidemia che ha colpito il Centro America e il Messico ha registrato oltre 171.700 infestazioni animali e più di 2.000 casi umani.

La controffensiva: pioggia di mosche sterili dal cielo

L’USDA sta trattando la situazione come un’emergenza di massima priorità, rispolverando la stessa, geniale, tecnica di controllo biologico che permise l’eradicazione del parassita nel 1966: il rilascio di mosche sterili. La strategia è un capolavoro di entomologia applicata. Milioni di mosche maschio vengono allevate in laboratori specializzati e sterilizzate tramite radiazioni. Una volta rilasciate nell’ambiente, queste mosche si accoppiano con le femmine selvatiche. Poiché le femmine di questa specie si accoppiano una sola volta nella vita, l’unione con un maschio sterile produce uova infeconde, portando al progressivo collasso della popolazione. La macchina bellica dell’USDA è già partita: due milioni di mosche sterili vengono disperse per via aerea due volte a settimana sulle zone colpite del Texas, mentre altri quattro milioni a settimana vengono rilasciati tramite postazioni a terra.

Frontiere chiuse e il ruolo dei proprietari

L’emergenza ha avuto immediate ripercussioni internazionali. Il Messico ha sospeso le importazioni di numerose specie provenienti dagli USA, inclusi i cani da compagnia, mentre il Canada ha introdotto rigide restrizioni sui movimenti di bestiame dal Texas. In questo scenario, l’American Veterinary Medical Association (AVMA) ha lanciato un appello diretto ai proprietari di animali, ricordando che la tempestività è l’unica arma di difesa. I veterinari invitano a ispezionare quotidianamente i propri cani, soprattutto se vivono all’aperto o in zone a rischio. Bisogna prestare attenzione a ogni minimo segno di disagio, a ferite che non si rimarginano, a secrezioni maleodoranti o a comportamenti anomali dettati dal dolore.

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