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Retribuzioni trasparenti o solo traslucide? Cosa cambierà nel mondo del lavoro

Immaginiamo una norma semplice, nata con le migliori intenzioni: meno tasse per le imprese più giovani, per premiare chi entra sul mercato. L’obiettivo è chiaro, la risposta del sistema molto meno. Una parte degli operatori, per alleggerire il carico fiscale, comincerà a costituire nuove società con il solo scopo di “apparire giovani”. Il tratto che la norma voleva premiare, l’età dell’impresa, smette di indicare ciò che dovrebbe e diventa un obiettivo da fabbricare. Non è una fantasia. In Francia molte regole del lavoro scattano a 50 dipendenti e i dati sull’intera popolazione delle imprese mostrano un fenomeno netto: un addensamento di aziende appena sotto la soglia e un vuoto appena sopra, perché alcune che sarebbero cresciute preferiscono restare piccole per non varcare il confine (Garicano, Lelarge & Van Reenen, 2016). È un costo che ricade, come tassa implicita, sul lavoro, pagato soprattutto dai lavoratori.

La difficoltà di legiferare non sta nel decidere cosa si vuole, ma nel prevedere come un sistema di attori si riassesta quando cambiano le regole del gioco. È un problema antico. Merton lo chiamava il “problema delle conseguenze inattese dell’azione organizzata” e osservava che è proprio l’azione formalizzata, quella che enuncia scopi e procedure, a generarle con maggiore facilità (Merton, 1936). In economia, è la critica di Lucas: i parametri stimati sotto un certo regime non restano invariati quando il regime muta, perché chi vi opera cambia comportamento (Lucas, 1976). In una formula diventata proverbiale, quando una misura diventa un obiettivo cessa di essere una buona misura (Goodhart, 1975; Campbell, 1979; Strathern, 1997).

Oggi entra in vigore in Italia il decreto che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza retributiva (D.Lgs. 96/2026; Direttiva UE 2023/970). Non interessa qui descriverne gli articoli, ma piuttosto che cosa fa sul piano del meccanismo: rende le decisioni sulle retribuzioni osservabili, contestabili e giustificabili. Vieta di chiedere ai candidati lo stipendio pregresso, impone una fascia retributiva negli annunci, riconosce al lavoratore il diritto di conoscere i criteri e i livelli medi, obbliga i datori di lavoro con oltre 100 dipendenti a misurare il divario di genere e prevede una valutazione congiunta quando il divario, non giustificato da criteri oggettivi, supera il 5% e non viene corretto. Una norma di questo tipo agisce soprattutto sull’informazione disponibile e sul costo di ogni scelta discrezionale e solo in parte, attraverso la correzione obbligatoria sopra il 5%, sugli esiti che dichiara di voler correggere. Per il resto, ciò che osserveremo non sarà l’obiettivo, bensì il nuovo equilibrio.

Proviamo a ipotizzare il modello che emergerà, gli attori e le forze in campo.

La norma muove 3 grandezze: l’osservabilità (cosa diventa visibile), la giustificabilità (quanto costa difendere una differenza) e la comparabilità (dove si traccia il confine tra le categorie messe a confronto). Su queste leve agiscono 3 attori. L’impresa minimizza una somma di voci: il monte salari, il rischio legale e reputazionale, il costo di dover motivare ogni decisione. Il lavoratore massimizza la retribuzione e il senso di equità, pur con informazioni parziali. Gli intermediari (consulenti del lavoro e società di consulenza e payroll) vendono conformità standardizzata. Pur volendo sperare in un sorprendente e straordinario miglioramento dell’intero sistema, il mio pessimismo e l’esperienza mi portano a pensare che la risposta che può derivare da queste condizioni sia di 2 tipi, da non confondere: un adattamento di equilibrio, in cui l’impresa ricalcola le proprie mosse senza violare nulla e, purtroppo, un aggiramento della metrica, in cui sposta valore sulle voci meno misurate.

La derivazione più importante riguarda la compressione. Quando la retribuzione diventa visibile, un aumento concesso a una persona diventa un precedente che altri possono invocare. L’impresa, che prevede la reazione, si fa più dura nelle trattative individuali e concede meno. La ricerca sugli effetti di equilibrio stima che, in media, i salari scendano di circa il 2%, con un effetto che quasi sparisce in assenza di contrattazione individuale, come sotto contrattazione collettiva o con retribuzioni già fissate a monte (Cullen & Pakzad-Hurson, 2023). L’esperienza danese aggiunge un dettaglio scomodo: l’obbligo di pubblicare le statistiche di genere ha ridotto il divario di circa il 13%, ma soprattutto ha rallentato la crescita dei salari maschili, senza far crescere quelli delle donne (Bennedsen et al., 2022). Non sempre è così: in alcuni casi i salari delle donne sono davvero cresciuti, ma il pattern dominante è la chiusura del divario verso il basso.

Il settore pubblico mostra la stessa dinamica. In California, dove gli stipendi municipali sono stati resi pubblici, le retribuzioni dei dirigenti più pagati sono scese di circa il 7% e le dimissioni sono aumentate del 75% (Mas, 2017), per l’avversione dell’opinione pubblica agli stipendi elevati più che per un effetto di maggiore responsabilità: un meccanismo che il settore pubblico italiano, esposto alla pressione mediatica, conosce bene. Un effetto distinto ma convergente tocca il merito: negli atenei statunitensi la trasparenza ha aumentato equità e uguaglianza e, al tempo stesso, ha indebolito il legame tra retribuzione e prestazione individuale (Obloj & Zenger, 2022). L’uguaglianza, quando arriva, può portare con sé meno premi per le differenze di prestazione.

Il contesto italiano qui non è solo un fattore attenuante, è una variabile a doppio taglio. L’evidenza tedesca mostra che la legge sulla trasparenza del 2017 ha ridotto il divario soltanto nelle imprese dotate di consiglio aziendale (Betriebsrat) e contrattazione collettiva, mentre, laddove quelle istituzioni mancavano, il divario inspiegato è cresciuto (Vaccaro et al., 2024). In Austria un obbligo di soli rapporti interni, privo di pubblicità e di una rappresentanza che li attivasse, non ha prodotto effetti, con stime che escludono una riduzione oltre 0,4 punti (Gulyas, Seitz & Sinha, 2023). La trasparenza non corregge da sola: serve un attore che traduca l’informazione in pressione negoziale.

L’Italia, con una copertura contrattuale tra le più estese d’Europa (Ocse-Aias; Istat) e un sistema diffuso di Rsu, possiede un canale analogo, sebbene con poteri di codeterminazione più limitati rispetto a quelli tedeschi; questo è il lato favorevole. Il lato avverso è che il decreto concede una presunzione di conformità a chi applica i Ccnl rappresentativi e fa dipendere la valutazione di pari valore dalla classificazione collettiva. La stessa istituzione che potrebbe trasformare i dati in contrattazione può così diventare un timbro che certifica l’esistente, specie laddove la classificazione storica sottovaluta i lavori a maggiore presenza femminile. Il minimo tabellare resta poco aggredibile dalla compressione e la differenziazione si concentra nello strato individuale, nei superminimi e nei premi ad personam, che la comparazione di pari valore coglie meno, anche se la rendicontazione aggregata ne registra una parte. L’esito dipende da una sola domanda: se la rappresentanza interrogherà i numeri o si limiterà a ratificarli.

Altri effetti inattesi meritano maggiore attenzione rispetto ai costi di adempimento, che sono evidenti. Il primo è il contenzioso esplorativo: per provare una discriminazione serve il dato individuale del collega comparabile, ma quel dato è protetto dalla privacy, una tensione segnalata anche dal Garante in sede di parere. Il lavoratore può allora agire non tanto per vincere, quanto per ottenere in giudizio ciò che la norma gli consegna solo in forma aggregata. Il secondo è l’omologazione: gli intermediari diffondono procedure identiche e migliaia di imprese diverse adottano lo stesso modello di copia-incolla, riducendo la varietà organizzativa senza migliorare l’equità. Il terzo riguarda le soglie. Gli obblighi pieni scattano a 100, 150 e 250 dipendenti, ed è lo stesso riflesso dell’esempio iniziale, rovesciato: lì si fabbricava un requisito, qui se ne evita uno, restando sotto soglia, frammentando società, esternalizzando le funzioni più femminilizzate.

Sarebbe ingiusto considerare solo i rischi. Il pezzo potenzialmente più utile della norma è quello di cui si parla meno: la fascia retributiva obbligatoria negli annunci. È una forma di trasparenza fra datori diversi, non fra colleghi, e questo tipo di trasparenza tende a intensificare la concorrenza salariale e ad aumentare i salari di chi cambia lavoro (Cullen, 2024). Conviene però non sopravvalutarla: la sola informazione salariale negli annunci agisce sul livello delle retribuzioni, non sulle scelte occupazionali e, da sola, non scardina la segregazione che incanala uomini e donne verso settori e mansioni diversi. La stessa norma contiene così una leva che comprime verso il basso e un’altra che spinge verso l’alto, perché riunisce dispositivi diversi sotto un’unica parola. Sarà interessante vedere come si comporteranno i lavoratori di un’azienda quando sapranno a “quanto” l’azienda è disponibile ad assumere un nuovo collega o una nuova collega.

Resta il rischio più sistemico: colpire il bersaglio sbagliato. Il divario retributivo orario in Italia è tra i più bassi d’Europa, intorno al 5% contro una media dell’Unione dell’11% (Eurostat; Istat). Ma un divario basso non significa un mercato del lavoro più paritario: riflette anche una delle occupazioni femminili più basse del continente, intorno al 53% nella fascia d’età 15-64 anni (Inapp), con una selezione delle donne occupate verso profili a più alto potenziale, come ricorda la stessa Commissione europea. L’indicatore che tiene insieme la paga oraria, le ore lavorate e il tasso di occupazione, il divario complessivo di reddito, supera invece il 40% (Eurostat). Lo stesso scarto si vede ai vertici: le quote di legge hanno portato le donne oltre il 40% nei consigli di amministrazione delle società quotate, ma solo al 4% tra gli amministratori delegati. La regola ha colpito l’indicatore visibile senza spostare il potere reale. Una metrica costruita sul salario orario, all’interno di categorie comparabili, misura bene proprio la grandezza che da noi è quasi piatta e lascia in ombra ciò che pesa sul reddito di una vita: la partecipazione, il part-time involontario, le interruzioni di carriera e l’accesso ai ruoli apicali.

Una cautela è doverosa. Nessuno studio ha ancora misurato la trasparenza in un’economia a copertura contrattuale quasi universale come quella italiana e la stessa evidenza tedesca, la più vicina, riguarda un Paese con una copertura assai più bassa. Nel nostro caso stiamo in parte ragionando per estrapolazione e questo non indebolisce l’analisi, ma ne mostra la necessità: anticipare la risposta del sistema è ciò che la prudenza impone prima dei dati. Esiste però un esito che smentirebbe questa lettura: se il canale della rappresentanza si attiverà davvero, a restringersi sarà il divario complessivo di reddito, non quello orario già piatto. È il dato da guardare tra qualche anno. Il pericolo, altrimenti, non è la trasparenza, ma una trasparenza povera, formalizzata e isolata, che insegna alle organizzazioni a governare l’indicatore anziché le sue cause; in altre parole: ci aspettavamo trasparenza e avremo, invece, la retribuzione traslucida. Passerà la luce dell’intenzione e della volontà, ma l’immagine della realtà resterà confusa.

Una norma vive nel comportamento che induce, non nell’intenzione che la ispira. Scrivere una buona regola in un sistema complesso significa immaginare in anticipo come reagiranno gli attori e progettare di conseguenza. Misurare non è correggere. Rendere visibile una differenza non equivale ad averla compresa. La parte difficile comincia il giorno dopo l’entrata in vigore.

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Trump: "Chiederò a Netanyahu di non attaccare"

Ieri era il giorno numero 100 della guerra in Iran, partita l'ultimo giorno di febbraio con l'attacco israelo-statunitense al regime teocratico, che ne è uscito decapitato. Pochi avrebbero immaginato che si sarebbe andati in tripla cifra quel sabato di fine inverno. Eppure per Donald Trump, il regista dell'operazione, "questa non è una guerra infinita, è in corso da tre mesi". Trump ha parlato ieri lungamente a Nbc News, lAnche se con pura non-logica trumpiana, il presidente nega di aver mai promesso di tenere fuori gli States dal contesto bellico. "Non ho garantito l'assenza di guerre - ha garantito il tycoon -. Perché mai altrimenti ho dovuto costruire la forza militare più potente del mondo?" Di certo The Donald ha assicurato di non voler ritirare i 50mila soldati impegnati nel conflitto in Medio Oriente prima che si giunga a una conclusione del conflitto. Trump si avventura in un parallelo numerico con la guerra del Vietnam, nella quale gli States persero oltre 58mila soldati. "Qui abbiamo perso 13 persone ed è un numero elevato. Tredici persone: trippe. Ma se guardiamo al Vietnam o una qualsiasi delle ultime sette o otto guerre che hanno causato moltissime vittime, noi ne abbiamo perse 13".

Ma ci sarà l'accordo con Teheran? Trump appare ottimista, le due parti sarebbero "molto vicine" alla firma. "Ci sono un paio di punti ancora da definire, non sono neanche questioni di grande entità" visto che l'Iran "ha accettato il fatto di non dotarsi di armi nucleari", ha detto Trump, precisando di aver voluto voler inserire una clausola che impedisca agli ayatollah anche la possibilità di acquistarle, che Teheran avrebbe accettato dopo un'iniziale riluttanza. E in serata Donald avverte Netanyahu della necessità di non rispondere al fuoco dopo il bombardamento iraniano che, dice, non ha causato vittime. Lo rivela lo stesso Trump, in un colloquio telefonico con il giornalista di Axios, Barak Ravid, riportata dallo stesso reporter su X. Secondo Ravid, Trump ha affermato che una risposta militare israeliana rischierebbe di alimentare ulteriormente il conflitto. "Se Bibi li colpisce di nuovo, tutto continuerà come negli ultimi 47 anni o negli ultimi 3mila". E che l'allarme resta alto lo dimostra anche il fatto che le scuole iraniane oggi rimarranno chiuse,

E a proposito di nucleare, a Nbc Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con l'Iran per recuperare e distruggere il suo uranio. "Se raggiungiamo un accordo e saremo in buoni rapporti, porteremo via l'uranio e lo distruggeremo, sia che l'operazione avvenga sul posto sia altrove". "Se invece - ha aggiunto l'inquilino della Casa Bianca - non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza". Infine Trump ha detto che in caso di accordo, non ci sarebbe automaticamente lo sblocco dei beni di Teheran congelati, pari a 24 miliardi di dollari. "Avverrà in un secondo momento".

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Noemi: ”Ho scoperto la mia femminilità con il tango e Nikita Perotti. Mio marito si è pure ingelosito! Insultare sui social? Ho paura che possa diventare ‘normale’. Tiziano Ferro è un artista meraviglioso e va rispettato”

Si intitola “Tu cosa fai questa sera”, il nuovo brano inedito di Noemi, che rappresenta un tassello in più nel suo percorso di ricerca e sperimentazione musicale dopo “Non sono io”, “Oh ma!” con Rocco Hunt e “Bianca”. Da fine maggio la cantante è impegnata con Noemi Live 2026, il tour che in giro per l’Italia che culminerà a dicembre il 14 al Teatro Arcimboldi di Milano e il 22 all’Auditorium Parco della Musica di Roma,

“Questa nuova canzone è il frutto di una collaborazione molto bella con Paolo Antonacci e Vito Salamanca – ci ha raccontato Noemi – che hanno questo spirito molto moderno ma allo stesso tempo, mi si perdoni il termine, antico. Mi ricorda un po’ gli Anni 60, la spiaggia, la solitudine, per questo mi sono agganciata a questa dinamica un po’ teatrale. È un brano molto leggero, ma molto consapevole nello stesso tempo. C’è il racconto di questa persona che vuole vivere il rapporto con quest’altra persona con la leggerezza del divertimento e della irrazionalità”.

E ancora: “Ho cercato di fare un passo in avanti verso una dimensione musicale diversa, nuova, però porto anche me stessa perché mantengo la mia natura un po’ blues, dove ho bisogno della poesia e del teatro. Avevo voglia di raccontare con questa canzone la passione di raccontare questa questa voglia di guidare il rapporto a due, attraverso la consapevolezza di quello che siamo, delle nostre volontà e anche della nostra natura. Per esempio il contatto con la sensualità e con la femminilità che poi sono riuscita anche a fare io stessa”.

E come?
Per raccontare questa canzone con un video abbiamo scelto di lavorare con il movimento. E qui la scelta è caduta sul ballerino (vincitore di Ballando con le stelle 2025, ndr) Nikita Perotti, che è bravissimo, con le coreografie di Marcello Sacchetta. È stato bello anche prendere lo spunto dal tango, io che non l’ho mai ballato.

Com’è andata?
Abbiamo cercato attraverso il movimento di raccontare proprio questa dinamica anche di guidare di farsi, guidare, di avvicinarsi e di respingersi. Mi sono preparata per 34 giorni e ho visto che i ballerini sono pazzeschi.

Perché?
Hanno un rapporto con loro corpo molto dinamico, molto vicino a se stessi. Io invece non tocco nessuno (ride, ndr)… Invece ho preso consapevolezza anche del mio movimento. Nikita mi diceva come fare le cose, ad esempio la postura, lo stare dritti, appoggiarsi all’altro. E qui ho scoperto una cosa…

Cosa?
La mia femminilità. A volte, anche nei rapporti, sono anche molto bambina faccio difficoltà a percepirmi come una donna e invece questa cosa che ho fatto mi ha mi ha fatto in qualche modo avvicinare a questa parte di me, anche se un po’ mi faceva paura. È stato bello, divertente e mio marito si è pure un po’ ingelosito (ndr). È stato uno dei video più divertenti che abbiamo fatto.

Che voto ti dai come ballerina? 

Come impegno direi otto! È stato bello perché è stato anche un viaggio dentro me stessa e la mia parte più passionale, più sensuale. Una lezione di tango la consiglio a tutti!

”Forse è meglio andare, forse voglio stare”, canti nel brano. L’amore come contraddizione?
Ci sono quei momenti in cui ti accorgi che hai un dubbio dentro di te, che poi è anche un po’ il sale della vita. Ci si divide spesso tra la tentazione di vivere una passione oppure scappare via, ma con il rimpianto. Sempre in bilico tra la paura della delusione e la paura del rimpianto. Secondo me è sempre meglio la tensione perché è sempre meglio restare e viverle le cose con la consapevolezza di poterle anche superare con più leggerezza.

Questo nuovo percorso musicale potrebbe portati a Sanremo?
Sanremo è sempre bellissimo, è sempre un grande palco. Capisco le persone che hanno paura di quel palco, anche quelli che per anni lo hanno allontanato, ma poi hanno partecipato. Perché è un palco importante, pieno di energie, dove una canzone viene anche raccontata per immagini. Sarei felice di poter portare il mio nuovo progetto. Poi c’è questo direttore artistico, Stefano De Martino, super determinato e mi piace perché moderno e contemporaneo, come tutti i napoletani!

Cosa accadrà per i tuoi due eventi di dicembre a Milano e Roma?
Voglio capire come arriverò a settembre-ottobre. Amo il live, mi piace cantare con le persone e condividere ogni attimo sul palco. Per me è sempre un grande regalo sentire gli altri che cantano le mie canzoni, le nostre canzoni. Sto pensando alla dimensione da dare allo show, che sicuramente sarà teatrale. Insomma ci stiamo pensando.

Si è molto parlato del pensiero di De Gregori e sul fatto che un artista non debba esporsi. Tu sei sempre stata in prima linea, che ne pensi?
Credo profondamente nella democrazia, quindi chi vuole esporsi deve farlo mentre chi non si sente perché magari non ha le idee chiare, può anche evitare. Tutto questo sempre nell’ottica di essere sempre sinceri con le persone che ci seguono e con il pubblico a cui ci rivolgiamo. Insomma ritengo che sia una scelta totalmente personale. Io, nel mio piccolo, lo faccio anche con le iniziative di Una Nessuna Centomila e per la difesa delle donne. Mi sembra un po’ di restituire, a chi è meno fortunata, quella che è la mia fortuna, di vivere la vita che amo.

Sui social donne e uomini dello spettacolo vengono insultati ormai giornalmente. Non ultimo le critiche feroci contro Tiziano Ferro. Che impressioni ne hai?

La mia più grande paura è che la maleducazione sui social arrivi ad essere accettata nella vita di tutti i giorni, quindi diventi ‘normale’. Secondo me è molto importante che ci sia una regolamentazione sull’identità digitale, che tutti siano identificati e forse così le persone si sentono meno libere di sfogarsi online. Noi ci mettiamo la faccia, il nome cognome, abbiamo pure il ‘baffetto’ blu per il profilo verificato, perché non deve valere per tutti? Il problema è che questo modo di sfogarsi è molto becero. Trovo tristissimo che la gente insulti personalità come Tiziano Ferro e mi dispiace tantissimo per lui perché un grande artista con un repertorio meraviglioso. Al di là dell’artista che è un gigante, ci vuole proprio il rispetto per Tiziano Ferro come essere umano.

L'articolo Noemi: ”Ho scoperto la mia femminilità con il tango e Nikita Perotti. Mio marito si è pure ingelosito! Insultare sui social? Ho paura che possa diventare ‘normale’. Tiziano Ferro è un artista meraviglioso e va rispettato” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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