La storia di Mary è diventata virale per caso. Una ragazza di ventun’anni, Brooklyn Green, l’ha notata mentre entrava in un cinema del Tennessee, l’ha vista stanca, gobba, provata. Non è andata via. Invece di pensare “poverina” e andare oltre, ha aperto una raccolta fondi su GoFundMe. Voleva solo darle una chance, la possibilità di poter riposarsi alla sua veneranda età. In ventiquattr’ore sono arrivati centomila dollari. Poi centoquarantamila. Una cifra che per Mary rappresenta il prezzo della libertà che gli USA (autodichiarata patria delle libertà) non le hanno mai garantito.
Mientras tanto, en EEUU, una abuela de 93 años, llamada Mary, que sigue trabajando en un cine AMC para pagar sus facturas, sin poderse jubilar, limpiando la basura que la gente deja atrás en las salas.
— Daniel Mayakovski (@DaniMayakovski) June 4, 2026
Brooklyn ci ha provato a raccontarla bene, la storia. Ha spiegato che Mary lavora perché “ama farlo”. Il manager del cinema ha detto che tenersi occupata le fa bene. E chissà, magari è anche vero. Magari Mary ama davvero quel lavoro. Ma a novantadue anni, con la schiena piegata dal peso di decenni di fatica, l’amore per il lavoro non dovrebbe essere un obbligo. Dovrebbe essere un lusso, qualcosa che scegli quando hai già tutto il resto. Ma Mary aveva bisogno di lavorare. Perché se non lavorava, non mangiava. O meglio, non pagava le bollette, l’affitto, l’assicurazione. E nno è un caso isolato negli Stati Uniti.
Muriel Connick è l’altra faccia della stessa medaglia. Anche lei novantadue anni, anche lei in Florida, anche lei in un negozio. April Steele, una cliente, l’ha incrociata un giorno. Ha visto una vecchia signora che piegava vestiti e ha capito che non lo faceva per hobby. Ha chiesto, ha ascoltato, ha scoperto che la pensione di Muriel non bastava per arrivare a fine mese. Non bastava per l’affitto, la macchina, la luce. Così ha aperto un’altra raccolta, ha scritto un post su Facebook, e la gente ha donato cinquantacinquemila dollari. Muriel piangeva quando glieli hanno consegnati. Pensava fosse una cartolina.
Strangers have raised over $57,000 to help 92-year-old Muriel retire from her job. The GoFundMe was setup after one of her customers, April, was shocked to still see Muriel working. pic.twitter.com/zG9WfiwxuC
Queste due storie sono commoventi, certo. Ma sono anche un’accusa. Perché una società che costringe una donna di novantadue anni a lavorare per sopravvivere non è una società che merita di chiamarsi civile. È il capitalismo selvaggio che si mangia i suoi anziani, che li spreme fino all’ultimo respiro, che trasforma la vecchiaia in un lusso che pochi possono permettersi. E poi arriva qualcuno – una ragazza di ventun’anni, una cliente qualsiasi – a fare quello che lo Stato avrebbe dovuto fare da tempo: garantire una pensione dignitosa, un tetto, la possibilità di invecchiare senza avere il badge da timbrare.
Quello che fa più rabbia è che Mary e Muriel sono solo le storie che abbiamo visto. Quelle diventate virali, quelle che hanno fatto commuovere tante persone e le hanno spinte a fare donazioni. Ma quante altre Mary ci sono? Quante altre donne e uomini curvi sui banchi di un negozio, dietro una scrivania, su una sedia a rotelle davanti a un computer, che non hanno avuto la fortuna di incontrare un’anima gentile con un account GoFundMe? Loro continueranno a lavorare. Fino a quando il corpo dice basta. Fino alla morte, praticamente. Questo è il capitalismo neoliberista.
La Finlandia era a conoscenza in anticipo del grave attacco sferrato dall’Ucraina la Russia, mercoledì mattina. Lo ha dichiarato alla stampa finlandese il ministro della Difesa Antti Akkänänen, riservandosi di non divulgare “i dettagli sul sistema di intelligence e sugli altri metodi” utilizzati per “ricostruire la situazione. La Finlandia era pronta ad abbattere i droni qualora fossero finiti fuori rotta nello spazio finlandese. I droni ucraini hanno colpito infrastrutture portuali a San Pietroburgo, tra cui uno dei principali terminal petroliferi per l’export, proprio nel giorno in cui iniziava il Forum Economico, importante vetrina internazionale per il Cremlino. Quest’anno è stata annunciata anche la partecipazione di una delegazione statunitense.
L’obiettivo di questo attacco è chiaro: umiliare il presidente Vladimir Putin, mostrarlo debole proprio mentre i riflettori sono puntati sul grande evento.
Allo stesso tempo, Kiev prosegue con la sua guerra asimmetrica. In Donbass, Crimea e nelle nuove regioni continua a colpire civili, massimizzando il numero delle vittime.
Dopo la strage allo studentato di Starobilsk, 21 studenti uccisi e ignorati dalla stampa occidentale, un drone ucraino ha colpito ieri un autobus della linea Mosca – Simferopoli, a Yenakievo. Almeno otto persone sono state uccise sul colpo, la maggior parte nel sonno. Più di dieci i feriti.
Sempre ieri un altro drone ha colpito un treno di pendolari, provocando tre vittime, in base a quanto riporta Tass. Sette feriti.
Inoltre, le forze armate ucraine, hanno ripreso gli attacchi contro la centrale nucleare di Zaporizhia (ZAES), la più grande d’Europa.
Davanti a ciò, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky afferma di essere pronto per incontrare Putin, mentre Francia, Germania e Regno Unito spingono per negoziati con la Russia. L’obiettivo, probabilmente, è quello di raggiungere una tregua entro l’autunno, puntuale per le elezioni di mid-term.
Come possiamo leggere tutti questi fatti?
La svolta Neocon di Trump e la fine dei colloqui USA-Russia
Gli Stati Uniti non sono un mediatore imparziale in questa guerra, hanno preso posizione. Lo ha dichiarato Marco Rubio durante un'audizione tenuta mercoledì, davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti a Capitol Hill, Washington D.C.
“Non siamo mediatori imparziali in questa guerra. Non forniamo armi alla Russia. Forniamo armi solo all'Ucraina. Non imponiamo sanzioni all'Ucraina. Le imponiamo solo alla Russia. Quindi abbiamo chiaramente preso posizione”.
Queste parole non lasciano altra interpretazione: lo “spirito di Anchorage” è morto, Washington si sfila dal processo negoziale in Ucraina. L’ annuncio del segretario di Stato, che ormai parla come se fosse lui il capo della Casa Bianca, è in aperta contraddizione con la linea tenuta dagli USA nei colloqui con la Russia.
Trump, infatti, ha più volte riconosciuto le “cause della guerra” secondo il punto di vista russo, come ha sottolineato in più di un’occasione il Cremlino. Inoltre ha sempre puntualizzato che Washington non è parte in causa ma si limita a guadagnare dalla vendita di armi.
Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, però, l’ago della bilancia dei rapporti di potere all’interno dell’amministrazione Trump si è spostato a favore dei neocon. I MAGA sono entrati in aperto conflitto con il presidente. Il vicepresidente JD Vance è sempre più marginale, figure meno allineate come Tulsi Gabbard hanno lasciato l’incarico o sono state costrette alle dimissioni.
Marco Rubio, invece, è sempre più centrale. Dal dipartimento di Stato ha adeguato la politica estera statunitense alla linea trasversale neocon, il cui maggiore esponente nei repubblicani è Lindsay Graham. Trump si limita a condizionare le trattative e gli andamenti dei mercati con le sue uscite pubbliche, sempre incoerenti, sempre roboanti, sempre paradossali.
E ieri, Marco Rubio al Congresso si è comportato come il presidente de facto. Ha annunciato nuove sanzioni contro il settore petrolifero russo e tariffe al 500% per chi acquista dalla Russia. Si tratta del progetto di legge presentato dallo stesso Lindsay Graham nell’aprile 2025, rimasto latente sino ad oggi. La Camera infatti lo ha approvato con 214 voti a favore e 204 contro. Dovrà superare il voto finale del Senato.
Trump si era rifiutato di approvarla, preferendo utilizzarla come leva al tavolo con Mosca.
Adesso la finestra negoziale si è evidentemente chiusa. Rubio lo aveva annunciato alcuni giorni fa, adducendo come ragione l’indisponibilità di Russia e Ucraina ad avvicinare le proprie posizioni. Tuttavia resta uno spazio aperto per il dialogo tra le due superpotenze nucleari.
E infatti Russia e gli Stati Uniti terranno match di hockey a Mosca il 1° luglio, il primo da sette anni. Inoltre hanno ripreso gli scambi postali. Ma la diplomazia è ad un vicolo cieco. Rubio promette ai liberali russi, quel settore che non vede l’ora di tornare nel G8, che i rapporti tra i due paesi miglioreranno dopo la guerra.
L’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, insiste per un incontro con Jared Kushner e Steve Witkoff. Ma per il momento non è stata fissata alcuna data.
Tutto lascia credere che, come gli USA hanno lasciato all’UE l’onere della guerra, adesso lasceranno anche quello della diplomazia.
Colloqui Russia e UE?
All’inizio del dialogo con la Casa Bianca, Mosca aveva stabilito un punto fisso: l’UE non entrerà nei colloqui. Almeno finché avrà una leadership ostile alla Russia.
A cinque mesi dal naufragio del processo negoziale, dopo la parata della Vittoria, Putin ha annunciato l’inizio della fase finale della guerra, aprendo al dialogo con la parte europea. Come inviato aveva proposto l’amico Gerard Schroeder.
I paesi europei non hanno rifiutato l’offerta, ma valutano un altro rappresentante. Forse Aleksandr Stubb o Mario Draghi, non certo Kaja Kallas.
Mentre Mosca non mostra segnali di fretta, sia Washington che Kiev condividono una scadenza: l’autunno 2026. Oggi Bloomberg ha pubblicato un articolo in cui riferisce, citando fonti, che Germania, Francia e Regno Unito, insieme a Kiev, stanno discutendo la possibilità di iniziare negoziati con la Russia per porre fine alla guerra. Secondo l'agenzia, a Berlino, Parigi e Londra si ritiene che la situazione stia iniziando a diventare più favorevole per l'Ucraina. Sullo sfondo dello stallo negoziale e sul fronte, gli alleati europei hanno visto l'opportunità di tentare di avviare i colloqui con Mosca. Un ulteriore fattore di pressione sul Cremlino, secondo Bloomberg, è rappresentato dagli attacchi sempre più frequenti di droni ucraini contro obiettivi in profondità in Russia, nonché dai segni di insoddisfazione per la guerra tra una parte dell'élite russa.
E qui torniamo alla domanda iniziale: com’è possibile che mentre Kiev intensifica la guerra asimmetrica con la Russia, anziché un’escalation si apra una finestra negoziale?
L’Occidente (orfano degli USA) è convinto di potersi sedere al tavolo delle trattative da una posizione di forza, se colpirà obiettivi civili e strategici, come le infrastrutture petrolifere o la centrale nucleare di Enerdogar.
Il sospetto di attacchi coordinati
A questo punto è lecito pensare che gli attacchi in profondità contro il territorio russo facciano parte di una strategia coordinata dall’Ucraina con Parigi, Londra e Berlino e che Baltici e Finlandia stiano facendo il “lavoro sporco”.
Buona parte dell’opinione pubblica russa ne è convinta e le parole del ministro finlandese lo confermano: Helsinky sapeva perché avvisata da Kiev o da suoi altri partner. Akkänänen non può certo dichiararlo pubblicamente.
Inoltre le immagini dei droni che sorvolano il mare, diffuse ieri sui social, danno adito a pensare che l’attacco sia stato sferrato dal golfo di Finlandia. Molti russi pensano che i droni siano entrati dal territorio estone o siano controllati dagli operatori tramite ripetitori dall'Estonia, o attraverso Starlink, il cui segnale può provenire dalla Finlandia. Episodi analoghi sono avvenuti nel mese di maggio, provocando la caduta del governo lettone.
Alla luce delle rivelazioni pubblicate da Bloomberg, appare verosimile che alcuni Paesi europei abbiano aumentato il proprio livello di cobelligeranza con l’obiettivo di costringere la Russia a sedere al tavolo dei negoziati e strapparle concessioni. È un azzardo: il coordinamento di attacchi ucraini contro civili sul territorio russo, anziché avviare i negoziati, potrebbe avviare un escalation con la NATO.
Gli hanno dato 90 miliardi di euro e pretendono risultati. E che i risultati siano spettacolari, così da poterci tinteggiare le prime pagine dei giornali. Per il resto, coi droni che colpiscono autobus della linea Moskva-Simpferopol sterminando sette persone, o puntino su obiettivi cittadini a Simferopol ammazzando altri tre civili, lì i nazigolpisti di Kiev hanno campo libero: l'importante è che stiano agli ordini quando si tratta di puntare su bersagli che fanno scena e mostrano al pubblico che la Russia è ormai allo stremo, che «la favola dell’operazione Speciale si svela solo una grande illusione», come certifica la signora Anna Zafesova su La Stampa.
Avanti così: noi vi diamo i miliardi di euro e voi continuate la guerra; a segnare le direttrici dei colpi più spettacolari ci pensano gli specialisti NATO; voi, ucraini, colpite dove più vi aggrada. Noi non siamo ancora pronti per entrare in campo direttamente e abbiamo bisogno che voi continuiate a mandare al macello i vostri uomini. Se non ne avete più a sufficienza, ci pensiamo noi: rimpatriamo in tutta fretta quei “codardi” che si sono imboscati in Europa; la legge è già pronta. Perché, anche in guerra, quello che conta è la “legalità”; la nostra “legalità” europeista, quella che plaude al bombardamento di Piter e che, ancora secondo la signora suddetta, «è quindi diretto alla vanità del dittatore russo», così che l'attacco, declama il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera, «non ha solo il valore simbolico di umiliazione cocente per Vladimir Putin», che ora, dunque, «deve prendere atto che la guerra ce l’ha nel salotto di casa». Chissenefrega di qualche decina di civili mandati all'ospedale in fin di vita. È la guerra. La guerra dell'Ucraina baluardo dei valori europei contro le autocrazia asiatiche. L'Ucraina sta o non sta vincendo? E allora che lo si mostri a scena aperta: il nazigolpista capo, ex “attore” di gag televisive di terz'ordine, è lì apposta a recitare la parte del “condottiero” che è riuscito a piegare una potenza nucleare, così che i popoli d'Europa vedano che la Russia non è altro che una “tigre di carta”, che non c'è da averne paura e che se le cancellerie europee si preparano alla guerra aperta, lo fanno a ragion veduta, sapendo di avere di fronte un “gigante dai piedi d'argilla”. Avanti alla guerra; l'Ucraina europeista ci dimostra come sia possibile piegare “lo zar”. Ancora un paio d'anni di uomini ucraini mandati al macello e poi interverremo noi (cioè: loro) e faremo vedere allo “zar” che lo possiamo battere in quattro e quattr'otto. Popoli d'Europa, non temete, sarà una guerricciola che promette enormi guadagni: un “migliaio di morti” e ci siederemo al tavolo dei vincitori, come diceva “sua eccellenza” nel 1940, e ci assicureremo la nostra parte di tutte quelle sterminate ricchezze che i russi pretendono di godersi solo per sé.
Intanto, se i nazisti di Kiev ammazzano un po' di civili qua e là per la Russia, sono quisquilie; non fanno nemmeno cronaca spicciola da spenderci un piede di pagina. Quello che davvero conta è convincere il lettore che la guerra europea contro la Russia, la guerra guerreggiata contro un paese “ormai allo stremo”, sia possibile, necessaria e vittoriosa. Dunque: decine di miliardi in cambio della guerra e del massacro di altre centinaia di migliaia di uomini. Non è un caso, afferma dall'Austria il politologo ucraino Konstantin Bondarenko, che negli ultimi tempi Valdimir Zelenskij abbia insistito sulla nota per cui la guerra durerà ancora due o tre anni; perché due o tre anni? Perché «i paesi europei dicono che bisogna combattere per altri due o tre anni; non bisogna fermarsi... l'Europa si sta preparando alla guerra con la Russia e ha interesse che l'Ucraina guadagni tempo... Se all'Ucraina vengono dati 90 miliardi, non li riceve per la pace, ma per la guerra». Tra l'altro, dice Bondarenko, rendendo pubblico il messaggio in cui chiede a Trump l'immediata fornitura di missili Patriot, Zelenskij cerca di mettere il presidente USA «in una posizione scomoda», esponendolo ad attacchi politici. Nel messaggio, il nazigolpista capo elogia l'Ucraina per aver difeso praticamente il mondo intero, e chiede poi missili antiaerei. Zelenskij si sente al sicuro perché crede che gli Stati Uniti non gli impongano nulla e considera la Gran Bretagna il suo «principale Stato sovrano», governato da casate – Windsor, Rothschild, ecc. – che dettano la vera politica e non permetteranno a nessuno di danneggiare lui, Zelenskij. In effetti, secondo The Guardian, la carenza di Patriot sta mettendo Kiev in serio stato di vulnerabilità: l'aggressione yankee-sionista all'Iran ha innescato una carenza globale di quei sistemi, con grave impatto sul conflitto ucraino. El jefe de la junta di Kiev lamenta che 800 missili Patriot siano stati utilizzati nelle prime 24 ore dell'aggressione all'Iran, mentre, a suo dire, Kiev non ha mai avuto a disposizione un numero così elevato di missili. Per l'afflizione di tutti i media liberal-bellicisti che vedono Moskva ormai in ginocchio, il giornale britannico osserva che la carenza di quei missili ha già influenzato le tattiche russe di guerra e, a detta del professor Phillips O'Brien, la situazione offre a Moskva ancora più opportunità di colpire le infrastrutture critiche dell'Ucraina.
Ma, per l'appunto, non sono solo le armi che mancano. La tedesca Die junge Welt, su fonti dell'agenzia DPA, scrive che il 4 giugno i ministri degli interni UE hanno in programma di discutere la possibile abolizione dello status di protezione per i rifugiati ucraini in età militare. A quanto pare, scrive Kristian Stemmler, la UE intende prolungare la guerra per procura contro la Russia non solo con milioni di euro e attrezzature militari per Kiev, ma anche con nuove reclute per il fronte. Una delle opzioni è quella di estendere di un altro anno l'attuale regime di protezione per tutti i rifugiati ucraini, valido fino a marzo 2027. L'alternativa è quella di escludere dalla protezione temporanea gli ucraini di età tra i 23 e i 60 anni. Secondo la dpa, se la restrizione per gli uomini in età militare venisse adottata, potrebbe entrare in vigore in tempi relativamente brevi.
Attualmente, i rifugiati ucraini sono ammessi nella UE in base alla Direttiva sull'afflusso di massa, entrata in vigore nel febbraio 2022, che consente agli ucraini di vivere e lavorare nella UE senza dover seguire una normale procedura di richiesta di asilo. Stando a Eurostat, a marzo 2026 erano oltre 4 milioni gli ucraini con protezione temporanea nella UE, tra cui 1,27 milioni in Germania, 961.405 in Polonia, 379.820 nella Repubblica Ceca, con un 26,6% costituito da uomini adulti.
E, comunque, nel caso che - non piangano i farabutti delle redazioni liberal-torquemadiste – l'Ucraina dovesse trovarsi a corto di tutto e impossibilitata materialmente a tenere il campo prima che l'Europa sia pronta a entrare in guerra, ecco che si sta approntando uno scenario di riserva: quello del Baltico.
Il Comandante in Capo delle Forze armate svedesi ha comunicato che a Gotland si verificano carenze idriche e interferenze radio causate, manco a dirlo, dai russi. Dunque, scrive Viktorija Nikiforova su RIA Novosti, ciò «significa che quest'isola anonima, popolata da pecore e turisti, debba essere urgentemente trasformata in una "portaerei" svedese», aumentando il contingente militare già presente, accrescendo i mezzi militari, sistemi di difesa aerea e carri armati. Gli “esperti” svedesi dipingono un quadro con truppe russe che sbarcano a Gotland, mentre gli analisti della RAND americana “confermano” che la Russia starebbe minacciando i cavi internet sottomarini sul fondo del mar Baltico e propongono che la NATO intensifichi le attività di intelligence nell'area, aumenti il numero di pattuglie e, soprattutto, intraprenda azioni militari per proteggere i cavi sottomarini. Non si tratta solo di militarizzare il Baltico, afferma Nikiforova: si tratta di esercitare una «pressione militare diretta sulla Russia, che porterebbe al sequestro delle nostre navi e a un'ulteriore escalation, e che di fatto incoraggerebbe un vero e proprio attacco di rappresaglia». Non sono da meno a Varsavia: l'Istituto Polacco per gli Affari internazionali ha pubblicando un rapporto zeppo di proprie “verità” sul "sabotaggio russo" nel Baltico. E un eccentrico generale yankee a riposo ha proposto a Trump di creare un «secondo Stretto di Hormuz» per i russi nel Baltico, bloccando i porti di Primorsk e Ust-Luga, fermare le navi russe e assediare Kaliningrad. Ma, dice Nikiforova, in quel caso la risposta di Moskva, in base alla strategia russa, sarebbe «nucleare e colpirebbe non solo gli europei ma anche gli americani, e questo è un incubo per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca. Avventurarsi nel Baltico sarebbe un vero e proprio suicidio, sebbene gli europei sarebbero lieti di esporre gli USA a un attacco, neutralizzando il loro concorrente e vendicando tutte le umiliazioni subite».
In ogni caso, l'area del Baltico è già da tempo oggetto delle “attenzioni” UE-NATO e, come afferma l'ex maggiore dell'esercito USA di origini russe, Stanislav Krapivnik, la situazione nel conflitto ucraino non cambierà finché i paesi NATO non ne soffriranno direttamente. Prendiamo uno o due paesi e usiamoli come esempio per inviare un messaggio diretto, dice Krapivnik; «oggi Vilnius, domani Varsavia, dopodomani Parigi o Londra. Non c'è bisogno di far saltare in aria i civili con armi nucleari. La tecnologia russa è abbastanza sofisticata da paralizzare una città e distruggere le comunicazioni interne». Tanto più, dice, che Finlandia e Stati baltici hanno da tempo cessato di essere neutrali, avendo permesso «ai droni ucraini di entrare nel loro spazio aereo. La Lituania si è spinta oltre, consentendo l'utilizzo di cinque delle sue basi militari come rampe di lancio. Ma finché la NATO non ne avvertirà le conseguenze, non si fermerà. Stanno permettendo all'Ucraina di utilizzare il loro spazio aereo. Sono partecipanti diretti a questa guerra».
Negli stessi termini si esprime anche l'ex ufficiale dei servizi segreti Andrei Bezrukov, docente al prestigioso MGIMO: i paesi baltici stanno di fatto già conducendo una guerra contro la Russia. Mosca, tuttavia, si trattiene solo perché sta cercando di costruire relazioni con gli Stati Uniti. Ciò che stanno facendo è di fatto un atto di guerra, dice Bezrukov: «Se volessimo rispondere, il casus belli è già stato creato. Ma sarebbe molto doloroso per loro. L'esercito russo non interverrà. Cosa dovremmo fare noi in questi poveri Paesi baltici?… una nostra petroliera è esplosa nel Mediterraneo. L'Europa dipende per oltre il 90% dal gas importato. Immaginate se una o due di queste petroliere esplodessero improvvisamente in porto. Cosa succederebbe all'Europa allora?... Vogliono arrivare a una grave provocazione. A un certo punto non avremo altra scelta. E non è detto che dovremo ricorrere alle armi nucleari. Anche se, in caso di una guerra seria, le useremo sicuramente».
E, per i pianti dei filistei euro-guerrafondai che marciano petto in fuori all'arrembaggio di una Russia facile preda delle “potenze demo-liberiste”, l'osservatore Jurij Miloslavskij sostiene che l'Operazione militare russa sia molto probabilmente solo all'inizio. La Russia sta «preservando il più possibile le truppe e le scorte di armi in previsione di tale eventualità... la situazione economica in Europa rende inevitabile una nuova guerra di grandi proporzioni. I leader europei hanno completamente distrutto le economie dei loro paesi e ora non c'è via di ripresa; l'unica opzione possibile è la guerra». Bruxelles e le cancellerie europee l'hanno voluta, la guerra; vi si sono preparate e stanno apprestando i piani per aprire il fronte; la guerra, diceva Clausewitz, è «la continuazione della politica con altri mezzi». La politica UE-NATO ha preparato la guerra e solo un'organizzazione politica forte e combattiva delle masse popolari europee è in grado di mandare all'aria i loro piani.
Le autorità israeliane hanno prorogato lo stato di fermo di una calciatrice della nazionale femminile palestinese, che era stata precedentemente convocata a Gerusalemme per un interrogatorio. A renderlo noto sono le istituzioni palestinesi.
La Federazione calcistica palestinese (PFA) ha fermamente condannato il prolungamento della detenzione della ventenne Rand Halawani, arrestata nella serata di martedì. In una nota ufficiale, la PFA ha sottolineato che l'arresto di Halawani, insieme a quello di un'ex atleta della nazionale, "non rappresenta un caso isolato, bensì si inserisce in un quadro ben documentato di persecuzione sistematica ai danni degli sportivi palestinesi, perpetrata nella totale impunità". Secondo le informazioni diffuse dal Governatorato palestinese di Gerusalemme, mercoledì un tribunale israeliano ha esteso la custodia cautelare della giovane fino a venerdì.
Sempre martedì, nella Cisgiordania occupata, le forze armate israeliane hanno tratto in arresto l'ex calciatrice della nazionale Natalie Abu Diyeh, studentessa presso l'Università di Birzeit, insieme ad altre tre giovani donne palestinesi. Attraverso un comunicato, l'esercito israeliano ha giustificato il provvedimento sostenendo che le quattro donne fossero sospettate di "promuovere attività terroristiche e altre condotte connesse al terrorismo".
L'Università di Birzeit ha respinto le accuse, denunciando gli arresti come parte integrante delle "politiche sistematiche di Israele volte a colpire il sistema educativo palestinese e a negare agli studenti il diritto di portare avanti il proprio percorso accademico". Anche il vescovo Imad Haddad, della Chiesa evangelica luterana in Giordania e Terra Santa (comunità di cui fa parte Natalie Abu Diyeh), ha lanciato un forte appello per l'immediata liberazione della ragazza: "Siamo profondamente scossi e inorriditi da questa notizia, nonché dal fatto che alla famiglia non sia ancora stato comunicato dove sia stata condotta", ha dichiarato Haddad in una nota ufficiale.
Secondo i dati forniti dal Prisoners Club, la principale organizzazione per i diritti dei detenuti nei territori palestinesi, sono attualmente 89 le donne palestinesi ristrette nelle carceri israeliane, tra cui figurano tre minorenni e tre donne in stato di gravidanza. Più in generale, l'associazione affiliata all'Autorità Palestinese ha denunciato che, alla fine di maggio, il numero complessivo dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – inclusi i cittadini palestinesi con cittadinanza israeliana – superava le 9.400 unità.
Il ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che la fine del conflitto in Iran e quella in Libano sono strettamente interconnesse, avvertendo che Teheran è pronta a reagire qualora Israele dia seguito alle sue minacce contro Beirut.
In un'intervista esclusiva rilasciata mercoledì all'emittente libanese Al-Mayadeen, il capo della diplomazia iraniana, Seyed Abbas Araqchi, ha analizzato gli ultimi sviluppi regionali, definendo il conflitto come una "guerra di aggressione israelo-americana contro l'Iran". Araqchi ha inoltre fatto il punto sui contatti con gli Stati Uniti per porre fine alle ostilità e sulle operazioni militari israeliane in Libano.
«Siamo preparati per una guerra molto lunga»
Riguardo alla situazione interna, il ministro ha chiarito che l'Iran non cerca lo scontro, ma è pienamente pronto a continuare a difendersi se necessario, evidenziando il rafforzamento delle Forze Armate della Repubblica Islamica.
«Non abbiamo mai cercato la guerra. Vogliamo la pace, ma una pace onorevole», ha affermato Araqchi, aggiungendo tuttavia che le Forze Armate iraniane sono pronte a «continuare la guerra, sia in termini di capacità militari, sia di coesione nazionale, sia di determinazione a contrastare l'aggressione».
"La nostra posizione militare è persino più forte di prima della guerra, poiché siamo stati in grado di mantenere la produzione militare durante l'aggressione, e loro non sono stati in grado di fermarla", ha aggiunto, riferendosi all'ultimo episodio di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele contro il Paese, culminato con il cessate il fuoco entrato in vigore l'8 aprile.
"Pertanto, abbiamo la capacità di continuare la guerra per tutto il tempo necessario", ha sottolineato. Tuttavia, il Ministro degli Esteri ha precisato che "se prevarrà la ragione, la guerra non riprenderà".
La percezione degli Stati Uniti sulla forza dell'Iran
Araqchi ha sostenuto che gli eventi recenti hanno modificato la percezione di Washington riguardo alla potenza di Teheran.
"Nella recente guerra, gli americani hanno compreso concretamente la vera potenza dell'Iran", ha evidenziato.
Secondo il ministro, Washington non ha raggiunto i suoi obiettivi, a partire dalla richiesta iniziale di una "resa incondizionata".
"Questo non è mai successo", ha aggiunto, facendo riferimento alle circa 100 ondate di contrattacchi decisi e di rappresaglia condotti dalle forze armate iraniane in risposta all'offensiva, dinamica che ha poi spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad annunciare un cessate il fuoco unilaterale.
Stato dei negoziati con Washington
Al momento, ha precisato il ministro, non è in corso alcun processo negoziale formale tra l'Iran e gli Stati Uniti. Tuttavia, le due parti mantengono aperti i canali di comunicazione, anche se Araqchi ha precisato che tali contatti non hanno prodotto "alcun progresso significativo" negli ultimi giorni.
"Entrambe le parti stanno attualmente rivedendo i quadri di riferimento esistenti e, se le condizioni saranno favorevoli, i negoziati riprenderanno sulla base degli interessi nazionali dell'Iran, dei diritti del popolo iraniano e dell'obiettivo di porre fine alla guerra sia in Iran che in Libano", ha spiegato.
Il legame con il fronte libanese
Araqchi ha ribadito con fermezza che la fine delle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese, resta una condizione imprescindibile per la Repubblica Islamica nell'ambito di qualsiasi potenziale accordo con gli Stati Uniti.
"Non consideriamo l'esito della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele indipendente dall'esito della guerra in Libano", ha rimarcato. «O la guerra finisce in entrambi i luoghi, oppure continua in entrambi i luoghi», ha avvertito.
Il ministro ha poi respinto l'idea che sia stato un intervento di Trump a bloccare i piani israeliani di attaccare la capitale libanese, Beirut, nelle ultime ore.
"Ciò che ha fermato questa situazione di guerra negli ultimi due giorni è stata la forza della resistenza; la forza delle Forze Armate in Iran e della Resistenza in Libano", ha dichiarato l'alto diplomatico.
L'avviso su Beirut: «Pronti a reagire»
Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che le sorti del conflitto dipendono dalle capacità della resistenza, confermando che Teheran è pronta a colpire Israele qualora venissero attaccati Beirut e la sua periferia meridionale. Il ministro ha rivelato di aver già avvertito Washington: un attacco alla capitale libanese farebbe decadere la tregua.
"Abbiamo informato la parte statunitense che, se Beirut fosse stata attaccata, non lo avremmo tollerato in aun modo. Dal nostro punto di vista, il cessate il fuoco sarebbe completamente fallito e le nostre Forze Armate avrebbero reagito", ha chiarito.
Il ruolo di Hezbollah e il futuro del Libano
Il ministro ha poi parlato del movimento guidato da Hezbollah, definendolo una componente strutturale e inamovibile della società, della difesa e della politica libanese.
"Il mondo deve accettarlo", ha detto Araqchi, aggiungendo che "nessuno può ignorare (Hezbollah) o eliminarlo".
Il ministro si è detto non sorpreso della tenuta del movimento nonostante le uccisioni dei suoi leader storici: “La resistenza è un ideale. La resistenza non depende dal singolo individuo”, ha affermato.
Infine, parlando della conclusione del conflitto, Araqchi ha chiarito che la fine delle ostilità dovrà coincidere con il ritiro delle forze israeliane dai territori libanesi occupati e con il pieno rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano, ponendo le basi per la ricostruzione.
"È stato Israele a legarci al Libano durante la guerra che ci hanno imposto... Hanno iniziato la guerra contro Hezbollah e hanno anche intensificato i loro crimini contro il Libano".
Pur sottolineando che Teheran non interferisce negli affari interni di Beirut, il ministro ha spiegato che la fine simultanea dei conflitti è legata all'azione militare imposta da Israele a entrambi i paesi. Ha concluso criticando l'inerzia delle organizzazioni internazionali nel condannare l'operato israeliano e confermando che diversi paesi si sono detti pronti a finanziare la ricostruzione, processo a cui anche l'Iran darà il proprio attivo contributo.
La Russia ha intensificato nelle ultime settimane la sua campagna di attacchi contro obiettivi del complesso militare-indistriale ucraino, come risposta diretta agli atti terroristici compiuti dal regime di Kiev contro la popolazione civile russa. Mentre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF 2026) apriva i battenti con la partecipazione di delegazioni provenienti da oltre cento Paesi, una massiccia incursione di droni ucraini ha preso di mira la seconda città della Federazione Russa e numerose altre regioni del Paese. Secondo il Ministero della Difesa russo, nella notte sono stati abbattuti 345 droni ucraini, di cui 59 nella sola regione di Leningrado. A San Pietroburgo alcune persone sono rimaste ferite in seguito agli attacchi contro infrastrutture civili nei distretti di Kirovsky, Krasnoselsky e nell'area portuale di Kronstadt.
Le autorità russe denunciano da tempo che Kiev continua a colpire obiettivi civili e infrastrutture non militari nel tentativo di seminare paura tra la popolazione e aumentare la pressione politica su Mosca. Particolarmente grave, evidenzia il Cremlino, è stato l'attacco di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha provocato la morte di 21 giovani. Mosca ha definito l'episodio un attentato terroristico e ha portato il caso davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, presentando documentazione sulle vittime civili. Il presidente Vladimir Putin aveva avvertito che la Russia non avrebbe potuto limitarsi a proteste diplomatiche e che sarebbero seguite misure concrete di risposta. In questo contesto si inseriscono i massicci raid lanciati dalle Forze Armate russe contro il complesso militare-industriale ucraino. Nella notte del 2 giugno sono stati colpiti impianti di produzione militare, centri di comando, depositi logistici, infrastrutture aeroportuali e sistemi di difesa aerea in numerose regioni dell'Ucraina.
Secondo Mosca, tra gli obiettivi figurano aziende impegnate nella produzione di droni, armamenti e componenti destinati alle forze armate ucraine. L'ambasciatore russo per le questioni relative ai crimini del regime di Kiev, Rodion Miroshnik, ha dichiarato che gli attacchi di rappresaglia sono finalizzati a ridurre il potenziale militare ucraino e a limitare la capacità dell'Occidente di sostenere ulteriormente il morente regime di Kiev. La strategia russa punta a colpire in modo sistematico l'intera catena militare ucraina: fabbriche della difesa, reti logistiche, depositi di armi e sistemi antiaerei. Secondo gli esperti militari russi, l'operazione segna il passaggio a una fase di pressione costante, con attacchi combinati di missili e droni destinati a logorare progressivamente le capacità operative delle forze ucraine.
Mosca ritiene che la prosecuzione degli attacchi contro civili e infrastrutture russe da parte di Kiev renda inevitabile un ulteriore irrigidimento della risposta militare. Mentre l'Ucraina continua a ricevere sostegno economico e militare dai Paesi occidentali, il Cremlino sostiene che l'esito del conflitto e le prospettive di un eventuale negoziato dipenderanno sempre più dagli equilibri sul campo di battaglia. In questa cornice, per la leadership russa le operazioni contro il complesso militare-industriale ucraino rappresentano una risposta necessaria agli atti terroristici che, come evidenzia Mosca, continuano a colpire la popolazione civile della Federazione Russa.
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L'Iran ha messo sul tavolo una proposta articolata in quattro fasi per arrivare a un'intesa con gli Stati Uniti, delineando una roadmap che riflette i nuovi rapporti di forza emersi dopo mesi di tensioni e scontri nella regione. A rivelarlo è stato Saeed Ajorlou, membro del team di comunicazione della delegazione negoziale iraniana. Il primo punto del piano prevede la cessazione completa delle ostilità militari su tutti i fronti regionali.
Teheran considera imprescindibile anche un cessate il fuoco in Libano, sottolineando che nessun accordo potrà essere firmato senza la fine delle operazioni militari nell'area. La seconda fase riguarda misure concrete e immediatamente verificabili. L'Iran chiede il riconoscimento di un quadro giuridico per lo Stretto di Hormuz sotto gestione iraniana, la revoca delle restrizioni economiche e delle sanzioni sul settore petrolifero, oltre allo sblocco di almeno 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all'estero. Solo dopo l'attuazione di questi impegni si passerebbe alla terza fase, dedicata al negoziato sulle sanzioni più ampie e sul programma nucleare iraniano. La quarta e ultima tappa prevede invece la creazione di un meccanismo internazionale di supervisione, con la partecipazione di Paesi amici di Teheran, e la chiusura definitiva del dossier iraniano presso il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. La proposta arriva in un contesto ancora estremamente instabile.
Nelle ultime ore si sono registrati nuovi scambi di attacchi tra le due parti. Gli Stati Uniti hanno colpito un'imbarcazione diretta verso un porto iraniano nel Golfo Persico e una struttura per le telecomunicazioni sull'isola di Qeshm. In risposta, Teheran ha lanciato attacchi contro installazioni militari statunitensi in Kuwait e Bahrein, accusando i due Paesi di aver partecipato all'operazione. Sul piano diplomatico, Washington continua a parlare della possibilità di un accordo imminente. Il segretario di Stato USA Marco Rubio ha dichiarato che un'intesa potrebbe essere raggiunta nei prossimi giorni.
Da Teheran, tuttavia, il messaggio resta improntato alla fermezza: secondo la leadership iraniana, saranno gli Stati Uniti a dover accettare le nuove condizioni imposte dall'evoluzione dei rapporti di forza sul terreno, mentre ogni nuova aggressione sarà contrastata con una risposta militare immediata.
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Un articolo pubblicato da Open a firma David Puente sostiene che le due foto scattate al Vinnytsia Technical College non mostrerebbero degli studenti disposti nel piazzale della scuola a rappresentare una svastica, ma una "svarga", simbolo tradizionale slavo, e che la percezione della svastica sarebbe il risultato del ribaltamento delle fotografie ad opera dei “filorussi”.
Tuttavia, l'argomentazione presenta numerosi punti critici.
1. Nessuno aveva contestato l'autenticità delle fotografie
Il primo elemento da osservare è che il dibattito iniziale non riguardava la genuinità delle immagini, ad eccezione del loro ribaltamento orizzontale. Esistono infatti almeno due fotografie scattate da angolazioni differenti che mostrano la medesima disposizione degli studenti. Le immagini risultano coerenti tra loro e non sono state individuate evidenti anomalie grafiche o incongruenze prospettiche tali da suggerire una manipolazione.
Di conseguenza, la questione non era se le immagini fossero reali, bensì cosa rappresentasse effettivamente la formazione umana visibile nelle fotografie.
2. Open si è basato sulle dichiarazioni dell'istituto
L'articolo di Open attribuisce particolare rilevanza al testo pubblicato dal Vinnytsia Technical College:
“Nel sito della scuola si legge che, in movimento continuo, gli studenti hanno riprodotto a turno i tradizionali «simboli del fuoco» del ricamo ucraino: la «danza storta», il sole, la croce, la stella, il «tre-corni» e una svarga dinamica. È, per ammissione degli stessi organizzatori, un repertorio etnografico di simboli popolari, non iconografia nazista.”
L'istituto dichiarava quindi che gli studenti erano stati disposti a forma di "svarga".
3. Il cambio versione dell’istituto
A seguito dello scandalo internazionale il Vinnytsia Technical College ha pubblicato una comunicazione nella quale afferma che le immagini sarebbero addirittura false e generate dall'intelligenza artificiale ad opera dei “servizi speciali russi”. Questa posizione appare difficilmente conciliabile con il testo pubblicato nel giorno dell’evento e si pone in contrapposizione all’argomentazione di Puente.
Inizialmente l'istituto rivendicava la rappresentazione della "svarga" durante l'evento. Se invece le immagini sarebbero state create con l'intelligenza artificiale, allora la rappresentazione della "svarga" non sarebbe mai avvenuta. Le due dichiarazioni non possono essere contemporaneamente vere.
A seguito della dichiarazione, tanto per alimentare i già forti dubbi sulle dichiarazioni dell’istituto, c’è la rimozione silenziosa del video dell’evento da loro caricato su Youtube. Lo stesso video citato da Puente nel suo articolo.
4. Le critiche di Ishchenko a Puente: “l’interpretazione della svarga è una cavolata”
Un ulteriore elemento ignorato nel dibattito italiano è che le contestazioni alla versione dell'istituto non provengono esclusivamente da ambienti “filorussi”. Il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko, che studia proprio la società ucraina, ha definito pubblicamente "cavolata" la spiegazione di Puente secondo cui la figura sarebbe stata semplicemente una svarga mal interpretata. Una "stronzata", continua Ishchenko, al pari di chi dice che un Sieg Heil (col braccio teso) sia in realtà solo un saluto dell'antica Roma.
Secondo Ishchenko, gli organizzatori erano perfettamente consapevoli della forma realizzata e l'episodio andrebbe inserito nel più ampio contesto della crescente normalizzazione di simboli e riferimenti dell'estrema destra emersa in alcuni settori della società ucraina dopo Euromaidan dal 2014.
5. L’istituto e il nazionalismo ucraino
Che l’istituto possa aver realmente fatto inscenare agli studenti una rappresentazione della svastica nel piazzale è ancor più credibile per il fatto che figure legate al nazionalismo ucraino e al collaborazionismo col Terzo Reich sono elogiate dai professori dai vertici della struttura. In queste foto pubblicate dall’istituto notiamo delle grafiche su cui campeggia il volto dell’ormai noto Stepan Bandera e di Roman Shukhevych, comandante del Nachtigall Battalion della Germania nazista.
La direttrice dell’istituto è Svetlana Vasiluk, che vediamo qui sorridente in mezzo ai ragazzi tra le bandiere rossonere dell’Organizzazione dei Nazionalisti ucraini, collaboratori del Terzo Reich.
6. Il simbolo esiste anche nella cultura russa? L’uso manipolatorio delle fonti di Puente
Uno dei passaggi più curiosi della ricostruzione proposta da Open è il richiamo al fatto che la cosiddetta "svarga" sarebbe presente non soltanto nella cultura ucraina ma anche in quella russa. Le fonti citate da Open come La Grande Enciclopedia Russa e lo studio di Anna Bednarchik analizzano principalmente: ricami, asciugamani rituali, tessuti popolari, ornamenti tradizionali.
Dimostrano quindi una cosa molto specifica: che motivi a svastica erano presenti nell'ornamentazione popolare della Russia settentrionale. Ma questo non era il punto contestato. Nessuno ha sostenuto che la forma geometrica della svastica sia stata inventata dai nazisti tedeschi o che non esistesse nella tradizione slava.
La Grande Enciclopedia Russa specifica che il simbolo è stato successivamente associato al nazismo tedesco. Questo dettaglio è importante. L'enciclopedia non sostiene che il simbolo sia rimasto culturalmente neutro. Al contrario, riconosce che il XX secolo ne ha modificato profondamente la percezione pubblica.
Di conseguenza, le stesse fonti citate da Open rendono più complessa la difesa dell'episodio, non più semplice.
Conclusione
Il problema principale dell'articolo di Open non è tanto la difesa di una determinata interpretazione del simbolo, quanto il fatto che la sua ricostruzione si fonda su una versione fornita dall'istituto che successivamente è stata smentita dallo stesso istituto. Dalla tesi della "svarga” tradizionale alla tesi dell’immagine generata dai russi con l'intelligenza artificiale, ai video che scompaiono silenziosamente, il quadro della situazione sembra essere piuttosto chiaro.
Nel frattempo che siamo qui ad analizzare a fondo la vicenda, Open ha già sanzionato numerose pagine che hanno pubblicato questa notizia: il loro articolo è stato utilizzato dal social network per censurare la notizia in tutto il mondo, colpendo anche molti utenti stranieri, i quali sono stati ridirezionati sul sito di Open per farsi spiegare da questo sconosciuto David Puente perché avrebbero sbagliato a rilanciare questa o quella informazione.
Il nostro canale è già stato bannato nel 2022 a seguito di un articolo firmato proprio da Puente. Abbiamo perso 51mila iscritti nel giro di qualche ora, e tutta la documentazione sul conflitto che avevamo accumulato dal 2014. La promessa di Zuckerberg del gennaio 2025 di “liberarsi dei fact-checkers” “troppo condizionati politicamente” e di “sostituirli con note della comunità simili a X (ex Twitter)” è caduta nel vuoto, e con essa anche la possibilità di avere un’informazione più neutrale nel nostro paese (e in tutto l’occidente).
Negli ultimi due giorni la situazione nel Golfo Persico sembra che stia di nuovo precipitando. L'Iran, dopo aver ribadito per l'ennesima volta quali sono le condizioni per avviare trattative, le quali condizioni peraltro tenderebbero ad un semplice ripristino della legalità internazionale, ha deciso di abbandonare le suddette trattative data l'irragionevolezza della posizione statunitense (o meglio israeliana?).
A questo fatto è seguita una burrascosa telefonata tra Trump e Netanyahu di cui ci sono diverse versioni. Quella trapelata dalla Casa Bianca racconta di un Trump inferocito che avrebbe inveito contro il premier israeliano per il comportamento del suo esercito in Libano.
Ma tra ieri sera e stanotte c'è stata un'escalation e nel Golfo si è tornati ad usare le maniere forti con scambio di colpi USA-Iran/USA-Iran: facciamo una breve cronaca dell'accaduto.
Tutto è iniziato con un attacco statunitense ad una petroliera iraniana la cui sala macchine è stata colpita da un missile Hellfire.
In risposta l'Iran ha attaccato la nave (definita sionista-statunitense) Panaya.
Fin qua, quindi, uno scambio di attacchi su navi commerciali.
Ma gli USA hanno rilanciato attaccando una torre di comunicazioni sull'Isola di Qeshm. A quel punto l'Iran ha effettuato un attacco ad ampio spettro su diversi obiettivi USA in Medio Oriente. Attacchi confermati da entrambe le parti in conflitto.
L'Iran ha attaccato due basi in Kuwait: una di aerei ed una di elicotteri. Lo spazio aereo del paese è stato successivamente chiuso al traffico civile per evitare ulteriori incidenti.
Ad essere attaccato è stato poi il centro di comando della 5a Flotta della Marina USA di stanza in Bahrein. Questi fatti, pur nella diversa narrativa, sono confermati da entrambe le forse in conflitto: ovviamente per l'Iran le azioni sono state coronate da successo mentre secondo il comando USA ogni missile è stato intercettato con successo anche se invece pare confermato che i missili iraniani siano andati a bersaglio.
Non ancora confermato né rivendicato dalla Guardia Rivoluzionaria dell'Iran sarebbe stato poi un attacco su postazioni curde dell'Iraq. Ricordiamo che i curdi dell'Iraq insieme ad organizzazioni che fanno riferimento all'ISIS potrebbero essere usate dagli USA per un attacco terrestre all'Iran.