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“Escludo qualsiasi parente, vicino o lontano”: lascia 2 milioni di euro nel testamento per costruire dei canili ma per il tribunale i soldi devono andare ai suoi nipoti, ora rischia di finire tutto allo Stato

Mette nel testamento due milioni di euro per costruire canili ma il tribunale afferma che i soldi devono andare ai nipoti (che nel testamento erano stati volontariamente esclusi). Come riporta il Corriere di Milano la vicenda sarebbe avvenuta a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, dove una donna, sposata ma senza figli, aveva depositato dal notaio fin dal 2000 il proprio testamento. Sul documento ufficiale, riporta il Corriere, le parole vergate dalla donna erano: “In caso di mio decesso, lascio tutto a mio marito, ad eccezione della somma di otto milioni di lire che sarà versata a mio nipote. È mia ferma volontà escludere dal presente testamento qualsiasi altro parente, sia esso vicino o lontano. Dopo il decesso di mio marito, tutto ciò che resta in mio possesso sarà devoluto: alla costruzione di canili, dove ricoverare i cani randagi, abbandonati, malati, alla cura degli stessi”.

Nel 2020 la signora è deceduta e nel frattempo era morto anche il marito, ma la donna non ha voluto ritoccare il testamento valutando che con quelle frasi poi firmate di suo pugno la sua eredità finisse direttamente per aiutare i cani randagi e non ai (pare non propri amati quanto i cani) nipoti. “Il curatore testamentario, però, aveva giudicato nulle le volontà della donna e aveva indicato come legittimi eredi i tre nipoti – spiega il Corriere di Milano. “A quel punto l’Agenzia del Demanio aveva impugnato le decisioni del curatore, perché a suo dire gli stessi nipoti andavano chiaramente esclusi, insieme a tutti i parenti “vicini o lontani” nel testamento della donna”.

Si tratterebbe secondo l’avvocatura del Demanio di una “eredità vacante”, cioè di un patrimonio privo di eredi che passa quindi nelle mani dello Stato automaticamente dopo 10 anni. Solo che nel 2023, dopo tre anni dalla morte i giudici hanno cercato parenti fino al sesto grado trovando, appunto, i nipoti, dalla signora formalmente esclusi. Solo che, come segnala giustamente segnala il Corriere di Milano, “nessuno, né il curatore fallimentare né i magistrati, si è preoccupato di rappresentare gli interessi dei cani randagi, che pure erano stati al centro dei pensieri della signora quando ha scritto il suo testamento”. Alla fine della fiera, secondo diritto, nel testamento della signora bastava segnalare con precisione anche solo un’associazione animalista che si prende cura degli animali e molto probabilmente le cose sarebbero andate in maniera diversa. Probabile, comunque, che vista la cifra l’Agenzia del Demanio ricorrerà in Appello.

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Rinchiuso in un armadio e nascosto sotto oltre 5 chili di pelo infeltrito: la disavventura del cocker spaniel Mr. Pickles. Per liberarlo 5 ore di toelettatura

Viveva rinchiuso in un armadio ed era ricoperto da oltre cinque chili e mezzo di pelo infeltrito. È la storia di Mr. Pickles, un Cocker Spaniel salvato nelle scorse settimane nella contea di Chatham, in Georgia, dopo una segnalazione che ha permesso ai soccorritori di intervenire in una situazione di grave trascuratezza. Secondo quanto riportato da La Stampa, quando gli operatori sono arrivati sul posto si sono trovati davanti un cane in condizioni estremamente precarie. Il pelo, cresciuto senza controllo per un periodo di tempo non precisato, aveva formato una massa compatta che ricopriva quasi interamente il suo corpo e che gli difficili persino i movimenti. Del muso era possibile distinguere appena qualche dettaglio.

Trasferito immediatamente in una struttura di accoglienza, Mr. Pickles è stato sottoposto a una lunga operazione di toelettatura. Per liberarlo da quella sorta di corazza sono state necessarie circa cinque ore di lavoro. Con il passare del tempo, però, la rimozione del pelo ha portato alla luce particolari sempre più sorprendenti. Tra i nodi sono state trovate anche alcune carte di caramelle, probabilmente rimaste impigliate durante il periodo di reclusione. La scoperta più significativa è arrivata però attorno al collo del cane, dove i volontari hanno individuato un vecchio collare elisabettiano completamente nascosto dalla massa di pelo infeltrito. Un elemento che testimonia quanto a lungo l’animale possa essere rimasto senza cure adeguate.

Al termine dell’intervento sono stati rimossi oltre 5,5 chilogrammi di pelo. Solo allora è stato possibile vedere chiaramente il volto di Mr. Pickles e valutare meglio le sue condizioni generali. Dopo il salvataggio, il Cocker Spaniel è stato accolto da Maria Lucas, fondatrice dell’associazione Longleaf Animal Rescue, che ha seguito da vicino il suo percorso di recupero.

Nei primi giorni il cane si mostrava estremamente diffidente. Per questo motivo Maria ha scelto di non forzare alcuna interazione, limitandosi a garantirgli cibo, cure mediche e una presenza costante. L’obiettivo era permettergli di ambientarsi e comprendere di trovarsi finalmente in un luogo sicuro.

Recupero e progressi

Con il passare delle settimane sono arrivati i primi segnali di cambiamento. Da iniziale osservatore timoroso, Mr. Pickles ha iniziato lentamente a cercare il contatto umano. Il momento che ha segnato una svolta è arrivato quando si è avvicinato spontaneamente alla sua salvatrice e le ha leccato la guancia. Da allora i progressi sono proseguiti gradualmente. Ogni carezza accettata, ogni momento di tranquillità e ogni manifestazione di fiducia rappresentano un passo avanti nel suo percorso di riabilitazione.

Oggi Mr. Pickles continua il recupero circondato da persone che rispettano i suoi tempi e le sue esigenze. La trasformazione più evidente non riguarda soltanto l’aspetto fisico, ma soprattutto il comportamento: dopo anni di isolamento e trascuratezza, il cane sta imparando nuovamente a fidarsi degli esseri umani.

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La pipì del cane lavata con l’acqua? Bassetti smonta le ordinanze dei Comuni: “Non serve assolutamente a nulla”

Lavare la pipì dei cani dai marciapiedi versando il contenuto di una bottiglietta d’acqua non ha alcun fondamento scientifico e non garantisce la reale pulizia delle strade. A smontare la validità di una delle ordinanze municipali più diffuse sul territorio italiano è l’infettivologo Matteo Bassetti. L’esperto ha chiarito che l’obbligo imposto ai padroni degli animali domestici dalle amministrazioni locali è inutile dal punto di vista sanitario, poiché l’acqua da sola è del tutto priva di capacità disinfettanti.

L’acqua non elimina i batteri: la bocciatura medica

Attraverso i propri canali social, Bassetti ha risposto ai dubbi posti dai cittadini sull’effettiva utilità igienica delle normative cittadine: “In molti comuni italiani vi sono ordinanze che obbligano i proprietari dei cani a portare con sé una bottiglietta d’acqua per lavare la pipì che i nostri amici a quattro zampe fanno su strade e marciapiedi”, ha precisato l’infettivologo inquadrando la questione. L’analisi dal punto di vista clinico e sanitario restituisce però un verdetto netto sull’efficacia di questa abitudine: “Risciacquare la pipì del cane con la semplice acqua ha un basso valore igienico e disinfettante, poiché l’acqua non elimina germi o batteri”.

Le soluzioni reali: l’uso dell’aceto e le leggi “all’italiana”

L’infettivologo ha quindi indicato le alternative chimicamente valide per igienizzare correttamente le superfici urbane, evidenziando tuttavia un paradosso normativo che blocca l’uso dei prodotti più efficaci. “Per una vera azione igienica bisognerebbe usare acqua e aceto bianco (in diluizione 1:1) che disinfetta naturalmente, rimuovendo gli odori forti e igienizzando la superficie”, ha spiegato Bassetti. L’altra opzione indicata dall’esperto prevede l’impiego di “detersivi enzimatici”. L’uso di questi prodotti chimici, pur garantendo l’eliminazione dei batteri, si scontra tuttavia con le disposizioni urbane: Bassetti precisa infatti che “però sono vietati per l’utilizzo in strada“. Di fronte all’incompatibilità tra i metodi di pulizia scientificamente validi e le attuali regole in vigore, la conclusione del medico boccia l’intero impianto normativo locale: “Insomma una delle tante leggi all’italiana, fatta con molta approssimazione scientifico-sanitaria”.

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Morti tre cani al World Dog Show di Bologna: chiusi nel furgone per ore senza cibo e acqua. Due persone sono state denunciate per maltrattamento di animali

Dovevano partecipare alle esposizioni canine del World Dog Show, l’importante manifestazione internazionale in corso presso il quartiere fieristico di Bologna fino a domenica, ma sono stati invece lasciati per ore rinchiusi in due furgoni, senza acqua né cibo. La notizia è stata riportata dall’edizione bolognese del quotidiano Il Resto del Carlino.

Un epilogo drammatico quello che ha coinvolto sei cani, vittime di quello che si configura come un grave caso di maltrattamento animale. Alla scoperta della situazione, uno degli animali era già privo di vita all’interno dei mezzi. Gli altri, in condizioni critiche, sono stati immediatamente trasportati presso una clinica veterinaria di Ozzano dell’Emilia, dove però altri due esemplari non hanno retto e sono deceduti nelle ore successive.

Le autorità competenti hanno provveduto a denunciare due espositori — un cittadino italiano e uno straniero, entrambi proprietari dei cani — con l’accusa di maltrattamento di animali.

A chiamare i militari sono stati gli stessi organizzatori della fiera: i furgoni, secondo quanto ricostruito, sono arrivati al mattino intorno alle 6.30 e sono stati parcheggiati nel cortile del distretto fieristico. I proprietari si sono allontanati lasciando nei container i cani. Dopo ore hanno riaperto le porte. I tre animali morti erano dei Drahtthaar, cani da ferma tedeschi.

Stefano Vaccari, deputato Dem della commissione Agricoltura e segretario di Presidenza della Camera ha commentato: “La morte di tre cani lasciati all’interno di furgoni parcheggiati sotto il sole durante il World Dog Show di Bologna, organizzato dall’Enci, è un fatto sconvolgente e gravissimo, incompatibile con i principi di tutela animale che dovrebbero essere alla base di ogni manifestazione cinofila. Occorre accertare immediatamente tutte le responsabilità, individuali e organizzative, verificando eventuali omissioni nei controlli, carenze nei protocolli di sicurezza e nella vigilanza. Per questo presenterò un’interrogazione parlamentare al ministro Francesco Lollobrigida affinché riferisca urgentemente sull’accaduto, sulle iniziative che intende assumere e sul sistema di vigilanza esercitato nei confronti dell’Enci anche a tutela della maggioranza dei cinofili ed allevatori che si comportano in modo corretto”.

E ancora: “Chiederò inoltre al ministro per quale motivo continui a mantenere un atteggiamento di sostanziale inerzia nei confronti dell’Enci nonostante le vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto l’ente e che risultano all’attenzione delle procure. La morte di tre cani non può essere archiviata come una fatalità ma servono verità, responsabilità e misure immediate perché tragedie simili non si ripetano mai più”.

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Spremuta fino all’osso dal circuito delle corse, rinasce grazie al coniglietto di peluche rosa: la storia della levriera Poppy

Per anni è stata allevata per correre. Nel circuito delle corse dei levrieri, migliaia di cani vengono selezionati fin da cuccioli con un unico obiettivo: diventare i più veloci. Quando la loro “carriera” finisce, molti si ritrovano senza una destinazione certa. È da questo mondo che arriva la storia di Poppy, una levriera australiana che, dopo decine di gare e diverse cucciolate, ha trovato una seconda possibilità grazie all’adozione. Ma il passaggio dalla pista al divano non è stato immediato. Quando la levriera è stata adottata dalla sua nuova famiglia in Australia, le prime settimane sono state difficili. Di notte si svegliava, si aggirava per casa e piangeva. Un comportamento che ha subito fatto capire ai suoi adottanti quanto il passato fosse ancora presente.

“Per le prime due settimane si svegliava durante la notte e girava per casa piangendo. Ci spezzava il cuore pensare a quanto dovesse sentirsi triste e confusa”, ha raccontato la proprietaria Emma. La famiglia ha quindi provato a offrirle un piccolo punto di riferimento: un morbido coniglietto di peluche rosa. Quello che sembrava un semplice giocattolo si è trasformato in qualcosa di molto più importante. Poppy ha iniziato a portarlo con sé durante il riposo, stringendolo sotto la zampa e trattandolo con una delicatezza riservata a nessun altro oggetto.

Con gli altri giochi si comportava come qualsiasi cane curioso e vivace. Con quel coniglietto, invece, il rapporto era diverso. Non lo scuoteva, non lo mordicchiava, non lo lanciava in aria. Lo custodiva. Con il passare del tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. “Dopo un paio di mesi, ha iniziato a mostrare segni di sentirsi al sicuro e rilassata. Il coniglietto rosa ha iniziato a diventare meno importante”, ha spiegato Emma. A distanza di diciotto mesi dall’adozione, Poppy è ormai un cane completamente diverso. Le paure che la accompagnavano nelle prime settimane hanno lasciato il posto a una quotidianità fatta di affetto, gioco e tranquillità: “È sicura di sé, giocherellona, felice, un po’ impertinente e super affettuosa e amorevole. Il coniglietto rosa è sempre vicino al suo letto e a volte la sorprendo con la testa appoggiata accanto a lui”, racconta ancora la proprietaria.

Una seconda possibilità

Dietro questa rinascita c’è però una storia che riaccende i riflettori sul destino di molti levrieri impiegati nelle competizioni. Prima dell’adozione, Poppy aveva partecipato a 53 gare ed era stata utilizzata anche per la riproduzione, dando alla luce tre cucciolate. Secondo le associazioni che si occupano di tutela animale, ogni anno migliaia di levrieri vengono allevati con la speranza di ottenere il campione perfetto. Non tutti, però, trovano una sistemazione una volta terminata la carriera sportiva.

Emma si è avvicinata a questa razza quasi per caso, dopo aver conosciuto il cane di un vicino: “Mi sono resa conto molto rapidamente di quanto fossero gentili e dolci. Poi ho scoperto quanti venivano scartati dopo la loro carriera nelle corse e che semplicemente non c’erano abbastanza case per tutti loro. È stato questo il motivo che mi ha spinto ad adottare un levriero”. Una scelta che ha cambiato due vite: quella della cagnolina e quella della famiglia che l’ha accolta.

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“Ci sono i pazzi che hanno portato illegalmente in Italia un cane con la rabbia e gli altri pazzi che invitano a non vaccinare gli animali”: la rabbia di Burioni

“Ci sono quelli che hanno portato illegalmente in Italia un cane con la rabbia e quelli che invitano a non vaccinare gli animali: sono due categorie di pazzi”. Roberto Burioni interviene così sul caso del cucciolo proveniente dal Marocco e risultato positivo alla rabbia, una vicenda che negli ultimi giorni ha riacceso il dibattito sui vaccini anche nel mondo degli animali domestici. Come riporta il Corriere della Sera, il virologo ha affidato il suo sfogo ai social dopo che, accanto alle notizie sull’animale arrivato in Veneto e poi morto, sono comparsi online numerosi messaggi contrari alla vaccinazione antirabbica di cani e gatti.

“La situazione, già molto pericolosa a causa di questi pazzi che hanno riportato illegalmente in Italia un cane e con esso la rabbia che da molti anni nel nostro Paese non c’è più, viene aggravata da una seconda categoria di pazzi che non vogliono vaccinare i loro animali domestici“, ha scritto Burioni. Il riferimento è ai gruppi che in queste ore stanno contestando le campagne vaccinali rivolte agli animali, sostenendo che sarebbero inutili o addirittura dannose. Una posizione respinta dal mondo scientifico e anche dall’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi), che ha definito la vaccinazione antirabbica “l’azione più efficace e sicura per proteggere cani, gatti e persone”.

I veterinari hanno inoltre ricordato che l’Italia è tornata ufficialmente indenne dalla rabbia oltre dieci anni fa grazie a una lunga attività di prevenzione e controllo sanitario. Per questo invitano a prestare particolare attenzione all’importazione di animali provenienti da Paesi dove la malattia è ancora diffusa e a rispettare tutte le procedure previste. “L’indennità sanitaria è una dura conquista“, sottolinea l’associazione, che raccomanda di informarsi sempre sullo stato sanitario dei Paesi da cui provengono gli animali e di non sottovalutare una malattia che, una volta manifestatasi, è quasi sempre mortale.

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Raúl è un guerrigliero


di Hernando Calvo Ospina

Si dice che Raúl sia rintanato nelle profondità di una caverna, tremante di terrore, perché è stato citato in giudizio negli Stati Uniti.

Potrebbe essere così se fosse come la stragrande maggioranza dei presidenti del mondo, che non hanno nemmeno prestato servizio militare, come Trump, per esempio. Quelli che ai primi spari si nascondono sotto il letto, si rifugiano nel bunker o si mettono in coda alle truppe.

Raúl è un guerrigliero. Insieme a Fidel e ad altri, si è formato da giovane come guerrigliero per condurre la lotta armata clandestina contro uno dei governi più violenti dell'America Latina, che aveva il sostegno di Washington. Ben presto ha addestrato altri giovani come guerriglieri. E li ha anche formati politicamente, cosa essenziale in quelle lotte. Dopo diversi anni di combattimenti sulle montagne, rischiando la vita ogni minuto, quei guerriglieri presero il potere.

Ed è lì che è iniziata la vera guerra: hanno dovuto imparare a costruire uno Stato rivoluzionario. E se già questo era complicato, farlo nel bel mezzo di aggressioni militari e terroristiche orchestrate dagli Stati Uniti ha reso la sfida ancora più ardua. Lo hanno fatto come guerriglieri. E in quanto tali hanno affrontato il tentativo di invasione della Baia dei Porci. Fidel, il Che, Raúl e gli altri dirigenti non comandarono le truppe, mentre si rifugiavano nei bunker, circondati da guardie del corpo, come forse fece il presidente Kennedy, nel caso in cui un proiettile avesse raggiunto la Casa Bianca. E quelli che in quel momento erano soldati alle prime armi inflissero agli Stati Uniti la prima sconfitta militare della loro storia. Con l'esperienza e il coraggio dei guerriglieri.  

Gli Stati Uniti decisero che dovevano eliminare Fidel, il Che e Raúl per porre fine a quella fastidiosa rivoluzione. E tutte le loro agenzie di morte, sostenute da sicari e mercenari, diedero inizio a una caccia implacabile che durò anni, decenni. Il Che fu catturato, ma mentre combatteva. L’ordine di ucciderlo, disarmato, a terra ferito, fu dato da criminali in giacca e cravatta seduti a Washington. Avevano il terrore di quel guerrigliero. E anche da morto continuò a togliere loro il sonno.  

Il Guinness dei primati dice che Fidel subì quasi 700 attentati. Morì con gli stivali ai piedi: come guerrigliero non riuscirono mai a sconfiggerlo.

Un giorno Fidel disse che dovevano prendersi più cura di suo fratello Raúl. Immagino fosse per via di tutti i segreti relativi alla sicurezza dello Stato e alla rivoluzione di cui Raúl era a conoscenza. Mentre Raúl, con l’anima da guerrigliero in ogni fibra del suo essere, si prendeva cura di suo fratello Fidel e degli altri uomini e donne che erano alla guida della rivoluzione. E dell’intero Paese.

Mi è piaciuto molto ascoltare Raúl raccontare storie, perché narra i fatti come se fosse un vicino di casa, con o senza uniforme. Mi dispiace che fino ad oggi non sia riuscito ad ascoltarlo dal vivo, come si suol dire. Quando ho pensato a cosa avrei potuto chiedergli, ho concluso che nulla. Solo dirgli che il mio compleanno è tre giorni dopo il suo.  

Quindi, se Trump e i suoi nefandi seguaci che lo circondano credono che Raúl sia terrorizzato dalle loro minacce, sappiano che è quasi nato guerrigliero. Da guerrigliero ha vissuto, ha aiutato a governare, ha guidato le Forze Armate e di sicurezza. E un guerrigliero di quella stirpe non si toglie gli stivali nemmeno per fare la doccia. Si è vaccinato contro la paura con i primi colpi sparati sulle montagne da guerrigliero. Fino all'ultimo momento della sua vita, questo guerriero terrà il dito sul grilletto in attesa che arrivino gli inviati del nemico che, come ogni codardo, dà ordini di uccidere da lontano. E pronto non tanto a difendere il proprio petto: a combattere per il suo popolo.  

Buon compleanno, Raúl.

Fonte : Raúl, es ejemplo de guerrillero. Por Hernando Calvo Ospina – Con la verdad, por la paz y la justicia social

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