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22,000-Year-Old Jewelry Reveals Ice Age Social Networks in Spain

Selected personal ornaments from Llonín Cave in northern Spain
Selected personal ornaments from Llonín Cave in northern Spain. Credit: Daniel Pérez-García de los Salmones et al. / CC BY 4.0

A collection of 22,000-year-old jewelry discovered in northern Spain is offering new insights into how Ice Age hunter-gatherers expressed identity, exchanged ideas, and maintained social networks across vast distances.

Researchers found that people living in and around Llonín Cave used shells, animal teeth, bones, and even fossils to create personal ornaments over thousands of years, revealing changing patterns of social life during the Upper Paleolithic.

The study, led by Daniel Pérez-García de los Salmones and published in PLOS One, analyzed 271 ornaments recovered from Llonín Cave in northern Spain. The cave preserves a long archaeological sequence dating from roughly 23,500 to 11,000 years ago, covering several major cultural periods of the Late Ice Age.

A cave filled with symbolic objects

The ornaments included marine shells, red deer teeth, fish vertebrae, bone fragments, and a fossilized tube worm. Most were intentionally modified and worn as pendants or beads. Researchers identified at least 17 genera and 15 species used in their production. Marine shells made up the largest share of the collection, while red deer canine teeth were the most common animal-derived ornaments.

Microscopic analysis showed that many pieces had been worn for long periods. Friction from cords, clothing, or skin leaves polish marks, grooves, and rounded edges around perforations. More than 90% of the analyzed ornaments displayed signs of use.

A new study from Llonín Cave in northern Spain suggests Ice Age hunter-gatherers used shells, animal teeth, bones, and fossils to create ornaments that expressed identity, marked social ties, and connected communities across long distances.#Archaeology #IceAge #Jewelry #Spain pic.twitter.com/DXcBNuubUJ

— Tom Marvolo Riddle (@tom_riddle2025) June 9, 2026

Researchers also found evidence that some ornaments were made inside the cave. Unfinished deer tooth pendants and partially worked animal teeth suggest that people crafted jewelry on site rather than simply acquiring finished pieces from elsewhere.

Long-distance connections across Ice Age Iberia

One of the most striking discoveries involved shells that likely originated from the Mediterranean coast. The species Tritia mutabilis does not naturally occur along the Cantabrian coast of northern Spain, where Llonín Cave is located.

Its presence suggests that people exchanged objects or maintained contact networks stretching hundreds of kilometers across the Iberian Peninsula.

The cave occupied a strategic position between the Atlantic coast, the Ebro Valley, and routes leading toward the Pyrenees. Researchers argue that these pathways helped facilitate the movement of materials, ornaments, and cultural traditions between distant groups.

From individual identity to group identity

The study found that ornament styles changed over time. During the Upper Solutrean period, around 23,500 to 22,000 years ago, jewelry showed great diversity in materials, manufacturing methods, and designs. Researchers believe these ornaments likely served as markers of individual identity and personal expression.

Later, during the Middle Magdalenian period, ornament production became more standardized. Shell beads were more uniform in size and style, and many appear to have arrived at the cave already finished.

Researchers suggest that this shift reflects larger social gatherings where ornaments may have been used to signal group membership or strengthen alliances among different communities.

A window into Ice Age society

The findings suggest that personal ornaments were far more than decorative objects. They helped communicate identity, social relationships, and cultural connections during a time when hunter-gatherer groups were spread across changing Ice Age landscapes.

According to the researchers, Llonín Cave stands out as an important site for understanding how prehistoric people used jewelry to navigate both everyday life and wider social networks. The collection shows that even 22,000 years ago, people were connected through systems of exchange, shared traditions, and symbolic communication that stretched far beyond their local communities.

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Alpi Apuane, stop alla riapertura della cava Cresta degli Amari: “Le aree rinaturalizzate non si toccano”

“Le cave rinaturalizzate non possono essere interessate da attività estrattive né a cielo aperto né in sotterraneo”. Con queste parole nette, scritte il 12 febbraio 2026, ma rese pubbliche solo nei giorni scorsi, la Conferenza dei Servizi indetta per verificare la conformità alla normativa regionale dei Piani Attuativi dei Bacini Estrattivi (PABE) presentati dal Comune di Massa chiude il capitolo della riapertura della cava Cresta degli Amari, nel Parco delle Alpi Apuane. Anche se l’ufficialità arriverà solo al termine del procedimento di approvazione dei PABE, gioiscono gli ambientalisti che si erano schierati a difesa di questo clivo verde nell’area di Pian della Fioba del Parco delle Alpi Apuane, a pochi passi dalla falesia “Campaccio”, attrazione per gli appassionati di arrampicata che vi arrivano da ogni parte d’Italia. “È una vittoria della società civile contro la malapolitica che amministra il territorio, che vede nelle Apuane solo marmo da estrarre e non sa immaginare un futuro diverso per le nostre montagne” commenta a ilFattoquotidiano.it Andrea Ribolini, dell’Associazione Aquilegia, tra i promotori della mobilitazione a difesa della Cresta degli Amari e gestore del limitrofo Orto Botanico delle Alpi Apuane “Pellegrini-Ansaldi”.

L’amministrazione guidata da Francesco Persiani (Lega) ha provato a consentire l’escavazione sotterranea della cava che insisteva nel luogo, chiusa dal 1980, tramite il suo strumento urbanistico (i PABE), nonostante proteste pubbliche e osservazioni formalizzate da ambientalisti e operatori di quell’economia della valorizzazione e tutela della montagna che in quelle zone trovano continui ostacoli per l’inconciliabile convivenza con i siti estrattivi. Con il verbale del 12 febbraio 2026, la Conferenza dei Servizi ha messo la parola fine a queste ambizioni, benché il sindaco Persiani, in un comunicato ufficiale, cerchi di ridimensionare la questione sostenendo che “parlare oggi di bocciatura risulta improprio e fuorviante. Le osservazioni formulate dagli enti (nella Conferenza dei Servizi ndr) vengono analizzate dall’amministrazione proponente (ovvero il Comune di Massa ndr), che può recepirle integralmente, recepirle parzialmente apportando modifiche e approfondimenti al piano, oppure motivatamente non accoglierle”.

Eppure la Conferenza dei Servizi a guida Regione Toscana ha indicato chiaramente che la partita è chiusa e anzi doveva essere già chiusa il 18 dicembre 2023, quando “gli esiti del sopralluogo hanno portato a riconoscere tale cava (Cresta degli Amari ndr), non servita da alcuna viabilità di accesso, come una cava rinaturalizzata”, con la specificità ulteriore di essere “vicina al crinale” e con “sostanziale integrità del versante (…) motivi in più per inserirla tra le cave rinaturalizzate”.

Una bocciatura senza appello quindi, evidenziata anche dal Polo Progressista e di Sinistra di Massa (M5S, RC) guidato dalla consigliera Daniela Bennati, che ha reso pubblica la notizia del verbale. “La posizione della Conferenza dei Servizi ricalca esattamente quanto osservato in sede di approvazione da diverse associazioni e movimenti politici tra cui M5S, CAI e Associazione Aquilegia, bocciato dal Consiglio Comunale – chiarisce il Polo Progressista in un comunicato -. Le valenze paesaggistiche e ambientali delle nostre montagne non possono essere sottomesse al modello estrattivista. Le Apuane sono un bene comune che non può essere sottratto alla collettività per il beneficio di pochi”.

Il Comune di Massa, quindi, ha approvato in Consiglio Comunale a fine 2025 la riapertura della cava rinaturalizzata Cresta degli Amari, seppur per via sotterranea, nonostante la Conferenza dei Servizi ne avesse indicato l’impossibilità giuridica due anni prima. Il riconoscimento amministrativo della rinaturalizzazione delle cave, così come la necessità di evitare escamotage semantici per autorizzare l’attività estrattiva laddove è vietata, sono diventati ormai dirimenti negli iter di approvazione dei Piani Attuativi dei Bacini Estrattivi (PABE) proposti dai comuni apuani.

La stessa Conferenza dei Servizi del 12 febbraio 2026 ha indicato, ad esempio, la necessità di esplicitare come “naturalizzata” e non semplice “cava dismessa” anche un’altra area – cava Campo Fiorito – perché quest’ultima definizione avrebbe aperto spazi interpretativi impropri. Persino il simbolo della devastazione delle Apuane, il Monte Carchio, con la sua non cima, squadrata dall’attività estrattiva fino alla sua sommità e le frane di scarti lapidei sui crinali, ha trovato posto nella Conferenza dei Servizi, con una prescrizione: in tutti i documenti dev’essere indicato “non sono ammesse autorizzazioni all’escavazione sui suoi versanti”. Basterà?

L'articolo Alpi Apuane, stop alla riapertura della cava Cresta degli Amari: “Le aree rinaturalizzate non si toccano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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